Dove siamo:
Vedi sulla carta
S.Messe (settimana)
9:00  18:30

KRZYZ

Ott 20, 2019

XXIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno C - "Pregare sempre senza stancarsi" - 20 ottobre 2019

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la preghiera, una preghiera perseverante, costante, fedele, che non conosce stanchezza.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, viene raccontato lo scontro tra gli israeliti e amaleciti, in cui Mosè spedisce Giosuè a combattere contro Amalek, poi si ritira a pregare con Aronne e Cur. La vittoria viene garantita da questa preghiera: “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk”.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo, afferma che il cristiano deve sapere che la Bibbia, scritta sotto l’azione dello Spirito di Dio, è parola di Dio, fondamento della fede per la salvezza donata da Dio per mezzo di Gesù Cristo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù racconta la parabola di un giudice “disonesto” che alla fine, fa giustizia a una vedova per liberarsi delle sue insistenze. L’insegnamento che ne scaturisce è di facile comprensione: se persino l’uomo più iniquo cede di fronte ad una supplica incessante, Dio, che è buono, non ascolterà e salverà chi lo invoca giorno e notte?

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle.
Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
Es 17,8-13

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte.
È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese.
La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo
Il brano che abbiamo, è tratto dalla seconda sezione, in cui gli israeliti dopo aver lasciato il deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, si accampano a Refidim, dove la mancanza di acqua spinge il popolo a protestare di nuovo contro Mosè, il quale per ordine di Dio fa scaturire l’acqua dalla roccia. Viene poi raccontato il combattimento contro Amalek e infine, mentre gli israeliti si trovano ancora a Refidim, c’è l’ultimo degli episodi cioè la battaglia contro gli Amaleciti.
Oltre la mancanza di cibo e di acqua, gli israeliti nel deserto dovevano fare i conti con un l’opposizione delle tribù del deserto, che erano in conflitto continuo fra di loro per l’utilizzazione dei rari pozzi d’acqua e dei preziosi pascoli. Fra queste tribù vi erano anche gli amaleciti. Costoro erano considerati come i discendenti di Amalek, capo di una tribù edomita (Gen 36,16), e quindi imparentati con gli israeliti. La loro massima concentrazione è situata nel deserto a sud della Palestina e nella penisola sinaitica. Nella Bibbia essi sono considerati come i nemici tradizionali di Israele ( Gn 14,7; Nm 13,29; Gdc 3,13; 1Sam 15), perciò la battaglia con loro nel deserto assume un valore simbolico, in quanto causa e tipo di tutti i contrasti con questa popolazione.
La causa della battaglia con gli amaleciti viene attribuita ad una loro aggressione e leggiamo che mentre Giosuè guida le schiera israelite, Mosè si reca con Aronne e Cur sulla cima di un colle, per seguire meglio lo svolgimento delle ostilità. La cosa straordinaria è che quando Mosè alzava le mani, Israele primeggiava; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Allora, poiché Mosè sentiva pesare le mani, i suoi due aiutanti lo fanno sedere su di una roccia a forma di sedile (vedi foto ), designata come il trono di Mosè, mentre essi, uno da una parte e l’altro dall’altra, ne sostenevano le mani. In questo modo Mosè ha potuto vedere da lontano gli israeliti nella battaglia fino a sera e pregare per loro.
Le braccia alzate di Mosè si possono interpretare come un simbolo della preghiera, e la sua efficacia. Non c’è però accenno a un dialogo tra Mosè e DIO, per cui si preferisce pensare che questo gesto sia semplicemente un segno della presenza di DIO che prende posizione in favore degli israeliti e li guida alla vittoria. Mosè tiene nelle sue mani il bastone che Dio gli aveva dato come segno della sua autorità, e appare come l’intermediario che unisce il cielo alla terra, garantendo così la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo.
Certamente lascia un po’ turbati apprendere che in quella occasione gli israeliti hanno passato a fil di spada tutti gli amaleciti… E’ inutile chiedersi se ciò sia veramente accaduto, comunque questa annotazione ha solamente lo scopo di sottolineare il carattere pieno della vittoria riportata dagli israeliti con l’aiuto di Dio.

Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l'aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore;
che ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenta il tuo custode.
Non si addormenterà,
non prenderà sonno, il custode d'Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male,
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Il salmo fa parte dei quindici salmi (119-133) detti “delle ascensioni”, perché usati nei pellegrinaggi a Gerusalemme a cui si giungeva con un percorso in salita.
Usato a tale scopo, non sembra tuttavia essere stato composto per un pellegrinaggio. Il salmo infatti potrebbe riferirsi a una situazione diversa, considerando che i monti non siano quelli dove sorgeva Gerusalemme e il tempio, ma le giogaie dell'Hermon, oltre le quali si stendevano i territori percorsi dagli eserciti Assiri e Babilonesi in avanzata verso i territori della Fenicia e della Palestina.
Del resto tutto nel salmo indica non la provvisorietà di un pellegrinaggio, ma una stato di continuità di vita.
“Alzo gli occhi verso i monti” indicherebbe proprio l'apprensione di un pio Giudeo (forse un re di Gerusalemme) di fronte alle incombenti manovre di potenti eserciti conquistatori; apprensione arginata da una ferma professione di fede: “Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra”.
Da questa professione di fiducia in Dio procede tutto il salmo.
“Non lascerà vacillare il tuo piede”, cioè ti impedirà di fare mosse false, compromettenti.
Dio è “è la tua ombra", nel senso che è ristoro nel dardeggiare delle difficoltà e nello stesso tempo è forza che “sta alla tua destra”.
“Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte”, cioè Dio impedirà che venga ridotto a prigioniero condotto via senza alcun riguardo.
“Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri”, cioè in tutte le situazioni di vita.
Commento di P.Paolo Berti

Dal seconda lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.
2Tm 3,14-4:2

Paolo continuando la sua seconda lettera a Timoteo, dopo avergli ricordato la fedeltà e averlo esortato a proseguire su questa linea, nonostante le sofferenze e persecuzioni, prosegue dicendo: “tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù”.
Timoteo deve perciò rimanere saldo sulla sua formazione dottrinale, frutto dell'educazione religiosa ricevuta fin dall'infanzia, da cui egli ha ricavato una fede incrollabile. A questo si aggiunge anche la forza derivante dalla conoscenza delle Scritture, che ha la capacità di comunicare una sapienza che conduce alla salvezza. Questa però deriva non da una semplice conoscenza dei testi, ma dalla fede in Gesù Cristo, che viene presentato così, non solo come fonte della salvezza, ma anche come l'unica chiave interpretativa della Scrittura.
Poi afferma: “Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”.
L’espressione “tutta la scrittura” può indicare tutta la collezione dei libri sacri oppure ciascun libro preso individualmente. Essa è “ispirata da Dio”, cioè è composta sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio e in forza dello Spirito.
Questo testo è l’unico in cui si parla esplicitamente di “ispirazione” delle Scritture e questa particolarità significa che le Scritture sono composte da autori che pur essendo persone normali, sono assistiti dallo Spirito che ne garantisce la verità dal punto di vista della salvezza, non certo sul piano della scienza o della storia. In altre parole, le Scritture hanno una grande importanza perché contengono la lunga esperienza religiosa di un popolo dal quale Gesù ha preso un corpo e non si può quindi essere Suoi discepoli se non si fa riferimento alle Scritture. E’ necessario comunque essere consapevoli che nella Scrittura non si trova sempre la soluzione dei nostri problemi, ma lo stimolo ad andare avanti in una ricerca che non si concluderà mai su questa terra.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Lc 18, 1-8

Con questo brano, l’evangelista Luca continua a raccontare gli spostamenti di Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Dopo aver guarito i dieci lebbrosi, Gesù propone due parabole quella del giudice e della vedova e quella del fariseo e del pubblicano che sottolineano ambedue l’importanza di pregare. Senza stancarsi. Dopo l’introduzione vengono presentate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola, il giudice e la vedova: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Il giudice è descritto come una persona cinica, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo mentre per descrivere la donna è bastato dire che era vedova.
Sappiamo che l’orfano e la vedova erano due categorie di bisognosi verso i quali la Bibbia richiama spesso l’attenzione: “non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido” (Es 22, 21-22). La vedova e l’orfano, non avendo più un uomo che potesse difenderne i diritti, erano più facilmente oggetto di ingiustizia, di angherie e di maltrattamenti, la loro situazione economica era spesso precaria perché non potevano contare sul reddito del marito o del padre.
Anche se la protagonista del racconto appartiene a questa categoria, però non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia. Nonostante il disinteresse del giudice, le insistenze della donna hanno esito positivo, infatti: “Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. Quindi il giudice alla fine cede e fa giustizia alla donna: ciò che prevale in lui non è certo il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
Alla fine Gesù dà la sua interpretazione della parabola richiamando l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, ma piuttosto sull’atteggiamento del giudice e pone una domanda, che esprime da sola la risposta:”E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente”.
Infatti se un giudice, per di più disonesto, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, a maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’ultima frase del brano è piuttosto misteriosa: “Tuttavia, il Figlio dell’uomo, venendo, troverà ancora la fede sulla terra?”. Luca quando scriveva si rivolgeva ad una comunità scoraggiata perché provata da persecuzioni sempre crescenti. E' una frase che sembra pessimista, ma che vuole in realtà mettere in guardia i credenti di ogni tempo: l'amore del Padre non può venir meno, ci ha donato tutto donandoci il Figlio. Se la frase con cui si chiude il nostro brano è una domanda, quella con cui inizia dice in che cosa consiste la fede: "Bisogna pregare senza scoraggiarci mai". All'interno di questa inclusione, ci è presentato l'esempio della vedova che ha vinto la prepotenza del giudice al quale non importava niente di nessuno.

 

**************************

“Pregare, dunque. Come Mosè, il quale è stato soprattutto uomo di Dio, uomo di preghiera. Lo vediamo oggi nell’episodio della battaglia contro Amalek, in piedi sul colle con le braccia alzate; ma ogni tanto, per il peso, le braccia gli cadevano, e in quei momenti il popolo aveva la peggio; allora Aronne e Cur fecero sedere Mosè su una pietra e sostenevano le sue braccia alzate, fino alla vittoria finale.
Questo è lo stile di vita spirituale che ci chiede la Chiesa: non per vincere la guerra, ma per vincere la pace!
Nell’episodio di Mosè c’è un messaggio importante: l’impegno della preghiera richiede di sostenerci l’un l’altro. La stanchezza è inevitabile, a volte non ce la facciamo più, ma con il sostegno dei fratelli la nostra preghiera può andare avanti, finché il Signore porti a termine la sua opera.
San Paolo, scrivendo al suo discepolo e collaboratore Timoteo, gli raccomanda di rimanere saldo in quello che ha imparato e in cui crede fermamente. Tuttavia anche Timoteo non poteva farcela da solo: non si vince la “battaglia” della perseveranza senza la preghiera. Ma non una preghiera sporadica, altalenante, bensì fatta come Gesù insegna nel Vangelo di oggi: «pregare sempre, senza stancarsi mai». Questo è il modo di agire cristiano: essere saldi nella preghiera per rimanere saldi nella fede e nella testimonianza. Ed ecco di nuovo una voce dentro di noi: “Ma Signore, com’è possibile non stancarsi? Siamo esseri umani… anche Mosè si è stancato!...”. E’ vero, ognuno di noi si stanca. Ma non siamo soli, facciamo parte di un Corpo! Siamo membra del Corpo di Cristo, la Chiesa, le cui braccia sono alzate giorno e notte al Cielo grazie alla presenza di Cristo Risorto e del suo Santo Spirito. E solo nella Chiesa e grazie alla preghiera della Chiesa noi possiamo rimanere saldi nella fede e nella testimonianza.
Abbiamo ascoltato la promessa di Gesù nel Vangelo: Dio farà giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui. Ecco il mistero della preghiera: gridare, non stancarsi, e, se ti stanchi, chiedere aiuto per tenere le mani alzate. Questa è la preghiera che Gesù ci ha rivelato e ci ha donato nello Spirito Santo. Pregare non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica. Al contrario, pregare è lottare, e lasciare che anche lo Spirito Santo preghi in noi. E’ lo Spirito Santo che ci insegna a pregare, che ci guida nella preghiera, che ci fa pregare come figli.
I santi sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera. Uomini e donne che lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino alla fine, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro….
Dio conceda anche a noi di essere uomini e donne di preghiera; di gridare giorno e notte a Dio, senza stancarci; di lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi, e di pregare sostenendoci a vicenda per rimanere con le braccia alzate, finché vinca la Divina Misericordia.”
Papa Francesco Parte dell’Omelia del 16 ottobre 2016

31

Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

Parrocchia Nostra Signora de La Salette
Piazza Madonna de La Salette 1 - 00152 ROMA
tel. e fax 06-58.20.94.23
e-mail: email
Settore Ovest - Prefettura XXX - Quartiere Gianicolense - 12º Municipio
Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
Affidata a: Missionari di Nostra Signora di «La Salette» (M.S.)
 

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice! Accetta i cookie per chiudere avviso. Per saperne di più riguardo ai cookie utilizzati e a come cancellarli, guarda il regolamento Politica sulla Privacy.

Accetto i cookie da questo sito