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S.Messe (settimana)
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KRZYZ

Il Natale ormai vicino già illumina questa quarta domenica di Avvento. Nelle letture liturgiche infatti si presentano le due figure fondamentali del grande evento di salvezza, Gesù e Maria.
Nella prima lettura, il profeta Michea, afferma che una partoriente, a Betlemme, piccolo villaggio di Giuda, sta per dare alla luce un nuovo Davide, re di pace e di gioia, fonte di una rinnovata armonia cosmica. Dio è fedele alle sue promesse.
Nella seconda lettura, l’autore della lettera gli Ebrei, afferma che Gesù Cristo si è offerto al Padre per compiere la Sua volontà: il valore della nostra esistenza, delle nostre preghiere, dei nostri sforzi si trova nel compiere questa volontà.
Nel Vangelo di Luca, si contempla l’incontro di Maria con la cugina Elisabetta. Il loro dialogo è un inno sull’accettazione della vita e del miracolo: è la celebrazione del miracolo della vita e dell’umiltà che aiuta ad individuarlo e difenderlo quotidianamente. L’incarnazione di Cristo è un miracolo, ma anche la nascita di ogni creatura umana è un miracolo, così come è un miracolo della grazia di Dio la rinascita di un’anima.

Dal libro del profeta Michèa
Così dice il Signore:
«E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!».
Mic 5,1-4°

Il profeta Michea era originario di Moroset, un piccolo villaggio a circa 35 km a sudovest da Gerusalemme. Visse nell’VIII secolo a.C., quasi duecento anni dopo la scissione fra le dieci tribù del nord, guidate da Geroboamo, e le due del sud, rimaste fedeli alla casa del re Davide.
Mentre il regno di Giuda, a vicende alterne, continuava a servire il Signore nel tempio di Gerusalemme, il regno del Nord, con capitale Samaria, era invece diventato un centro di sacerdoti idolatri e di pratiche pagane. Michea svolse la sua attività di profeta durante i regni di Iotam, Acaz ed Ezechia tra il 727 a.C. ed il 690 a.C., cioè prima e dopo la presa di Samaria nel 721 e forse fino all’invasione di Sennàcherib nel 701 a.C., un' epoca che vide "in piena azione" un altro grande profeta, Isaia ed anche Osea. Per la sua origine contadina, Michea è più simile al profeta Amos, di cui divide l’avversione alle grandi città, il linguaggio concreto e talvolta brutale, il gusto delle immagini rapide e dei giochi di parole.
Il libro che porta il suo nome, è composto da 7 capitoli e mostra che le parole del profeta sono articolate tra processo a Israele per le sue colpe (1,2-3,12) promesse a Sion (4,1-5,14), nuovo processo a Israele (6,1-7,7) e speranza finale che rimette nelle mani di Dio la salvezza (7,8-20). Michea, non si limita, ad accusare e condannare il peccato del popolo, ma si pone come tenace difensore della giustizia sociale e delle promesse di Dio.
La sicurezza in Dio, che mantiene le Sue promesse, apre gli occhi a un futuro di speranza. Questa speranza certa è legata al “resto” d’Israele che sopravvivrà alle possibili distruzioni umane.
Il messaggio di speranza che il profeta proclama è diretto all’annuncio del Messia, discendente di Davide, che dovrà nascere nella piccola e umile città di Betlemme (è il solo profeta che precisa il luogo della nascita e specifica Betlemme di Efrata in Giuda per distinguerla dall’altra Betlemme esistente ai suoi tempi)
Il brano che abbiamo riporta il celebre passo che è risuonato sette secoli dopo, che Michea le ha pronunciate, all’interno di un lussuoso palazzo di Gerusalemme, davanti ad un re ingiusto e violento, Erode: “E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”.
Il profeta alludeva alla venuta del Messia e ai tempi messianici, in cui il "piccolo resto" d'Israele salvato da stragi e calamità dalla mano potente di Dio, tornerà là dove deve nascere l'Atteso delle genti: il Salvatore, e ciò avverrà quando “partorirà colei che deve partorire”
L’attenzione va posta innanzitutto su Betlemme (= città del pane) che il profeta riconosce tanto piccola, pur essendo tra i capoluoghi di Giuda. In questi versetti si può notare anche tratti di politica vera e propria. Il messia viene annunciato come nuovo dominatore in Israele, in opposizione ai capi politici e religiosi che a Gerusalemme si dimostrano incapaci di governare. Per di più, proprio questa città, così piccola e dunque di ben poca importanza, è messa in relazione con una donna: quella da cui dovrà nascere il Signore delle genti, Colui che pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Questo oracolo ha avuto allora, un sapore nuovo, e soprattutto ai poveri, ai giusti, agli stranieri dal cuore puro come i Magi, ha aperto un orizzonte di luce e di speranza, quell’orizzonte che oggi celebriamo e da cui siamo avvolti.

Salmo 79 - Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Il salmo venne scritto quando ancora l’arca non era distrutta, il che avvenne con la distruzione di Gerusalemme. Probabilmente è stato scritto dopo la presa di Samaria da parte dell’Assiro Sargon (721), e dopo che Gerusalemme, assediata dall’Assiro Sennacherib dopo la devastazione della Giudea, rimase indenne (701). Questo evento fece risaltare la potenza di Dio nel suo tempio di Gerusalemme, e rese sensibile la Samaria verso Gerusalemme, cosa che permetterà l’azione riformista di Giosia (640-609) anche in territorio Samaritano. Il salmista è un pio Israelita delle tribù del nord (Samaria) che desidera che le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse siano benedette da Dio, la cui gloria sta sui cherubini dell’arca, posta nel tempio di Gerusalemme; desidera la fine dello scisma samaritano: “Seduto sui cherubini, risplendi davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci”.
A Dio, che guida Giuseppe “come un gregge”, il salmista chiede di manifestare nuovamente quella potenza che esercitò quando fece uscire “Giuseppe” dall’Egitto; intendendo per Giuseppe tutto Israele, finito in Egitto proprio a partire da lui (Gn 37,38).
Egli attraverso la bella immagine della vigna rievoca la storia di Israele: “Hai sradicato un vite dall’Egitto…”. Questa vite curata da lui ha esteso i suoi rami fino al Mediterraneo e fino al Libano: “La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli”. “Il fiume”, è l’Eufrate. Esso era lontano dalla Terra Promessa, ma indica fin dove giungeva l’influenza di Israele. …..….
Il salmista riconosce la dinastia di Davide e ha la speranza che il re di Gerusalemme saprà risollevare le sorti di Israele, costui al presente era Ezechia (716-687): “Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte”, ma nel futuro sarà il Cristo. Quell’uomo reso forte è ora ogni pontefice, ogni vescovo, ogni sacerdote, ogni diacono, ogni fedele, che tutti sono uno, nell’uno che è la Chiesa, corpo mistico di Cristo, e che si adoperano per portare nel mondo la vera pace, cioè Cristo.
Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di Padre Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà».
Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Eb 10,5-10

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute.
Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica ..
Questo brano inizia riportando una citazione: “Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”.
Per dare maggiore forza all’affermazione precedente in cui sosteneva che Cristo ha offerto se stesso in sacrificio una volta per sempre, rendendo inutile il sistema dei sacrifici nel Tempio, ora l’autore cita il salmo 40,6-8. Questo salmo è molto adatto a descrivere l'offerta di Cristo e nessun altro brano del Nuovo Testamento lo utilizza. In questo salmo si dice appunto che il Signore non ha gradito sacrificio, cioè l'immolazione di animali, né altre offerte. Invece di accettare questi doni, il Signore ha preparato un corpo per il Cristo.
“Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato”
I profeti si erano spesso scagliati contro un culto solo esteriore, con l'offerta di beni materiali, fatto solo per ottenere il perdono dei peccati. Il sacrificio di Cristo è superiore a tutti i sacrifici e inaugura un nuovo modo di mettersi in relazione con il Signore.
“Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»”.
Cristo ha risposto dando la sua piena disponibilità a compiere la volontà di Dio. Di Lui è scritto nel rotolo del libro, cioè nei testi profetici, che parlano del Messia.
“Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge,”
In questi ultimi versetti si sottolinea ciò che è stato prima affermato. Il sacrificio degli animali e altre cose che venivano offerte, perché previste dalla Legge, non sono più gradite a Dio.
“soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo”.
Cristo viene a fare la volontà di Dio. Questo provoca una svolta fondamentale, vi è una sostituzione nei tipi di sacrificio.
“Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre”.
La volontà di Dio ci rende santi, attraverso l'offerta del corpo di Gesù Cristo, che è il vero atto sacerdotale: tutta l’esistenza di Gesù, è il grande atto di offerta. Egli togliendo il peccato, ha ristabilito il legame con Dio nella propria persona, nella propria esperienza viva. Ha fondato l’alleanza nuova, il popolo nuovo che può accostarsi a Dio.

Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Lc 1,39-45

Luca in questo brano del suo vangelo riporta la visita di Maria ad Elisabetta e inizia con una indicazione di tempo ed altri segni che legano il concepimento di Giovanni e quello di Gesù.
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.”
Luca sottolinea la prontezza di Maria nel rispondere alle esigenze della Parola di Dio. Ella esce di casa, da Nazareth per percorrere le montagne della Giudea facendo più di 100 km, con i mezzi che potevano esserci allora. La fretta di Maria è piena di significato sotto tutti i punti di vista: quando si manifesta negli eventi l’opera di Dio non si può rimanere inerti o pigri. Così fa Abramo quando corre a preparare per i tre ospiti, così fa Zaccheo quando scende dal sicomoro, così fanno i pastori quando si affrettano a Betlemme. Nel caso di Maria, poi, ella sa, per le parole dell’angelo, che la gravidanza insperata di Elisabetta ha qualcosa a che fare con la sua, che il prodigio operato nella sua anziana parente fa parte dello stesso disegno divino in cui lei stessa è coinvolta. È naturale perciò che Maria corra verso la casa di Zaccaria per comprendere meglio il mistero che la riguarda.”. Maria ed Elisabetta si conoscevano tutte e due. Erano parenti. Ma in questo incontro scoprono, l’una nell’altra, un mistero che non conoscevano ancora e che le riempie di molta gioia.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”!
La reazione del bambino precede quella della madre: egli sussultò nel suo grembo. L'evangelista utilizza per indicare la reazione del piccolo Giovanni il verbo greco della versione dei LXX di Gn 25,22-25 relativo ai figli di Rebecca, Esaù e Giacobbe, che si urtavano (così in ebraico) nel suo seno. Un segno di gioia che con lo Spirito santo di cui viene riempita Elisabetta, indica l'arrivo dei tempi messianici.
Il testo ci fa pensare anche che Giovanni ancor prima della nascita è profeta, perchè annuncia la presenza di Gesù (in questo caso alla madre), dimostrandosi suo precursore
“ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”
Finito il tempo del nascondimento, ora Elisabetta può gridare l’opera del Signore. Ogni maternità nella Bibbia è una benedizione, ma la maternità di Maria è unica e procura la più grande delle benedizioni. “Benedetta tu fra le donne...”. Per opera dello Spirito Santo Elisabetta comprende non solo che Maria è incinta, ma che il bambino che porta è fonte di benedizione. Maria è benedetta sopra tutte le altre donne a causa della benedizione che proviene dal frutto del suo grembo. Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (v. Ef 1,3).
“A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”
E’ un onore per Elisabetta ricevere Maria. Tale dichiarazione è sorprendente se si pensa che Elisabetta è più anziana e moglie di un sacerdote, mentre Maria non possiede alcun rango sociale ed è molto più giovane di lei. La frase di Elisabetta trova la sua giustificazione nel fatto che riconosce in Maria la madre del Messia.
Il titolo di Signore, che Elisabetta usa per indicare il bambino che Maria ha in seno, è uno dei principali titoli messianici attribuiti a Gesù nel Nuovo Testamento,
“Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.”
Letteralmente la traduzione è “ha saltellato” di gioia. Nella Bibbia si parla più di danza che di sussulto. In questo versetto abbiamo una specie di danza che Giovanni Battista compie nel seno di sua madre. Sua madre l’ha interpretata così, l’ha sentita come una danza, come un movimento gioioso. Giovanni sta vivendo il primo incontro con Gesù e gli rende testimonianza.
“E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Sono le parole di lode di Elisabetta che esaltano Maria a concludere questo brano. Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).
La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Maria è beata non perché ha generato fisicamente il Cristo, come intendeva la donna della folla, ma, come ha replicato Gesù, è beata perché è la credente che ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha messa in pratica.
Per questo Maria è figura dei credenti, dei cristiani, che sono beati perché credono alla parola di Dio che hanno ascoltato dalla bocca di Gesù. Ella infatti ha creduto e per questo è la vera madre del Signore.

 

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“Il Vangelo di questa domenica di Avvento pone in evidenza la figura di Maria. La vediamo quando, subito dopo aver concepito nella fede il Figlio di Dio, affronta il lungo viaggio da Nazaret di Galilea ai monti di Giudea per andare a visitare e aiutare Elisabetta. L’angelo Gabriele le aveva rivelato che la sua anziana parente, che non aveva figli, era al sesto mese di gravidanza. Per questo la Madonna, che porta in sé un dono e un mistero ancora più grande, va a trovare Elisabetta e rimane da lei tre mesi. Nell’incontro tra le due donne – immaginatevi: una anziana e l’altra giovane, è la giovane, Maria, che per prima saluta. Il Vangelo dice così: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta» . E, dopo quel saluto, Elisabetta si sente avvolta da grande stupore – non dimenticatevi questa parola: stupore. Lo stupore. Elisabetta si sente avvolta da grande stupore che risuona nelle sue parole: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» E si abbracciano, si baciano, gioiose, queste due donne: l’anziana e la giovane, ambedue incinte.
Per celebrare in modo proficuo il Natale, siamo chiamati a soffermarci sui “luoghi” dello stupore. E quali sono questi luoghi dello stupore nella vita quotidiana? Sono tre. Il primo luogo è l’altro, nel quale riconoscere un fratello, perché da quando è accaduto il Natale di Gesù, ogni volto porta impresse le sembianze del Figlio di Dio. Soprattutto quando è il volto del povero, perché da povero Dio è entrato nel mondo e dai poveri, prima di tutto, si è lasciato avvicinare.
Un altro luogo dello stupore - il secondo - in cui, se guardiamo con fede, proviamo proprio lo stupore è la storia. Tante volte crediamo di vederla per il verso giusto, e invece rischiamo di leggerla alla rovescia. Succede, per esempio, quando essa ci sembra determinata dall’economia di mercato, regolata dalla finanza e dagli affari, dominata dai potenti di turno.
Il Dio del Natale è invece un Dio che “scombina le carte”: Gli piace farlo! Come canta Maria nel Magnificat, è il Signore che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,52-53). Questo è il secondo stupore, lo stupore della storia.
Un terzo luogo dello stupore è la Chiesa: guardarla con lo stupore della fede significa non limitarsi a considerarla soltanto come istituzione religiosa, che lo è; ma sentirla come una Madre che, pur tra macchie e rughe – ne abbiamo tante! – lascia trasparire i lineamenti della Sposa amata e purificata da Cristo Signore. Una Chiesa che sa riconoscere i molti segni di amore fedele che Dio continuamente le invia. Una Chiesa per la quale il Signore Gesù non sarà mai un possesso da difendere gelosamente: quelli che fanno questo, sbagliano; ma sempre Colui che le viene incontro e che essa sa attendere con fiducia e gioia, dando voce alla speranza del mondo. La Chiesa che chiama il Signore: “Vieni, Signore Gesù!”. La Chiesa madre che sempre ha le porte spalancate e le braccia aperte per accogliere tutti. Anzi, la Chiesa madre che esce dalle proprie porte per cercare con sorriso di madre tutti i lontani e portarli alla misericordia di Dio. Questo è lo stupore del Natale!
A Natale Dio ci dona tutto Sé stesso donando il suo Figlio, l’Unico, che è tutta la sua gioia. E solo con il cuore di Maria, l’umile e povera figlia di Sion, diventata Madre del Figlio dell’Altissimo, è possibile esultare e rallegrarsi per il grande dono di Dio e per la sua imprevedibile sorpresa. Ci aiuti Lei a percepire lo stupore - questi tre stupori l’altro, la storia e la Chiesa - per la nascita di Gesù, il dono dei doni, il regalo immeritato che ci porta la salvezza. L’incontro con Gesù farà sentire anche a noi questo grande stupore. Ma non possiamo avere questo stupore, non possiamo incontrare Gesù se non lo incontriamo negli altri, nella storia e nella Chiesa.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 20 dicembre 2015

Pubblicato in Liturgia
Domenica, 09 Dicembre 2018 11:47

AVVISI PER L'AVVENTO 2018

1) RITIRO PARROCCHIALE D’AVVENTO
    14 DICEMBRE 2018
                                    ORE 18.00 – SANTO ROSARIO
                                  ORE 18.30 – S. MESSA
                                  ORE 19.10 – MEDITAZIONE – P. GIAN MATTEO ROGGIO
                                  ORE 19.45 – ADORAZIONE
                                  ORE 20.15 – BENEDIZIONE

2) INCONTRO DELLE FAMIGLIE DEI BATTEZZATI
    15 DICEMBRE SABATO ORE 12.00

3) INIZIA LA NOVENA DI NATALE
   16 DICEMBRE DOMENICA ORE 18.30

Pubblicato in Vita Parrocchiale

Mentre le letture della prima domenica di Avvento ci esortavano a vegliare, le letture di questa domenica ci esortano “a preparare la via del Signore”.
Nella prima lettura, il profeta Baruc, con tono poetico canta la speranza di tutto un popolo perchè alla miseria e alla schiavitù subentreranno la bontà e la libertà, all’umiliazione e alla tristezza, la gioia. Baruc rincuora così il popolo in esilio mostrando la via del ritorno preparata da Dio per il suo popolo derelitto.
Nella seconda lettura san Paolo, scrivendo la sua lettera ai Filippesi, li ringrazia per la collaborazione alla diffusione del Vangelo, e li incoraggia a crescere nell’amore attivo e fedele “per il giorno di Cristo”.
Nel Vangelo di Luca, viene presentato Giovanni il Battista, che predica un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, cioè n rito che apre il cuore e dispone la strada per la salvezza di Dio: Cristo suo Figlio e nostro unico salvatore. E’ Gesù che ci fa davvero lasciare le vesti del lutto, della tristezza e ci porta lo splendore della vita divina. Solo con Lui ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

Dal libro del Profeta Baruc
Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione,
rivèstiti dello splendore della gloria
che ti viene da Dio per sempre.
Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio,
metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno,
perché Dio mostrerà il tuo splendore
a ogni creatura sotto il cielo.
Sarai chiamata da Dio per sempre:
«Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura
e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti,
dal tramonto del sole fino al suo sorgere,
alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio.
Si sono allontanati da te a piedi,
incalzati dai nemici;
ora Dio te li riconduce
in trionfo, come sopra un trono regale.
Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni,
di colmare le valli livellando il terreno,
perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio.
Anche le selve e ogni albero odoroso
hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio.
Perché Dio ricondurrà Israele con gioia
alla luce della sua gloria,
con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.
Bar 5,1-9

Il Libro del profeta Baruc, che era stato segretario fedele del profeta Geremia,è contenuto nella Bibbia cristiana, ma non è stato accolto nella Bibbia ebraica. Il libro che è composto di 6 capitoli, (il sesto contiene una lettera di Geremia), sembra sia stato scritto direttamente in greco, e la seconda parte, forse, è stata ripresa da un originale in ebraico. Si ritiene comunque che il testo risalga agli anni 50 a.C, in un'epoca, comunque, di occupazione da parte dei Romani, come motivo di speranza per un Messia liberatore.
Il libro di Baruc ha il pregio di rivelare l’anima profondamente religiosa dei Giudei dispersi nel mondo e tuttavia rimasti in modo sorprendente, uniti al loro popolo. La loro fede testimonia un senso vivissimo del peccato nazionale; ai loro occhi, il passato d’Israele non è stato che una lunga infedeltà e la disfatta e la prigionia sono la conclusione e il giusto castigo di quella costante ribellione..
Il libro sin dall'introduzione evidenzia che Baruc scrisse questo libro a Babilonia, dopo la deportazione e che poi tornò a Gerusalemme per leggerlo nelle assemblee liturgiche
Il profeta in questo brano, con enfasi si rivolge a Gerusalemme per invitarla a terminare il lutto per la deportazione a Babilonia. “Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione,
rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre…”
Occorre cambiare abito, da quello del lutto a quello della gloria del Signore, al manto della Sua giustizia e alla corona di gloria, perché finalmente Gerusalemme potrà, di nuovo, essere chiamata per sempre da Dio «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Poi il profeta esorta la città santa, a stare in piedi sull’altura e guardare verso oriente dove sono riuniti i suoi figli nella notte, e deve poter credere che la Parola del Signore si compie perchè essi, i suoi figli, ritorneranno “dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio”. I suoi figli si erano allontanati a piedi, inseguiti dai nemici, ed ora è il Signore stesso che li riconduce come un sovrano vittorioso, e li porta con sé nella sfilata del trionfo, non come prigionieri di guerra, ma come figli liberati. La via del ritorno è una via facile, senza impedimenti, senza salite e discese, “Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. “
Il Signore riconduce “Israele con gioia. alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”. Dio non mostra rancore per il peccato commesso dal suo popolo, ma è pieno di gioia perché Israele ha riconosciuto il suo peccato, a motivo dell'esperienza che ha fatto della misericordia e della giustizia di Dio.
Bellissimo il messaggio di speranza che si percepisce: di fronte all’infedeltà di Israele, resta immutabile la fedeltà di Dio. E’ il Signore che provoca la conversione e dà il perdono e l’alleanza rivivrà più bella di prima, un’alleanza che raccoglierà i figli dispersi in una Gerusalemme radiosa, città di Dio per sempre.

Salmo 125 - Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Il salmista faceva parte degli Israeliti rimasti in Palestina al tempo delle deportazioni babilonesi.
Egli esprime la gioia di tutti di fronte ai primi arrivi e invoca da Dio il ritorno di tutti i deportati, in moltitudine e velocità, cioè senza intoppi e stenti di viaggio, come, appunto, i torrenti del Negheb, cioè i torrenti della parte meridionale del territorio della tribù di Giuda.
L'evento del ritorno è un fatto del tutto straordinario che mette in luce la fedeltà di Dio per il suo popolo.
I popoli, cioè quelli facenti parte dell'impero Persiano, pur a modo loro, cioè senza diventare monoteisti, lo riconobbero. Diversamente si comportarono i popoli vicini, che si erano spinti con scorribande continue nei territori di Israele. Questi cercarono di sfaldare ogni tentativo di Israele di ridarsi una fisionomia stabile.
Il desiderio che i prigionieri ritornino è grande, ma bisogna nel frattempo creare le condizioni per facilitare i nuovi arrivi.
Il salmo per questo presenta una sentenza proverbiale come invito a non lesinare fatiche per la ricostruzione di Gerusalemme, il ripristino dei campi, dei villaggi; questo pur in mezzo alle difficoltà causate dall'ostilità dei vicini popoli: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia”.
Il salmo nel suo sensus plenior riguarda la liberazione dei popoli dal peso dell'ignoranza del vero Dio, dal peso delle divisioni e contrapposizioni.
Essi hanno ricevuto l'editto di liberazione nel sangue di Cristo. La Chiesa, sacramento di salvezza e di unità, deve fare conoscere il Liberatore dal peccato, sempre pronta ad accogliere nella gioia della comunione che la regge tutti coloro che accolgono Cristo e che già sono misteriosamente orientati a lui dall'azione dello Spirito Santo (Cf. 1Gv 1,3-4).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Filippesi
Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Fil 1,4-6.8,11

La lettera ai Filippesi è stata sicuramente scritta da Paolo mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, intorno agli anni 53-55, oppure a Roma (allora saremmo nel 62-63) .
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente negli Atti degli Apostoli (vv.16,12-40).
E’ stata la prima a nascere in Europa, e venne fondata verso il 51, durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo aveva deciso di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: “Passa in Macedonia e aiutaci”. Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia.
La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio, ma quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia.
In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione, dove essi erano detenuti, si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.
Che i cristiani di Filippi fossero in gran parte di origine pagana, lo si desume anche dal fatto che nella lettera Paolo non cita quasi mai l'A.T.. Non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo scrivendo vuole semplicemente informare i Filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano, che riporta l’inizio della lettera, Paolo come di consueto inizia con un ringraziamento:
“Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”.
Paolo è evidentemente soddisfatto per gli effetti che la sua predicazione ha avuto a Filippi: la comunità non solo è cresciuta salda e compatta, ma addirittura collabora con Paolo per la diffusione del Vangelo. I filippesi sin dal primo giorno, cioè dalla loro conversione (v. At 16,12-40) hanno sofferto per il Vangelo (Fil 1,29-30) e hanno dato la loro testimonianza (Fil 2,15-16) anche con aiuti materiali per sostenere Paolo che si trovava in carcere.
“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.
La lettera ai Filippesi è stata sicuramente scritta da Paolo mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, intorno agli anni 53-55, oppure a Roma (allora saremmo nel 62-63) .
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente negli Atti degli Apostoli (vv.16,12-40).
E’ stata la prima a nascere in Europa, e venne fondata verso il 51, durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo aveva deciso di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: “Passa in Macedonia e aiutaci”. Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia.
La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio, ma quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia.
In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione, dove essi erano detenuti, si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.
Che i cristiani di Filippi fossero in gran parte di origine pagana, lo si desume anche dal fatto che nella lettera Paolo non cita quasi mai l'A.T.. Non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo scrivendo vuole semplicemente informare i Filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano, che riporta l’inizio della lettera, Paolo come di consueto inizia con un ringraziamento:
“Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”.
Paolo è evidentemente soddisfatto per gli effetti che la sua predicazione ha avuto a Filippi: la comunità non solo è cresciuta salda e compatta, ma addirittura collabora con Paolo per la diffusione del Vangelo. I filippesi sin dal primo giorno, cioè dalla loro conversione (v. At 16,12-40) hanno sofferto per il Vangelo (Fil 1,29-30) e hanno dato la loro testimonianza (Fil 2,15-16) anche con aiuti materiali per sostenere Paolo che si trovava in carcere.
“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Dal vangelo secondo Luca
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Lc 3,1-6

In questo brano, l’evangelista Luca ci presenta la figura di Giovanni Battista. Ce lo presenta con una cornice storica ben precisa, che va pian piano restringendosi, fino a concentrarsi sulla persona di Giovanni, il figlio di Zaccaria. Non è comunque la prima volta che nel Vangelo di Luca si parla del Precursore del Signore. Due capitoli prima ce lo aveva presentato in un sussulto di gioia, mentre era ancora embrione nel grembo della madre, l'anziana Elisabetta, e come alla sua nascita gli fu dato il nome Giovanni, che significa "Dio ha avuto misericordia".
“Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,”
Luca apre il capitolo terzo con un ampio sguardo alla situazione politica universale, in cui si inserisce la vicenda di Giovanni. La narrazione, a prima vista marginale, fa emergere invece la sua importanza perchè egli infatti annuncia la venuta di Gesù in cui si compiono le promesse di salvezza di Dio al suo popolo: Egli si inserisce nel tempo per cambiare la storia.
Il riferimento primo è al regno di Roma e poi alla situazione politica della Palestina, nelle sue divisioni territoriali; Luca usa un’indicazione generica (tetrarca, derivato dal termine greco egemon); il suo scopo sembra quello di inserire la vicenda del profeta nella storia, così come avviene in diversi testi dell'A.T. (cfr. Ger 1,1-3; Ez 1,1-3; Os 1,1; Am 1,1), più che precisare temporalmente l'inizio del ministero di Giovanni.
“sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.”
Di fronte ai grandi della terra, enumerati con attenzione di storico, e alle autorità religiose in Israele (il sommo sacerdote Càifa e il potente predecessore, Anna, suo suocero), la grandezza di Giovanni deriva dal fatto che egli è chiamato da Dio. L'espressione usata la parola di Dio venne su Giovanni e la citazione di Zaccaria , ricorda la chiamata dei profeti, in particolare Geremia (v. Ger 1,1): attraverso di lui ora Dio entra nella storia.
Tale chiamata avviene nel deserto, un luogo di importanza più teologica che geografica, che separa Giovanni dall'Israele che si è allontanato da Dio.
“Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,”
Come gli altri evangelisti (Mc 1,4; Mt 3,1-2) anche Luca caratterizza la missione di Giovanni indicando la predicazione e il rito del battesimo; egli precisa che Giovanni si muove all'interno della regione del Giordano, sottolineando il suo ruolo di profeta più che di battezzatore.
Il battesimo di Giovanni è diverso dai riti simili presenti al tempo di Gesù: è ricevuto una sola volta, ed è amministrato dal profeta che svolge quindi un ruolo attivo e pubblico. Giovanni compie un segno di salvezza da parte di Dio, al di fuori dei riti ufficiali di espiazione previsti dal culto. Per Luca questo segno è una preparazione all'arrivo del Messia ed esprime un orientamento verso la salvezza che egli offrirà.
“com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate. “
Con una citazione del profeta Isaia (40,3-5) viene evidenziato meglio il compito di Giovanni. Il versetto è l'inizio del Deuteroisaia dove il profeta annuncia il ritorno dall'esilio come un nuovo esodo ed invita il popolo a preparare la via del ritorno. Preceduto dal Signore il popolo di Israele attraverserà il deserto su una via diritta. Per differenziare il Battista la citazione è stata adattata, mentre nel libro di Isaia il deserto è il luogo in cui la via viene preparata,.
Il testo si collega al brano tratto dal profeta Baruc, che abbiamo nella prima lettura, che parla anch'esso del ritorno dei deportati e di una via nuova in cui è possibile incontrare il Signore.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Solo Luca cita anche il v. 5 della profezia per rendere più ampio il suo orizzonte.
Il testo ha un collegamento anche con le parole di Simeone (Lc 2,30-32) sempre tratte dal Deuteroisaia. L'annuncio di Giovanni appare dunque caratterizzato in Luca dall'accento salvifico più che da quello penitenziale, sottolineando la vicinanza di Dio (in Cristo) non solo al suo popolo, ma ad ogni uomo.
Per concludere possiamo dire che la predicazione di Giovanni, aveva spinto a fare un serio esame di coscienza a molti dei suoi contemporanei, che ancora non avevano visto, con i loro occhi, Gesù, il Figlio di Dio, iniziare la Sua vita pubblica, e invita anche noi oggi a preparare la strada al Signore che viene, che “ritorna", con la fedeltà nelle piccole cose.
E’ con la testimonianza della nostra vita di veri credenti, che spianeremo la strada al Signore anche nel cuore degli altri fratelli rimasti delusi, increduli, tiepidi. La nostra testimonianza, infatti, sarà l'annuncio più efficace e credibile di come la Parola di Dio – una volta entrata dentro di noi – può trasformare un deserto arido in un "terreno fecondo", non soggetto alla “dittatura del relativismo " e spalancato alle necessità di quanti - come noi - cercano umilmente solo un po' d'amore!

 

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“In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia ci pone alla scuola di Giovanni il Battista, che predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». E noi forse ci domandiamo: “Perché dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da ateo diventa credente, da peccatore si fa giusto, ma noi non abbiamo bisogno, noi siamo già cristiani! Quindi siamo a posto”. E questo non è vero. Così pensando, non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione – che siamo cristiani, tutti buoni, che siamo a posto – che dobbiamo convertirci: dalla supposizione che, tutto sommato, va bene così e non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è proprio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù? E’ vero che sentiamo come sente Gesù? Per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a reagire senza animosità e a perdonare di cuore chi ci chiede scusa? Quanto difficile è perdonare! Quanto difficile! “Me la pagherai!”: questa parola viene da dentro! Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo esprimere la nostra fede, sappiamo farlo con coraggio e semplicità, senza vergognarci del Vangelo? E così possiamo farci tante domande. Non siamo a posto, sempre dobbiamo convertirci, avere i sentimenti che aveva Gesù.
La voce del Battista grida ancora negli odierni deserti dell’umanità, che sono – quali sono i deserti di oggi? - le menti chiuse e i cuori duri, e ci provoca a domandarci se effettivamente stiamo percorrendo la strada giusta, vivendo una vita secondo il Vangelo. Oggi come allora, egli ci ammonisce con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore!» . È un invito pressante ad aprire il cuore e accogliere la salvezza che Dio ci offre incessantemente, quasi con testardaggine, perché ci vuole tutti liberi dalla schiavitù del peccato. Ma il testo del profeta dilata quella voce, preannunciando che «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (v. 6). E la salvezza è offerta ad ogni uomo e ad ogni popolo, nessuno escluso, a ognuno di noi. Nessuno di noi può dire: “Io sono santo, io sono perfetto, io già sono salvato”. No. Sempre dobbiamo accogliere questa offerta della salvezza. E per questo l’Anno della Misericordia: per andare più avanti in questa strada della salvezza, quella strada che ci ha insegnato Gesù. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati per mezzo di Gesù Cristo, l’unico mediatore (cfr 1 Tm 2,4-6).
Pertanto ognuno di noi è chiamato a far conoscere Gesù a quanti ancora non lo conoscono. Ma questo non è fare proselitismo. No, è aprire una porta. «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16), dichiarava san Paolo. Se a noi il Signore Gesù ha cambiato la vita, e ce la cambia ogni volta che andiamo da Lui, come non sentire la passione di farlo conoscere a quanti incontriamo al lavoro, a scuola, nel condominio, in ospedale, nei luoghi di ritrovo? Se ci guardiamo intorno, troviamo persone che sarebbero disponibili a cominciare o a ricominciare un cammino di fede, se incontrassero dei cristiani innamorati di Gesù. Non dovremmo e non potremmo essere noi quei cristiani? Vi lascio la domanda: “Ma io davvero sono innamorato di Gesù? Sono convinto che Gesù mi offre e mi dà la salvezza?”. E, se sono innamorato, devo farlo conoscere. Ma dobbiamo essere coraggiosi: abbassare le montagne dell’orgoglio e della rivalità, riempire i burroni scavati dall’indifferenza e dall’apatia, raddrizzare i sentieri delle nostre pigrizie e dei nostri compromessi.
Ci aiuti la Vergine Maria, che è Madre e sa come farlo, ad abbattere le barriere e gli ostacoli che impediscono la nostra conversione, cioè il nostro cammino incontro al Signore. Lui solo, Gesù solo può dare compimento a tutte le speranze dell’uomo!”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 6 dicembre 2015

Pubblicato in Liturgia

Con questa prima Domenica di Avvento si apre il nuovo anno liturgico proclamato dal Vangelo di Luca con l’invito a “Vegliare in ogni momento”. Leggeremo quindi il mistero di Cristo seguendo la teologia filtrata dall’esperienza del terzo evangelista, che è molto vicino alla nostra sensibilità, perchè in un mondo che cerca sempre più la fratellanza universale, il messaggio di Luca è molto attuale. La Chiesa, come ci ricorda sempre papa Francesco, deve essere il luogo dell’accoglienza di tutti, specialmente dei poveri, dei peccatori, degli esclusi.
Nella prima lettura, il profeta Geremia annuncia che Dio sarà fedele alle Sue promesse: farà germogliare per Davide un germoglio giusto. Geremia precisa che il Messia sarà “germoglio di giustizia”; ed è la giustizia che garantisce l’equilibrio del singolo uomo, della famiglia e dei popoli. L’uomo giusto capisce gli altri, la famiglia che pratica la giustizia educa all’amore, i popoli, che godono ed esperimentano la giustizia, sono portatori di pace.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, chiede di prepararci alla venuta di Cristo e ci esorta a crescere nell’amore vicendevole verso tutti.
Nel Vangelo di Luca, troviamo il discorso che Gesù pronuncia sulle ultime realtà. L’evangelista dice che il Messia si annuncia mentre sulla terra c’è “angoscia di popoli in ansia” e aggiunge di stare molto attenti, affinché i nostri cuori non siano appesantiti (e quindi distratti) dagli “affanni della vita”. Le parole del Vangelo, quanto mai attuali in questo periodo, ci suggeriscono di rimuovere lo stato di paura (che non possiamo non provare di fronte al persistente dissesto della vita sociale con fame, guerre, terrorismo e droga che dilagano) allo stato di vigilanza, di trasformare l’angoscia in inquietudine attiva.

Dal libro del profeta Geremia
«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.
In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra.
In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Ger 33,14-16

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
Geremia, profeta del dolore e della misericordia, che preannuncia più di ogni altro la figura di Gesù, rimane non solo per il suo popolo, ma per tutti i cristiani, un testimone della speranza. Egli è pure l’esempio di una incorruttibile fedeltà alla propria vocazione, qualunque siano le difficoltà.
Questo brano che la liturgia ci propone, è divenuto famoso per l’interpretazione messianica che la tradizione giudaica e cristiana gli hanno attribuito.
Il Signore tramite il suo profeta “mentre egli era ancora chiuso nell’atrio della prigione”, fa delle preziose rivelazioni che riguardano la restaurazione di Gerusalemme e la liberazione del suo popolo, dopo la catastrofe che s’abbatterà su di esso. “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.” Poi sulla traccia anche di una celebre profezia di Isaia (Is11,1) continua annunciando: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. Il germoglio è segno di vita, di futuro, di movimento, di speranza, quel discendente di Davide aprirà, quindi, un orizzonte nuovo verso cui va l’attenzione di tutto il popolo.
E’ Geremia stesso a dare il valore simbolico a quel ramoscello: “In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Queste tre parole unite insieme “Signore-nostra-giustizia” sembrano la formula magica che l’umanità ripete da secoli in tutte le lingue che sogna nelle sue attese, ma che da sola, con le proprie forze, non è riuscita mai a costruire nella storia.

 

Salmo 24 - A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà
per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme:
gli fa conoscere la sua alleanza.

Il salmista è pieno d’umiltà al ricordo delle sue numerose colpe della sua giovinezza. E’ sgomento alla vista che tanti suoi amici lo hanno tradito per un nulla. Uno screzio è bastato perché si mettessero contro di lui. Egli, piegato dal peso dei suoi peccati, domanda che Dio guardi a lui e non a quanto ha fatto non osservando “la sua alleanza e i suoi precetti”.
Si trova in grande difficoltà di fronte ad avversari che lo odiano in modo violento e lui non ha via di salvezza che quella del Signore.
Gli errori passati sono il frutto del suo abbandono della “via giusta”. Ora sa che “tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà”, cioè non portano a rovina, ma anzi danno prosperità, poiché la discendenza di chi teme il Signore “possederà la terra”. L’orante voleva affermarsi sugli altri agendo con spavalderia, con vie traverse, ed ecco che sconfessa tutto il suo passato, trattenendone però la lezione di umiltà, che gli ha dato.
Egli sa che non andrà deluso perché ha deciso di essere protetto da "integrità e rettitudine”, cioè dall’osservanza dell’alleanza stabilita da Dio con Israele. L’orante non pensa solo a se stesso, si sente parte del popolo di Dio, e invoca la liberazione di Israele dalle angosce date dai nemici. La liberazione dell’Israele di Dio, la Chiesa, cioè l’Israele fondato sulla fede in Cristo, non escludendo nella sua carità quello etnico basato sulla carne e sul sangue, per il quale la pace passerà dall’accoglienza del Principe della pace.
Commento di P.Paolo Berti

 

Dalla prima lettera di S.Paolo Apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.
Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più.
Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
1Ts 3,12.4,2

La Prima lettera ai Tessalonicesi è stata scritta da S.Paolo intorno al 50. E’ il più antico testo del Nuovo Testamento e si trova incluso già nelle prime raccolte di scritti cristiani. Lo scritto delinea la personalità di Paolo, evidenziando l’evoluzione nella quale egli passa dal confidare sulle proprie risorse, al fidarsi sempre più di Dio. La lettera è stata scritta in greco e indirizzata ai membri di una comunità cristiana fondata pochi mesi prima da Paolo a Tessalonica.
Il motivo per la composizione della lettera è stato per chiarire un insegnamento di Paolo ai suoi discepoli, sulla seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Paolo aveva affermato che ciò sarebbe accaduto presto, entro la fine della generazione corrente, e i suoi discepoli si erano interrogati sul destino di coloro che erano morti nel frattempo: a questi Paolo spiega che i morti sarebbero risorti e insieme ai vivi sarebbero andati incontro al Signore per unirsi a Lui.
La lettera si rivolgeva ad una comunità cristiana in buona parte costituita da persone provenienti dal paganesimo, per cui non ci sono riferimento a testi dell'A.T. e l'annuncio si concentra sulla risurrezione di Gesù e sulla liberazione dei credenti. Nella parte centrale Paolo si sofferma, in particolare, sulla natura dell'identità cristiana nei confronti dell'ambiente esterno: essa ha il suo fondamento nella fede, nella carità e nella speranza.
In questo brano Paolo, dopo aver chiesto a Dio, che gli conceda di ritornare a Tessalonica, intercede per i suoi interlocutori: “il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi” Anche se i tessalonicesi hanno dato prova di una fede operosa (v. 1,3), hanno ancora molta strada da fare e Paolo, nella sua preghiera di intercessione, augura loro di crescere e di sovrabbondare nell’amore vicendevole verso tutti. Come modello Paolo indica ancora una volta il suo stesso amore verso di loro, fatto di dedizione incondizionata e di cura premurosa.
Paolo fa poi un’altra richiesta che è collegata alla precedente, e ne indica la motivazione: “per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.
Il pensiero qui si rivolge al momento della seconda “venuta” del Signore Gesù, il quale sarà accompagnato dai suoi santi, cioè dalle schiere angeliche.
Paolo chiede a Dio, in vista di quell’evento, di rendere saldi e irreprensibili i loro cuori nella santità, che già hanno ricevuto nel battesimo. Ciò deve avvenire “davanti a Dio e Padre nostro”. Un vero amore fraterno, che si apre a tutti, anche a coloro che non fanno parte della comunità, rappresenta la migliore preparazione e la più solida garanzia per l’incontro decisivo dell’ultimo giorno. L’attesa della venuta finale di Cristo non consiste quindi in un pigro aspettare ma in un impegno costante per costruire rapporti nuovi basati sull’amore.
In questa preghiera, che chiude la prima parte della lettera, sono segnalati quegli atteggiamenti di amore, santità e irreprensibilità che costituiranno il tema della seconda parte.
Da questo punto, ossia dal capitolo 4 inizia la seconda parte della lettera, composta di esortazioni, ammonimenti, istruzioni, parole di conforto.
Paolo la introduce con queste parole:
Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più.
L’intenzione appare subito in apertura nella formula “vi preghiamo ed esortiamo nel Signore Gesù”. In stretto collegamento con quanto ha appena detto, Paolo esorta anzitutto i tessalonicesi a progredire nel cammino già intrapreso. Essi sanno come devono comportarsi e già si comportano così, perciò Paolo non deve far altro che invitarli a continuare nella strada intrapresa, incoraggiandoli a progredire sempre di più.
Poi aggiunge: “Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù”. Essi devono essere sempre consapevoli che le istruzioni che lui ha dato loro provengono sempre dal Signore. Dalle parole di Paolo possiamo comprendere che Dio non si serve dell’uomo come di uno strumento passivo; al contrario il fatto che Lui intervenga per primo serve a rafforzare nell’uomo l’esercizio della propria libertà e creatività.

 

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Lc21,25-28.34-36

Il Vangelo secondo Luca, che ci accompagnerà in questo terzo anno liturgico, è il terzo dei Vangeli (uno dei tre sinottici) ed è stato scritto in greco intorno agli anni 80-90, utilizzando il Vangelo secondo Marco. E’ suddiviso in 24 capitoli, e viene definito, dalla tradizione cristiana, come il Vangelo della misericordia, perchè ci riporta alcune celebri parabole come quella del figliol prodigo e quella del buon samaritano. E’ anche il Vangelo che pone un’enfasi speciale sulla preghiera, le azioni dello Spirito Santo, e sulla gioia. Secondo l'antica tradizione ecclesiastica, l'autore è San Luca, un collaboratore serio e fidato dell'apostolo Paolo, da lui menzionato, nella 2Tim4,11 e nella Col 4,14, viene chiamato “il caro medico”. Che Luca fosse medico lo si può dedurre anche dalla citazione che fa della sudorazione di sangue di Gesù, rarissimo fenomeno della ematidrosi, causata dalla intensa agonia spirituale che Gesù stava soffrendo.
In questo brano l’evangelista ci propone “il discorso sulle realtà ultime” che Gesù fa prima della Sua passione. Impressionano soprattutto le immagini tempestose e apocalittiche, tipiche di quei secoli e usate per indicare simbolicamente l’irruzione efficace di Dio nella storia confusa e tragica dell’uomo.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”.
Questi segni sono anzitutto di carattere cosmico e sono in parte paralleli a quelli che precedono la caduta di Gerusalemme (vv. 10-11). Gesù dice che avranno luogo nel sole, nella luna e nelle stelle, senza specificare, come fa in Marco, in che cosa consisteranno. Con essi ci saranno anche fenomeni terrestri, che consistono in un terribile sconvolgimento del mare e dei flutti (nel salmo 65,8 troviamo descrizioni analoghe) che genereranno angoscia e ansia in tutte le nazioni. Gli sconvolgimenti del cielo faranno presagire lo scatenarsi di qualcosa di terribile, provocando in tutti gli uomini un terrore tale da farli “morire per la paura”. Questi segni preannunciano l’evento escatologico: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”.
Questo evento viene descritto con chiaro riferimento alla visione del profeta Daniele (Dn 7,13), quasi con le stesse parole di Marco. Nella frase successiva però Luca si distacca da Marco in quanto, invece di accennare al raduno escatologico degli eletti (Mc 13,27), riporta un’esortazione:
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
Le cose che cominceranno ad accadere sono i segni cosmici che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo; vedendole i discepoli dovranno cambiare completamente il loro atteggiamento: dopo essere stati oppressi dal peso terribile delle persecuzioni, essi dovranno ora risollevarsi ed alzare la testa perché si avvicina la loro liberazione.
Per i seguaci di Cristo gli sconvolgimenti che precederanno la venuta del personaggio celeste non dovranno essere causa di terrore, ma di speranza, perché preludono a un evento che segnerà il loro trionfo.
Dopo aver preannunziato la venuta finale del Figlio dell’uomo, presentandola come un evento di liberazione, Luca riporta l’appello alla vigilanza, ed utilizza anche lui come similitudine la parabola del fico come invito a saper riconoscere i segni dei tempi.
Nell’esortazione alla vigilanza, Luca però si allontana dal testo di Marco, e riporta così le parole di Gesù: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Luca, convinto che la fine del mondo non è vicina, qui accentua la necessità che, nel prolungarsi dell’attesa, i discepoli di Gesù non si lascino sopraffare da dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita.
Queste parole ci suggeriscono di legare lo stato di paura e di angoscia (che non possiamo non provare di fronte al persistente dissesto della vita sociale con fame, guerre, terrorismo e droga che dilagano in ogni parte del mondo) allo stato di vigilanza, trasformando l’angoscia in inquietudine attiva.
Diversamente da Marco, che termina il discorso con l’invito alla vigilanza, e da Matteo, che richiama l’idea del giudizio, Luca conclude il discorso con un invito alla preghiera “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.
Per Luca la vigilanza a cui i credenti sono chiamati, consiste in un atteggiamento costante di preghiera. Per lui la preghiera è veramente il segno caratteristico della presenza cristiana nel mondo. Certamente la preghiera non si sostituisce all’azione volta a rendere presente il vangelo nel mondo mediante la testimonianza esplicita e l’impegno per opporsi alla corruzione dilagante, tuttavia rappresenta senza dubbio l’atteggiamento fondamentale del credente il quale, ponendosi ogni momento di fronte al suo Signore, trova in Lui la luce e la forza per attuare nella storia il Suo progetto di salvezza.

 

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“Oggi la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, …. Il primo Tempo di questo itinerario è l’Avvento, formato, nel Rito Romano, dalle quattro settimane che precedono il Natale del Signore, cioè il mistero dell’Incarnazione. La parola «avvento» significa «venuta» o «presenza». Nel mondo antico indicava la visita del re o dell’imperatore in una provincia; nel linguaggio cristiano è riferita alla venuta di Dio, alla sua presenza nel mondo; un mistero che avvolge interamente il cosmo e la storia, ma che conosce due momenti culminanti: la prima e la seconda venuta di Gesù Cristo. La prima è proprio l’Incarnazione; la seconda è il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Questi due momenti, che cronologicamente sono distanti – e non ci è dato sapere quanto –, in profondità si toccano, perché con la sua morte e risurrezione Gesù ha già realizzato quella trasformazione dell’uomo e del cosmo che è la meta finale della creazione. Ma prima della fine, è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni, dice Gesù nel Vangelo di san Marco (cfr Mc 13,10). La venuta del Signore continua, il mondo deve essere penetrato dalla sua presenza. E questa venuta permanente del Signore nell’annuncio del Vangelo richiede continuamente la nostra collaborazione; e la Chiesa, che è come la Fidanzata, la promessa Sposa dell’Agnello di Dio crocifisso e risorto (cfr Ap 21,9), in comunione con il suo Signore collabora in questa venuta del Signore, nella quale già comincia il suo ritorno glorioso.
A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: «I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando». Dunque, sobrietà e preghiera. E l’apostolo Paolo aggiunge l’invito a «crescere e sovrabbondare nell’amore» tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità. In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte. «In quei giorni – annuncia il profeta Geremia – Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia». La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio.
La Vergine Maria incarna perfettamente lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio al prossimo. Lasciamoci guidare da lei, perché il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un po’ il suo regno di amore, di giustizia e di pace.”
Benedetto XVI Angelus 23 settembre 2012

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L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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