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S.Messe (settimana)
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Le letture liturgiche di questa ultima domenica di quaresima, conosciuta anche come domenica di Passione, ci introducono alla Settimana Santa, (santa perchè dobbiamo essere più vicini al Santo) e ci rendono quanto mai partecipi delle sofferenze di Cristo che affronta la Sua dolorosa passione per la nostra salvezza.
Nella prima lettura, il Profeta Isaia attraverso il canto del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo la vita e la passione di Gesù. Il suo atteggiamento di fiducia in Dio e di amore per i fratelli lo lascia in una suprema libertà di fronte ad ogni prova. Egli ha la certezza che la sua missione non è vana.
Nella seconda lettura tratta dalla lettera ai Filippesi, S.Paolo, con l’Inno Cristologico, rivela il mistero dell’abbassamento di Cristo e l’intervento di Dio in Suo favore: il Padre lo esalta, ponendolo al di sopra di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi.
Il racconto della passione, tratta dal Vangelo di Luca, riporta l’istituzione del eucaristia incorniciata nei giorni della passione di Gesù, e le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». che è come la sintesi di una lunga lezione che Gesù ha distribuito nel Vangelo di Luca

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore!.
Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
Lc 19, 28-40

Dal capitolo 19 del vangelo di Luca, è stato tratto questo brano per commentare l’entrata di Gesù a Gerusalemme
“Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Gesù, qui appare come il pastore davanti al gregge, che cammina “salendo verso Gerusalemme”.
“Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo «Andate nel villaggio di fronte;”
Per comprendere questo brano bisogna rifarsi alla profezia di Zaccaria al capitolo 9, dove il profeta annunzia l’arrivo di un re, di un messia, completamente diverso da quelli attesi. Non un messia che viene con potenza, con la forza delle armi, non con i carri o con i cavalli, ma un messia di pace. E per indicare questo messia di pace, anziché presentarlo vittorioso sopra una cavalcatura regale, il profeta Zaccaria lo fa vedere che cavalca un asino, un puledro, figlio di asina. Bisogna perciò tener conto di questa profezia per comprendere quello che l’evangelista ci vuol dire.
“entrando,troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui”.
L’evangelista vuole evidenziare che questa profezia è stata considerata di meno valore delle altre, e tra le tante attese di un messia trionfatore, non era stata neanche presa in considerazione. Il verbo slegare, relativo all’ordine di Gesù: “slegatelo!” riferito al puledro, sarà ripetuto in questo brano per ben quattro volte. Gesù è venuto a sciogliere quella profezia che era rimasta legata, nascosta, quella di un messia di pace, che nessuno poteva immaginare.
“E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”.
Il Signore dunque è colui che slega la profezia, colui che libera, mentre i capi del popolo la tenevano legata.
“Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada”.
Era tipico nell’investitura regale, che il popolo, come segno di sottomissione, stendesse il mantello sulla strada e il re vi passasse sopra, come segno di dominio. Quindi vediamo che ci sono coloro che accettano questo messia di pace ma anche una parte della folla, che attendendo un messia dominatore, è pronta a sottomettersi a questo re.
“Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto” e, citando il Salmo 119, dicevano «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore!. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».”
Di fronte a questa reazione del popolo, i rappresentanti religiosi “alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli».
E’ pronta la risposta di Gesù:«Io vi dico, se questi taceranno, grideranno le pietre».
E’ importante tenere presente che la discesa del monte degli Ulivi, all’ingresso di Gerusalemme, passa attraverso la valle di Giosafat, chiamata anche la valle del giudizio, che era disseminata di pietre tombali. Per questo Gesù dice che se anche i vivi taceranno, i morti, cioè gli israeliti che hanno vissuto prima di loro e che da sempre hanno vissuto e costruito questa attesa di un messia, saranno loro, rappresentati dalle pietre tombali, a gridare.
Quindi l’evangelista assicura che, anche se si mettono a tacere i discepoli, la forza della vita che è insita anche in quest’ambito di morte, proclamerà il dono di Dio all’umanità, cioè un messia che porta la pace.

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.
Is 50,4-7

In questo carme del Servo sofferente, il profeta (Deuteroisaia) presenta un personaggio misterioso che percorre la via della sofferenza, della fedeltà alla Parola, fino alla donazione di se stesso, in mezzo a torture “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,” insulti “non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.” e oltraggi di ogni specie “le mie guance a coloro che mi strappavano la barba”.
Nella difficile situazione in cui si trova, il Servo non si difende con la forza, e neppure fa ricorso, come aveva fatto Geremia, alla violenza verbale contro i suoi avversari; al contrario, fortificato dalla sua fiducia in Dio, resta fermo come una roccia senza venir meno alla sua missione. La sua forza d’animo gli deriva dalla certezza che Dio porterà a termine il Suo progetto nonostante tutte le contestazioni.
Egli dimostra così di non cercare il proprio successo personale, ma la realizzazione di quanto va annunziando, anche se ciò dovesse costargli la vita.
Fa impressione vedere come la profezia del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo di 550 anni, la vita e la passione di Gesù.

Salmo 21 Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno forato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe.

Il salmo presenta un giusto sofferente e perseguitato, pieno di speranza in Dio.
L’autore del salmo guarda alla sua esperienza di dolore, ma anche intende proporre un modello di sofferente che sostenga i fedeli nel momento della prova più terribile, cioè quando sono rifiutati, colpiti, dalla loro stessa gente. Il risultato presenta una tale aderenza nella descrizione di molte delle sofferenze di Cristo da dire che l’ispirazione ha modellato il giusto del salmo sul Cristo crocifisso.
Le prime parole del salmo sono un’invocazione sgomenta dinanzi a Dio; sgomenta, ma senza alcun rimprovero. E’ un gemito rivelatore del suo grande tormento interiore: essere di fronte all’abbandono di Dio, al silenzio di Dio, che sembra assente, mentre egli è il Dio presente come attesta il tempio.
Il punto che lo sconvolge, è che il suo popolo, quello che vive all’ombra del tempio e che dovrebbe essere laudante attorno al trono di Dio “Tu siedi in trono fra le lodi di Israele” rifiuta la giustizia, e così anche la propria storia di popolo chiamato a proclamare i benefici di Dio. “In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li hai liberasti” dice, alludendo alla liberazione dall’Egitto.
Ma, ecco, egli è diventato “rifiuto degli uomini”, schiacciato a terra come un verme, privato della dignità di uomo. Di fronte a sé ha solo schernitori che si sfoggiano un sentirsi a posto con Dio, visto che Dio è dalla loro parte poiché non porta aiuto a colui che ora è nelle loro mani e che si diceva suo amico: “Si rivolga al Signore, lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!”. Ma il giusto perseguitato e colpito continua a confidare in Dio; non raccoglie la velenosa provocazione che lo vorrebbe rendere dubbioso davanti a Dio. Dio lo ha tratto dal grembo di sua madre; cioè il Padre ha dato al Figlio una natura umana, e, una sola persona (Figlio) in due nature, lo ha tratto dal grembo di una donna, e al suo nascere lo ha preso subito sulle sue ginocchia (Cf. Gn 50,23; Is 46,3) in riconoscimento della sua paternità.
L’aggressione che egli subisce è violenta, implacabile: “Mi circondano tori numerosi, mi assediano grossi tori di Basan…" (Basan è una regione ricca di pascoli a sud di Damasco). “Io sono come acqua versata”, buttato via, gettato via, come acqua. Colpito, strattonato, è pieno di dolore: “sono slogate tutte le mie ossa”. Il suo cuore cede per il dolore e lo sforzo d’amare; ed egli avverte che viene meno come colpito da infarto: “Il mio cure è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere”.
E’ disidratato e la sete lo attanaglia; la sua gola è riarsa e non può muovere che a stento la lingua: “La mia lingua si è incollata alla gola”. Egli si trova “su polvere di morte” senza scampo.
Gli avversari si sono ancora di più incattiviti vedendo la sua perseveranza, sono diventati un “branco di cani” che addentano. Premuto, assediato da ogni parte, gli vengono trafitti i piedi e le mani così da impedire che si muovesse o si difendesse dai colpi: l’autore del salmo non pensava alla crocifissione, pena di morte introdotta più tardi dai romani. “Posso contare tutte le mie ossa”, l’espressione rende l’idea complessiva del dolore che gli viene da ogni parte del corpo, ma la traduzione della Volgata di san Gerolamo - “hanno contato tutte le mie ossa” - è sicuramente proveniente da un manoscritto migliore in questo punto perché fa vedere anche la crudeltà degli aggressori, che hanno badato a che nessuna parte del corpo del giusto giustiziato fosse senza ferita e dolore.
Gli aggressori si compiacciono ferocemente dei dolori del giusto giustiziato : “essi stanno a guardare e mi osservano”. E sono tanto noncuranti di lui che giocano a dadi le sue vesti, secondo il diritto che si aveva sui condannati: “sulla mia tunica gettano la sorte”.
Di fronte a questo stato di strazio il giusto giustiziato non cessa di pregare e domanda aiuto a Dio per sfuggire non già alla morte, ma alla morte cui segue la consunzione della tomba, e questo mediante la risurrezione.
“Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea”, dice. Risorto darà luce ai suoi fratelli, loderà il Padre nell’assemblea dei credenti (Cf. 1Cor 15,6).
Egli dirà: “Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza di Israele…”. E nella Chiesa, nella grande assemblea, loderà il Padre. Nella Grande Assemblea dove egli sarà presente con la sua Parola, con la sua reale presenza Eucaristica e col dono dello Spirito Santo.
Nel banchetto della carità “i poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano”.
La visione diventa universale, perché la salvezza del Cristo è universale: “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli”.
I popoli all’annunzio del Vangelo ricorderanno ciò che avevano dimenticato, che l’uomo è capace di Dio, che Dio è uno solo e che è bontà. Che il regno del mondo (Ap 11,15) è di Dio, e sue sono tutte le nazioni. E non solo ricorderanno e torneranno, che equivale a convertirsi, ma insieme a ciò crederanno alla lieta notizia evangelica, quella del regno dei cieli presente nella Chiesa per lievitare tutta la terra conquistata dal Cristo.
A Dio solo, liberi in eterno da ogni influsso di idolatria, si prostreranno, nel giorno della risurrezione, quanti ora dormono sotto terra.
Il grande Giusto giustiziato esprime la sua certezza che egli vivrà, risorgerà da morte e celebrerà in eterno il Padre: “Ma io vivrò per lui”.
E la sua discendenza, la Chiesa, servirà in lui, nel dono dello Spirito Santo, il Padre, portando la salvezza da lui ottenuta per tutte le genti. “Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia”, e la sua giustizia del Padre è Cristo, che ha espiato le colpe degli uomini. “Ecco l’opera del Signore”, diranno alle generazioni che si susseguono. E “l’opera del Signore” è Cristo, Cristo vivente nella Chiesa.
Commento di P. Paolo Berti

Dalla lettera di S Paolo apostolo ai Filippesi
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Fil 2,6-11

Questo brano, tratto dalla lettera ai Filippesi, è conosciuto come Inno Cristologico. Con tutta probabilità era un inno già diffuso tra le comunità cristiane e Paolo lo inserisce nella sua lettera, per esortare i Filippesi a non agire per rivalità o vanagloria ma ad avere in sé gli stessi sentimenti di Cristo.
“Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio,”
Qui si afferma che Gesù aveva forma di Dio e si sottolinea il paradosso del gesto libero e volontario con cui Gesù vi ha rinunciato. “La forma di Dio”, che giustamente è stato tradotto con “condizione di Dio,” comporta dominio, autorità e dignità. Gesù non ha voluto sfruttare a suo vantaggio queste sue prerogative.
“ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo,”
Svuotando se stesso, ha messo da parte le qualità divine che non erano compatibili con la realtà dell'incarnazione. Questo svuotamento è servito dunque per assumere la condizione di servo, l'esatto opposto della condizione di Dio. Durante la sua vita terrena Egli non volle comportarsi come Dio e Signore degli uomini, ma come servo, privo di ogni dignità, autorità e potere, completamente dedito all'umile servizio degli altri. C’è un chiaro riferimento al Servo di JHWH di cui si parla in Isaia 52,13-53,12 che sopporta la sofferenza per riconciliare gli uomini tra di loro e con Dio.
“diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.
Gesù è divenuto simile agli uomini, ma non solo: è stato riconosciuto in tutto e per tutto come un uomo. Non solo: in mezzo agli uomini Egli si è ulteriormente umiliato, ha portato il suo svuotamento fino in fondo. Ciò non vuol dire che Gesù ha cessato di essere uguale a Dio, ma che si è spogliato, nella sua umanità, della sua gloria divina manifestata solo nella trasfigurazione. Il farsi obbediente fino alla morte quindi non è solo la descrizione di un itinerario che lo ha portato alla morte, ma un atteggiamento costante, che ha caratterizzato l'obbedienza e la mitezza di Gesù per tutta la sua vita.
Gesù inoltre è arrivato alla morte, ma ad una morte di croce. L’Apostolo ha voluto fare questa precisazione perchè gli Efesini, molti dei quali avevano cittadinanza romana, sapevano che la morte di croce era l'umiliazione più degradante, il colmo dell'abiezione.
“Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,”
Il soggetto qui non è più Gesù bensì Dio, il Padre. Proprio perché Cristo ha accettato di umiliarsi fino in fondo, il Padre lo ha esaltato. Inoltre Dio Padre gli ha donato,un nome che è al di sopra di tutti gli altri
“perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,”
Gesù viene esaltato perché davanti al suo nome ogni creatura si prostri in adorazione.
“e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!»,a gloria di Dio Padre”.
L'inno raggiunge il massimo in questo versetto. Ogni lingua proclamerà che Gesù è Dio, è il Signore, il Kyrios.
Gesù che durante la sua esistenza terrena ha voluto toccare il fondo dello svuotamento e dell'umiliazione, è stato innalzato alla suprema dignità.
Al termine abbiamo poi l'espressione: a gloria di Dio Padre. Con queste parole si vuole affermare che Gesù Cristo Signore non è il sostituto né un concorrente di Dio, in quanto la confessione della signoria di Cristo ritorna alla fine a gloria di Dio Padre.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca

Seguendo Gesù nella passione ogni credente è chiamato ad immedesimarsi in alcuni personaggi che si trovano nel racconto di Luca: Simone di Cirene e le donne, non sono spettatori o testimoni neutri, ma sono quasi dei modelli della sequela di Gesù. Di Simone, Luca nota che: “ gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù” e questa espressione Luca la usa per definire il discepolo di Gesù “che porta ogni giorno la sua croce” per seguire il suo Signore fino alla fine. Le donne “si battevano il petto” e questo gesto sarà ripetuto dalla folla che “se ne tornava battendosi il petto”.
Gesù sulla croce offre al discepolo di ogni tempo e di ogni luogo, un altro grande esempio da concretizzare nella vita, quello del perdono dei peccatori e delle offese ricevute: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». In questa linea d’amore, di perdono e di donazione sino all’ultimo si colloca anche l’episodio riferito da Luca, del malfattore pentito a cui Gesù offre il dono della salvezza nel Regno. Con quest’uomo noi tutti dobbiamo ripetere: Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E con queste parole di conversione anche per noi si spalancheranno le braccia dell’amore misericordioso di Dio.
Anche nella Sua morte, Gesù, agli occhi di Luca, diventa il segno di un’altra vita da seguire, quella del perfetto abbandono nelle mani di Dio. Come è noto, è solo Luca a citarne un’altra preghiera finale di Gesù moribondo, oltre a quella del salmo 21 . «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Infatti riprendendo il salmo 31, Gesù esclama: : «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». E’ come la sintesi di una lunga lezione che Gesù ha distribuito nel Vangelo di Luca … l’ultima parola che affiora sulle labbra di Gesù è, secondo Luca, in quel “Padre!” finale, pronunziato con serenità e fiducia.

 

*****

Le parole di Papa Francesco

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore», gridava festante la folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo: agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del suo amore divino perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi.
Gesù è contento della manifestazione popolare di affetto della gente, e quando i farisei lo invitano a far tacere i bambini e gli altri che lo acclamano risponde: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» . Niente poté fermare l’entusiasmo per l’ingresso di Gesù; niente ci impedisca di trovare in Lui la fonte della nostra gioia, la gioia vera, che rimane e dà la pace; perché solo Gesù ci salva dai lacci del peccato, della morte, della paura e della tristezza.
Ma la Liturgia di oggi ci insegna che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante potenti miracoli. L’apostolo Paolo, nella seconda Lettura, sintetizza con due verbi il percorso della redenzione: «svuotò» e «umiliò» sé stesso . Questi due verbi ci dicono fino a quale estremo è giunto l’amore di Dio per noi. Gesù svuotò sé stesso: rinunciò alla gloria di Figlio di Dio e divenne Figlio dell’uomo, per essere in tutto solidale con noi peccatori, Lui che è senza peccato. Non solo: ha vissuto tra noi in una «condizione di servo»: non di re, né di principe, ma di servo. Quindi si è umiliato, e l’abisso della sua umiliazione, che la Settimana Santa ci mostra, sembra non avere fondo.
Il primo gesto di questo amore «sino alla fine» è la lavanda dei piedi. «Il Signore e il Maestro», si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. Ci ha mostrato con l’esempio che noi abbiamo bisogno di essere raggiunti dal suo amore, che si china su di noi; non possiamo farne a meno, non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua sorprendente tenerezza e senza accettare che l’amore vero consiste nel servizio concreto.
Ma questo è solo l’inizio. L’umiliazione che Gesù subisce si fa estrema nella Passione: viene venduto per trenta denari e tradito con un bacio da un discepolo che aveva scelto e chiamato amico. Quasi tutti gli altri fuggono e lo abbandonano; Pietro lo rinnega tre volte nel cortile del tempio. Umiliato nell’animo con scherni, insulti e sputi, patisce nel corpo violenze atroci: le percosse, i flagelli e la corona di spine rendono il suo aspetto irriconoscibile. Subisce anche l’infamia e la condanna iniqua delle autorità, religiose e politiche: è fatto peccato e riconosciuto ingiusto. Pilato, poi, lo invia da Erode e questi lo rimanda dal governatore romano: mentre gli viene negata ogni giustizia, Gesù prova sulla sua pelle anche l’indifferenza, perché nessuno vuole assumersi la responsabilità del suo destino.
E penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti profughi, a tanti rifugiati, a coloro dei quali molti non vogliono assumersi la responsabilità del loro destino. La folla, che poco prima lo aveva acclamato, trasforma le lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al suo posto venga liberato un omicida. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai traditori, agli schiavi, ai peggiori criminali. La solitudine, la diffamazione e il dolore non sono ancora il culmine della sua spogliazione. Per essere in tutto solidale con noi, sulla croce sperimenta anche il misterioso abbandono del Padre. Nell’abbandono, però, prega e si affida: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Appeso al patibolo, oltre alla derisione, affronta l’ultima tentazione: la provocazione a scendere dalla croce, a vincere il male con la forza e a mostrare il volto di un dio potente e invincibile. Gesù invece, proprio qui, all’apice dell’annientamento, rivela il volto vero di Dio, che è misericordia. Perdona i suoi crocifissori, apre le porte del paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato, giungendo fino al sepolcro e agli inferi, assumendo tutto il nostro dolore per redimerlo, portando luce nelle tenebre, vita nella morte, amore nell’odio.
Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio, che si è annientato per noi, mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”.
Vi invito in questa settimana a guardare spesso questa “cattedra di Dio”, per imparare l’amore umile, che salva e dà la vita, per rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama. Con la sua umiliazione, Gesù ci invita a camminare sulla sua strada. Rivolgiamo lo sguardo a Lui, chiediamo la grazia di capire almeno qualcosa di questo mistero del suo annientamento per noi; e così, in silenzio, contempliamo il mistero di questa Settimana.”

Papa Francesco Omelia tenuta del Papa nella domenica delle Palme del 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa V domenica di quaresima spesso vengono considerate come il grande momento penitenziale dell’anno cristiano, ma non sono solo pentimento per un peccato che incombe e umilia l’umanità, sono soprattutto speranza gioiosa di liberazione, di perdono e soprattutto di pace interiore.
La prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, agli ebrei provati dall’esilio di Babilonia, il profeta ricorda la liberazione dall’Egitto e promette, da parte di Dio, un nuovo intervento liberatore.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Filippesi, Paolo usa un linguaggio sportivo per indicare il suo impegno per il Vangelo. La vita dell’Apostolo è come una corsa verso una meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
L’evangelista Giovanni ci propone il brano che riporta l’incontro di Gesù con l’adultera, rea per la legge ebraica di lapidazione. Gesù alla domanda trabocchetto che gli pongono i farisei, risponde sfidandoli: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”. Il messaggio che Gesù ci dà consiste nel riconoscere che nessuno davanti a Dio è senza peccato e che ognuno può non peccare più se lascia nel passato i propri errori per seguire la luce che l’amore di Dio gli dona in Cristo Gesù.

Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi».
Is 43;16-21

Questo brano fa parte dei testi (capitoli 40-55) attribuiti ad un autore, rimasto anonimo, a cui è stato dato il nome di “Secondo Isaia ” o “deutero Isaia”. Forse era un lontano discepolo del primo Isaia che visse a Babilonia insieme agli esiliati che, dalla sue profezie prendono speranza. Infatti a partire dal 550 a.C. compare un nuovo popolo, non semitico, sono i Persiani sotto il comando del loro re: Ciro. In 10 anni egli sottomette l’oriente e agli occhi dei popoli oppressi, deportati dai Babilonesi, egli appare come un liberatore. Da allora nella comunità degli Ebrei esiliati si vedono apparire racconti, oracoli, canti che esaltano l’opera di Dio nella storia del mondo.
E’ finito il tempo in cui dominano gli idoli, il vero Dio, il solo Dio appare loro il padrone degli avvenimenti che agisce per la liberazione e la salvezza del suo popolo. Con la caduta di Babilonia nel 539, Ciro autorizza gli Israeliti a ritornare in patria e a praticare il loro culto. Si pensò persino che Ciro fosse l’inviato del Signore, un messia, un uomo di Dio, che avrebbe realizzato ovunque la pace. Ma per quanto Ciro fosse una figura gloriosa della storia, l’inviato di Dio sarebbe arrivato secoli dopo sotto spoglie più umili, quelle di un Giusto, che espia nel dolore le colpe degli uomini.
In questo brano il profeta Isaia ci parla di novità di vita e la esprime in un modo splendido con delle metafore molto suggestive: i sentieri nel deserto, i fiumi nella steppa. E’ come se il Signore dicesse anche a noi: "ci sono cose nuove che stanno fiorendo, non ve ne accorgete?"
“Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo;essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,si spensero come un lucignolo, sono estinti:
Il brano inizia con una formula profetica “Così dice il Signore” che ricorre molte volte in Isaia (42-50) e per introdurre il messaggio ci sono due verbi (che aprì), (che fece uscire) che annunciano l'azione di Dio, quella che sta all'origine della storia d'Israele: il passaggio del mare. La “strada nel mare” è un'immagine classica del racconto di Pasqua, per ricordarci che Dio si apre un varco nelle situazioni impossibili per aiutare i suoi figli sottomessi dai poteri forti del mondo.
“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”
C’è un incoraggiamento a dimenticare persino l'azione salvifica dell'esodo, “il passato” che va dimenticato, tanto è potente e straordinario l'evento nuovo che il Signore sta per compiere
La memoria è una legge fondamentale per Israele, dalla memoria nasce il senso della storia, ma la memoria non deve però essere una fuga nostalgica nel passato, il ricordo è valido quando prepara un futuro migliore.
“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada,immetterò fiumi nella steppa.”
“una cosa nuova” o “una novità” è un termine che si trova soltanto in questo passo e in Geremia (31,22), cioè nel capitolo sulla nuova alleanza. La novità ricorda e supera il primo esodo!
Anche questa nuova azione consiste nel realizzare una strada, simile all'antica, stabilendo così un’analogia con l'esodo classico. Il profeta non vuol dire che le antiche tradizioni non valgono più perché ora siamo di fronte ad una nuova azione di Dio che incoraggia a non lamentarsi più guardando al passato, ma piuttosto a comprendere che si è in presenza di un nuovo straordinario evento. Pertanto l'invito del profeta è in piena armonia con la missione di testimone che egli conferisce al resto del popolo. La novità che Dio dice di creare è quell’avvenimento che Israele non si aspettava più, in cui non sperava e non credeva più, poiché, come mostrano le sue lamentazioni, esso pensava che l'azione salvifica di Dio fosse ormai un capitolo chiuso, relegato nel passato. Si tratta invece di una novità che sta già germogliando; ciò significa che tra breve essa potrà essere vista da tutto Israele.
“Mi glorificheranno le bestie selvatiche,sciacalli e struzzi,perché avrò fornito acqua al deserto,fiumi alla steppa,per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”.
La somiglianza tra l'esodo nuovo e quello che sta per iniziare è reso possibile da Dio che fornisce acqua al deserto in abbondanza, al punto che anche gli animali ne possano bere.
Isaia vede perciò nell'imminente ritorno del popolo come un altro esodo, come una seconda Pasqua, dove l'unica differenza sarebbe il passaggio non attraverso il mare, ma nel deserto.
Gli occhi del popolo non sono ancora in grado di vedere la novità di Dio, che sta per sbocciare e la salvezza futura supererà radicalmente qualsiasi esperienza vissuta da Israele nel passato.
E' vero ci sono frangenti in cui, se leggiamo la storia con occhi realistici, ci pare non esistano vie di uscita, che ci si debba rassegnare a ciò che risulta compromesso una volta per tutte, ma il passato deve servire anche a ricordarci che Dio è intervenuto sempre nella storia ma con i Suoi tempi, e nei Suoi modi, perchè come Egli stesso dice per bocca del profeta: ” i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie “ (Is55,8)

Salmo 125 Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Il salmista faceva parte degli Israeliti rimasti in Palestina al tempo delle deportazioni babilonesi.
Egli esprime la gioia di tutti di fronte ai primi arrivi e invoca da Dio il ritorno di tutti i deportati, in moltitudine e velocità, cioè senza intoppi e stenti di viaggio, come, appunto, i torrenti del Negheb, cioè i torrenti della parte meridionale del territorio della tribù di Giuda.
L'evento del ritorno è un fatto del tutto straordinario che mette in luce la fedeltà di Dio per il suo popolo.
I popoli, cioè quelli facenti parte dell'impero Persiano, pur a modo loro, cioè senza diventare monoteisti, lo riconobbero. Diversamente si comportarono i popoli vicini, che si erano spinti con scorribande continue nei territori di Israele. Questi cercarono di sfaldare ogni tentativo di Israele di ridarsi una fisionomia stabile.
Il desiderio che i prigionieri ritornino è grande, ma bisogna nel frattempo creare le condizioni per facilitare i nuovi arrivi.
Il salmo per questo presenta una sentenza proverbiale come invito a non lesinare fatiche per la ricostruzione di Gerusalemme, il ripristino dei campi, dei villaggi; questo pur in mezzo alle difficoltà causate dall'ostilità dei vicini popoli: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia”.
Il salmo nel suo sensus plenior riguarda la liberazione dei popoli dal peso dell'ignoranza del vero Dio, dal peso delle divisioni e contrapposizioni.
Essi hanno ricevuto l'editto di liberazione nel sangue di Cristo. La Chiesa, sacramento di salvezza e di unità, deve fare conoscere il Liberatore dal peccato, sempre pronta ad accogliere nella gioia della comunione che la regge tutti coloro che accolgono Cristo e che già sono misteriosamente orientati a lui dall'azione dello Spirito Santo (Cf. 1Gv 1,3-4).
La chiave di lettura di questo Salmo, come inno dei rimpatriati dall’esilio babilonese in seguito all’editto di Ciro del 538 a.C., è certamente la più immediata e suggestiva e accosterebbe questo “cantico delle ascensione”, il settimo, alle pagine del cosiddetto Secondo Isaia (cc.40-44), il profeta cantore del ritorno di Israele al focolare nazionale, abbandonato dopo la distruzione di Gerusalemme a opera delle armate di Nabucodonosor nel 586 a.C. Questa piccola composizione, di sole 48 parole ebraiche, riesce a fondere insieme in modo mirabile ringraziamento gioioso per il dono della libertà, ma anche supplica ardente per il futuro che non sembra essere del tutto sgombro di nubi.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Fil 3,8-14

La Lettera ai Filippesi è stata scritta da Paolo fra il 53 e il 62, mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, ed è ispirata da sentimenti di amicizia per la comunità cristiana di Filippi, che è stata la prima fondata da Paolo in Europa e con la quale l'apostolo aveva un legame particolarmente armonico e affettuoso. Filippi che ha preso il nome dal re Filippo II di Macedonia (padre di Alessandro Magno) è una città nel nord della Grecia, situata a circa 15 chilometri dal mare, e i cristiani di questa comunità erano prevalentemente di origine pagana, e questo lo si deduce dal fatto che nella lettera Paolo, a parte una breve allusione, non cita mai l'Antico Testamento. Nella lettera non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo vuole semplicemente informare i filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
Nei versetti precedenti questo brano Paolo aveva presentato le proprie credenziali (ebreo figlio di ebrei, circonciso l'ottavo giorno...) e commenta che quello che poteva essere per lui un guadagno, lo considera una perdita a motivo di Cristo.
Da qui inizia il nostro brano
“Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo”
Paolo dunque aveva tutte le carte in regola per rivaleggiare con i giudeo-cristiani. Però è successo qualcosa nella sua vita che gli fa considerare assolutamente prive di valore tutte queste cose di cui poteva vantarsi: il suo appartenere al popolo di Israele, l'essere stato osservante in tutto, essere stato pieno di zelo per seguire la fede dei suoi padri... Tutto è una perdita davanti a ciò che ha potuto conoscere di Gesù Cristo. Addirittura chiama queste cose spazzatura. Tutto lascia perdere al fine di guadagnare Cristo.
“ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede:”
Paolo non poteva mantenere l’anima ebrea e quella cristiana poiché non sono conciliabili. La fede ebraica si basava sull'acquisto di una giustificazione in base alle opere che seguono la Legge. La fede in Cristo, è quella che ti giustifica grazie alla fiducia che riponi in Lui.
“perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti”. La conoscenza cristiana non riguarda solo la mente, è un'esperienza che coinvolge tutta la persona, cambia radicalmente la vita. Questo significa vivere come ha vissuto Cristo, conoscere la Sua vicenda terrena, conoscere la gloria della Sua risurrezione, aderire a Lui passando attraverso le prove della vita, anche la sofferenza e la morte, perchè tutto questo apre alla speranza della risurrezione! Non è una certezza, poiché l'essere ammesso a questa gioia è dono di Dio, però nella fede già si partecipa in una certa misura a questa pienezza di vita. E come conseguenza di tutto questo nella vita di ogni giorno egli si dispone a seguire Gesù e a vivere secondo la Sua volontà.
“Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù.”
Paolo è ben cosciente dei propri limiti, non si illude di essere già arrivato al traguardo. Si può notare una nota polemica nei confronti dei predicatori che avevano ammaliato i Filippesi presentandosi come esempio di perfezione. Paolo prende a prestito il linguaggio sportivo quando dice che come un atleta cerca di allenarsi a correre per raggiungere la meta, la vera perfezione. Egli corre per conquistare il premio perché si sente a sua volta conquistato, affascinato da Gesù e lo vuole raggiungere.
“Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.
Quindi Paolo può paragonare la propria vita come a una corsa. Ha dimenticato la sua vita di prima, perché il suo cuore è tutto volto a Gesù, alla promessa di pienezza e di felicità che Lui gli ha fatto. Non desidera altro, la sua vita non è protesa a niente altro, per questo si impegna nella predicazione, nel lavoro a favore del Vangelo.
Per tutto questo può essere preso come esempio e può anche criticare coloro che invece propongono ancora ai cristiani le pratiche della fede ebraica.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Gv 8: 1-11

Questo racconto della donna colta in adulterio, proviene da un’antica tradizione, storicamente certa, ed è stato stranamente omesso nei più antichi manoscritti greci, ma si trova in alcuni manoscritti dell’antica versione latina, nella Vulgata, ed in altri lezionari. E’ certo comunque che non faceva parte del primitivo vangelo di Giovanni, per cui poteva anche essere inserito in quello di Luca, per il contenuto più vicino all’evangelista del Vangelo della Misericordia. Tutto questo è avvenuto sicuramente perché i capi della Chiesa antica, si sforzavano di inculcare una rigida dottrina, soprattutto in materia di adulterio, per cui hanno preferito omettere questo episodio, in cui Gesù poteva sembrare troppo indulgente per una donna adultera.
Il racconto ci porta al Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che si raccoglieva intorno a lui. Gli scribi e i farisei, sempre pronti come al solito per metterlo alla prova, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio. la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici”.
Il caso era semplice,e regolato dalla Torah, nel Levitico infatti è scritto: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte”. Lv,20,10 per cui non potevano esserci dubbi per la sentenza. Gesù però non rispose subito, infatti prima “si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”. Davanti a Lui c’è una donna sorpresa in adulterio, un gruppo gli scribi e di farisei in attesa del suo responso, consapevoli che secondo la Scrittura la donna doveva essere lapidata.
“Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, Gesù alla fine si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra”.
Gesù non dice una sola parola che possa attenuare la colpa della donna, ma neanche la condanna e la giudica. Con le Sue parole Egli supera la legge e manifesta la via dell’amore di Dio.
L’evangelista annota: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.”
C’è da immaginare la scena nell’aula di questo tribunale improvvisato in cui rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Ora Gesù si alzò e disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».”
In tanti anni ho sentito tante spiegazioni di questo brano, ma la più straordinaria, unica, illuminante, l’ho avuta da un mio professore, che è stato molto importante per la mia formazione, e la sua versione, almeno una parte, desidero riportarla:
Che significa che Gesù ha perdonato ma poi ha detto “non peccare più” , ma questo stravolge Gesù, ci avete mai pensato? Gesù dolcissimo, serenissimo, ogni volta che va verso qualcuno è sempre il pastore che prende la pecorella e se la mette sulle spalle, con una dolcezza infinita, non può essere “non peccare più!” detto con imperativo. Cambia tutto il significato!
Questa frase è stata messa apposta perché il brano fosse accettato. La frase certa da parte di Gesù è: “va’e d’ora in poi non peccherai più”.Non peccherai più! Il che cambia tutto perché, e questo guardiamolo esegeticamente, ogni volta che Gesù ha cambiato una persona, l’ha convertita, ha fatto la metanoia. Quella persona non ha bisogno di sentire “non peccare più!” perché non riuscirebbe a peccare più. Quando Gesù interviene rispetto al male, al peccato, il male sparisce definitivamente. La persona è sanata è come se avesse un’accensione definitiva, che non riesce più, non potrebbe più, peccare come prima.
Allora che cosa vuol dire questo brano bellissimo? Vuol dire questo da parte di Gesù alla donna “Va’ ora finalmente puoi andare avanti…” se avesse detto “Non peccare più!” la donna a testa bassa avrebbe avuto ancora un rimprovero. C’è una contraddizione nel dire “Io non ti condanno, nessuno ti ha condannata” e poi “non peccare più!”. perché dire così vuol dire “ti condanno e ti faccio andare via”. “Io non ti condanno perché nessuno è condannato dall’amore di Dio. Ora tu sei talmente sanata…”, non sul piano di fatto ma sul piano esistenziale, questi sono i valori di fondo in duemila anni perché si è posta la morale al di sopra dell’esistenza. Questa donna una volta sanata acquistata la serenità sicuramente, non riuscirebbe più a peccare. …
Può capire questo solo chi è stato “investito” nella sua vita da Gesù, solo Lui può capovolgere la tua esistenza, allora ti accorgi che le cose di prima veramente sono cose passate, non contano nulla, sono nate le nuove e come S.Paolo puoi dire: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!

*****

“Il Vangelo di questa Quinta Domenica di Quaresima è tanto bello, a me piace tanto leggerlo e rileggerlo. Presenta l’episodio della donna adultera, mettendo in luce il tema della misericordia di Dio, che non vuole mai la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
La scena si svolge nella spianata del tempio. Immaginatela lì, sul sagrato [della Basilica San Pietro]. Gesù sta insegnando alla gente, ed ecco arrivare alcuni scribi e farisei che trascinano davanti a Lui una donna sorpresa in adulterio. Quella donna si trova così in mezzo tra Gesù e la folla tra la misericordia del Figlio di Dio e la violenza, la rabbia dei suoi accusatori. In realtà, essi non sono venuti dal Maestro per chiedere il suo parere – era gente cattiva –, ma per tendergli un tranello. Infatti, se Gesù seguirà la severità della legge, approvando la lapidazione della donna, perderà la sua fama di mitezza e di bontà che tanto affascina il popolo; se invece vorrà essere misericordioso, dovrà andare contro la legge, che Egli stesso ha detto di non voler abolire ma compiere . E Gesù è messo in questa situazione.
Questa cattiva intenzione si nasconde sotto la domanda che pongono a Gesù: «Tu che ne dici?». Gesù non risponde, tace e compie un gesto misterioso: «Si chinò e si mise a scrivere con il dito per terra» . Forse faceva disegni, alcuni dicono che scriveva i peccati dei farisei … comunque, scriveva, era come da un’altra parte. In questo modo invita tutti alla calma, a non agire sull’onda dell’impulsività, e a cercare la giustizia di Dio. Ma quelli, cattivi, insistono e aspettano da Lui una risposta. Sembrava che avessero sete di sangue. Allora Gesù alza lo sguardo e dice: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Questa risposta spiazza gli accusatori, disarmandoli tutti nel vero senso della parola: tutti deposero le “armi”, cioè le pietre pronte ad essere scagliate, sia quelle visibili contro la donna, sia quelle nascoste contro Gesù.
E mentre il Signore continua a scrivere per terra, a fare disegni, non so…, gli accusatori se ne vanno uno dopo l’altro, a testa bassa, incominciando dai più anziani, più consapevoli di non essere senza peccato. Quanto bene ci fa essere consapevoli che anche noi siamo peccatori! Quando sparliamo degli altri - tutte cose che conosciamo bene -, quanto bene ci farà avere il coraggio di far cadere a terra le pietre che abbiamo per scagliarle contro gli altri, e pensare un po’ ai nostri peccati!
Rimasero lì solo la donna e Gesù: la miseria e la misericordia, una di fronte all’altra. E questo, quante volte accade a noi quando ci fermiamo davanti al confessionale, con vergogna, per far vedere la nostra miseria e chiedere il perdono! «Donna, dove sono?» , le dice Gesù. E basta questa constatazione, e il suo sguardo pieno di misericordia, pieno di amore, per far sentire a quella persona – forse per la prima volta – che ha una dignità, che lei non è il suo peccato, lei ha una dignità di persona; che può cambiare vita, può uscire dalle sue schiavitù e camminare in una strada nuova.
Cari fratelli e sorelle, quella donna rappresenta tutti noi, che siamo peccatori, cioè adulteri davanti a Dio, traditori della sua fedeltà. E la sua esperienza rappresenta la volontà di Dio per ognuno di noi: non la nostra condanna, ma la nostra salvezza attraverso Gesù. Lui è la grazia, che salva dal peccato e dalla morte. Lui ha scritto nella terra, nella polvere di cui è fatto ogni essere umano (cfr Gen 2,7), la sentenza di Dio: “Non voglio che tu muoia, ma che tu viva”. Dio non ci inchioda al nostro peccato, non ci identifica con il male che abbiamo commesso. Abbiamo un nome, e Dio non identifica questo nome con il peccato che abbiamo commesso. Ci vuole liberare, e vuole che anche noi lo vogliamo insieme con Lui. Vuole che la nostra libertà si converta dal male al bene, e questo è possibile – è possibile! – con la sua grazia.
La Vergine Maria ci aiuti ad affidarci completamente alla misericordia di Dio, per diventare creature nuove.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 13 marzo 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa IV domenica di quaresima ci parlano di riconciliazione con Dio e di misericordia divina, di coscienza del peccato e di garanzia del perdono. Inquadrano situazioni di pena che si trasforma in gioia e di penitenza che si trasforma in festa.
Nella prima lettura, tratta dal libro di Giosuè, con l’ingresso degli Israeliti in Palestina si conclude l’esodo e ha inizio il compimento di un’altra promessa fatta da Dio ad Abramo: il dono della terra. Il passaggio dalla schiavitù alla terra promessa, ha avuto inizio e si è concluso con la celebrazione della Pasqua. L’esodo diventa così un grande passaggio. In questo cammino gli Israeliti erano sostenuti dalla manna, che ora cessa, perchè la terra promessa è stata raggiunta. Anche l’Eucarisita è il cibo di un popolo in cammino che cesserà nel giorno in cui verrà il Signore.
Nella seconda lettura, tratta dalla seconda lettera di S.Paolo ai Corinzi, troviamo i criteri fondamentali che guidano l’apostolo delle genti nella sua missione e che sono per lui il punto di vista giusto per risolvere le difficoltà della Chiesa di Corinto: Dio riconcilia a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe … La Pasqua ormai vicina deve fare di noi delle “creature nuove”: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate…. Ogni giorno, ogni momento, dobbiamo rinnovare la nostra conversione.
Nel brano del Vangelo, Luca ci conforta con una delle più toccanti pagine evangeliche: la parabola del figlio prodigo, o meglio del padre prodigo d’amore che spia una strada deserta, che spera contro ogni speranza, e appena si profila all’orizzonte la figura del figlio, gli corre incontro per abbracciarlo e in quell’abbraccio la morte si trasforma in vita, uno smarrimento diventa un ritrovamento gioioso.


Dal libro di Giosuè
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.
Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.
Gs 5, 9a, 10-12

Il libro di Giosuè viene subito dopo il Pentateuco e apre la serie dei Libri Storici dell'Antico Testamento. E’ stato scritto in ebraico e la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata in Giudea intorno al VI-V secolo a.C, sulla base di tradizioni orali e scritte.. Il libro prende il nome dal suo protagonista principale, Giosuè, figlio di Nun della tribù di Efraim, presentato già nell'Esodo come aiutante di Mosè. Dal libro dei Numeri sappiamo che era al servizio di Mosè fin dalla giovinezza, e che fu uno degli esploratori della Terra Promessa. Essendo stato, con Caleb, il solo tra il popolo a non rivoltarsi contro Mosè dopo il rientro degli esploratori, ebbe il diritto di entrare nella Terra di Canaan dopo la morte dell'intera generazione mosaica. Il periodo descritto va intorno al 1200.-1150 a.C
Il libro di Giosuè, composto da 24 capitoli è ripartito in tre sezioni:
- la conquista della Palestina (capitoli 1-12) E qui si inserisce uno dei brani più famosi della Bibbia, per prolungare la giornata ed assicurare la vittoria agli Israeliti, Giosuè grida:« Fermati, o sole, su Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon! » (Gs 10, 12)
- la suddivisione delle terre conquistate (capitoli 13-21)
- ultimi discorsi e morte di Giosuè (capitoli 22-24)
II capitolo 15, da dove è tratto questo brano, inizia con questo versetto: ”Quando tutti i re degli Amorrei, che sono oltre il Giordano ad occidente, e tutti i re dei Cananei, che erano presso il mare, seppero che il Signore aveva prosciugato le acque del Giordano davanti agli Israeliti, finché furono passati, si sentirono venir meno il cuore e non ebbero più fiato davanti agli Israeliti.” Era avvenuto che nonostante il Giordano fosse in piena per lo scioglimento delle nevi dell’Hermon, Giosuè ricevette da Dio l’ordine di passare e predispose quella che potremmo definire oggi la liturgia del passaggio,(il secondo prodigio delle acque dopo quello del passaggio del Mar Rosso). Il Salmo 114 (113) con espressioni poetiche lo ricorda:. “Il Giordano si volse indietro (…) e tu, Giordano, perché torni indietro?” che presentano il Giordano che ritira a monte il suo flusso d’acqua. Con l’ingresso degli Israeliti in Palestina si conclude l’esodo e ha inizio il compimento di un’altra promessa fatta ad Abramo il dono della terra (Gn 15,18).
In questo brano, dopo che Giosuè circoncise gli Israeliti alla collina Aralot, il Signore lo ribadisce: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Il passaggio dalla schiavitù alla terra promessa ha avuto inizio e si è concluso con la celebrazione della Pasqua che gli “Israeliti accampati a Gàlgala celebrarono al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico”.
C’è un’annotazione che riveste una particolare importanza: “…a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò “. Il segno del salto di condizione è evidenziato dalla possibilità di mangiare i prodotti della terra e dalla fine della manna. La notizia che il popolo non ha più la manna non è negativa, ma ha il sapore della bella notizia: il popolo può vivere del lavoro delle proprie mani nella sua terra. Al termine del viaggio di liberazione, la fine della manna dà come l'impressione che Dio si metta da parte e lo fa proprio nel momento in cui le Sue promesse si dimostrano vere e quelli che si sono fidati di Lui possono dimostrare di avere avuto ragione, proprio allora Dio toglie il segno più evidente della dipendenza del popolo dalla Sua provvidenza! Il risultato dell'azione di liberazione che Dio compie verso il Suo popolo, è che il popolo è libero, che può provvedere con le proprie mani ai suoi bisogni, fare le proprie scelte e decidere se rimanere fedele a Lui. Dio non si allontana dalla storia del Suo popolo, ma lo lascia libero di cercarlo. La non evidenza della presenza di Dio rende il cammino del credente, un viaggio compiuto nella piena libertà

Salmo 33 - Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

L’autore del salmo, ricco dell’esperienza di Dio indirizza il suo sapere ai poveri, agli umili, e in particolare ai suoi figli. Egli afferma che sempre benedirà il Signore e che sempre si glorierà di lui. Egli chiede di venire ascoltato e invita gli umili ad unirsi con lui nel celebrare il Signore: “Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome”.
Egli comunica la sua storia dicendo che ha cercato il Signore e ne ha ricevuto risposta cosicché “da ogni timore mi ha liberato”. Per questo invita gli umili a guardare con fiducia a Dio, e dice: “sarete raggianti”. “Questo povero”, cioè il vero povero, quello che è umile, è ascoltato dal Signore e l’angelo del Signore lo protegge dagli assalti dei nemici: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono (Dio), e li libera”. L’angelo del Signore è con tutta probabilità l’angelo protettore del popolo di Dio, chiamato così per antonomasia; sarebbe l’arcangelo Michele (Cf. Es 14,19; 23,23; 32,34; Nm 22,22; Dn 10,21; 12,1).
Il salmista continua la sua composizione invitando ad amare Dio dal quale procede gioia e pace: “Gustate e vedete com'è buono il Signore, beato l’uomo che in lui si rifugia”.
L’orante moltiplica i suoi inviti al bene: “Sta lontano dal male e fà il bene, cerca e persegui la pace”. Cercala, cioè trovala in Dio, e perseguila comportandoti rettamente con gli altri.
Il salmista non nasconde che il giusto è raggiunto da molti mali, ma dice che “da tutti lo libera il Signore”. Anche dalle angosce della morte, poiché “custodisce tutte le tue ossa, neppure uno sarà spezzato”. Queste parole sono avverate nel Cristo, come dice il Vangelo di Giovanni (19,16). Per noi vanno interpretate nel senso che se anche gli empi possono prevalere fino ad uccidere il giusto e farne scempio, le sue ossa sono al riparo perché risorgeranno.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla seconda lettera di S.Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta.
Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
2Cor 5:17-2

Paolo scrisse la seconda lettera ai Corinzi, spinto dai gravi avvenimenti che avevano scosso la comunità di Corinto. Nell’anno 56 Paolo è a Efeso (At 19) e viene a sapere che alcuni contestatori giudeo-cristiani stanno sollevando la comunità contro di lui. Vi fa una breve visita, ma è ricevuto freddamente, stanco e forse implicato troppo personalmente nel conflitto, non riesce ad aggiustare nulla, anzi la sua visita accresce piuttosto il disordine, si ripromette allora di ritornare un’altra volta.
Meno ricca della prima in insegnamenti dottrinali, la seconda lettera ai Corinzi ha il grande merito di introdurci nella vita interiore dell’Apostolo, in cui traspare il suo carattere appassionato. E’ una lettera ardente che può essere considerata come il suo diario intimo, le sue “confessioni”.
Nei primi 6 capitoli Paolo ripercorre la sua vocazione di predicatore del Vangelo e della situazione che si era creata con la comunità di Corinto. I contorni veri di questo malinteso non sono chiari, ma questo diventa per Paolo un motivo per ricordare le motivazioni del suo impegno a favore del Vangelo.
Nel brano che abbiamo l’apostolo esorta i Corinzi a diventare in Cristo creature nuove:
“Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove”.
I predicatori giunti a Corinto davano valore alle proprie parole con esperienze estatiche, alle quali i Corinzi erano molto sensibili. Paolo nel versetto precedente ricorda che tali manifestazioni sono ancora opere della carne. Il credente in Cristo invece è una creatura nuova e deve tralasciare le opere della carne, le cose vecchie. L'espressione “nuova creatura” è ripresa dagli ambienti apocalittici, nei quali si diceva che alla fine del mondo ogni persona sarebbe diventata una nuova creatura, Paolo quindi prende questo termine e lo adatta al messaggio evangelico. La nuova creatura si realizzerà alla fine dei tempi, ma già da ora chi crede in Cristo è una nuova creatura, perché l'esperienza di liberazione portata da Cristo per il singolo credente è pari allo sconvolgimento della fine dei tempi, è l'irrompere di una nuova epoca.
“Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”.
Paolo prende ancora un termine dell’ambiente in cui vive, per adattarlo al messaggio evangelico. Egli prende come punto di riferimento la Pax romana, l'ideale politico a cui l'impero romano aveva ispirato la sua espansione in tutto il bacino del Mediterraneo. Ma se quella era una pace imposta con la spada e il timore, la pace di Cristo si estende grazie alla riconciliazione con il Padre, realizzata dal sacrificio di Cristo, e diffusa in tutto il mondo attraverso i ministri della riconciliazione.
“Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”
Ovviamente una riconciliazione presuppone una situazione di inimicizia e di rottura e segnala l'iniziativa di Dio come artefice attivo di questo superamento, che è giunto alla riconciliazione del mondo a sé, con il perdono dei peccati, non tenendo più conto delle colpe degli uomini.
“In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.”
In questa riconciliazione Paolo inserisce il proprio caso particolare. I Corinzi lo avevano criticato, non seguivano più le sue esortazioni perché affascinati dai nuovi predicatori. Paolo ricorda che il suo messaggio non viene da lui, ma viene da Cristo, che ha riconciliato il mondo con il Padre. Egli è solo un ambasciatore! Egli dunque esorta in modo accorato i Corinzi a riconciliarsi con lui, per riconciliarsi a sua volta con Dio.
Queste parole così accorate è un invito sempre vivo che l’apostolo rivolge anche a noi oggi, l'invito a lasciarci riconciliare con Dio, a tornare pienamente a Lui, senza permettere che niente ci divida dal Suo amore.
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.”
In questa parte l’Apostolo ricorda che la riconciliazione del mondo con Dio è avvenuta non solo mediante il perdono dei peccati, ma anche con la giustificazione degli uomini. Coloro che non erano giusti a causa delle loro opere, sono stati resi giusti grazie al sacrificio di Cristo. E' Lui che ci ha resi giusti, quindi non vi sono meriti da parte degli uomini. Essi devono solo accogliere questa loro nuova condizione di essere stati giustificati e devono lasciarsi riconciliare con il Signore.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Lc 15,1-3.11-32

Il Capitolo 15 del Vangelo di Luca ci presenta tre parabole sul tema della misericordia. La prima ci descrive il ritrovamento della pecora, la moneta ritrovata e la terza è la celeberrima parabola del Figliol prodigo che è una sintesi delle due precedenti, perchè è la storia di due persone che si perdono spiritualmente: una fuori casa (il figliol prodigo) e l'altra in casa (il fratello maggiore).
Il brano inizia riportando che “si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».”
Possiamo notare che i pubblicani e i peccatori "ascoltano" la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di salvezza mentre i farisei e gli scribi, “mormorano”, svelando ostinazione e rifiuto. Gli scribi e i farisei non riescono ad accettare il comportamento di Gesù che mangia e beve persino con peccatori pubblici, che non solo hanno commesso qualche peccato, ma sono in una condizione permanente di peccato. La condivisione del pasto esprime un senso di
comunione, e siccome Gesù è un maestro e non appartiene alla razza dei peccatori, questa mescolanza di sacro e di profano, di giusto e di peccatore crea problemi perchè contrasta con la mentalità degli scribi e dei farisei.
Gesù inizia la parabola raccontando che: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. È la storia di sempre: un padre e due figli dei quali il più giovane manifesta una certa inquietudine, un mal di vivere, un atteggiamento sempre attuale dei giovani, di ogni tempo e di ogni luogo, e dice al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spetta”.
“ Ed egli divise tra loro le sue sostanze”. Ciò che colpisce in questa prima parte è la “condiscendenza silenziosa" del Padre che fin troppo rispettoso della libertà del figlio, accetta la sua richiesta e divide le sue sostanze.
Dividere le sostanze quando i1 Padre è ancora in vita, è un chiaro atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio si dimostra già un avventato e irresponsabile e la legge era molto dura nel reprimere un tale atteggiamento (v. Dt 21,18-21).
“Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno”
Questo figlio va in un paese lontano, e per lontano si intende anche pagano dove si perde ogni contatto con la propria famiglia, ma in cui può effettivamente fare quello che vuole; e questo giovane lo fa “vivendo in modo dissoluto”, fino “a trovarsi nel bisogno”.
La condizione di questo ragazzo diventa così grave al punto che è costretto a “mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci”.
Il porco è un animale immondo, tanto che non viene allevato da ebrei; andare a pascolare i porci è il massimo del degrado, peggio di così non si poteva finire. E la parabola vuole dire questo: il figlio scende al punto più basso della sua vita.
“Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.”
Questo significa che da figlio è diventato meno di un servo; l’autonomia che lui cercava non l’ha certo trovata! .
“Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!” In questo suo ragionamento non si può ravvisare ancora una conversione: lo chiama padre, anche se non considera se stesso come figlio, fa un paragone con i salariati, ma ha ancora una falsa immagine del padre.
La fame gli fa capire come abbia sbagliato nel valutare le cose… E’ appropriato qui un antico proverbio ebraico: “Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, è la volta che si convertono”.
“Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te”.
Il figlio si è allontanato da casa perché pensava che suo padre fosse un tiranno e ritorna a casa con la speranza che suo padre sia un padrone e lo tratti come un padrone tratta i suoi servi. La conversione del figlio in realtà non è una vera conversione, perché non ritorna per amore di suo padre, ma ritorna per fame, con il desiderio di saziarsi, di potere vivere in un modo meno miserabile di quello attuale. Non gli dispiace di aver fatto soffrire suo padre!
“non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.Questo è il discorso che si era preparato mentalmente, nel quale, con atteggiamento umile, si riconosceva colpevole.
Arriviamo alla seconda parte della parabola dominata dalla figura del padre che:
“quando era ancora lontano, lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.”
Il padre qui è ben altro, un padre che spia una strada deserta, che spera contro ogni speranza, non aspetta al varco il figlio degenere per rinfacciarli una colpa che non ha scusanti, ma appena si profila all’orizzonte la figura del figlio, questo padre gli corre incontro per abbracciarlo. Per farci capire meglio l'evangelista usa i verbi dell'amore:
“lo vide”. Per quanto lontano possa essere il padre lo vede sempre; nessuna oscurità e tenebre può sottrarlo alla sua vista Sal 139,11). (L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato (Is 49,14-16; Ger 31,20; Sal 27,10; Os 11,8).
“ebbe compassione”. È il verbo che definisce la figura del padre. “Commuoversi” vuole dire: “gli si sono mosse dentro le viscere”. L'evangelista Luca attribuisce a questo padre i sentimenti di una madre, e si collega cosi alla tradizione biblica, dove Dio ha sovente atteggiamenti materni verso Israele.
“gli corse incontro”. C'è una corsa del padre che termina in uno slancio che lo fa letteralmente “cadere addosso” al figlio.
“lo baciò” Il “bacio” è il segno del perdono (v-2Sam 14,33). Questi sono gesti che nell'Antico Testamento indicano il perdono e la riconciliazione il segno che la comunione d’amore che c’era prima, è stata immediatamente ristabilita.
“Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Il padre prende subito l’iniziativa e non permette al figlio neanche di terminare la sua confessione, non lo rimprovera e la dichiarazione di perdono non completata del figlio, indica che l’aspetto importante della parabola, non è la conversione più o meno sentita del figlio, ma piuttosto l’accoglienza e la misericordia del padre. Oltre al vestito più bello si può notare il particolare dell’anello al dito, simbolo di autorità, e dei sandali ai piedi che gli ridona la libertà di figlio (lo schiavo non porta sandali).
“facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
È il canto alla vita del figlio ritrovato, della relazione nuova, filiale e fraterna.
I termini "morte e vita" lasciano intuire che la sua gioia deriva da una relazione che si era spezzata prima, ma ora è rinnovata in una atmosfera di gioiosa libertà.
Ora giungiamo all’ultima scena del racconto in cui appare la figura del “figlio maggiore che si trovava nei campi”, che è una tipica rappresentazione del benpensante che soddisfatto della sua conclamata onestà, diventa un impietoso giudice del fratello.
Questo figlio maggiore rappresenta anche Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto, ma rappresenta anche colui che crede di essere nel giusto per cui come il figlio maggiore della parabola domanda, si arrabbia e il suo arrabbiarsi è giustificato da un ragionamento che ha una logica rigorosa, in cui suppone che il padre sia un padrone e che i figli siano dei salariati. Afferma perciò con rabbia: io ti servo da tanti anni … e tu non mi hai mai dato un capretto… Il figlio maggiore che ha mantenuto sempre un rapporto da salariato a datore di lavoro, è un esempio di una religiosità seria e impegnata ma di scambio, una religiosità dove Dio è datore di lavoro e l’uomo è un operaio, per cui secondo il lavoro che l’operaio compie, ha diritto ad un salario corrispondente.
Il padre che era uscito per supplicarlo gli dice: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; … ma bisognava far festa e rallegrarsi” con queste parole il padre cerca di far entrare nella logica dell’amore e della gioia colui che è rimasto sempre avvolto nelle funzioni del puro dovere, della sola osservanza di norme che escludono qualsiasi sentimento, gioia e soprattutto perdono. Il padre non rinnega il comportamento tenuto nei confronti del figlio minore e riafferma con enfasi la sua gioia.
La parabola non rivela la reazione del figlio maggiore, non dice se è entrato o no a far festa. Gesù lascia le cose in sospeso con le domande che ognuno di noi anche oggi si può sentire rivolgere: volete fare come il figlio maggiore, essere invidiosi dei peccatori che si convertono? Volete o no entrare alla festa di Dio? Volete continuare a non capire la mentalità, il cuore di Dio?
A Gesù sta a cuore far intravedere a noi peccatori e presunti giusti, il modo con cui Dio si rapporta alle persone: ogni uomo, anche se peccatore, rimane per Dio sempre un figlio, proprio come succede nella parabola.


*****

“Nel capitolo quindicesimo del Vangelo di Luca troviamo le tre parabole della misericordia: quella della pecora ritrovata (vv. 4-7), quella della moneta ritrovata (vv. 8-10), e la grande parabola del figlio prodigo, o meglio, del padre misericordioso (vv. 11-32). Oggi, sarebbe bello che ognuno di noi prendesse il Vangelo, questo capitolo XV del Vangelo secondo Luca, e leggesse le tre parabole. All’interno dell’itinerario quaresimale, il Vangelo ci presenta proprio quest’ultima parabola del padre misericordioso, che ha come protagonista un padre con i suoi due figli. Il racconto ci fa cogliere alcuni tratti di questo padre: è un uomo sempre pronto a perdonare e che spera contro ogni speranza. Colpisce anzitutto la sua tolleranza dinanzi alla decisione del figlio più giovane di andarsene di casa: avrebbe potuto opporsi, sapendolo ancora immaturo, un giovane ragazzo, o cercare qualche avvocato per non dargli l’eredità, essendo ancora vivo. Invece gli permette di partire, pur prevedendo i possibili rischi. Così agisce Dio con noi: ci lascia liberi, anche di sbagliare, perché creandoci ci ha fatto il grande dono della libertà. Sta a noi farne un buon uso. Questo dono della libertà che Dio ci dà mi stupisce sempre!
Ma il distacco da quel figlio è solo fisico; il padre lo porta sempre nel cuore; attende fiducioso il suo ritorno; scruta la strada nella speranza di vederlo. E un giorno lo vede comparire in lontananza. Ma questo significa che questo padre, ogni giorno, saliva sul terrazzo a guardare se il figlio tornava! Allora si commuove nel vederlo, gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Quanta tenerezza! E questo figlio le aveva fatte grosse! Ma il padre lo accoglie così.
Lo stesso atteggiamento il padre riserva anche al figlio maggiore, che è sempre rimasto a casa, e ora è indignato e protesta perché non capisce e non condivide tutta quella bontà verso il fratello che aveva sbagliato. Il padre esce incontro anche a questo figlio e gli ricorda che loro sono stati sempre insieme, hanno tutto in comune, ma bisogna accogliere con gioia il fratello che finalmente è tornato a casa. E questo mi fa pensare ad una cosa: quando uno si sente peccatore, si sente davvero poca cosa, o come ho sentito dire da qualcuno - tanti -: “Padre, io sono una sporcizia!”, allora è il momento di andare dal Padre. Invece quando uno si sente giusto – “Io ho fatto sempre le cose bene...” –, ugualmente il Padre viene a cercarci, perché quell’atteggiamento di sentirsi giusto è un atteggiamento cattivo: è la superbia! Viene dal diavolo. Il Padre aspetta quelli che si riconoscono peccatori e va a cercare quelli che si sentono giusti. Questo è il nostro Padre!
In questa parabola si può intravedere anche un terzo figlio. Un terzo figlio? E dove? E’ nascosto! E’ quello che «non ritenne un privilegio l’essere come [il Padre], ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7). Questo Figlio-Servo è Gesù! E’ l’estensione delle braccia e del cuore del Padre: Lui ha accolto il prodigo e ha lavato i suoi piedi sporchi; Lui ha preparato il banchetto per la festa del perdono. Lui, Gesù, ci insegna ad essere “misericordiosi come il Padre”.
La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore. Nel sacramento della Riconciliazione possiamo sempre di nuovo ripartire: Egli ci accoglie, ci restituisce la dignità di figli suoi e ci dice: “Vai avanti! Sii in pace! Alzati, vai avanti!”. “

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 6 marzo 2016

Pubblicato in Liturgia

La liturgia di questa III domenica di quaresima ci propone tre letture che parlano di uscita da uno stato di schiavitù e pena, di guarigione dalla malattia del peccato e di conversione (cambiamento della mente e del cuore) garantite da Dio.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, Dio parla a Mosè sul Monte Oreb in un roveto che arde senza consumarsi. Gli comunica il Suo nome: “Io sono colui che sono” e gli affida la missione di liberare il Suo popolo dallo stato di schiavitù in cui era tenuto dal Faraone d’Egitto. La chiamata di Mosè costituisce una tappa decisiva nella storia della salvezza.
Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, San Paolo, dalla storia d’Israele trae una lezione per i cristiani: gli Ebrei usciti dall’Egitto e assistiti da Dio, con doni prodigiosi, sono morti nel deserto, a causa della loro infedeltà. La conversione, non è mai finita e l’Apostolo come monito alla fine dice: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Senza umiltà non si arriva alla grazia della conversione.
Nel brano del Vangelo, Luca racconta che Gesù, prendendo prima spunto da due fatti di cronaca di quel tempo, (alcuni giudei trucidati da Pilato e diciotto abitanti di Gerusalemme morti sotto il crollo della torre di Siloe), dice “…se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Propone anche come esempio la parabola del fico sterile per farci capire che se anche la conversione è spesso difficile e lenta, non deve scoraggiarci, perchè Dio è misericordioso e paziente!

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Es 3,1-8a.13-15

Il Libro dell'Esodo è il secondo libro del Pentateuco (Torah ebraica) e della Bibbia cristiana. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli e nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il libro si apre con la descrizione dello stato di schiavitù del popolo ebreo in Egitto e giunge con il suo racconto sino al patto di Dio con il popolo e alla promulgazione della legge divina, concludendosi con lunghe sezioni legali. Gli studiosi collocano questi avvenimenti tra il 15^ e il 13^ secolo a.C.
Questo celebre brano che rappresenta l’inizio del dialogo tra Dio e l’uomo, si apre con una particolare teofania. Mosè stava pascolando il gregge del suocero, era arrivato oltre il deserto, al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. ma quel roveto non si consumava. Il roveto è un cespuglio selvatico che consideriamo comunemente un’erbaccia, eppure Dio ha scelto questa pianta umile e povera per manifestare, con una luce che illumina e purifica senza bruciare, la Sua presenza..
Solo quando Mosè incuriosito si volle avvicinare per osservare da vicino il fenomeno ,”Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!».
Dio si presenta così all’improvviso nella vita dell’esule Mosè proclamando: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio”.Mosè si coprì il volto perchè aveva intuito di trovarsi davanti a Dio, e aveva paura di guardare, ma poiché il desiderio di Dio è più forte della paura della morte, Mosè, senza però poterlo vedere direttamente, riprende poi il discorso dopo che Dio gli conferisce la missione di liberare il suo popolo dal potere dell’Egitto e per farlo salire verso una terra dove scorrono latte e miele. E’ a questo punto che Mose chiede il nome.
E’ il primo dialogo della rivelazione ed è anche uno dei doni più alti di Dio all’uomo. Infatti svelare il proprio nome a qualcuno, presso i Semiti, equivaleva a mettersi in qualche modo in suo potere. Presentandosi come “Io sono colui che sono!” vediamo che Dio non si rivela in un sostantivo, ma in un verbo, cioè in una forma attiva e non statica e inerte come è invece per l’idolo. Il Dio d’Israele, è Colui che è lì, l’eterno vivente, ma non vuole manifestarsi completamente e, allo stesso tempo, si svela come Dio vivo, sempre presente e impegnato in mezzo al Suo popolo.
Il testo, uno dei più profondi della storia della salvezza, indica il compimento di una promessa fatta ad Abramo e segna l’avvio verso altri eventi.

Salmo 102/103 - Il Signore ha pietà del suo popolo
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Il Signore compie cose giuste,
difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,
le sue opere ai figli d’Israele.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.

La critica è incline a datare la composizione di questo salmo nel tardo postesilio.
Il salmista esorta se stesso a benedire il Signore, e a non “dimenticare tutti i suoi benefici”. Questo ricordare è importantissimo nei momenti dolorosi per non cadere nello scoraggiamento e al contrario stabilirsi in una grande fiducia in Dio. Il salmista non presenta grandi tormenti storici della nazione; pare di poter indovinare normalità di vita attorno a lui. Egli si presenta a Dio come colpevole di numerose mancanze, ma ha sperimentato la misericordia di Dio, che lo ha salvato da angosce e anche probabilmente da una malattia grave: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità; salva dalla fossa la tua vita”.
Il salmista non cessa di celebrare la bontà, la giustizia di Dio, e prova una grande dolcezza nel fare questo: una dolcezza pacificante: “Ti circonda di bontà e di misericordia”.
Il salmista, fedele all'alleanza, loda Dio per la legge data per mezzo di Mosè: “Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d'Israele ”. Ma Dio non ha dato a Mosè solo la legge, ha anche dato l'annuncio del Cristo futuro, dal quale abbiamo la grazia e la verità (Cf. Gv 1,17).
La misericordia di Dio celebrata dal salmista si è manifestata per mezzo di Gesù Cristo.
Il salmista si sente sicuro, compreso da Dio, che agisce sul suo popolo con la premura di un padre verso i figli. Un padre che “ricorda che noi siamo polvere”, e che perciò pur rilevando le colpe è pronto a perdonare pienamente: “Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno”.
L'alleanza osservata è fonte di bene, di unione con Dio. Egli effonde “la sua giustizia”, cioè la sua protezione dal male, sui “figli dei figli”.
Il salmista pieno di gioia conclude invitando tutti gli angeli a benedire Dio. Gli angeli non hanno bisogno di essere esortati a benedire Dio, ma certo possono essere invitati a rafforzare il nostro benedire Dio. Per una lode universale sono invitate a benedire Dio tutte le cose create (Cf. Ps 18,1s): “Benedite il Signore, voi tutte opere sue”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.
Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.
Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
1 Cor 10,1-6.10-12

La Prima lettera ai Corinzi, che Paolo scrisse da Efeso nel 56 o 57, è considerata una delle più importanti dal punto di vista dottrinale; vi si trovano informazioni e decisioni su numerosi problemi cruciali del Cristianesimo primitivo, sia per la sua "vita interna": purezza dei costumi (5,1-13:6,12-20), matrimonio e verginità (7,1-40), svolgimento delle assemblee religiose e celebrazione dell‘eucaristia (11.12) , uso dei carismi (12,1-14) ; sia per i rapporti con il mondo pagano; ricorso ai tribunali (6,1-11), carni offerte agli idoli (8-10) .
In questo brano Paolo, per mettere in guardia i Corinzi dal rischio di cadere nell’idolatria, presenta in sintesi l’esempio dei padri, mostrando che essi, pur avendo ricevuto notevoli grazie spirituali, non hanno saputo resistere all’attrattiva del peccato. Dopo aver premesso:”Non voglio infatti che ignoriate, fratelli”, con cui sottolinea l’importanza di ciò che sta per dire, Paolo prosegue: “i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare ..” L’esperienza fatta dagli israeliti al tempo dell’esodo ha valore anche per i cristiani, i quali riconoscono in essi i loro progenitori nella fede.
Tipico di questi progenitori è il fatto di essere stati sotto la nube e di aver attraversato il mare. Queste due esperienze vengono interpretate simbolicamente come un “essere battezzati” (essere immersi) nella nube e nel mare.
Dopo aver presentato la liberazione degli israeliti come un’esperienza battesimale, Paolo prosegue: “tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” Il cibo spirituale, dato cioè dallo Spirito di Dio e quindi apportatore di un dono salvifico, non è altro che la manna, chiamata anche “pane del cielo” nella quale i primi cristiani vedevano la prefigurazione del pane moltiplicato da Gesù durante il Suo ministero, simbolo a sua volta del pane distribuito nell’ultima cena (Gv 6,31-33) e consumato dai corinzi nella celebrazione della cena del Signore (1Cor 11,17-34), mentre la bevanda spirituale è l’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,6).
L’esperienza della salvezza fatta da Israele non è inferiore a quella dei cristiani. “Ma,- continua Paolo,- la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto”. Se essi sono stati rifiutati da Dio, ciò non è dovuto a un venir meno della grazia divina, ma alla mancanza di partecipazione da parte loro. L’apostolo vuole dunque dire che i sacramenti non operano in modo automatico, come i corinzi potevano pensare (v: 11,17-34), ma richiedono la fede viva e operosa di chi li riceve. Infine, Paolo mette in guardia i corinzi dalla mormorazione: “Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore”. La mormorazione è collegata a diversi episodi in cui gli israeliti si lamentarono per le difficoltà dell’esodo e alcuni di loro furono sterminati da Dio.
Al termine di questa lista di peccati Paolo riprende quanto aveva affermato prima , commentando: “Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.” Nessuno deve pensare, perché sono giunti i tempi della salvezza definitiva attuata da Cristo, che non vi sia più pericolo di peccare. “Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. La tentazione dunque resta, ma il credente ha però il potere di superarla, purché non si lasci prendere dalla falsa presunzione di essere preservato da cadute.
L’apostolo conclude con una riflessione, non riportata dal brano, che è un vero e proprio incoraggiamento per tutti: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere. (v.13)
La grazia di Dio dunque è più forte della tentazione: chi sbaglia è l’unico responsabile del suo peccato, perché Dio dà a tutti la possibilità di superare la prova.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Lc 13,1-9

Il brano liturgico ci riporta dei fatti che troviamo solo nel vangelo di Luca e non hanno passaggi paralleli negli altri vangeli. Nel lungo cammino di Gesù dalla Galilea fino a Gerusalemme, che occupa quasi la metà del suo vangelo, Luca colloca la maggior parte delle informazioni che ha raccolto sulla vita e l’insegnamento di Gesù
Nel brano leggiamo che: “si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.”. L’inizio del brano prende spunto da un sanguinoso fatto di cronaca ( ) : il massacro di alcuni Galilei giunti a Gerusalemme per offrire sacrifici durante una festa giudaica, che si sono trovati coinvolti in un tumulto insurrezionale, una rivolta alquanto frequente allora, e che Pilato ha fatto trucidare. Chi riferisce a Gesù questo fatto di violenza forse attende da lui un giudizio politico.
Gesù risponde ponendo a sua volta una domanda: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo….” Qual’è il senso della morte? E soprattutto della morte ingiusta, della morte di coloro che sembrano non avere colpa ed essere addirittura uomini pii e giusti? Infatti il male che arriva, non è segno di castigo per i colpiti, ma richiamo alla conversione per i superstiti, che dovrebbero essere grati a Dio di non essere tra il numero dei colpiti, cercando di fare buon uso del tempo che ancora Dio concede loro per portare frutti di bene. Gesù reagisce con compostezza a questa segnalazione e chiarisce che il pericolo sovrasta tutti quanti: egli non vede nemici dappertutto, che sarebbe il sintomo di una malattia, di mania di persecuzione, ma fa un esortazione: quello è il momento opportuno per convertirsi, aspettare potrebbe voler dire perdere un'occasione preziosa e rischiare la stessa sorte.
“O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? “
Gesù fa riferimento a questi due fatti di cronaca per sottolineare l’urgenza della conversione, di questo tornare a Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e che non è mai troppo presto prendere questa decisione fondamentale per ottenere la Salvezza.
Poi Gesù continua il Suo insegnamento presentando la parabola del fico sterile : “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò.” Gesù fa riferimento a un’immagine già molte volte utilizzata nell’Antico Testamento per indicare il popolo di Dio. Infatti il fico e la vigna rappresentano nella Scrittura e nella tradizione rabbinica e profetica il popolo di Israele che è la vigna scelta, piantata e curata da Dio nonostante la sua infedeltà. Ed ora è Gesù, il Figlio di Dio che viene a visitare questa vigna e a mangiarne i frutti… e i vignaioli stanno per metterlo a morte ….
In questo versetto viene presentata la parabola: un tale aveva piantato questo fico va nella vigna per raccogliere frutti ma non ne trova. Possiamo leggervi dentro l'azione di Dio che invia Suo Figlio Gesù, che per tre anni predica in mezzo al popolo annunciandosi come il Salvatore, il Redentore, il Misericordioso.
“Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Il padrone comunica al vignaiolo il suo disappunto per quell’albero che ormai già da tre anni non dà frutti, quindi dà ordine di tagliarlo perché è un parassita, sfrutta solo il terreno senza portare frutto. La decisione del padrone ha una logica giusta: un albero che non dà frutto è improduttivo, sterile, abbatterlo è la soluzione più logica.
Ogni buon contadino sa bene che un vitigno comincia a dare frutto dopo tre anni da quando è stato piantato.
Questi versetti, ci presentano la sterilità del fico e qui possiamo leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù.
“Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno”, Il vignaiolo parla in modo misericordioso, chiede pazienza al padrone. Parla nello stesso modo in cui Gesù ci ha parlato di Dio: paziente e misericordioso.
“finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Il vignaiolo non ne vuole sapere di tagliare l’albero anche se deve riconoscere che finora è stato improduttivo e s’impegna a lavorare perché il fico porti frutto: lo zappa tutt’attorno e gli mette il concime. Viene da pensare a quell’opera attenta, premurosa, abbondante che Dio ha compiuto, attraverso Gesù, a nostro favore, per rendere la nostra vita feconda di frutti di bene.
“Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Il tempo che si prolunga è segno di misericordia, non assenza di giudizio. Il tempo si prolunga per permetterci di approfittarne, non per giustificare il rinvio o l’indifferenza… comunque la pazienza di Dio ha un limite! Il tempo è decisivo, non perché breve, ma perché carico di occasioni determinanti.
Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone. Fa pensare alla stessa intercessione chiesta da Abramo verso le città di Sodoma e Gomorra, la stessa intercessione di Mosè nei confronti di Israele nell’episodio del vitello d’oro.
La parabola è fin troppo chiara: Il Padre e il Figlio si prendono cura dell'uomo e attendono che egli risponda al loro amore. Come al fico sterile il Padrone della vigna concede ancora del tempo per farlo fruttificare, così Dio concede del tempo anche all’uomo che non dà frutti di conversione, prima della “resa dei conti”.
Nella parola "quest'anno“ sono indicati tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. E' “l'anno” della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli. usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 3,9).
Ma noi non dobbiamo fare come gli " empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio… " (Gd 1,4). Non ci si deve prendere gioco dell’infinita bontà di Dio, della Sua tolleranza e della Sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci deve spingere alla conversione (v.Rm 2,4).

 

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“Ogni giorno, purtroppo, le cronache riportano notizie brutte: omicidi, incidenti, catastrofi…. Nel brano evangelico di oggi, Gesù accenna a due fatti tragici che a quel tempo avevano suscitato molto scalpore: una repressione cruenta compiuta dai soldati romani all’interno del tempio; e il crollo della torre di Siloe, a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime.
Gesù conosce la mentalità superstiziosa dei suoi ascoltatori e sa che essi interpretano quel tipo di avvenimenti in modo sbagliato. Infatti pensano che, se quegli uomini sono morti così crudelmente, è segno che Dio li ha castigati per qualche colpa grave che avevano commesso; come dire: “se lo meritavano”. E invece il fatto di essere stati risparmiati dalla disgrazia equivaleva a sentirsi “a posto”. Loro “se lo meritavano”; io sono “a posto”.
Gesù rifiuta nettamente questa visione, perché Dio non permette le tragedie per punire le colpe, e afferma che quelle povere vittime non erano affatto peggiori degli altri. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»
Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”? Gesù, al contrario, ci chiama a cambiare il cuore, a fare una radicale inversione nel cammino della nostra vita, abbandonando i compromessi con il male – e questo lo facciamo tutti, i compromessi con il male - le ipocrisie – io credo che quasi tutti ne abbiamo almeno un pezzetto di ipocrisia -, per imboccare decisamente la strada del Vangelo. Ma ecco di nuovo la tentazione di giustificarci: “Ma da che cosa dovremmo convertirci? Non siamo tutto sommato brava gente?”. Quante volte abbiamo pensato questo: “Ma, tutto sommato io sono uno bravo, sono una brava – non è così? – non siamo dei credenti, anche abbastanza praticanti?”. E noi crediamo che così siamo giustificati.
Purtroppo, ciascuno di noi assomiglia molto a un albero che, per anni, ha dato molteplici prove della sua sterilità. Ma, per nostra fortuna, Gesù è simile a quel contadino che, con una pazienza senza limiti, ottiene ancora una proroga per il fico infecondo: «Lascialo ancora quest’anno – dice al padrone – […] Vedremo se porterà frutto per l’avvenire». Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita, scandito da un certo numero di Quaresime, che ci vengono offerte come occasioni di ravvedimento e di salvezza, il tempo di un Anno Giubilare della Misericordia. L’invincibile pazienza di Gesù! Avete pensato, voi, alla pazienza di Dio? Avete pensato anche alla sua irriducibile preoccupazione per i peccatori, come dovrebbero provocarci all’impazienza nei confronti di noi stessi! Non è mai troppo tardi per convertirsi, mai! Fino all’ultimo momento: la pazienza di Dio che ci aspetta.
Ricordate quella piccola storia di santa Teresa di Gesù Bambino, quando pregava per quell’uomo condannato a morte, un criminale, che non voleva ricevere il conforto della Chiesa, respingeva il sacerdote: voleva morire così. E lei pregava, nel convento. E quanto quell’uomo era lì, proprio al momento di essere ucciso, si rivolge al sacerdote, prende il Crocifisso e lo bacia. La pazienza di Dio! E fa lo stesso anche con noi, con tutti noi! Quante volte – noi non lo sappiamo, lo sapremo in Cielo –, quante volte noi siamo lì, lì… [sul punto di cadere] e il Signore ci salva: ci salva perché ha una grande pazienza per noi. E questa è la sua misericordia. Mai è tardi per convertirci, ma è urgente, è ora! Incominciamo oggi.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 28 febbraio 2016

 

(1)Questo eccidio anche se non è noto storicamente, è verosimile nel clima surriscaldato della Giudea. (Giuseppe Flavio parla infatti di un massacro di samaritani compiuto nel 35 d.C. da soldati romani sul monte Garizim in occasione di un sacrificio. E’ probabile che l’evangelista si riferisca a una repressione avvenuta nel tempio, mentre si sacrificavano gli agnelli per la celebrazione pasquale. La strage assumeva una particolare gravità per il fatto che era stata compiuta nel luogo sacro, durante un rito liturgico.

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica sono all’insegna di un grande simbolo biblico, quello della rivelazione-manifestazione gloriosa di Dio all’interno della storia umana. Il tempo quaresimale è tempo di penitenza, di attesa, di fede, di preghiera e le letture liturgiche ci offrono testi su cui meditare.
Nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, vediamo che Dio stipula l’alleanza con Abramo. E’ Dio stesso che prende l’iniziativa e si manifesta ad Abramo, facendogli una promessa e stabilendo con lui un’alleanza.
Nella seconda lettura, S. Paolo nella sua lettera ai Filippesi afferma che la trasfigurazione di Gesù è figura e promessa della nostra trasfigurazione con Lui. “il Signore Gesù trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.
Nel Vangelo di Luca, con la sua gloriosa trasfigurazione Gesù ci invita a meditare sulla Sua prossima morte; lo fa per ricordarci che la Sua morte è l’antefatto della Sua risurrezione.
Morte e vita, penitenza e rigenerazione, Quaresima e Pasqua, Purgatorio e Paradiso, fede e salvezza, giustizia e amore, peccato e grazia sono i contrapposti binomi su cui si fondano la coscienza, l’esperienza e la speranza cristiana.

Dal libro della Gènesi
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram:
“Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume,il fiume Eufrate”.
Gen 15,5-12.17-18

Il Libro della Genesi (in ebraico בראשית bereshìt, "in principio"), è il primo libro del Pentateuco (cinque libri; in origine tutti in un unico rotolo: la Tôrah), e tratta delle origini dell’universo, del genere umano del peccato originale, della storia dei patriarchi prediluviani, della chiamata di Abramo fino alla morte di Giacobbe. È stato scritto in ebraico e, secondo gli esperti, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. Nei primi 11, dei suoi 50 capitoli, descrive la cosiddetta "preistoria biblica" (creazione, peccato originale, diluvio universale), e nei rimanenti la storia dei patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe-Israele e di Giuseppe, le cui vite si collocano nel vicino oriente del II millennio a.C. (attorno al 1800-1700 a.C).
Con la chiamata di Abramo (Gn 12,1-9) Dio inizia una fase nuova della storia della salvezza. Essa è accompagnata da una "benedizione": "in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". La promessa della discendenza "Farò di te un grande popolo” si completa con una seconda promessa: "Tutto il paese che tu vedi lo darò a te e alla tua discendenza per sempre" (13,15).
In questo brano il Signore, rispondendo ad Abramo, che si lamenta di non avere figli, gli assicura un erede: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza”. L’erede sarà dunque un figlio di Abram, e da lui nascerà una discendenza numerosa come le stelle del cielo. Dio non dà ad Abram nessuna garanzia, se non la sua parola. Di fronte a questa promessa , Abram “credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. Alla promessa di Dio, Abram risponde con la fede.
Il Signore rinnova inoltre ad Abram la promessa di dargli la terra di Canaan, e alla richiesta di Abram di una garanzia, Dio gli dice di sacrificare alcuni animali, di dividerli ciascuno in due parti e di disporle l’una di fronte all’altra. Si tratta dei preparativi per un arcaico rito di alleanza, nel quale ciascuno dei due contraenti deve passare attraverso le vittime squartate, scongiurando le divinità di riservargli, in caso di infedeltà agli impegni presi, la sorte toccata a esse.
Finiti i preparativi Abram cade in un profondo torpore accompagnato da terrore, segno dello smarrimento provocato nell’uomo dalla presenza di Dio.
Il brano termina con il commento: In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram, e le parole di Dio : “Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume,il fiume Eufrate”
La fiaccola ardente che passa tra le vittime spezzate rappresenta DIO stesso che in questo modo “conclude” un’alleanza con Abram, in base alla quale si impegna ad attuare la promessa di dare la terra di Canaan non tanto a lui ma alla sua discendenza. Il fatto che Dio solo passi fra le parti degli animali indica il carattere unilaterale e gratuito dell’alleanza. Per Abram questo è un segno che conferma in modo indiscutibile l’attuazione di quanto Dio gli aveva promesso.
Il racconto dell’alleanza tra DIO e Abramo mette in luce come la fede sia la caratteristica fondamentale di Abramo. Questa fede non consiste nell’accettazione di particolari concezioni religiose, ma nell’adesione al piano di Dio che da lui vuole far nascere un grande popolo.
Nonostante la piena disponibilità di Abramo alla chiamata di Dio, la sua fede non è sempre stata all’altezza delle aspettative divine. Diverse volte egli viene meno, cercando soluzioni umane alla dolorosa situazione in cui si trovava, a motivo della sterilità di Sara. Ma Dio non lo abbandona e sempre il patriarca trova la forza di rialzarsi e di riprendere il suo cammino. Nella sua alleanza con DIO questa fede emerge come la scelta fondamentale che ispira tutta la sua vita. Egli diventa così il modello di Israele che, nonostante le sue frequenti infedeltà, resta legato a DIO e trae spunto anche dalle proprie cadute per approfondire la sua fede.
San Paolo, proprio in forza della sua fede, nella lettera ai Romani, prenderà ad esempio Abramo come modello anche per i cristiani (V. Rm 4).

Salmo 26- Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:
«Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

"Il Signore è mia luce”, dice il salmista. La luce è fonte di vita, fa vedere le cose, dona letizia e il salmista trova in Dio la sua luce, la sua sorgente di letizia, la sua conoscenza delle cose. E il Signore è pure sua salvezza assistendolo contro i nemici, che altrimenti prevarrebbero su di lui e gli strazierebbero la carne, tanto lo odiano. Ma col Signore non vede perché dovrebbe avere paura: “Di chi avrò timore;... di chi avrò paura?”.
E’ tanto sicuro nel Signore che se anche un esercito si accampasse contro di lui il suo cuore non temerebbe, e se si arrivasse alla battaglia e ne fosse nel folto anche allora avrebbe fiducia di vincere.
Egli non ha ambizioni di potere, di onori e ricchezze. Ha chiesto una sola cosa al Signore e questa sola cerca: “Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”. Noi chiediamo di vivere sempre centrati nell’Eucaristia, nella viva appartenenza alla Chiesa, in ammirazione della sua bellezza di pace, di carità, di fede, di speranza, di sacrificio, di testimonianza, di operosità instancabile.
“La casa del Signore” è per il salmista il luogo di rifugio offertogli dal Signore nel giorno della sventura, quando c’è la prova, la tribolazione. In essa si sente protetto, come nascosto, dalla turba degli uomini, e nello stesso tempo come posto su di una rupe inattaccabile.
Confortato nella casa del Signore non è pavido, ma in pieno sole rialza la testa da vincente; ha il coraggio di lottare certo della vittoria, che celebrerà nell’esultanza: “Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria”. Noi non immoleremo tori o capri, bensì faremo offerte dei risultati del superamento del giorno in cui eravamo prossimi alla rovina, e faremo banchetti con i fratelli poveri.
Il salmista ritorna sulla sua situazione di dolore, trovando sempre conforto nella fede.
Umile, non può che presentarsi come reo di molti peccati davanti al Signore e chiede di non essere respinto con ira da Signore.
Egli ha un programma: “Cercare il volto del Signore”, per conoscerlo sempre di più e così sempre di più amarlo. E, ancora, cerca il volto del Signore per riceverne la volontà e la benevolenza. Il salmista mostra le sue ferite passate, la sua storia di dolore: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.
Ora è saldo e sicuro, ma insidiato da falsi testimoni che lo vogliono trascinare in giudizio e per questo diffondono negli animi violenza contro di lui. Ma anche se costoro avessero da prevalere egli è certo di “contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”; nel cielo e poi un giorno nella risurrezione, nella creazione rinnovata.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo.
La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
Fil 3,17-4,1

La Lettera ai Filippesi è stata scritta da Paolo fra il 53 e il 62, mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, ed è ispirata da sentimenti di amicizia per la comunità cristiana di Filippi, la prima fondata da Paolo in Europa e con la quale l'apostolo aveva un legame particolarmente armonico e affettuoso. Filippi è una città nel nord della Grecia, situata a circa 15 chilometri dal mare, e i cristiani di questa comunità erano prevalentemente di origine pagana, e questo lo si deduce dal fatto che nella lettera Paolo, a parte una breve allusione, non cita mai l'Antico Testamento. Nella lettera non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo vuole semplicemente informare i filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano Paolo ci parla della trasfigurazione che attende anche noi e si realizzerà quando Gesù verrà nella gloria. In questo terzo capitolo della lettera, Paolo attacca duramente alcuni missionari giudeo-cristiani che all'interno della comunità di Filippi avevano riportato le usanze della religione israelitica (specialmente la circoncisione) e che si ritenevano perfetti.
“Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi.”
Paolo nei versetti precedenti aveva parlato della sua esperienza. Da fiero membro del popolo di Israele, grazie all'incontro con Cristo ha cambiato completamente il suo modo di vedere le cose, non si sente un arrivato, ma si sforza di seguire il suo modello, Gesù, al fine di poter rimanere sempre con Lui. Perciò Paolo chiede ai Filippesi di imitare l'esempio suo e di quelli che hanno predicato con lui il vangelo. Anche lui, Paolo ha imitato gli apostoli: c'è una catena di imitatori, un esempio che si passa da credente a credente, che aiuta tutti a raggiungere la vera meta.
“Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo”.
Una sola è la via da seguire. Le altre sono da evitare, poiché vi sono alcuni che cercano proseliti e presentano una religiosità che può sembrare seria, ma che in realtà è contro la croce di Cristo, contro il Suo vangelo. Paolo parla di lacrime, è estremamente accorato perché vede il grande danno fatto da questi predicatori che riportano i credenti a pratiche religiose inutili che non portano alla salvezza.
La Lettera ai Filippesi è stata scritta da Paolo fra il 53 e il 62, mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, ed è ispirata da sentimenti di amicizia per la comunità cristiana di Filippi, la prima fondata da Paolo in Europa e con la quale l'apostolo aveva un legame particolarmente armonico e affettuoso. Filippi è una città nel nord della Grecia, situata a circa 15 chilometri dal mare, e i cristiani di questa comunità erano prevalentemente di origine pagana, e questo lo si deduce dal fatto che nella lettera Paolo, a parte una breve allusione, non cita mai l'Antico Testamento. Nella lettera non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo vuole semplicemente informare i filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano Paolo ci parla della trasfigurazione che attende anche noi e si realizzerà quando Gesù verrà nella gloria. In questo terzo capitolo della lettera, Paolo attacca duramente alcuni missionari giudeo-cristiani che all'interno della comunità di Filippi avevano riportato le usanze della religione israelitica (specialmente la circoncisione) e che si ritenevano perfetti.
“Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi.”
Paolo nei versetti precedenti aveva parlato della sua esperienza. Da fiero membro del popolo di Israele, grazie all'incontro con Cristo ha cambiato completamente il suo modo di vedere le cose, non si sente un arrivato, ma si sforza di seguire il suo modello, Gesù, al fine di poter rimanere sempre con Lui. Perciò Paolo chiede ai Filippesi di imitare l'esempio suo e di quelli che hanno predicato con lui il vangelo. Anche lui, Paolo ha imitato gli apostoli: c'è una catena di imitatori, un esempio che si passa da credente a credente, che aiuta tutti a raggiungere la vera meta.
“Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo”.
Una sola è la via da seguire. Le altre sono da evitare, poiché vi sono alcuni che cercano proseliti e presentano una religiosità che può sembrare seria, ma che in realtà è contro la croce di Cristo, contro il Suo vangelo. Paolo parla di lacrime, è estremamente accorato perché vede il grande danno fatto da questi predicatori che riportano i credenti a pratiche religiose inutili che non portano alla salvezza.
“La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.”
Di fatto questi andranno in perdizione, poiché non si aprono alla vera via della salvezza.
Le parole di condanna di Paolo sono certamente dure quando dicono che essi hanno per Dio il loro ventre, perché si fermano alle osservanze alimentari giudaiche, che riguardano appunto solo il ventre. Si vantano di essere perfetti perché seguono queste prescrizioni, ma dovrebbero vergognarsene, poiché in fondo si tratta solo di cose esteriori, solo questioni pratiche, materiali.
“La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (*)
Chi è cristiano invece ha ben altro a cui guardare. Vive certamente le cose della terra, ma come se abitasse in terra straniera, con il cuore e il desiderio volto alla vera patria. Questa patria è nei cieli, quindi il credente si apre con la fede al mondo della grazia di Dio. La speranza e la gioia cristiana sono fisse in Lui. C'è un'attesa, ma c'è già un'anticipazione di questa pienezza, della salvezza che Gesù ci ha portato.
“il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.”
Come risorto Gesù possiede la stessa potenza divina di Signore dell'universo e a Lui ci si può affidare. Sarà proprio Lui a trasfigurare il nostro corpo mortale per renderci partecipi della sua gloria.
“Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi! “
Chiudendo la sua esortazione, Paolo chiama i Filippesi fratelli carissimi. Egli era molto affezionato alla comunità di Filippi perchè veramente in questa comunità aveva trovato una fede viva, molto affetto e soddisfazioni apostoliche. Erano la sua gioia e la sua corona, quindi sarebbe stato duro per lui perdere una comunità così fervente solo per un nostalgico ritorno alle consuetudini antiche. Egli ricorda dunque loro di rimanere saldi e di non lasciarsi sviare.

(*) Nella lettera a Diogneto, un testo cristiano di autore anonimo, risalente probabilmente alla fine del II secolo, viene approfondito questo concetto: (i cristiani) Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera …. . Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. . Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. ..Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
…. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Lc 9: 28b-36

L’Evangelista Luca, come Marco e Matteo, fa delle tentazioni uno schema di tutta la vita di Gesù, però solo lui le estende a tutti i quaranta giorni.
Il brano inizia riportando che “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo …” Con l ‘espressione “Gesù pieno di Spirito Santo ... Luca collega le tentazioni al battesimo di Gesù, dove lo Spirito discese su di lui e dove Gesù è stato dichiarato "Figlio amato" dal Padre.
Con tale richiamo ci viene introdotto il tema delle tentazioni: esse metteranno alla prova Gesù come "Figlio di Dio". E', dunque, la figliolanza divina di Gesù l'oggetto della prova. Infatti, per ben due volte Satana si rivolge a Gesù dicendo: "Se tu sei il Figlio di Dio...".
“ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo”
Si può notare che Gesù non è mosso dallo Spirito, ma “è guidato dallo Spirito”.
“Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame”
la fame dice tutta la fragilità della condizione umana, che per sostenersi ha bisogno di cercare nella creazione il suo sostentamento. Questo per dire che l'uomo non possiede in sé la vita, ma questa dipende da qualcos'altro. Anche Gesù, rinunciando alle sue qualità divine (Fil. 2,6-11), viene assoggettato a tutta la fragilità dell'uomo. Gesù, dunque, si pone di fronte alla missione, che gli viene affidata, non come un super eroe invincibile, che grazie ai suoi super poteri travolge ogni resistenza, ma come un uomo che cerca di trovare in sé e al di fuori di sé il senso del proprio vivere e della propria missione, avendo sempre come riferimento la volontà del Padre, che Gesù scopre non solo in sé, ma anche nella Sacra Scrittura. Non a caso a tutte le tentazioni Lui risponde con citazioni bibliche.
Prima tentazione
“ Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane»”
Nella condizione della fragilità umana, simboleggiata dalla fame, si svolge, questa prima tentazione. "Se tu sei il Figlio di Dio…". La tentazione nasce dalla sproporzione della fragilità umana di Gesù posta a confronto con la sua condizione divina, a cui Gesù ha rinunciato entrando nella storia. Paolo lo ricorda nella sua lettera ai Filippesi: “... egli pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” ha messo da parte la sua natura divina per fare spazio alle esigenze del Padre. Gesù, qui, si presenta come il Dio che è venuto a servire gli uomini, non a conquistarli o a dominarli (Mc10,45; Mt 20,28).
La missione di Gesù è pertanto una missione di servizio all'uomo, perché proprio vivendo fino in fondo la condizione umana, Gesù poi saprà riscattarla pienamente con la Sua risurrezione. La tentazione che Gesù subisce è quella di poter usare le sue prerogative divine per rendere più facile la Sua missione e il Suo permanere qui nell'ambito della storia. Ma le sue prerogative divine non le usa per se stesso, ma per gli uomini, che Lui è venuto a servire.
“Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo»”. Gesù risponde citando il libro del Deuteronomio: “…l’uomo non vive soltanto di pane, ma …l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. " (Dt 8,3). Qui Luca lascia intendere che il senso della missione di Gesù non è quello di soddisfare le esigenze umane, ma di ricondurre l'uomo a Dio.
La parola che esce "dalla bocca del Signore", infatti, è Cristo stesso, Parola eterna del Padre, offertasi all'uomo affinché comprenda le esigenze di Dio.
Seconda tentazione
“Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò ….tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, … perché a me è stata data e io la do a chi voglio …. se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me”
L’espressione "condurre in alto" potrebbe far pensare il far prendere coscienza a Gesù della Sua divinità, che sta sopra ad ogni potere umano, simboleggiato dai regni della terra.
Gesù è ancora una volta messo alla prova nella Sua divinità. Satana, qui, assume il significato e il valore del potere politico di fronte al quale Gesù è invitato a prostrarsi, cioè a seguirlo, a farne uno strumento di dominio.
Ma il potere che Gesù ha, non è suo, ma del Padre e lo ricorderà a Satana rispondendo: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Anche questa riposta è ispirata al Deuteronomio che dice: “ Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome. (Dt 6,13) e ancora: “Temi il Signore tuo Dio, a lui servi, restagli fedele e giura nel suo nome” (Dt 10,20). In altre parole, la divinità di Gesù e il suo potere è posto soltanto al servizio del Padre, perché da questo potere appaia e si realizzi il suo progetto di salvezza, che si compirà, quale nuova creazione, nella risurrezione stessa di Gesù.
Terza tentazione
“Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio..”.
Satana conduce Gesù a Gerusalemme. Per Luca Gerusalemme è la meta finale verso cui Gesù è rivolto e attorno a cui è incentrato un'ampia parte dell'intero suo vangelo (Lc 9,51-19,28). Gerusalemme è il luogo in cui si compirà la salvezza e si realizzerà pienamente il progetto del Padre: morte e risurrezione di Gesù.
Satana mette alla prova ancora una volta la divinità di Gesù e lo pone sul pinnacolo del tempio, che è la casa del Padre.
Il porre Gesù sul tempio è un tentativo di porre Gesù al di sopra del Padre. L'invito di Satana rivolto a Gesù di buttarsi giù costringendo Dio a intervenire a suo favore per evitargli di massacrarsi al suolo, corrisponde all'invito di spingere Dio a modificare il Suo piano iniziale avvalendosi della Sua stessa divinità.
“Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.”
Luca condensa nel suo racconto tutte le prove che Gesù, presentatosi nella fragilità della carne umana, ha dovuto subire. Si parla, infatti, di "ogni specie di tentazione", mostrando così, tutta intera, la povertà della sua umanità. Il racconto, infine, si conclude con Satana che si allontana da Gesù, ma solo temporaneamente, per ritornare al tempo fissato, il tempo in cui si compirà la salvezza per mezzo della Sua morte e risurrezione, che avverranno a Gerusalemme, dove Satana lo aveva lasciato.
La narrazione delle tentazioni suddivisa in tre scene ha una insolita inversione nella seconda e terza scena rispetto al racconto di Matteo; per Luca il vertice della tentazione non è il monte alto, come per Matteo, ma Gerusalemme, la città verso la quale è orientato tutto il Vangelo lucano. Ebbene, è proprio a Gerusalemme, vertice della vita di Gesù, che ha il suo culmine anche la tentazione e la professione di fiducia di Gesù .
A Gerusalemme, infatti, si compie la suprema prova della Sua messianicità : Gesù poteva rifiutare il Suo destino ultimo, quello della salvezza, raggiunta non trionfalmente, ma attraverso il sacrificio estremo della croce. Gesù, se avesse accettato questa tentazione, avrebbe rinunciato al Suo perfetto affidamento al Padre e noi come conseguenza avremmo perso la fede nel vero Salvatore. Ma Gesù sul punto più alto del tempio dichiara il Suo sì definitivo al Padre diventando per il credente di ogni tempo e di ogni luogo l’emblema luminoso dell’adesione piena e totale a Dio al Suo piano di salvezza.

 

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“Trasfigurazione, festa della luce:
"ALZATEVI E NON TEMETE“

Oggi è la festa della Trasfigurazione, la festa della luce, la festa della Pasqua.
Oggi Gesù ci dice «forza discepoli, venite con me, andiamo sul monte, andiamo lì sopra dove è più facile ascoltare la voce di Dio»...
Fratelli, è bellissima la pagina difficile, …e possiamo dire che è una pagina difficile per queste molteplicità. Comunque una cosa è certa: il suo orientamento pasquale, il suo sapore pasquale che dice tante cose anche per noi e che forse potremmo condensare in quei due verbi di una suggestione unica che vengono espressi quando gli Apostoli cadono con il volto prono a terra. È allora che Gesù si avvicina loro e dice: «Alzatevi e non temete». Due verbi che sono chiaramente pasquali. «Alzatevi»: alzarsi è lo stesso verbo che in greco cerca di mitigare la resurrezione: risorgete, alzatevi, in piedi! Ci sono alcuni francesi che in esegetica traducono «beati voi poveri» con «in piedi, poveri!» Altri traducono: «in cammino, alzatevi, che aspettate!».
Vedete quanta fame nel mondo, vedete quanta sete di giustizia, quante implorazioni, quante braccia levate. Io non so se sono i miei dormiveglia di febbricitante che a volte mi fanno immaginare questa selva di braccia mirate in alto in attesa di liberazioni che sembra non vengano da nessuna parte. Invece Gesù è venuto a liberarci e chiama anche noi, vuole coinvolgere anche noi.
Alzatevi, che state aspettando? Non vi accorgete che il mondo muore, che il mondo soffre? «Alzatevi» significa anche questo. Lasciate la siesta, l'assopimento delle vostre contemplazioni a volte narcisistico, il vostro riduttivismo spirituale, la coltivazione della vostra vita interiore senza slanci, senza sbocchi al di fuori, senza spinte. «Alzatevi», dice prima di tutto a noi. «Alzatevi, muovetevi, uscite dagli standard, uscite dalle vostre pigrizie, cambiate vita» perché è facile che pure noi, persone consacrate, con tutti i propositi, i progetti, si viva in termini non profondamente cristiani, non in sintonia con Gesù Cristo e allora Gesù ci dice: «Alzatevi, praticate il Vangelo», quello semplice e non l'altro…


Don Tonino Bello

Pubblicato in Liturgia

Da mercoledì scorso, con la liturgia delle ceneri, è iniziata la quaresima, tempo che ci riporta alla sostanza dell’esistenza cristiana invitandoci a intensificare nella preghiera e nella penitenza il cammino per la preparazione alla Pasqua di risurrezione.
Nella prima lettura, tratta dal Libro del Deuteronomio, ci viene proposto il più antico credo di Israele, in cui nel rito dell’offerta delle primizie, il popolo ricordava il grandioso intervento divino che lo liberò dall’umiliazione e dalla schiavitù d’Egitto per introdurlo nella Terra promessa.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Romani, Paolo ci rassicura che “non c’è distinzione tra giudeo e greco”, dato che Gesù Cristo è il Signore di tutti, infatti “chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Invocare il Signore in spirito di penitenza e umiltà significa ravvivare la propria fede: una fede da vivere con sincerità interiore ma anche con il coraggio di testimoniarla. .
Nel brano del Vangelo, Luca racconta che all’inizio della sua missione Gesù fu tentato da Satana, che lo invitava a salvare il mondo, obbedendo ad aspirazioni del tutto umane e non in sintonia con la volontà di Dio. Ma Gesù sul pinnacolo del tempio dichiara il suo “si” definitivo al Padre, diventando anche per tutti i suoi seguaci, di ogni tempo e di ogni luogo, l’emblema luminoso dell’adesione piena e totale Dio.

Dal libro del Deuteronòmio
Mosè parlò al popolo e disse:
«Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio:
“Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”.
Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio».
Dt 26,4-10

Il Deuteronomio è il quinto libro del Pentateuco ed essendo l’ultimo, ha la funzione di concludere la storia delle origini di Israele, e di fornire una sintesi delle tradizioni di fede contenute nella Torah. È stato scritto in ebraico intorno al VI-V secolo a.C. in Giudea, secondo l'ipotesi condivisa da molti studiosi. È composto da 34 capitoli descriventi la storia degli Ebrei durante il loro soggiorno nel deserto del Sinai (circa 1200 a.C.) e contiene varie leggi religiose e sociali.
Il nome “Deuteronomio”, come per gli altri libri del Pentateuco, viene dalla traduzione greca dei Settanta, e significa “seconda legge”. Tale titolo è preso da Dt 17,18, dove l’espressione ebraica che vuol dire “ una copia della legge (che il re è tenuto a trascrivere) venne erroneamente tradotta con “una seconda legge”.. Il titolo del libro secondo la tradizione ebraica è invece “Parole”, termine con cui inizia appunto il libro.
Dopo la Prima Legge, data da Dio sul Sinai, il Deuteronomio (Deuteros nomos) si presenta come la "Seconda Legge” la nuova Legge che Mosè consegna al popolo poco prima di morire. Questi nuovi precetti sono orientati a regolare la vita stabile, sedentaria, che di lì a poco il popolo d'Israele avrebbe iniziato all'arrivo alla Terra Promessa. Ciononostante, queste leggi sono stilate con grande affetto, animando il compimento della Legge con motivi teologici.
Il Deuteronomio ci consente di comprendere che cos’è il popolo di Dio, di cogliere quanto l’Alleanza che unisce a Dio, comporta un insieme di ricchezza e di esigenza: essa è un dono gratuito e appello pressante che bisogna vivere nelle realtà concrete.
Il Deuteronomio richiama continuamente il credente a quelli che sono gli atteggiamenti fondamentali: una fede che si fa sempre più profonda, un amore di Dio che esclude ogni compromesso, un servizio di Dio prestato con gioia, e una accettazione reale ed fiduciosa delle realtà terrestri.
Il capitolo 26 da dove è tratto il brano, è uno dei testi strategici della storia d’Israele. Alla vigilia dell’ingresso nella terra promessa nelle parole che Mosè rivolge al popolo, troviamo formulata liturgicamente e tramandata la confessione di fede del popolo di Dio.
Nei versetti precedenti non riportati dal brano, Mose aveva detto rivolgendosi al popolo: “E quando sarai entrato” nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, e lo possederai e ti ci starai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà, “le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome- non in un luogo che essi potrebbero scegliere, o altri per loro, ma che il Signore ha scelto per loro -
“Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai:“Io dichiaro oggi al Signore, tuo Dio, che sono entrato nella terra che il Signore ha giurato ai nostri padri di dare a noi”. L’israelita non offriva la cesta delle primizie dei frutti con lo scopo di entrare nel paese, ma perché vi era già realmente entrato.
Da qui inizia il brano liturgico
“Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Aramèo errante..”
Troviamo qui espresso il più antico Credo di Israele che gira intorno a tre articoli di fede: la vocazione dei patriarchi “Aramèi erranti ”, il dono della libertà dopo la terribile esperienza dell’oppressione egiziana, il dono della terra promessa.
Offrendo al Signore le primizie dei suoi raccolti, ogni israelita così riconosce che la terra è un dono di Dio. La professione di fede che egli pronuncia in occasione di tale offerta, rievoca non la creazione del mondo, ma l'evento principale della storia della salvezza.
L'epopea dell'esodo inizia con la migrazione del "padre" delle dodici tribù di Israele, Giacobbe, il quale scese in Egitto “come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa”. Oppresso dagli egiziani, il popolo alzò la voce al Dio dei padri, “e il Signore ascoltò”, il suo grido, vide la sua umiliazione, la sua miseria e la sua oppressione; "con mano potente e con braccio teso" lo liberò dalla schiavitù e lo condusse nella terra promessa, dandogli quel luogo "dove scorrono latte e miele“.
In questa estrema semplicità della fede degli Israeliti emerge un dato decisivo: Dio non si rivela con apparizioni mistiche o paranormali, non si affaccia in mezzo a cieli limpidi o sopra a nuvole dorate, ma si nasconde nelle cose semplici, nel quotidiano delle nostre giornate.
La più completa risposta di fede non è quella che si esaurisce nel silenzio della contemplazione orante, ma è quella che oltrepassa i confini e si espande nelle case e nelle strade, nell’impegno di ogni giorno, negli atti di amore verso il nostro prossimo.

Salmo 90/91 Resta con noi, Signore, nell'ora della prova.

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido».

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido».

Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.

«Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso».

Il salmista professa di trovare la sua forza e pace nel Signore, nel quale confida: “Io dico al Signore: ”.
Il salmo vuole infondere fiducia nel futuro, sicuramente positivo per chi confida nel Signore (Cf. Dt 6,14).
Il "laccio del cacciatore”, sono le trappole poste dai nemici per giungere a compromettere il giusto.
“Dalla peste che distrugge”; più giustamente secondo l'originale ebraico dovrebbe tradursi: “Dalla parola che distrugge”, cioè dalla parola calunniatrice.
“Il terrore della notte”, sono gli assalti dei briganti, le incursioni dei nemici.
“La freccia che vola di giorno”, sono gli attacchi in pieno giorno dei nemici: di notte le frecce non si usano.
“La peste che vaga nelle tenebre”, l'uomo non vede il propagarsi del contagio; per questo “nelle tenebre”.
“Lo sterminio che devasta a mezzogiorno”, è l'azione delle carestie.
Di fronte all'imperversare delle sventure: “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”.
Indubbiamente il salmo presenta una situazione del giusto non costantemente frequente, per cui va aperta ad una lettura in chiave figurata, dal momento che le sventure colpiscono anche i giusti. Le sventure non colpiscono il giusto nel senso che in tutte le circostanze avrà l'aiuto di Dio per non cadere nell'infedeltà a Dio ed essere felice della sua presenza: Dio è il più grande bene.
Gli angeli custodiranno il giusto in tutti i suoi passi, cioè nei suoi viaggi, nelle sue iniziative. Anzi, tutto sarà facilitato dagli angeli, la cui azione è presentata con l'immagine degli angeli che stendono le loro mani a formare la strada dove percorre il giusto, affinché non inciampi nella pietra il suo piede.
Il giusto assistito da Dio camminerà indenne
nei pericoli: “Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi”. I “draghi”, sono un'immagine tratta dalla mitologia cananea (Vedi il Leviatan; Cf. Ps 73).
Il salmista alla fine “passa la parola” a Dio: “Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome...lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.
Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Rm 10,8-13

San Paolo scrisse la lettera ai Romani da Corinto probabilmente tra gli anni 58-59 e lo fa anche per presentare se stesso, in vista di un suo viaggio a Roma. La comunità dei cristiani di Roma era già ben formata e coordinata, ma lui ancora non la conosceva. Forse il primo annuncio fu portato a Roma da quei “Giudei di Roma”, presenti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste e che accolsero il messaggio di Pietro e il Battesimo da lui amministrato, diventando cristiani. Nacque subito la necessità di avere a Roma dei presbiteri e questi non poterono che essere nominati a Gerusalemme.
La Lettera ai Romani, che è uno dei testi più alti e più impegnativi degli scritti di Paolo, ed è anche la più lunga e più importante come contenuto teologico, è composta da 16 capitoli: i primi 11 contengono insegnamenti sull'importanza della fede in Gesù per la salvezza, contrapposta alla vanità delle opere della Legge; il seguito è composto da esortazioni morali. Paolo, in particolare, fornisce indicazioni di comportamento per i cristiani all'interno e all'esterno della loro comunità.
In questo brano tratto dal capitolo 10, Paolo continuando il discorso già iniziato, ricorda che l'elemento fondamentale per ottenere la salvezza è la fede in Gesù Cristo, l'adesione alla Sua parola. Nel capitolo precedente aveva trattato della sorte degli ebrei che non avevano aderito alla salvezza inaugurata da Cristo.
“Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo.”
All’inizio del capitolo 10, Paolo aveva affermato che gli ebrei si sono costruiti una loro giustizia a partire dalla Legge, ignorando la giustizia di Dio. Ma il termine della Legge è Cristo e la giustizia non deriva più dalla legge ma dalla fede. Per sostenere le sue affermazioni Paolo in questo brano cita il Deuteronomio (30,14) ricordando che Dio ha messo la Sua parola, “nella bocca e nel cuore" degli Israeliti, facilitando l'ascolto e l'obbedienza. E' interessante notare che queste parole riguardanti la giustizia che deriva dalla fede (e non dalla Legge) siano riprese dai discorsi di Mosè, ciò significa che anche agli ebrei era stata aperta la porta della fede, ma essi non hanno voluto entrarvi.
“Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.”
Non bisogna compiere chissà quale impresa per raggiungere la salvezza. (Paolo in questi versetti probabilmente si riferisce all'epopea di Gilgamesh, l'eroe mesopotamico che per raggiungere l'immortalità aveva scalato il cielo e camminato sulle acque dell'oceano della morte). Chi ha ascoltato la predicazione degli apostoli deve proclamare con la propria bocca e riconoscere Gesù come il Signore, e credere con tutto il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti.
“Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.”
Paolo sottolinea l'ultima affermazione che è fondamentale: nel cuore si crede e grazie a questa fede si ottiene di essere "giusti" davanti a Dio. Con la bocca dunque si esprime all'esterno questa fede e si può ottenere così la salvezza.
“Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso».”
La fede non delude, qui Paolo riporta un versetto dal profeta Isaia " chi crede non si turberà" (Is 28,16).
“Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano”.
Qui Paolo coglie l'occasione per precisare che la fede è la via alla salvezza per tutti gli uomini, siano essi pagani, siano giudei. Ogni discriminazione è superata da Cristo, proclamato nella risurrezione Signore dell'umanità intera. Privilegi e limitazioni religiose e morali non hanno più valore determinante: tutti gli uomini sono equiparati di fronte all'evento salvifico della risurrezione. Gli ebrei non hanno alcuni privilegio rispetto agli altri.
“Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato»”.
Tutti possono attingere alla sua salvezza. L'unica cosa necessaria è riconoscere Gesù come il Signore e invocare il suo nome.
Invocare il Signore in spirito di penitenza e umiltà significa ravvivare la propria fede: una fede da vivere con sincerità interiore ma anche con coraggio per poterlo testimoniare.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
“Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”;
e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
Lc4,1-13

L’Evangelista Luca, come Marco e Matteo, fa delle tentazioni uno schema di tutta la vita di Gesù, però solo lui le estende a tutti i quaranta giorni.
Il brano inizia riportando che “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo …” Con l ‘espressione “Gesù pieno di Spirito Santo ... Luca collega le tentazioni al battesimo di Gesù, dove lo Spirito discese su di lui e dove Gesù è stato dichiarato "Figlio amato" dal Padre.
Con tale richiamo ci viene introdotto il tema delle tentazioni: esse metteranno alla prova Gesù come "Figlio di Dio". E', dunque, la figliolanza divina di Gesù l'oggetto della prova. Infatti, per ben due volte Satana si rivolge a Gesù dicendo: "Se tu sei il Figlio di Dio...".
“ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo”
Si può notare che Gesù non è mosso dallo Spirito, ma “è guidato dallo Spirito”.
“Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame”
la fame dice tutta la fragilità della condizione umana, che per sostenersi ha bisogno di cercare nella creazione il suo sostentamento. Questo per dire che l'uomo non possiede in sé la vita, ma questa dipende da qualcos'altro. Anche Gesù, rinunciando alle sue qualità divine (Fil. 2,6-11), viene assoggettato a tutta la fragilità dell'uomo. Gesù, dunque, si pone di fronte alla missione, che gli viene affidata, non come un super eroe invincibile, che grazie ai suoi super poteri travolge ogni resistenza, ma come un uomo che cerca di trovare in sé e al di fuori di sé il senso del proprio vivere e della propria missione, avendo sempre come riferimento la volontà del Padre, che Gesù scopre non solo in sé, ma anche nella Sacra Scrittura. Non a caso a tutte le tentazioni Lui risponde con citazioni bibliche.
Prima tentazione
“ Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane»”
Nella condizione della fragilità umana, simboleggiata dalla fame, si svolge, questa prima tentazione. "Se tu sei il Figlio di Dio…". La tentazione nasce dalla sproporzione della fragilità umana di Gesù posta a confronto con la sua condizione divina, a cui Gesù ha rinunciato entrando nella storia. Paolo lo ricorda nella sua lettera ai Filippesi: “... egli pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” ha messo da parte la sua natura divina per fare spazio alle esigenze del Padre. Gesù, qui, si presenta come il Dio che è venuto a servire gli uomini, non a conquistarli o a dominarli (Mc10,45; Mt 20,28).
La missione di Gesù è pertanto una missione di servizio all'uomo, perché proprio vivendo fino in fondo la condizione umana, Gesù poi saprà riscattarla pienamente con la Sua risurrezione. La tentazione che Gesù subisce è quella di poter usare le sue prerogative divine per rendere più facile la Sua missione e il Suo permanere qui nell'ambito della storia. Ma le sue prerogative divine non le usa per se stesso, ma per gli uomini, che Lui è venuto a servire.
“Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo»”. Gesù risponde citando il libro del Deuteronomio: “…l’uomo non vive soltanto di pane, ma …l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. " (Dt 8,3). Qui Luca lascia intendere che il senso della missione di Gesù non è quello di soddisfare le esigenze umane, ma di ricondurre l'uomo a Dio.
La parola che esce "dalla bocca del Signore", infatti, è Cristo stesso, Parola eterna del Padre, offertasi all'uomo affinché comprenda le esigenze di Dio.
Seconda tentazione
“Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò ….tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, … perché a me è stata data e io la do a chi voglio …. se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me”
L’espressione "condurre in alto" potrebbe far pensare il far prendere coscienza a Gesù della Sua divinità, che sta sopra ad ogni potere umano, simboleggiato dai regni della terra.
Gesù è ancora una volta messo alla prova nella Sua divinità. Satana, qui, assume il significato e il valore del potere politico di fronte al quale Gesù è invitato a prostrarsi, cioè a seguirlo, a farne uno strumento di dominio.
Ma il potere che Gesù ha, non è suo, ma del Padre e lo ricorderà a Satana rispondendo: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Anche questa riposta è ispirata al Deuteronomio che dice: “ Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome. (Dt 6,13) e ancora: “Temi il Signore tuo Dio, a lui servi, restagli fedele e giura nel suo nome” (Dt 10,20). In altre parole, la divinità di Gesù e il suo potere è posto soltanto al servizio del Padre, perché da questo potere appaia e si realizzi il suo progetto di salvezza, che si compirà, quale nuova creazione, nella risurrezione stessa di Gesù.
Terza tentazione
“Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio..”.
Satana conduce Gesù a Gerusalemme. Per Luca Gerusalemme è la meta finale verso cui Gesù è rivolto e attorno a cui è incentrato un'ampia parte dell'intero suo vangelo (Lc 9,51-19,28). Gerusalemme è il luogo in cui si compirà la salvezza e si realizzerà pienamente il progetto del Padre: morte e risurrezione di Gesù.
Satana mette alla prova ancora una volta la divinità di Gesù e lo pone sul pinnacolo del tempio, che è la casa del Padre.
Il porre Gesù sul tempio è un tentativo di porre Gesù al di sopra del Padre. L'invito di Satana rivolto a Gesù di buttarsi giù costringendo Dio a intervenire a suo favore per evitargli di massacrarsi al suolo, corrisponde all'invito di spingere Dio a modificare il Suo piano iniziale avvalendosi della Sua stessa divinità.
“Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.”
Luca condensa nel suo racconto tutte le prove che Gesù, presentatosi nella fragilità della carne umana, ha dovuto subire. Si parla, infatti, di "ogni specie di tentazione", mostrando così, tutta intera, la povertà della sua umanità. Il racconto, infine, si conclude con Satana che si allontana da Gesù, ma solo temporaneamente, per ritornare al tempo fissato, il tempo in cui si compirà la salvezza per mezzo della Sua morte e risurrezione, che avverranno a Gerusalemme, dove Satana lo aveva lasciato.
La narrazione delle tentazioni suddivisa in tre scene ha una insolita inversione nella seconda e terza scena rispetto al racconto di Matteo; per Luca il vertice della tentazione non è il monte alto, come per Matteo, ma Gerusalemme, la città verso la quale è orientato tutto il Vangelo lucano. Ebbene, è proprio a Gerusalemme, vertice della vita di Gesù, che ha il suo culmine anche la tentazione e la professione di fiducia di Gesù .
A Gerusalemme, infatti, si compie la suprema prova della Sua messianicità : Gesù poteva rifiutare il Suo destino ultimo, quello della salvezza, raggiunta non trionfalmente, ma attraverso il sacrificio estremo della croce. Gesù, se avesse accettato questa tentazione, avrebbe rinunciato al Suo perfetto affidamento al Padre e noi come conseguenza avremmo perso la fede nel vero Salvatore. Ma Gesù sul punto più alto del tempio dichiara il Suo sì definitivo al Padre diventando per il credente di ogni tempo e di ogni luogo l’emblema luminoso dell’adesione piena e totale a Dio al Suo piano di salvezza.

 

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Spirito Santo, torna a parlarci

Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca,
torna a parlarci con accenti di speranza.
Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio.
Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.
Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà.
Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.
E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.
Donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti.
E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Don Tonino Bello

Pubblicato in Liturgia

Il Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione cristiana, l'inizio della Quaresima, il tempo di preparazione alla Pasqua. Il carattere penitenziale della Quaresima si rende visibile proprio in questo giorno attraverso l’austero rito dell’imposizione delle ceneri che ha la sua origine nel battesimo poiché la penitenza è nell’insieme fondata sulla stessa realtà battesimale per il perdono dei peccati ed è poi ripresa e resa segno espressivo, per quanti ricadono nel peccato, nel sacramento della Riconciliazione.
L’invito alla riconciliazione è naturalmente il filo conduttore di tutte e tre le letture liturgiche.
Nella prima lettura, tratta dal Libro del profeta Gioele, il Signore ci invita a tornare a Lui con tutto il cuore…. Non basta offrire a Dio le primizie della terra, ma bisogna che l’uomo riconosca i propri limiti e offra a Dio il suo cuore pentito.
Nella seconda lettura, nella seconda lettera di S.Paolo ai Corinzi, l’apostolo si presenta come ambasciatore di Cristo ed esorta i Corinzi a riconciliarsi senza indugio con Dio, ricordando quanto sia stato grande l’amore di Dio per loro.
Nel brano del Vangelo Matteo, Gesù ci rivela il senso profondo delle pratiche religiose e penitenziali che prima erano del giudaismo e del cristianesimo: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù ci incoraggia a fare tutto il bene possibile, però nel segreto del proprio cuore, per avere l'approvazione solo dal Padre misericordioso.

Dal libro del profeta Gioele
Così dice il Signore: « ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore, vostro Dio,
perché egli è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male».
Chi sa che non cambi e si ravveda
e lasci dietro a sé una benedizione?
Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio.
Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra.
Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne,
chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera
e la sposa dal suo talamo.
Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:
«Perdona, Signore, al tuo popolo
e non esporre la tua eredità al ludibrio
e alla derisione delle genti».
Perché si dovrebbe dire fra i popoli:
«Dov’è il loro Dio?».
Il Signore si mostra geloso per la sua terra
e si muove a compassione del suo popolo.
Gl 2,12-18

Il Libro del profeta Gioele è un testo contenuto sia nella Bibbia ebraica (Tanakh) che quella cristiana. E’ stato scritto in ebraico e secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione del libro è avvenuta nel Regno di Giuda, forse tra la fine VII - inizio VI secolo a.C.. E’ un libro breve, di appena 4 capitoli in cui nella prima parte presenta l'invasione delle cavallette e il ritorno del popolo a Dio che, nel peccato, ha riconosciuto la causa di questa calamità; nella seconda parte predice l'intervento futuro di Dio che, con il perdono, concede il dono dello Spirito santo che fa nuove tutte le cose
Sappiamo molto poco del profeta Gioele, che visse sicuramente a Gerusalemme, il cui nome significa “Yahweh è Dio”, tutto ciò che ci viene detto a suo riguardo si trova in Gioele 1:1: “Parola del Signore, rivolta a Gioele, figlio di Petuel.”Da alcuni è definito il profeta della Pentecoste per la profezia sull'effusione dello Spirito Santo avveratasi il giorno della Pentecoste (Atti 2). È molto difficile stabilire il periodo in cui Gioele profetizzò; comunque, la maggior parte degli studiosi lo considera il primo dei profeti minori, visse durante il regno di Joas (circa 800 a.C.); si è scelta questa datazione perché si ritiene che Amos (760-747) abbia usato i testi di Gioele (v,Amos 9:13). Il tema centrale del messaggio di Gioele è il “Giorno del Signore”, sia sotto l'aspetto negativo sia sotto quello positivo. Egli ne parla negativamente presentando la collera divina, le tenebre e la vendetta contro i malvagi, citando avvenimenti naturali come siccità e invasione di insetti. Ne parla anche positivamente quando presenta la riabilitazione per i giusti, quando Dio invierà a tutti i membri del suo popolo il dono dello Spirito. In questo contesto Gioele parla della valle di Giosafat (dall'ebraico Jehôshafat, «Jahweh giudica»), parola usata per indicare il luogo ideale dove convergeranno tutte le genti. Ogni profeta ha un suo punto di vista e vuole raggiungere dei precisi obiettivi, e Gioele, di fronte ad una grande carestia provocata dall'invasione delle cavallette, che ha colpito la terra di Giuda, non si sente di considerarla un fatto naturale, ma un segno del giudizio di Dio e a questo giudizio non basta prepararsi con un semplice rito penitenziale.
In questo brano egli esprime con queste parole il messaggio del Signore: “ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti,ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”.
L'invito a lacerarsi il cuore, è un termine che richiama la sofferenza dello strappo da cui si vorrebbe fuggire, ma a leggerlo in profondità, accostandolo ad altri passi biblici, vi troviamo non un invito alla morte ma alla vita, alla pienezza della vita.
Come ultima nota possiamo sottolineare che Gioele è anche un poeta che sa gridare il proprio messaggio con un linguaggio chiaro e tono lirico. E’ il profeta della quaresima e della Pentecoste. Durante le settimane che precedono la Pasqua i testi di Gioele ci esortano ad una seria conversione. Il racconto stesso della Pentecoste vede diffondersi sul mondo itnero i doni dello Spirito che questo profeta promette (At 2,17-21)

Salmo 50- Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10). Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così ha percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla seconda lettera di S.Paolo Apostolo ai Corinzi
Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta.
Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio.
Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!
2Cor 5,20-6,2

Paolo scrisse la seconda lettera al Corinzi, spinto dai gravi avvenimenti che avevano scosso la comunità di Corinto. Nell’anno 56 Paolo è a Efeso (At 19) e viene a sapere che alcuni contestatori giudeo-cristiani stanno sollevando la comunità contro di lui. Vi fa una breve visita, ma è ricevuto freddamente, stanco e forse implicato troppo personalmente nel conflitto, non riesce ad aggiustare nulla, anzi la sua visita accresce piuttosto il disordine, si ripromette allora di ritornare in seguito.
Meno ricca della prima in insegnamenti dottrinali, la seconda lettera ai Corinzi ha il grande merito di introdurci nella vita interiore dell’Apostolo, in cui traspare il suo carattere appassionato. E’ una lettera ardente che può essere considerata come il suo diario intimo, le sue “confessioni”.
Nei primi 6 capitoli Paolo ripercorre la sua vocazione di predicatore del Vangelo e della situazione che si era creata con la comunità di Corinto. I contorni veri di questo malinteso non sono chiari , ma questo diventa per Paolo un motivo per ricordare le motivazioni del suo impegno a favore del Vangelo.
Il brano che abbiamo è la parte finale in cui ritroviamo il motivo fondamentale della lettera: la riconciliazione tra Dio e gli uomini.
“…in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.
Qui Paolo ricorda che la salvezza operata da Cristo, si può considerare come una grande opera di riconciliazione di cui lui, Paolo, ne è ambasciatore. Egli quindi esorta i Corinzi fino a supplicarli a riconciliarsi senza indugio con Dio, ricordando quanto sia stato grande l’amore di Dio per loro. E continua affermando:”Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”. L'opera della riconciliazione si è potuta realizzare attraverso la morte in croce di Gesù, che pur non avendo peccato è stato trattato da peccato, ha subito la morte del malfattore, perché noi, i veri peccatori, potessimo diventare giusti davanti a Dio.
“Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”
Di nuovo Paolo ricorda la propria qualità di collaboratore di Dio e in questa veste comunica che questa grazia della riconciliazione richiede una pronta risposta. Non si può rimandare l'adesione a Dio perché si tratta di una realtà davvero importante.
“Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”
Questa citazione è tratta da Is 49,8. Paolo la rilegge come promessa divina che si attua al presente: “ecco ora il il momento favorevole!” Riconciliarsi con Dio per l'apostolo è esigenza improrogabile, perché per la storia umana è suonata l'ora in cui Dio ha deciso di accogliere come amici coloro che gli erano diventati nemici. E' il giorno della pace con il Padre e tra gli uomini!

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Mt 6,1-6,16-18

Questo brano del Vangelo di Matteo fa parte del discorso della montagna, in cui Gesù presenta le nove Beatitudini. Il discorso segue quanto detto prima nel versetto 5,20; “ se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”, e questo brano inizia con il monito: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.”
Il termine giustizia è usato nella Bibbia per riassumere i rapporti dell'uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede e con questo termine Gesù intendeva un comportamento che sia conforme alla volontà divina.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Gesù non voleva dire che non bisogna mai compiere azioni buone in pubblico, dato che aveva esortato prima i discepoli a far ‘risplendere la loro luce davanti agli uomini’. (Mt. 5:14-16) , ma non avremo nessuna “ricompensa’” dal nostro Padre celeste se facciamo le cose “per essere osservati” e ammirati, come attori che recitano a teatro.
I “doni di misericordia” erano offerte a favore dei bisognosi. (v. Isaia 58:6, 7). Gesù e gli apostoli avevano un fondo comune da usare per aiutare i poveri. (Gv. 12:5-8; 13:29), dato che prima di fare l’elemosina non si suonava letteralmente la tromba, Gesù evidentemente usò un esempio esagerato quando disse che non dobbiamo “suonare la tromba” (1) davanti a noi quando facciamo “l’elemosina” . Non dobbiamo cioè sbandierare la nostra generosità, come facevano i farisei. Gesù li chiama ipocriti perché rendevano note le loro offerte “nelle sinagoghe e nelle strade”. Quegli ipocriti ‘hanno già ricevuto la loro ricompensa”, ossia avrebbero ricevuto soltanto il plauso degli uomini non certo il premio del Signore.
Come dovevano agire invece i discepoli ed anche noi oggi? Gesù dice: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” .
Ci ricompensa permettendoci di stringere un’intima relazione con Lui, perdonando i nostri peccati e concedendoci la vita eterna. (Prov. 3:32; Giov. 17:3; Efes. 1:7) Questo è decisamente meglio che ricevere l’approvazione degli uomini. Gesù incoraggia a fare tutto il bene possibile, però nel segreto del proprio cuore, per avere l'approvazione solo dal Padre misericordioso.
Nel capitolo precedente Gesù ha esortato ad essere perfetti come è perfetto il Padre celeste (5,48), ora Egli spiega ai suoi discepoli che è la relazione con il Padre la sorgente del nostro essere e agire; solo in Lui essi si possono sentire come figli liberi, amati e felici, capaci di portare tanto frutto di bontà verso gli altri.

 

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Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2019

“Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature”
«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19)

Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato
La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio. Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato
Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi. La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo.
Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri. Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono
Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale. Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.
Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.
Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

 

(1) Sul termine “suonare la tromba” un esegeta ha dato un’ulteriore spiegazione: il tempio di Gerusalemme aveva fuori le fessure da cui entravano le monete e all’interno del tempio c’era una piccola stanzetta, dove andava chi voleva fare un’offerta senza essere visto. Quando la gente voleva essere notata, l’offerta la faceva fuori, non soltanto perché era visibile, ma perché le monete entrando scivolavano e facevano un rumore come di tromba molto forte, e tutti si giravano per ammirare. Realmente c’era un’acustica ed era stato fatto apposta perché si lodasse e si evidenziasse la persona.

Pubblicato in Liturgia

Come domenica scorsa, anche oggi siamo invitati a continuare e a concludere la lettura del “Discorso della Pianura” dell’evangelista Luca, una pagina dominata dal tema dell’amore e della misericordia.
Anche nella prima lettura, tratta dal Libro del Siracide, vediamo quanto sia importante nella valutazione della qualità di ogni persona, la sua parola. Essa manifesta realmente chi ciascuno veramente sia: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato,poiché questa è la prova degli uomini.”
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, termina il suo discorso sulla risurrezione con un inno di trionfo e di ringraziamento per la vittoria che abbiamo riportato sulla morte, grazie alla risurrezione di Gesù.
Nel Vangelo di Luca, Gesù attraverso la parabola del cieco che non può guidare un altro cieco, della pagliuzza e della trave nel occhio, dell’albero che si riconosce dai frutti, condanna l’ipocrisia, la falsa religiosità e il giudizio interessato.
Tutti noi siamo chiamati a far vivere questa Parola in noi, fino a farci abitare da Cristo che si comunica a noi nella Chiesa attraverso il dono del suo Spirito. Nella misura in cui lo faremo saremo in grado di testimoniare Cristo non solo a parole, ma anche con i fatti, divenendo come quell’albero buono che può produrre solo frutti buoni.

Dal libro del Siràcide
Quando si scuote un setaccio
restano i rifiuti;
così quando un uomo discute,
ne appaiono i difetti.
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero,
così la parola rivela i pensieri del cuore.
Non lodare nessuno prima che abbia parlato,
poiché questa è la prova degli uomini
Sir 27, 4-7 NV 27 5-8)

Il libro del Siracide è un libro un po’ particolare perché fa parte della Bibbia cristiana, ma non figura nel canone ebraico. Si tratta di un testo deuterocanonico che, assieme ai libri di Rut, Tobia, Maccabei I e II, Giuditta, Sapienza e le parti greche del libro di Ester e di Daniele, è considerato ispirato nella tradizione cattolica e ortodossa, per cui è stato accolto dalla Chiesa Cattolica, mentre la tradizione protestante lo considera apocrifo.
È stato scritto originariamente in ebraico a Gerusalemme attorno al 196-175 a.C. da Yehoshua ben Sira (tradotto "Gesù figlio di Sirach", da qui il nome del libro "Siracide"), un giudeo di Gerusalemme, in seguito fu tradotto in greco dal nipote poco dopo il 132 a.C. che nel prologo spiega che tradusse il libro quando si trovava a soggiornare ad Alessandria d’Egitto, nel 38° anno del regno Tolomeo VIII, che regnò in Egitto a più riprese a partire dal 132 a.C.. Benché non sia stato accolto nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente negli scritti rabbinici; nel Nuovo Testamento la lettera di Giacomo vi attinge molte espressioni, ed anche la saggezza popolare fa proprie alcune massime.
Il libro è composto da 51 capitoli e si possono così suddividere:
Prologo (del traduttore greco) - La sapienza guida la vita dell'uomo (1,1-23,28) - L'elogio della sapienza (24,1-42,14) - La sapienza di Dio nella creazione (42,15-43,33) La sapienza di Dio nella storia d'Israele (44,1-50,29) - Preghiera di Gesù figlio di Sira (51,1-30).
Questo brano, estratto dalla parte che tratta l’elogio della sapienza, nel capitolo 27 con massime e assiomi ci insegna a conoscere l’uomo e ci invita anche a conoscere noi stessi.
Nel tema della Parola dice: “Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.” …. Come quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo riflette, appaiono i suoi difetti. Il vero valore di una persona si scopre solo attraverso un’analisi del suo linguaggio, cioè delle sue espressioni.
“Non lodare nessuno prima che abbia parlato,poiché questa è la prova degli uomini “. E’ la parola infatti che rivela il sentimento dell’uomo, che manifesta realmente chi ciascuno veramente sia. Chi ha la mente e il cuore pieni della sapienza di Dio da lui non possono che venire cose buone.
Gesù quando parlava di frutti non intendeva solo parole , ma piuttosto tutto il modo di comportarsi e di vivere. Le parole possono ingannare chi non conosce la persona, non chi ci vive insieme.

Salmo 92 /91 - E’ bello rendere grazie al Signore
E’ bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità.

Il salmo esordisce presentando la bellezza del dar lode a Dio, della preghiera che canta contemplando ciò che Dio è: “Al tuo nome, o Altissimo”.
Il salmo è individuale, ma celebra la preghiera liturgica del tempio, dove erano in uso gli strumenti musicali e dove si lodava Dio anche durante veglie notturne. A
questa preghiera nel tempio egli partecipava.
Il salmista, probabilmente un levita, riflette sulla grandezza delle opere di Dio: la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai, la conquista della Terra Promessa, la costruzione del tempio.
Egli osserva che i pensieri di Dio hanno una profondità tale che gli uomini non possono esaurirne la comprensione (Cf. Ps 35,7; 39,6).
Gli uomini insensati non sono umili, per questo non possono intendere le cose di Dio, e scelgono i loro vaneggiamenti che li conducono alla rovina eterna, che come tale è irreversibile. Il loro fiorire e affermarsi “è solo per la loro eterna rovina”.
Il salmista ha molti nemici, che sono anche e principalmente nemici di Dio, ma riceve da Dio la forza per la lotta: “Tu mi doni la forza di un bufalo, mi hai cosparso di olio splendete”. Noi in Cristo la forza la riceviamo dallo Spirito Santo, e l'olio che abbiamo ricevuto è quello del crisma del sacramento della Confermazione.
La forza e la sicurezza che il salmista sente nella fede lo porta a non temere gli uomini, gli avversari: “I miei occhi disprezzeranno i miei nemici”. Per noi cristiani non c'è il disprezzo dei nemici in quanto persone, ma solo disprezzo delle loro lusinghe per travolgerci, delle loro intimidazioni per fiaccarci.
E' certo che gli empi non potranno prosperare che per un attimo, ma poi cadranno in rovina: “Contro quelli che mi assalgono, i miei orecchi udranno sventure”.
Il contrario avverrà per i giusti, che si radicano nella frequentazione del tempio, e per questo fioriranno “negli atri del nostro Dio”, e nella vecchiaia “daranno ancora frutti”. Esempi perfetti di questo sono Simeone ed Anna (Lc 2,25s.36s).
Commento di P. Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore..
1Cor 15, 54-58

Continuando la sua prima lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato nella V domenica, San Paolo in questo brano termina il suo discorso sulla risurrezione con un inno di trionfo e di ringraziamento per quanto Dio ha concesso agli uomini con la vittoria della vita sulla morte per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
“Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”
Paolo nel brano precedente aveva cercato di spiegare come sarebbe avvenuta la risurrezione dai morti. Il corpo come un seme sarebbe stato sepolto nella terra e sarebbe risorto nella gloria e nell'incorruttibilità. E quando ciò avverrà, si avvereranno le parole della Scrittura. (Paolo cita liberamente un passo di Isaia 25,8 e Osea 13,14) Anche l’Apocalisse tratta la fine della morte in Ap 20,14.
“Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge.”
La morte, potenza malefica, per esercitare la sua distruttività a danno dell’uomo, si avvale del peccato che ne è il velenoso pungiglione. La legge è la norma, il precetto, ed ha il suo compito per quanto riguarda l’ordine morale del singolo e del popolo di Dio. Da se stessa, però, la legge non ha la forza perché questa vittoria si adempia; è come un circolo vizioso tra legge e peccato che porta dunque alla morte. Ciò che la supera, infondendo tutto il vigore necessario al credente, è solo Gesù Cristo. (Una riflessione profonda sullo stretto rapporto esistente tra legge, peccato e morte, Paolo la fa nelle lettere ai Galati e ai Romani).
“Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!”
Paolo ringrazia infine Dio che grazie alla morte e alla risurrezione di Gesù, primizia di coloro che sono morti, ci dona la vittoria sulla morte.
“Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore”.
E’ una calda esortazione a una fedeltà che trova nella perseveranza il suo modo d’essere irremovibile. Conseguenza diretta della fede nel Cristo risorto, ben lungi dal costringere i credenti ad avere pensieri di timore del futuro o della morte, li rinforza e li rende protagonisti di un agire in funzione di quell’opera del Signore” che è sempre relativa al suo precetto: l’amore reciproco che difende e fa trasformare gradualmente l’uomo dentro ciò che è vero, buono, bello. Non è certo facile, ed è certamente faticoso e Paolo lo riconosce, ma nel Signore (con la sua grazia) la fatica non è certo vana.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Lc 6, 39-45

Come domenica scorsa, anche oggi nel brano che abbiamo continuiamo la lettura del “Discorso della pianura” come ce la presenta l’Evangelista Luca, tutta dominata dal tema dell’amore e della misericordia.
Nel primo versetto Gesù presenta ai suoi discepoli una mini-parabola o proverbio forse presa da una raccolta di detti della sapienza popolare: :
“Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”
L’uomo per essere guida di un altro deve avere in sé una luce interiore, altrimenti è destinato a essere causa di rovina non solo per sé ma anche per altri. A differenza di Matteo, che questo detto lo applica ai farisei, che chiama guide cieche, Luca invece lo riferisce a tutti quelli, compresi i discepoli, che si sentono autorizzati a giudicare e a condannare gli altri. Sono ciechi perché non si ritengono bisognosi della misericordia di Dio e perciò non la usano neanche verso gli altri. Praticamente si sostituiscono a Dio, perché credono di essere in grado di giudicare da soli ciò che è bene e ciò che è male.
Poi Gesù pone un’altra infermità sempre nell’ambito della vista:
“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? “
Sono parole che ci accusano di essere ”falsi maestri”, anche quando tendiamo, quasi istintivamente, a giudicare e a condannare il comportamento degli altri senza tener conto del nostro. Usiamo in questo modo due misure, una per giudicare gli altri e un’altra per giudicare noi stessi.
“Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. Solo se si fa un esame serio su noi stessi, si trova la giusta misura con cui regolare la critica verso gli altri. Infine se ci consideriamo, come siamo, tutti peccatori e quindi bisognosi della misericordia Dio, non possiamo non usare misericordia verso gli altri e perdonare.
È importante notare che in questi versetti la parola “fratello” è riportata per ben quattro volte per indicarci che il prossimo ha la stessa nostra dignità, come l’ha chi ci è fratello. Chi critica l’altro senza aver prima fatto autocritica, è considerato da Luca un ipocrita. Sicuramente Luca non gli dà il significato che noi oggi diamo a questa parola, ma a quello che gli veniva attribuito nel teatro greco dove l’ipocrita è il protagonista che risponde alle domande del coro. L’ipocrita è quindi chi vuole mettersi al centro di tutto, al posto di Dio, come giudice degli altri.
“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono”. “Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.”
E’ un dato naturale, dalla natura dell’albero dipende il tipo di frutto. Dal frutto, che si raccoglie, si capisce di quale albero si tratta.
“L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.”
Chi mette in pratica queste parole di Gesù diventa automaticamente una persona sincera, umile e giusta. Non si arrogherà il diritto di giudicare gli altri, ma si umilierà “sino alla condizione di servo” come il Cristo per salvare il fratello. Non si nasconderà dietro alla dignità del suo nome e della sua professione per essere servito, ma si presenterà per servire. Dal profondo del suo cuore non porterà astio, ma dolcezza e mitezza, dall’albero della sua vita non coglierà frutti velenosi, ma darà cibo e disseterà , come ha fatto Gesù durante la sua esistenza terrena. Dalle sue labbra non usciranno parole che fanno male, ma parole che sono “spirito e vita” . Questo brano quando lo si comprenderà pienamente, si trasformerà in un canto d’amore ma anche in una celebrazione della sincerità del cuore contro ogni orgoglio e ipocrisia. Il teologo Dietrich Bonhoeffer, morto martire nei campi di concentramento nazisti, nella sua opera ”Etica” ricordava che “la bontà non è una qualità della vita, ma la vita stessa e che essere buono significa vivere” . E’ per questo che Gesù ha definito gli ipocriti “sepolcri imbiancati” (Mt 23,27) che si illudono di mostrarsi vivi e rigogliosi, in realtà avendo un cuore inquinato, essi sono senza vita, ciechi e spenti.

 

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Le Parole di Papa Francesco

Papa Francesco, durante l’omelia di oggi in Casa Santa Marta, ha invitato i fedeli presenti a guardarsi allo specchio prima di permettersi di giudicare gli altri: il Santo Padre ha ricordato come l’unico cui sia permesso giudicare è Dio e come al cristiano non spetti il giudizio ma piuttosto la prossimità ai propri fratelli, la comprensione e la preghiera.
Il Vescovo di Roma, commentando la Lettura del Vangelo di oggi (Mt 7,1-5), durante l’ultima celebrazione pubblica prima della pausa estiva che durerà fino a settembre, ha sottolineato come il consiglio che viene espresso nella Lettura sia quello di guardarsi “allo specchio, ma non per truccarti, perché non si vedano le rughe. No, no, no, quello non è il consiglio! – ha commentato Bergoglio – Guardati allo specchio per guardare te, come tu sei. ‘Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?’“.
Queste parole del Vangelo di oggi ci dicono come “ci qualifica il Signore, quando facciamo questo“, ha aggiunto il Pontefice: il Signore ci dice “una sola parola: ‘Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello’. Per questo è tanto brutto giudicare“, ha aggiunto.
Come cristiani dobbiamo guardarci dalla tentazione del giudicare i fratelli: il giudizio, infatti, compete “solo a Dio, solo a Lui! A noi l’amore, la comprensione, il pregare per gli altri quando vediamo cose che non sono buone, ma anche parlare loro: ‘Ma, senti, io vedo questo, forse…’ Ma mai giudicare. Mai“.
Durante la giornata di oggi ci farà bene, dunque, pensare “a questo che il Signore ci dice: non giudicare, per non essere giudicato; la misura, il modo, la misura con la quale giudichiamo sarà la stessa che useranno con noi; e, terzo, guardiamoci allo specchio prima di giudicare. – ha concluso Papa Francesco – ‘Ma questa fa quello… questo fa quello…’ ‘Ma, aspetta un attimo…’, mi guardo allo specchio e poi penso. Al contrario sarò un ipocrita, perché mi metto al posto di Dio e, anche, il mio giudizio è un povero giudizio; gli manca qualcosa di tanto importante che ha il giudizio di Dio, gli manca la misericordia. Che il Signore ci faccia capire bene queste cose“.

Parte dell’Omelia di Papa Francesco della S. Messa del 20 giugno 2016
Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

Pubblicato in Liturgia

Le letture che la liturgia di questa domenica ci propone, hanno come tema l’amore senza misura verso tutti e nonostante tutto. L’amore per i nemici così umanamente difficile, sgorga dalla paternità universale di Dio e si dove concretizzare nei gesti della nostra vita quotidiana e nel nostro comportamento.
Nella prima lettura, tratta dal libro di Samuele leggiamo che Davide rinunzia a vendicarsi di Saul, che pure cercava di farlo morire. Davide preferisce rimettere a Dio, che è fedele con chi compie il bene, ogni giudizio.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, stabilisce un confronto tra Cristo e Adamo. Il primo Adamo, dà origine a una discendenza terrena e mortale, l’ultimo Adamo, cioè Cristo, è capostipite di una nuova umanità, redenta dal peccato e dalla morte ,
Il Vangelo di Luca ci presenta le prime parole di un discorso di Gesù (simile al “Discorso
della montagna dell’evangelista Matteo), che insistono sulla legge della carità, amore per i nemici, aiuto scambievole, perdono delle offese. Gesù spazza via tutti i limiti e ci chiede di far saltare l’ingranaggio dei conflitti e degli odi. L’amore gratuito è senza frontiere, come quello di Dio e di Gesù, che sulla croce ce ne ha dato l’esempio.

Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.
Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte, ed ecco Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?».
Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.
Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro.
E Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore.
1 Sam 26,2.7-9.12-13.22.23

Il Libro di Samuele, diviso in due parti solo perchè era troppo lungo (31 capitoli il primo e 24 capitoli il secondo) nella traduzione greca detta dei settanta (LXX) furono uniti ai due libri dei Re, e tutti e quattro furono chiamati “libri dei Regni”.
Sono stati scritti in ebraico e secondo molti studiosi, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte.
Sia i libri di Samuele che quelli dei Re hanno come unico progetto, quello di tratteggiare la vicenda storica di Israele dalla fine dell'epoca dei Giudici fino alla fine della monarchia con l'invasione babilonese di Nabucodonosor: un arco di tempo che comprende ben sei secoli.
Il primo libro, da cui questo brano viene tratto, descrive l'abbandono dell'ordinamento giuridico dei Giudici, con cui spesso le tribù si governavano in modo indipendente l'una dall'altra, e la storia di due personaggi: il profeta Samuele e Saul, il primo re d’Israele ma anche l’ingresso nella narrazione di quello che sarà il re più importante del Regno a cui è dedicato tutto il secondo libro di Samuele: Davide.
In questo brano, ci viene narrato un episodio della vita di Davide , che spiega bene il pensiero centrale del Vangelo: l’amore dei nemici, manifestato nel perdono.
“Saul si era mosso, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.”
Davide, perseguitato a morte dall'invidioso re Saul, insieme ad Abisai (suo nipote) scesero tra quella gente di notte, ed arrivarono sino alla tenda di Saul che “dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno”.
Davide, consigliato da Abisai, avrebbe avuto la possibilità di uccidere Saul ma non lo fa perchè vede nel re il rappresentante di Dio, il Suo consacrato. Dice infatti al fedele Abisai “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”.
Si limita a prendere degli oggetti (la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul) per dare poi dimostrazione di essere stato lì e della possibilità che aveva avuto di ucciderlo. Infatti dopo che era a debita distanza di sicurezza da Saul gridò “Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore.
Davide preferisce in quel modo rimettere a Dio, che è fedele con chi compie il bene, ogni giudizio. Così diventa in un certo senso la figura di Cristo che è modello di amore per i nemici.

Salmo 102 - Il Signore è buono e grande nell’amore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Come dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

La critica è incline a datare la composizione di questo salmo nel tardo postesilio.
Il salmista esorta se stesso a benedire il Signore, e a non “dimenticare tutti i suoi benefici”. Questo ricordare è importantissimo nei momenti dolorosi per non cadere nello scoraggiamento e al contrario stabilirsi in una grande fiducia in Dio. Il salmista non presenta grandi tormenti storici della nazione; pare di poter indovinare normalità di vita attorno a lui. Egli si presenta a Dio come colpevole di numerose mancanze, ma ha sperimentato la misericordia di Dio, che lo ha salvato da angosce e anche probabilmente da una malattia grave: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità; salva dalla fossa la tua vita”.
Il salmista non cessa di celebrare la bontà, la giustizia di Dio, e prova una grande dolcezza nel fare questo: una dolcezza pacificante: “Ti circonda di bontà e di misericordia”.
Il salmista, fedele all'alleanza, loda Dio per la legge data per mezzo di Mosè: “Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d'Israele ”. Ma Dio non ha dato a Mosè solo la legge, ha anche dato l'annuncio del Cristo futuro, dal quale abbiamo la grazia e la verità (Cf. Gv 1,17). La misericordia di Dio celebrata dal salmista si è manifestata per mezzo di Gesù Cristo.
Il salmista si sente sicuro, compreso da Dio, che agisce sul suo popolo con la premura di un padre verso i figli. Un padre che “ricorda che noi siamo polvere”, e che perciò pur rilevando le colpe è pronto a perdonare pienamente: “Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno”.
L'alleanza osservata è fonte di bene, di unione con Dio. Egli effonde “la sua giustizia”, cioè la sua protezione dal male, sui “figli dei figli”.
Il salmista pieno di gioia conclude invitando tutti gli angeli a benedire Dio. Gli angeli non hanno bisogno di essere esortati a benedire Dio, ma certo possono essere invitati a rafforzare il nostro benedire Dio. Per una lode universale sono invitate a benedire Dio tutte le cose create (Cf. Ps 18,1s): “Benedite il Signore, voi tutte opere sue”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.
1Cor 15, 45-49

Continuando la sua 1^ lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato domenica scorsa, San Paolo in questo brano cerca di fissare un confronto tra Cristo e Adamo che da primo uomo ha dato origine ad una discendenza terrena e mortale, mentre l’ultimo Adamo, cioè Cristo è capostipite di una nuova umanità.
Con il primo versetto fa una citazione partendo dalla Genesi:
“il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente” cioè un essere dotato, per la sua psyche, di una vita puramente naturale, e sottoposto alle leggi del deperimento e della corruzione.
“ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”.
In Cristo è stato raggiunto l'ideale umano più alto. In lui domina lo spirito potente ed immortale, che si comunica anche al corpo, perciò è “spirito datore di vita” non solo per se stesso, come lo ha mostrato nella Sua risurrezione, ma lo è per coloro che sono a Lui uniti e che saranno da Lui risuscitati
“Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale”.
secondo la legge che si osserva nelle opere di Dio, ciò che è meno perfetto precede quello che è più perfetto
“Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo.”
Il secondo uomo, cioè Gesù, è nato sì su questa terra, ed è vissuto ed è morto con un corpo terrestre, ma Egli è risorto, è salito alla destra di Dio e verrà ancora nella sua gloria, per trasfigurare il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso (Fil 3,21)
“Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.“
Mediante la nostra solidarietà con Adamo noi abbiamo ereditato la corruzione, ma per mezzo della nostra solidarietà con Cristo noi avremo la nostra vita indefettibile. Egli è ora l’uomo celeste e questo è il nostro destino: saremo come Lui, risorgeremo come Lui.
Nella lettera ai Romani Paolo lo ribadisce ancora” Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” Rm6,5

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.
E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona,pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con a quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Lc 6, 26-38

Questo brano che la liturgia ci presenta è la seconda parte del “Discorso della Pianura”. Nella prima parte che abbiamo visto la domenica scorsa, Gesù si rivolge ai discepoli, in questa seconda parte, si rivolge “A voi che ascoltate “, cioè a quella moltitudine immensa di poveri e di malati, venuta da tutte le parti.
Le parole che rivolge a questa gente ed a tutti noi oggi sono esigenti e difficili, il suo è un lungo e ininterrotto canto di amore e di perdono:
“amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Il cristiano autentico deve racchiudere in questo desiderio di bene tutti gli uomini giungendo anche ad un confine difficile da varcare, quello dei nemici. Deve sempre ricordare che questo è l’atteggiamento di Dio che, come dice il salmo 102 “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, “ in Dio la giustizia è vinta dall’amore.
I versi seguenti aiutano a capire ciò che Gesù vuole insegnare.
”E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”.
E’ la famosa Regola d’Oro per cercare di imitare Dio. E’ una regola questa che, se messa in pratica, basterebbe da sola a cambiare il volto della famiglia, della comunità e della società in cui viviamo. L’Antico Testamento, il libro di Tobia, la conosceva nella forma negativa “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”(4,15). Gesù questo principio lo amplia sino al’infinito, lo estende anche sui nemici caricandolo di una forza inaudita e lo fa perchè vuole cambiare il sistema. La Novità che vuole costruire viene dalla nuova esperienza di Dio Padre pieno di tenerezza che accoglie tutti! Le parole di minaccia contro i ricchi non possono essere occasione di vendetta da parte dei poveri! Gesù esige l’atteggiamento contrario.
“Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. L’amore non può dipendere da ciò che ricevo dall’altro. L’amore vero deve volere il bene dell’altro, indipendentemente da ciò che l’altro fa per me. L’amore deve essere creativo, poiché così è l’amore di Dio per noi.
“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Matteo dice la stessa cosa con altre parole: “Siate perfetti come il Padre dei cieli è perfetto” (Mt 5,48). Mai nessuno potrà arrivare a dire: "Oggi sono stato perfetto come il Padre del cielo è perfetto! Sono stato misericordioso come il Padre dei cieli è misericordioso”. Staremo sempre al di sotto della misura che Gesù ha posto dinanzi a noi.
“Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona,pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con a quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Sono quattro consigli: due in forma negativa: non condannare; e due in forma positiva: perdonare e dare in misura abbondante. Quando dice “e vi sarà dato”, Gesù allude al trattamento che Dio vuole avere con noi. Ma quando il nostro modo di trattare gli altri è meschino, Dio non può usare con noi la misura abbondante e straboccante che vorrebbe usare.

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Le Parole di Papa Francesco

Le beatitudini sono il programma di vita che ci propone Gesù

““Come si fa per diventare un buon cristiano?” Questa è la domanda che Papa Francesco si è posto ed ha rivolto ai partecipanti della Santa Messa in Casa Santa Marta oggi, lunedì 9 giugno 2014, spiegando poi, nel corso della riflessione, che la risposta a tale questione è semplice e la possiamo trovare nelle beatitudini, le quali sono “il programma di vita che ci propone Gesù; tanto semplice, ma tanto difficile“.
Il cammino delle beatitudini, ha spiegato il Pontefice, è complesso perché è un cammino contro corrente: “il mondo ci dice: la gioia, la felicità, il divertimento, quello è il bello della vita” ha detto “E ignora, guarda da un’altra parte, quando ci sono problemi di malattia, problemi di dolore nella famiglia“.
Perché questo? Perché sostanzialmente “il mondo non vuole piangere” quindi alla fin fine “preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle. Soltanto la persona che vede le cose come sono, e piange nel suo cuore – ha quindi spiegato Bergoglio – è felice e sarà consolata” ma non nel modo terreno, perché “la consolazione di Gesù, non quella del mondo“.
Così Gesù, in “un mondo di guerre, un mondo dove dappertutto si litiga, dove dappertutto c’è l’odio” propone “niente guerre, niente odio, pace, mitezza” proclamando beati i miti; in un mondo dove “tutti siamo stati perdonati” dove tutti apparteniamo a un grande “esercito di perdonati” Gesù dice beati coloro che perdonano, che vanno “per questa strada del perdono“; ancora in un mondo dove “è tanto comune da noi essere operatori di guerre o almeno operatori di malintesi” Gesù dichiara beati gli operatori di pace e coloro che “hanno un cuore semplice, puro, senza sporcizie, un cuore che sa amare con quella purità tanto bella“.
Quelle di Gesù sono “poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla“!”

Parte dell’Omelia di Papa Francesco della S. Messa del 9 giugno 2014
Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci portano ad interrogarci su dove si fonda la nostra speranza, proponendoci due modi opposti di impostare la vita: possiamo confidare in noi stessi (e questo lo possiamo vedere nella prima lettura), condannandoci però ad una vita sterile; oppure possiamo riporre la nostra fiducia in Dio per essere come un albero che non smette di produrre frutti.
Nella prima lettura, il Profeta Geremia, ci invita ad avere più confidenza nelle cose divine che in quelle umane. Confidare nel Signore vuol dire ascoltare la Sua parola e farne regola della nostra vita.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, ci dice che la risurrezione di Cristo è la garanzia della risurrezione di tutti gli uomini. e afferma che “se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede! ”
Nel Vangelo di Luca troviamo la celebre pagina evangelica delle Beatitudini, che ci parlano di una felicità che è generata dalla nostra relazione con Dio. Il messaggio delle Beatitudini è un appello sintetico e radicale rivolto a coloro che hanno già fatto la prima scelta per Gesù e per il Regno e che ora devono impostare la loro esistenza di creature nuove.

Dal libro del profeta Geremìa
Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.
Ger 17,5-8

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
Geremia, profeta del dolore e della misericordia, che preannuncia più di ogni altro la figura di Gesù, rimane per il suo popolo, e per tutti i cristiani, un testimone della speranza. Egli è pure l’esempio di una incorruttibile fedeltà alla propria vocazione, qualunque siano le difficoltà.
In questo brano di stile sapienziale, Geremia invita ad avere più confidenza nelle cose divine che in quelle umane ed usa parole alquanto forti che colpiscono: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno,allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene,dimorerà in luoghi aridi nel deserto,in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.”
Fa un quadro molto eloquente, parla di calura e di siccità, cita il tamarisco , che è un arbusto sterile e di nessun valore che cresce in luoghi aridi e da lui non sboccia nulla di buono.
Poi passa a descrivere il lato positivo dell’uomo che confida nel Signore, che trova eco nel salmo 1
Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,non smette di produrre frutti.
Viene descritto l'effetto delle opere compiute con giustizia e con fiducia nel Signore. Per questo la benedizione dell'uomo che confida nel Signore viene opposta alla maledizione di chi si fida solo dell’ uomo e si allontana dalla via del Signore. Sottolinea in particolare il fatto che "confidare nel Signore" significa non solo mettere in pratica i suoi comandamenti, ma anche trovare in Lui la fonte di quell'acqua fresca e permanente che gli permette di "portare frutti" in qualsiasi stagione della vita. La persona che agisce in questo modo, allora, trova nella Legge del Signore anche la fonte di gioia, e non può fare a meno di meditarla, giorno e notte affidandosi pienamente a Colui che veglia sul suo cammino.
Per mettere in pratica noi oggi questo concetto dobbiamo cercare di capire cosa significa vivere, come dice Geremia, riponendo la fiducia nell’uomo, e cosa significa invece vivere per il regno di Dio riponendo la fiducia solo in Lui.

Salmo 1,1,4-6 Beato l’uomo che confida nel Signore

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

Il salterio comincia con un salmo che presenta la beatitudine di chi rimane fermo nella meditazione della legge e la mette in pratica. Ancorato all’osservanza della Parola di Dio, non si perde il vero credente ad ascoltare il consiglio degli empi, poiché la Parola è luce ai suoi passi. Egli medita la legge giorno e notte per poter affrontare le varie vicende della vita con rettitudine. La meditazione della Parola lo rende fecondo, al riparo dall’arsura e dai venti tempestosi delle prove. Gli empi, che sono coloro che fanno ostacolo con la loro sufficienza alla Parola, non avranno argomenti davanti al giudizio di Dio, e quali colpevoli verranno dispersi finiranno nella tomba della storia. Per quanto vorranno radicarsi all’interno dell’assemblea dei giusti per potere illudere gli inesperti della Parola, andranno ugualmente in rovina davanti al giudizio di Dio, poiché Dio nessuno lo può ingannare.
E’ un salmo che dona pace, invito alla perseveranza. Non andrà deluso chi medita la legge d’amore nella quale si riflette Dio, che è Amore. E la legge è stata portata a compimento da Cristo; e di più la nuova legge, che perfeziona l’antica, si trova in Cristo, nella sua vita, nei suoi gesti, nelle sue parole. Meditare la legge giorno e notte è meditare quanto ha fatto, detto Cristo; è desiderio di vivere Cristo nell’imitazione di lui. Chi medita Cristo di fronte ad un’azione da compiere non si pone precisamente la domanda: “Cosa farebbe Cristo”, quasi che considerasse Cristo essendo “esterno” a Cristo, ma trova la sua risposta da quello che ha fatto e detto Cristo, poiché egli è “in Cristo”. In lui c’è ogni luce e tesoro di sapienza su come essere graditi al Padre e su come essere aperti nella carità ai fratelli.
Meditare giorno e notte la legge non è opera di giurista, ma è l’opera d’amore che avviene nella comunione con Cristo
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?
Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.
Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
1Cor15,12.16-20

Continuando la sua 1^ lettera ai Corinzi, nel capitolo 15, che abbiamo iniziato domenica scorsa, San Paolo in questo brano afferma che negare la risurrezione dei morti implica la negazione della risurrezione di Cristo e della veracità della testimonianza apostolica.
Il brano inizia con una domanda: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?”
La cultura greca aveva molte difficoltà ad ammettere la possibilità della risurrezione, ma anche fra i cristiani l’argomento della risurrezione incontrò molte difficoltà per superare i pregiudizi esistenti .
I membri del sinedrio di Gerusalemme condannavano e perseguitavano il messaggio cristiano e alcuni ateniesi all’areopàgo quando sentirono parlare di risurrezione di morti, avevano deriso Paolo. In tutti i tempi la superficiale ragione umana ,che misura la sapienza e la potenza di Dio alla propria stregua, ha sollevato le stesse obbiezioni contro alla dottrina della risurrezione dei corpi. Qui Paolo fa notare a quei cristiani che si lasciavano travolgere dall'incredulità del mondo, come la negazione della risurrezione in genere sia in contraddizione col fatto ben costatato della risurrezione di Cristo.
“Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;”
È probabile che i sostenitori di questa teoria non si rendessero ben conto delle gravi conseguenze che ne sarebbero derivate, ecco perchè Paolo inizia con una supposizione molto forte.
“ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.”
L'Apostolo adopera parole diverse per indicare la vanità della fede cristiana qualora non fosse risorto Cristo, la fede cristiana sarebbe senza fondamento e poggerebbe sul vuoto. Ma soprattutto sarebbe anche vana, in quanto non potrebbe condurre ad alcuno dei risultati promessi. Se Cristo non fosse risuscitato non avremmo più certezza alcuna che Dio abbia gradito il suo sacrificio quale espiazione dei nostri peccati e la tomba di Gesù rimasta chiusa starebbe ad indicare che anche Lui è rimasto preda della morte. Tolta dunque la risurrezione, crollerebbe la giustificazione dei peccatori ed essi sarebbero ancora nei loro peccati non espiati.
“Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.”
Se tanti cristiani morti nella pace del Cristo in cui hanno creduto, se la loro fede è vana, sarebbero nella perdizione anziché nel riposo eterno e nella gloria di Dio. E non è pietosa soltanto la sorte di coloro che sono morti in Cristo, ma lo è anche quella di chi vive tuttora nella fede in Lui. Vale a dire, se, nel corso di questa vita terrena, abbiamo concentrato in Cristo la nostra unica speranza di futura felicità e gloria, se, in vista di questa speranza, fondata in Cristo, noi sopportiamo fatiche, derisioni e persecuzioni, noi siamo degni di compassione più degli altri uomini poiché se Cristo non è risuscitato, la nostra speranza non ha fondamento e noi sacrifichiamo affetti, fatiche, beni e vita per una pia illusione; mentre gli altri che vivono per le cose della terra, sono felici, senza farsi troppe illusioni .
“Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.”
Dopo aver mostrato a quali terribili conseguenze conduce il falso principio che non c'è risurrezione di morti, Paolo ritorna sul terreno dei fatti che nessuna teoria vale a smuovere, e nel fatto ben provato della risurrezione e della susseguente esaltazione del Cristo, egli scorge la garanzia della finale vittoria dell'umanità redenta sulla morte.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come
infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.
Lc 6,17.20-26

Dopo la chiamata dei primi discepoli, proposta la scorsa domenica, la liturgia ora ci presenta una pagina evangelica celebre, quella delle beatitudini nella versione di Luca , che a differenza di Matteo, le colloca in un luogo pianeggiante. All’origine di questo discorso, vera magna carta del cristianesimo, si può supporre che alla base ci sia un insieme di detti pronunciati da Gesù in diverse circostanze.
Il brano inizia presentando Gesù che disceso con loro si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Oltre ai Dodici vediamo che c’è un gran numero dei discepoli di Gesù e una gran moltitudine di gente provenienti non solo da Gerusalemme ma anche dal litorale di Tiro e di Sidone.
“Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame,perché sarete saziati”.
Nel suo significato originario la parola “poveri” non contempla solo i mendicanti, ma anche gli anawîm, i trascurati, poveri accanto a gente ricca, gli oppressi. Sono loro i poveri reali che hanno fame e piangono. La loro beatitudine consiste nel fatto che Dio interviene in loro favore. A questi “poveri “ Gesù garantisce: “ Vostro è il Regno di Dio!". Si può notare che viene utilizzato un verbo al presente e ciò sta a significare che il Regno è già presente, che già appartiene loro. Quindi non una promessa che riguarda il futuro, ma un Regno che esiste già in mezzo ai poveri.
Il vangelo di Luca non parla della virtù della povertà, di una povertà scelta, liberamente per amore di Dio o per servizio agli altri, ma parla della povertà come una condizione di privazione. Possiamo allora chiederci perchè sono beati questo tipo di poveri? Semplicemente perché Dio è il loro difensore e dove si trova una condizione di miseria, di bisogno, Dio non rimane indifferente, ma risponde, è vicino e solidale. Quindi in questo senso Beati voi, poveri che sperimentate la debolezza, il bisogno, perché Dio – che regna – vi risponderà.
“Beati voi, che ora avete fame,perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete.”
La prima parte di questa espressione è al presente, la seconda al futuro e questo sta a significare che ciò che ora viviamo e soffriamo non è definitivo. Ciò che è definitivo sarà il Regno che stiamo costruendo oggi con la forza dello Spirito di Gesù. Costruire il Regno suppone sofferenza e persecuzione, però una cosa è certa: il Regno giungerà e "voi sarete saziati e riderete!“. Nelle parole di questo versetto, possiamo pensare al Magnificat, il cantico di Maria: "Ha ricolmato di beni gli affamati" (Lc 1,53). è la realtà della vita che ci fa considerare la quotidianità come il luogo dove si costruisce la storia della salvezza.
“Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.”
La quarta beatitudine è più articolata e si distacca dalle precedenti, in essa si dice esplicitamente che la sofferenza è causata per aver seguito il Figlio dell'uomo, ossia per la fede in Gesù, Questo versetto è al futuro e non riguarda tutti ma solo una categoria di persone: è la situazione dei primi credenti, ancora legati al mondo ebraico che però li osteggia per la loro adesione al messaggio di Cristo. I discepoli di Gesù condividono la condizione dei poveri, perché per essere fedeli a Lui si espongono all'insicurezza e all'emarginazione di un mondo che ragiona secondo altri criteri,
Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.”
L'invito alla gioia in questo versetto è intenso. Luca usa il verbo esultare (letteralmente saltellare), perché il tempo della prova dà la certezza di ricevere il dono dell'amore di Dio Padre, la grande ricompensa nel cielo.
Il riferimento alla persecuzione sofferta dai profeti è un'idea comune al tempo di Gesù e da Lui condivisa. Il Nuovo Testamento la riprende in diversi passi (cfr. Mc 6,4; Lc 11,47; At 7,51; 1Ts 2,15, ecc) e sebbene il testo si riferisca chiaramente alla situazione della Chiesa primitiva, non si esclude che Gesù abbia previsto l'opposizione che avrebbero incontrato gli apostoli (e di conseguenza tutti i discepoli) e l'abbia espressa con il tema del giusto perseguitato.
“Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete,perché sarete nel dolore e piangerete.”
Luca costruisce i quattro guai sulla base delle precedenti beatitudini. La ricchezza è presentata come un rischio reale e pericoloso perché dà una falsa sicurezza; il ricco si sente autosufficiente e ritiene superfluo rivolgersi a Dio, non si cura dei bisogni dei poveri, e chiudendosi nell'egoismo, non pensa al suo destino eterno. Per questo i ricchi hanno già ricevuto quanto è loro dovuto e non si aspettano niente oltre la morte.
Per l'evangelista la ricchezza è un pericolo permanente per tutti; egli è preoccupato che il cuore delle persone si chiuda al dono di Dio, un dono che viene loro incontro nel vangelo di Gesù.
“Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.”
Quest’ultima minaccia si riferisce ai figli di coloro che nel passato elogiavano i falsi profeti e alcune autorità dei giudei usavano il loro prestigio e la loro autorità per criticare Gesù.
Per riassumere possiamo dire che Gesù nel Vangelo di Luca ribadisce: beati i poveri, perchè avranno il regno di Dio; beati coloro che hanno fame, perchè saranno saziati; beato chi piange perchè riderà; beato chi è perseguitato a causa di Cristo perchè sarà ricompensato in Cielo; e guai al ricco, che non avrà altra gioia, guai al sazio, che non potrà soddisfare altri desideri; guai a chi ride, perchè conoscerà solo l’afflizione; guai a chi è lodato, perchè circuito dall’adulazione, sarà vittima, della falsità.
Gesù non contrappone qui quattro maledizioni a quattro beatitudini: Gesù ricorda soltanto che la consolazione viene da Dio, che solo Dio realizza il riscatto dei poveri, degli emarginati, degli offesi, delle vittime: Gesù garantisce il riscatto del male in bene, perchè Gesù è il risorto, colui che ha riscattato anche la morte: per questo San Paolo afferma che “se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” Ma Cristo è risorto, e la nostra fede è il fondamento della beatitudine, cioè della speranza.

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“Possiamo immaginare» ha affermato Francesco, in quale contesto Gesù ha pronunciato il discorso delle beatitudini, così come lo riporta Matteo nel suo Vangelo (5, 1-12). Ecco allora «Gesù, le folle, il monte, i discepoli». E «Gesù si mise a parlare e insegnava la nuova legge, che non cancella l’antica, perché lui stesso ha detto che fino all’ultima jota dell’antica legge dev’essere compiuta». In realtà Gesù «perfeziona l’antica legge, la porta alla sua pienezza». E «questa è la legge nuova, questa che noi chiamiamo le beatitudini». Sì, ha spiegato il Papa, «è la nuova legge del Signore per noi». Infatti le beatitudini «sono la guida di rotta, di itinerario, sono i navigatori della vita cristiana: proprio qui vediamo, su questa strada, secondo le indicazioni di questo navigatore, come possiamo andare avanti nella nostra vita cristiana».
Nelle beatitudini, ha fatto notare Francesco, «ci sono tante cose belle: possiamo fermarci in ognuna fino alle dieci del mattino». Ma «io vorrei soffermarmi su come l’evangelista Luca spiega questo». Rispetto al brano di Matteo proposto oggi dalla liturgia, ha affermato il Papa, Luca nel capitolo 6 del suo Vangelo «dice lo stesso, ma alla fine aggiunge qualcosa che Gesù ha detto: i quattro guai». Proprio «i quattro guai». E così ecco che anche Luca elenca quel «beati, beati, beati, beati tutti». Ma poi aggiunge «guai, guai, guai, guai».
Sono precisamente «quattro guai». E cioè: «Guai a voi ricchi, perché avete avuto la vostra consolazione; guai a voi se siete sazi, perché avrete fame; guai a voi che ridete: piangerete; guai a voi, quando tutti diranno bene di voi: così hanno fatto i vostri antenati con i falsi profeti». E «questi guai — ha proseguito il Papa — illuminano l’essenziale di questo foglio, di questa guida di cammino cristiano».
Il primo «guai» riguarda i ricchi. «Ho detto tante volte» ha ricordato Francesco, che «le ricchezze sono buone» e che «quello che fa male e che è cattivo è l’attaccamento alle ricchezze, guai!». La ricchezza infatti «è un’idolatria: quando io sono attaccato, allora faccio idolatria». Non è certo un caso se «la maggior parte degli idoli sono fatti d’oro». E così ci sono «quelli che si sentono felici, a loro non manca niente», hanno «un cuore soddisfatto, un cuore chiuso, senza orizzonti: ridono, sono sazi, non hanno fame di nulla». E poi ci sono «quelli a cui piace l’incenso: a loro piace che tutti parlino bene di loro e così sono tranquilli». Ma «“guai a voi” dice il Signore: questa è l’anti-legge, è il navigatore sbagliato».
È importante notare, ha proseguito il Papa, che «questi sono i tre scalini che portano alla perdizione, così come le beatitudini sono gli scalini che portano avanti nella vita». Il primo dei «tre scalini che portano alla perdizione» è, appunto, «l’attaccamento alle ricchezze», quando si avverte di non aver «bisogno di nulla». Il secondo è «la vanità», la ricerca «che tutti dicano bene di me, tutti parlino bene: mi sento importante, troppo incenso» e io alla fine «credo di essere giusto, non come quello» ha affermato Francesco, suggerendo di pensare «alla parabola del fariseo e il pubblicano: “Ti ringrazio perché non sono come questo”». Tanto che quando siamo presi dalla vanità si finisce persino per dire, e questo accade tutti i giorni, «grazie, Signore, che sono tanto un buon cattolico, non come il vicino, la vicina».

Il terzo è «l’orgoglio che è la sazietà», sono «le risate che chiudono il cuore». «Con questi tre scalini andiamo alla perdizione» ha spiegato il Papa, perché «sono le anti-beatitudini: l’attaccamento alle ricchezze, la vanità e l’orgoglio».

«Le beatitudini invece sono il cammino, sono la guida per il cammino che ci porta al regno di Dio» ha fatto presente Francesco. Tra tutte però «c’è una che, non dico sia la chiave, ma ci fa pensare tanto: “Beati i miti”». Proprio «la mitezza». Gesù «dice di se stesso: imparate da me che sono mite di cuore, che sono umile e mite di cuore». Dunque «la mitezza è un modo di essere che ci avvicina tanto a Gesù». Invece «l’atteggiamento contrario procura sempre le inimicizie, le guerre e tante cose cose brutte che succedono». Il Papa ha anche messo in guardia dal ritenere che «la mitezza di cuore» possa essere scambiata per «sciocchezza: no, è un’altra cosa, è la profondità nel capire la grandezza di Dio, e adorazione».

Prima di riprendere la celebrazione della messa, il Pontefice ha invitato a pensare alle «beatitudini che sono il biglietto, il foglio di guida della nostra vita, per non perdersi e non perderci». E «ci farà bene oggi leggerle: sono poche, cinque minuti, capitolo 5 di Matteo». Sì, ha proposto, «leggerle un pochettino, a casa, cinque minuti, ci farà bene» perché le beatitudini sono «il cammino, la guida». E pensare, poi, ha concluso, anche alle «quattro anti-beatitudini» riportate dall’evangelista Luca, quei quattro guai «che mi faranno sbagliare strada e finire male».”

Omelia di Papa Francesco S. Messa del 6 giugno 2016 Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

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