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Dic 12, 2018

III Domenica di Avvento - Anno C - "Rallegratevi il Signore è vicino" - 16 dicembre 2018

Le letture di questa terza domenica di Avvento, più di tutte le altre, sono ricche di imperativi: gioite, esultate, rallegratevi, non temete, non lasciatevi cadere le braccia, cantate giulivi, non angustiatevi di nulla, esponete a Dio le vostre richieste… Sono imperativi di conforto, speranza e amore!
Nella prima lettura, il profeta Sofonia, vede nel futuro l’avvento della pace che è opera di Dio il Signore, re d’Israele: la tristezza deve lasciare spazio alla gioia perchè il Signore interviene per liberare il Suo popolo. Nella Gerusalemme rinnovata si ritrovano, “come in un grembo fecondo”, il Signore e i giusti in un abbraccio di comunione e di pace.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Filippesi, l’apostolo Paolo ci invita alla gioia esortandoci a non angustiarci per nulla: il Signore è vicino tutto il resto non conta e come potrebbe contare se Lui è con noi!
Nel Vangelo di Luca, Giovanni Battista predica le esigenze di una radicale conversione e fa proposte semplici: cambiare vita e passare da una mentalità egoistica all’apertura agli altri. Egli annuncia che il Cristo viene a riconsacrare la vita di ogni uomo e a riconsacrare la storia e “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e “brucerà la pula” (ossia tutte le scorie della mondanità). Il rinnovamento cristiano richiede, dunque intelligenza e sacrificio, passione e mortificazione. Tuttavia, ci si deve preparare ad esso senza turbamento, perchè il Signore garantisce la salvezza e la pace. “E la pace di Dio” - ci ricorda l’Apostolo Paolo, supera ogni intelligenza” cancella ogni interrogativo e dubbio, e la pace, che scaturisce dalla buona volontà di cambiamento, è il cibo di una nuova intelligenza chiamata amore.

Dal libro del profeta Sofonia
Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!
Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,
tu non temerai più alcuna sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
«Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
esulterà per te con grida di gioia».
Sof 3,14-18a

L’attività del profeta Sofonia si svolse intorno agli anni 640 a.C., un po’ prima di quella di Geremia. Il re Gioisia, il grande riformatore, è ancora minorenne. Il piccolo stato di Giuda è in piena crisi: si sta manifestando una reazione contro la politica di alleanza con l’Assiria, da poco instaurata dal re Manasse (687-642 a.C.) una politica servile, umiliante per l’onore della nazione come pure fatale per la purezza religiosa. Del resto ora l’Assiria sta subendo una decadenza che permette la rinascita di speranze patriottiche e di progetti di una riforma religiosa. Il progetto di risanamento, che poi Giosia attuerà con forte determinazione, ha i suoi pionieri e Sofonia è uno di loro.
Il libro. che porta il nome del profeta, è stato scritto in ebraico presumibilmente tra il 630 ed il 609 a.C., come si può dedurre dai primi 4 versetti del libro, ove si dice che l'autore visse al tempo del re Giosia. È composto da 3 capitoli e contiene vari oracoli di restaurazione. Lo stile linguistico e i temi trattati richiamano le caratteristiche del profeta Geremia, che come lui avvertì il popolo, senza essere ascoltato, sul disastro morale e religioso che andava infiltrandosi in tutti gli ambiti della vita sociale, religiosa, politica.
Questo profeta di “sventure” fu anche, come Geremia, l’uomo della speranza. La sua attenzione si concentra particolarmente su quel “resto” che sfuggirà al giudizio e al quale sono riservate le promesse della salvezza. Sarà infatti un gruppo scelto di poveri, di fedeli, che al di sopra di ogni cosa, punteranno sull’amore di Dio che salva e con piena fiducia si metteranno a Sua disposizione. Tracciando questo ideale, Sofonia orienta già la religiosità del suo popolo verso una religione “in spirito e verità” che poi Gesù “dolce e umile di cuore” instaurerà. Un’espressione tipica di Sofonia è “Figlia di Sion”, che è una formulazione ebraica per designare il nome di una città (Sion) e il relativo popolo d’appartenenza, e Sion nella Bibbia rappresenta il luogo più alto di Gerusalemme, considerato dimora di Dio, dove i pellegrini salgono cantando i salmi.
Questo brano è un vero e proprio inno di gioia in cui traspare la dolcezza di un Dio che sembra arrendersi alla Sua stessa misericordia: Rallégrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! …Il motivo di tanta gioia è che “Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico”,
Egli abita in seno al suo popolo e combatte a suo favore, difatti il profeta si sente di affermare: “Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!”, perchè “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente”.
E' il Signore ad essere felice perché sarà Lui stesso a rinnovarti con il Suo amore ed esulterà per te con grida di gioia».
Il Dio d'Israele non è un Dio impassibile, né una divinità indignata da rappacificare con sacrifici eccellenti, ma è lo sposo che prova vero amore per la sua diletta sposa.
Sarà proprio questa gioia del Signore per Gerusalemme che la convertirà all'amore autentico per Lui.
Dunque la gioia a cui Gerusalemme è invitata a rallegrarsi, è la gioia di una città liberata dalla paura.

Salmo Is 12 - Canta ed esulta,perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza».

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore,
perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele».

 

*****


Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi
Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!
Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
Fil 4,4-7

Paolo continuando la sua lettera ai cristiani di Filippi, in questo brano insiste sul tema della gioia: “siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti.” La gioia deve spingere come conseguenza ad avere “mansuetudine”, “clemenza”, “gentilezza”, “comprensione” e il motivo di questo comportamento mite e gentile consiste nel fatto che “Il Signore è vicino! ”.
La gioia implica soprattutto la scomparsa dell'ansia e dell'inquietudine e Paolo continua nella sua esortazione dicendo: "Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
I filippesi (e tutti i discepoli di Gesù oggi come allora), dunque, non devono avere alcuna ansietà per ciò che necessita o riguarda loro: “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.”
La pace vera proviene da Dio perchè è Lui l’origine della pace, essendo Dio “il Dio della pace”. Si tratta però di una pace interiore perchè custodisce i cuori e i pensieri.
La pace di Dio tiene al sicuro la nostra mente (nella Bibbia il cuore è la sede dei pensieri) e i nostri pensieri, veglia come una sentinella preservandoci da turbamenti inutili.
È questo il meraviglioso dono, la “grazia”, che Gesù fa ai suoi discepoli. In un mondo spesso cupo il vero credente non deve aggiungere tristezza a tristezza. Deve imparare ad essere testimone credibile di quella pace “che supera ogni intelligenza”, ovvero ogni intendimento umano, poiché è umanamente impossibile capire come si possa essere lieti e contenti anche in mezzo a persecuzioni, dolori e sofferenze.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Lc 3, 10-1

In questo brano del Vangelo di Luca, che è la continuazione del vangelo di domenica scorsa, troviamo il contenuto della predicazione di Giovanni Battista, in particolare alcune indicazioni proprie di Luca e la dichiarazione del Battista riguardo il suo compito e il battesimo che egli amministra.
Il brano inizia riportando che: “le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?».”
La domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”è molto simile a quella che ritroviamo negli Atti dopo la predicazione degli apostoli (v. At 2,37; 16,30; 22,10),
Giovanni, rispondendo alle folle propone tre regole:
Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”.
Questa si può dire è una regola d'oro, che da sola basterebbe a migliorare l’umanità intera.
La seconda regola la dà ai pubblicani che erano venuti per farsi battezzare:
Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Questa regola è così semplice da sembrare logica: essere onesti, perché la cupidigia del denaro è un vero e proprio idolo assoluto, radice di ogni corruzione, che porta a non rispettare le leggi e sfruttare le persone. Giovanni esorta dunque a ricominciare dalla legalità, ad essere onesti sempre, cominciando dalle cose più piccole .
La terza regola Giovanni la dà ai soldati, per chi ha ruoli di autorità e di forza, in tutti i campi: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Non approfittate cioè del vostro ruolo per umiliare e commettere abusi.
La conversione che propone Giovanni non consiste quindi in atteggiamenti lontani dalla vita quotidiana e non riguarda solo alcune categorie di persone, poiché è il cuore che deve convertirsi e cambiare.
Il frutto della conversione è indicato nella solidarietà, in una vita più umana e giusta: è il bisogno del prossimo a guidare il proprio comportamento.
Come si vede la predicazione di Giovanni è molto simile a quella di Gesù e presenta temi spesso ripresi in Luca, come la povertà; ciò non toglie la fondamentale fedeltà dell'evangelista al carattere proprio della predicazione del Battista, di cui lo storico Giuseppe Flavio ha lasciato scritto nelle sue Antichità Giudaiche: "Era un uomo buono, e diceva ai Giudei di esercitare la virtù, così come la giustizia gli uni nei confronti degli altri e la devozione verso Dio, e poi di venire al battesimo“.
Poi Giovanni, quando si sente chiedere dal popolo se fosse lui il Cristo, risponde “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. L'evangelista precisa che la risposta di Giovanni è rivolta a tutti, forse per sottolineare l’importanza delle sue affermazioni riguardo al Messia, e la sua affermazione, comune ai sinottici, attesta la sua autenticità.
Il battesimo in Spirito Santo e fuoco ha un riferimento al giudizio escatologico e trova riferimento in Ez 36,25ss. Questo testo però ha avuto una interpretazione cristiana, per Luca infatti il più forte è Gesù Cristo e il fuoco ha il suo riferimento alla Pentecoste.
Questa espressione è ripresa dall'evangelista nel testo degli Atti (1,5 e 11,16) e attribuita a Gesù stesso. Anche per il battesimo Giovanni è quindi il suo precursore.
Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. L’immagine della pulitura del grano mietuto è utilizzata anche da Ger 15; 51 e da Is 5; 47; Gl 2, 5; ed è un immagine familiare anche a noi. Nel passato non tanto lontano nelle nostre campagne accadeva sovente, che per separare il grano dalla pula si salisse sull’aia e si lanciasse in aria il frumento, lasciando al vento il compito di allontanare la parte più leggera, quella che poi veniva scartata. E’ suggestiva quest’idea del Signore che viene così! È come il vento che soffia, arriva e tu non te ne accorgi … ma poi ti sorprende e ti pulisce, ti alleggerisce. Ti rimprovera anche, e se anche soffia con forza, è pronto a sorreggerti per non farti cadere.
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo”. Con questo versetto finale Luca conclude e riassume la predicazione del Battista.
Di questo brano possiamo fare nostra la domanda iniziale: “che cosa dobbiamo fare?” E’ la domanda che ogni credente deve rivolgere alla sua coscienza; la decisione per la giustizia e l’amore non può essere rimandata all’infinito, il progetto della nostra vita aspetta una definizione, una vera conclusione.

 

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“Nel Vangelo di oggi c’è una domanda scandita per tre volte: «Che cosa dobbiamo fare?» . La rivolgono a Giovanni Battista tre categorie di persone: primo, la folla in genere; secondo, i pubblicani, ossia gli esattori delle tasse; e, terzo, alcuni soldati.
Ognuno di questi gruppi interroga il profeta su quello che deve fare per attuare la conversione che egli sta predicando. La risposta di Giovanni alla domanda della folla è la condivisione dei beni di prima necessità. Cioè, al primo gruppo, la folla, dice di condividere i beni di prima necessità, e parla così: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» . Poi, al secondo gruppo, agli esattori delle tasse, dice di non esigere nulla di più della somma dovuta. Cosa vuol dire questo? Non fare “tangenti”, è chiaro il Battista. E al terzo gruppo, ai soldati, domanda di non estorcere niente a nessuno ma di accontentarsi delle loro paghe.
Sono le tre risposte alle tre domande di questi gruppi. Tre risposte per un identico cammino di conversione, che si manifesta in impegni concreti di giustizia e di solidarietà. E’ la strada che Gesù indica in tutta la sua predicazione: la strada dell’amore fattivo per il prossimo.
Da questi ammonimenti di Giovanni Battista comprendiamo quali fossero le tendenze generali di chi in quell’epoca deteneva il potere, sotto forme diverse. Le cose non sono cambiate tanto. Tuttavia, nessuna categoria di persone è esclusa dal percorrere la strada della conversione per ottenere la salvezza, nemmeno i pubblicani considerati peccatori per definizione: neppure loro sono esclusi dalla salvezza. Dio non preclude a nessuno la possibilità di salvarsi. Egli è – per così dire – ansioso di usare misericordia, usarla verso tutti, e di accogliere ciascuno nel tenero abbraccio della riconciliazione e del perdono.
Questa domanda – che cosa dobbiamo fare? – la sentiamo anche nostra. La liturgia di oggi ci ripete, con le parole di Giovanni, che occorre convertirsi, bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana. Convertitevi! È la sintesi del messaggio del Battista. E la liturgia di questa terza domenica di Avvento ci aiuta a riscoprire una dimensione particolare della conversione: la gioia. Chi si converte e si avvicina al Signore, sente la gioia.
Il profeta Sofonia ci dice oggi: «Rallegrati, figlia di Sion!», rivolto a Gerusalemme; e l’apostolo Paolo esorta così i cristiani di Filippi: «Siate sempre lieti nel Signore».
Oggi ci vuole coraggio a parlare di gioia, ci vuole soprattutto fede! Il mondo è assillato da tanti problemi, il futuro gravato da incognite e timori. Eppure il cristiano è una persona gioiosa, e la sua gioia non è qualcosa di superficiale ed effimero, ma di profondo e stabile, perché è un dono del Signore che riempie la vita. La nostra gioia deriva dalla certezza che «il Signore è vicino»: è vicino con la sua tenerezza, con la sua misericordia, col suo perdono e il suo amore.
La Vergine Maria ci aiuti a rafforzare la nostra fede, perché sappiamo accogliere il Dio della gioia, il Dio della misericordia, che sempre vuole abitare in mezzo ai suoi figli. E la nostra Madre ci insegni a condividere le lacrime con chi piange, per poter condividere anche il sorriso."
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 13 dicembre 2015

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