Questa domenica, celebriamo la festa della chiesa madre di Roma, la Basilica Lateranense, consacrata dal papa Silvestro I, il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore. Fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista e da qui deriva la denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.
La prima lettura che la liturgia ci propone, è tratta al Libro del profeta Ezechiele. Il profeta in una visione vide l’acqua che usciva dal tempio e a quanti giungeva quest’acqua porva salvezza.
Dal tempo ricostruito e riconsacrato il Signore Dio diffonderà per il Suo popolo l’abbondanza di ogni bene
Nella seconda lettura tratta dalla prima lettera ai Corinzi, San Paolo avverte i credenti di costruire con saggezza, perché chi distrugge il "tempio" (la comunità) verrà distrutto da Dio, e afferma che non è possibile porre un fondamento diverso da quello già esistente: Gesù Cristo. Ogni costruzione deve essere basata su di Lui.
Nel brano del suo Vangelo, San Giovanni ci presenta Gesù in una vesta insolita: una sua reazione violenta, di sdegno, di fronte al degrado in cui gli uomini avevano ridotto il Tempio che, da luogo di preghiera, era divenuto un luogo di mercato. Le parole e i gesti di Gesù sembrano dire che il rapporto con Dio non si mercanteggia e neppure lo si vive mediante il semplice e formale ingresso nel tempio materiale, ma consiste essenzialmente, come ci dice Giovanni in un altro passo del vangelo, nell’adorare Dio “in spirito e verità”.
Oggi ricorrorre la 75^ Giornata del ringraziamento
Dal Libro del profeta Ezechiele
In quei giorni, [un uomo, il cui aspetto era come di bronzo,] mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare.
Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro.
Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà.
Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».
Ez 47,1-2.8-9.12
Il profeta Ezechiele, il cui nome significa “El (Dio) fortifica”, nacque intorno al 620 a.C. verso la fine del regno di Giuda. Suo padre era un sacerdote, sacerdote fu egli stesso fin da giovane, e questo segnerà per sempre il suo stile e il suo pensiero. Fu tra i primi deportati a Babilonia per opera di Nabucodonosor nel 597 a. C., e visse con la comunità giudaica stanziata a sud di Babilonia, a Tel-abib, vicino al fiume Chebar (Ez 1,1-3; 3,15). Nel 593, sulle rive di questo fiume, ha una visione grandiosa della gloria di JHWH e ode una voce che gli ordina di essere profeta. Vede la gloria del Signore abbandonare il tempio e la città santa e raggiungere gli esiliati (11,16.22-25) e tutto il suo apostolato, che durerà per ventidue anni, mira ad annunciare e preparare il ritorno della gloria del Signore nella città e nel tempio. Il libro si conclude con la visione di questo ritorno (c. 43).
Ezechiele anche se non fu un profeta all'altezza di Isaia o Geremia, ebbe una sua originalità, che in certi casi può averlo fatto apparire ingenuo. Usò immagini di grande potenza evocativa, specie negli oracoli di condanna, ed ebbe toni ed espressioni particolarmente duri ed efficaci.
Quando Ezechiele descrive questa visione, il popolo di Israele stava vivendo i giorni più tenebrosi della deportazione. In questo frangente così buio Ezechiele riceve una visione che parla del futuro. Nel capitolo 40 inizia così la descrizione « Al principio dell’anno venticinquesimo della nostra deportazione,….» …cioè nel mese di Nisan (marzo-aprile) del 573, 14 anni dopo la caduta di Gerusalemme (40,1). Quattordici (2x7) indica un tempo sufficientemente lungo.
Il profeta si ispira al passato che ha ben conosciuto, ma si sforza di adattare la legislazione antica alle condizioni nuove e di far tesoro delle ultime esperienze per evitare a Israele le tentazioni e gli abusi che l’hanno condotto alla rovina. Ezechiele appare come l’organizzatore che vuole dar spessore alle riforme da lungo tempo intraviste e desiderate. Le sue precedenti promesse di restaurazione e di alleanza spirituale richiedevano una nuova organizzazione della comunità. Essendo vissuto in un’epoca in cui tutto in Israele era da ricostruire, può ora dare al giudaismo nascente un programma che servirà di base a tutti gli sforzi e a tutte le speranze future, da Esdra fino alla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse.
Nel brano liturgico tratto dal capitolo 47 che la Liturgia ci propone, Ezechiele racconta che l’angelo lo condusse all’ingresso del tempio e vide che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare.
All’inizio è poco più di un rivolo che inizia il proprio percorso verso l’Est, verso la luce nascente, diventerà progressivamente sempre più ampio.
La città santa, Gerusalemme, sempre assetata di acqua, ne avrà a dismisura. L’acqua prodigiosa uscirà dalla soglia del santuario dimora del Signore, procedendo dal lato destro, cioè dalla porta sud, e proseguirà verso oriente, in direzione della valle del Cedron; per questa valle scenderà al deserto di Giuda, nella grande valle del Giordano e quindi nel Mar Morto. La terra sarà trasfigurata. Il deserto arido e inospitale diventerà verde di piante, e il mare dalle acque senza vita diverrà brulicante di pesci.
Nella terra nuova del popolo nuovo quest’acqua sgorgherà più abbondantemente che dalla roccia percossa da Mosè (Es 17,1-7) e potrà irrigare con abbondanza la Palestina, cambiata in nuovo paradiso terrestre come ai primi giorni dell'umanità. E più che mai questa sorgente apparirà come un dono di Dio, presente nel tempio e che, di là, spande i suoi favori sul popolo purificato. Dal tempio ricostruito e riconsacrato il Signore Dio diffonderà per il Suo popolo l’abbondanza di ogni bene.
San Giovanni ha visto compiersi questa promessa, quando, sulla croce, l’acqua sgorgò dal fianco aperto di Gesù, nuovo tempio, come una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (cfr Gv 2,21-4,14-7,37-19,34), ed anche nell’Apocalisse si evocherà il gran fiume di vita che sgorga dal trono dell'Agnello (22,1)
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Salmo 46 (45) Un fiume rallegra la città di Dio.
Dio è per noi rifugio e fortezza,
aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se vacillano i monti nel fondo del mare.
Un fiume e i suoi canali rallegrano la città di Dio,
la più santa delle dimore dell’Altissimo.
Dio è in mezzo a essa: non potrà vacillare.
Dio la soccorre allo spuntare dell’alba.
Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro baluardo è il Dio di Giacobbe.
Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto cose tremende sulla terra.
Il salmista afferma che Dio è “rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce”.Tutto si può sconvolgere, ma la città di Dio è sempre serena, tranquilla, viva. Se la terra conoscesse un terremoto per cui parte dei monti cadesse nel mare e dal mare ne emergesse di conseguenza un’onda immane, di tale forza da far tremare i monti, ci sarebbe sicurezza ugualmente nella città di Dio. Quella del terremoto e dell’onda immane che viene dal Mediterraneo è un’immagine per indicare le invasioni straniere che giungevano nella fossa Giordanica dalle spiagge del mare, attraverso la valle di Esdrelon.
La città di Dio - ora la Chiesa -, dove Dio ha la sua dimora, è vista come un Eden. C’è un fiume che si divide in ruscelli. Fiume che simboleggia l’aiuto di Dio, il soccorso di Dio. Il fiume disseta e garantisce la vegetazione e quindi l’alimentazione (Cf. Ez 47,1s). Il fiume come simbolo dell’aiuto di Dio è già presente nel salmo 35,9: “Si saziano dell’abbondanza della tua casa: tu li disseti al torrente delle tue delizie”.
Gerusalemme è "la più santa delle dimore dell'Altissimo", poiché da essa, città del trono di Davide e quindi del futuro Messia, che verrà messo a morte, ma risorgerà glorioso e ascenderà al cielo alla destra del Padre, uscirà la parola del Signore come dice il profeta Michea (4,2-3): "Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra molti popoli e arbitro fra genti potenti fino alle più lontane". La parola del Signore è uscita da Gerusalemme verso il mondo intero per mezzo della predicazione apostolica iniziata nel giorno di Pentecoste (At 2,4). Al tempio di Gerusalemme, diventato privo della gloria di Dio (Mt 27,51) subentrerà il tempio vivo della Chiesa.
E' possibile anche un'altra interpretazione, però non strettamente collegata al testo. La Chiesa è una, della quale fanno parte le Chiese particolari; questo non in senso di federazione di Chiese facenti capo alla Chiesa di Roma, ma nel senso proprio di una sola Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo. La Chiesa di Roma presiede alla carità nella verità (CCC n° 834) in virtù della sede del successore di Pietro; in questo preciso senso, la Chiesa di Roma è "la più santa delle dimore", non perché ci siano i cristiani più santi. Alla città terrena di Gerusalemme si è sostituita la città di Roma (Cf. Mt 21,43): "A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti". La Gerusalemme di ora è la Gerusalemme celeste (Gal 4,6; Eb 12,22; Ap 3,12; 21,9-27).
In mezzo agli sconvolgimenti dei popoli, la città di Dio non vacilla: “Non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell'alba”.
L’aiuto di Dio è presentato come un’azione travolgente di Dio contro i suoi nemici. Già è accaduto con la caduta di imperi immani come quello babilonese: “Fremettero le genti, vacillarono i regni; egli tuonò: si sgretolò la terra”.
Dio che annienta i suoi nemici, bruciando i loro scudi, cioè annientando le loro difese, porterà in tutto il mondo quel fiume e quei ruscelli, donando pace a tutta la terra: “Farà cessare le guerre sino ai confini della terra”.
Il salmista fa parlare Dio che invita i popoli a riconoscerlo: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra”.
Il salmista termina il suo canto confermandosi nella fiducia in Dio e lo chiama “Signore degli eserciti”. “Signore degli eserciti” perché li signoreggia con la sua forza: l’uomo non potrà mai prevalere annullando il suo trionfo di pace su tutta la terra.
Commento tratto da “Perfetta Letizia
Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, voi siete edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
1Cor 3,9c-11.16-17
La Prima lettera ai Corinzi fu scritta da Paolo durante la sua permanenza ad Efeso negli anni 54-55 ed inviata a Corinto attraverso Timoteo. E’ una delle più lunghe scritte dall’apostolo, paragonabile a quella dei Romani, ambedue infatti sono suddivise in 16 capitoli. Paolo si era deciso a scriverla dopo aver ricevuto notizie sulla comunità da parte di conoscenti della famiglia di Cloe e dopo che gli era anche pervenuta una lettera dagli stessi Corinzi, Si erano accumulate una serie di notizie e di problemi tali che Paolo non poteva rimandare la soluzione alla sua visita, programmata per l’estate dell’anno seguente. Pur essendo passati solo pochi anni dalla sua fondazione, la comunità di Corinto si era dimostrata molto vivace ma, insieme, anche molto problematica. Dopo il primo nucleo di ebrei convertiti si erano formati altri gruppi di credenti, provenienti dal paganesimo, che si riunivano nelle “domus” di alcuni convertiti benestanti.
La lettera si contraddistingue per la molteplicità dei temi che Paolo vi affronta per chiarire dubbi o difficoltà della comunità e per correggere abusi e deviazioni.
Nel brano che abbiamo, Paolo nel rispondere a quanti dicevano "Io sono di Paolo" "Io invece sono di Apollo", dividendo la comunità in tante conventicole, Paolo ricorda che i vari predicatori del Vangelo sono come i diversi operai che collaborano alla costruzione di una casa. Ognuno fa la sua parte, ma tutti devono costruire sull'unico fondamento che è Cristo.
«Siamo …. collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio».
La parte iniziale del versetto 9 che non è stata riportata nel brano ricorda che i predicatori (Paolo, Apollo, Cefa) sono i collaboratori di Dio e che la comunità di Corinto è il campo di Dio (un'altra immagine per comprendere la comunità in senso dinamico: il campo produce frutti, l'edificio prende forma).
«Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce».
Paolo rivendica a sé un ruolo fondamentale. Egli è l'architetto che ha posto le fondamenta. E' lui che ha fondato la comunità di Corinto. Questa fondazione si poggia sulla predicazione di Cristo crocifisso. Altri poi sono stati chiamati a continuare questa costruzione, ad accompagnare il cammino di crescita della comunità. Ma non è possibile che continuino la costruzione in modo diverso.
«Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo».
Quindi le fondamenta non possono essere cambiate. Alla base c'è Gesù Cristo e la Sua morte e risurrezione, ciò che Paolo ha predicato sin dal principio della sua attività.
Nei versetti 12-15, che la liturgia ci fa saltare, Paolo ricorda che è importante anche il materiale con cui una casa viene edificata. Egli elenca diversi materiali, dal più nobile (oro) al più effimero (fieno e paglia) e ricorda che la casa compiuta sarà ben visibile a tutti e verrà provata col fuoco nel giorno del giudizio. Solo chi avrà costruito con materiale resistente potrà superare questa prova. I predicatori che a Corinto stanno continuando la missione di Paolo hanno dunque un compito molto delicato.
«Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?»
Paolo ritorna alla comunità di Corinto ricordandole che essi sono tempio di Dio, dimora dello Spirito Santo. E' questo un passo molto importante nella concezione religiosa, dove la presenza degli dei era concepita soltanto in certi templi e in certi luoghi particolari e non nei credenti.
«Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi».
Accanto ai predicatori che bene o male costruiscono su Cristo come fondamento, ve ne sono dunque altri che costruiscono su basi diverse, minando alla radice l’esistenza stessa della comunità. Così facendo essi distruggono il tempio di Dio, al quale compete la prerogativa di essere “santo” e come nell’Antico Testamento colui che profanava un oggetto santo veniva immediatamente colpito dall’ira tremenda di Dio (cfr. 2Sam 6,6-7), così chi distrugge la comunità va lui stesso incontro a una terribile condanna.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Gv 2, 13-22
Il brano dell’Evangelista Giovanni si apre presentando Gesù che sale a Gerusalemme in quanto “si avvicinava la Pasqua dei Giudei”. Gesù poi entra nel tempio, dove trova «gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.»
Il termine “tempio” qui non indica il luogo santo, considerato come la dimora di Dio, ma i cortili esterni, accessibili anche ai non giudei, chiamati anche “cortile dei gentili”. Gli animali venivano venduti perché i pellegrini, specialmente quelli venuti da lontano, potessero disporre di vittime per i sacrifici; i cambiavalute invece trasformavano il denaro profano nell’unica moneta ammessa nel tempio. Si trattava quindi di un’attività non solo lecita, ma anche indispensabile per il funzionamento del tempio.
I popoli antichi avevano paura di tante cose e avere una divinità capace di dominare questi loro timori era considerato una soluzione al problema, ma pensavano anche che bisognava ottenere la sua benevolenza dandogli qualcosa in cambio. Così scaturisce l'idea del sacrificio, dando alla divinità cose che consideravano importanti e che costavano. Pensavano che Dio fosse un po' come noi e che quindi si potesse comperare i suoi favori.
Di fronte a queste realtà Gesù reagisce in modo molto duro: «fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». E’ lecito chiederci perché Gesù fa questo gesto clamoroso? Notiamo anche che Giovanni mette questo episodio all'inizio del Vangelo, perché quello che fa è alla base della novità che Lui vuole portare. Gesù non ce l'ha col Tempio, tanto che lo chiama “casa del Padre Mio” e neanche con chi vende o compra. Gesù ce l'ha con la mentalità, secondo la quale il favore di Dio va comprato o pagato. Vuole cacciare fuori una mentalità religiosa che purtroppo fa fatica a morire anche ai giorni nostri. Giovanni aggiunge che i discepoli si ricordarono una frase della Scrittura che dice: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Questo testo fa parte del salmo 69, in cui il salmista si lamenta con Dio per la persecuzione che subisce da parte dei suoi avversari, e nel v. 10 egli sottolinea come sia pieno di un amore senza confini per il tempio di Dio, cioè per Dio stesso, e lascia intendere che proprio per questo è stato perseguitato. In Giovanni invece il verbo “divorare” è al futuro, e allude alla morte a cui Gesù va incontro proprio in forza del rapporto speciale che lo unisce a Dio: è proprio l’amore per la casa di Dio che lo porterà sulla croce.
Finora i giudei sono stati muti testimoni di quanto Gesù aveva fatto. Ora essi intervengono chiedendo a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose”. Gesù risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Questa volta il termine “tempio” indica il luogo santo in cui era localizzata la presenza di Dio. La frase pronunziata da Gesù richiama quella che i falsi testimoni gli attribuiscono nel corso del processo davanti al sommo sacerdote.
I giudei ribattono: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Essi si riferiscono ai lavori fatti da Erode il grande per la restaurazione del tempio, per cui si può dedurre che questi sarebbero stati iniziati verso il 20 a.C.
L’evangelista non riporta alcuna risposta di Gesù, limitandosi a dire che egli parlava del tempio del Suo corpo. Non si tratta quindi del tempio materiale, ma della persona di Gesù, intesa come il luogo in cui Dio abita.
L’evangelista conclude con questa riflessione “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
È chiaro quindi che secondo Giovanni, Gesù parlava della Sua risurrezione, lasciando così intendere che in forza di essa il Suo corpo sarebbe diventato il vero tempio in cui Dio abita in mezzo al Suo popolo.
Ma tutto questo neppure i discepoli l’hanno capito durante la Sua vita terrena. È lo Spirito infatti che, dopo la Pasqua, rende presenti alla memoria dei discepoli le parole e i gesti di Gesù, illuminando in profondità il loro significato e permettendo di attualizzarli nel presente. Solo dopo la Sua risurrezione lo Spirito avrebbe aperto i loro occhi, dando loro la possibilità di credere da una parte alla Scrittura (cfr. il Sal 69,10 sopra citato e il successivo v. 36 “ Perché Dio salverà Sion, ricostruirà le città di Giuda:vi abiteranno e ne avranno il possesso.”) e dall’altra alla parola di Gesù, che aveva preannunziato la Sua morte e risurrezione.
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Mentre preghiamo per Papa Leone XIV affinché lo Spirito Santo lo sostenga e lo illumini sempre ricordiamo le parole di Papa Francesco pronunciate nell’angelus del 9 ottobre 2014 per la Dedicazione della Basilica Lateranense
Oggi la liturgia ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense, che è la cattedrale di Roma e che la tradizione definisce "madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe". Con il termine "madre" ci si riferisce non tanto all’edificio sacro della Basilica, quanto all’opera dello Spirito Santo che in questo edificio si manifesta, fruttificando mediante il ministero del Vescovo di Roma, in tutte le comunità che permangono nell’unità con la Chiesa cui egli presiede.
Ogni volta che celebriamo la dedicazione di una chiesa, ci viene richiamata una verità essenziale: il tempio materiale fatto di mattoni è segno della Chiesa viva e operante nella storia, cioè di quel "tempio spirituale", come dice l’apostolo Pietro, di cui Cristo stesso è "pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1 Pt 2,4-8). Gesù, nel Vangelo della liturgia d’oggi, parlando del tempio, ha rivelato una verità sconvolgente: che cioè il tempio di Dio non è soltanto l’edificio fatto di mattoni, ma è il suo corpo, fatto di pietre vive. In forza del Battesimo, ogni cristiano fa parte dell’"edificio di Dio" (1 Cor 3,9), anzi diventa la Chiesa di Dio. L’edificio spirituale, la Chiesa comunità degli uomini santificati dal sangue di Cristo e dallo Spirito del Signore risorto, chiede a ciascuno di noi di essere coerente con il dono della fede e di compiere un cammino di testimonianza cristiana. E non è facile, lo sappiamo tutti, la coerenza nella vita fra la fede e la testimonianza; ma noi dobbiamo andare avanti e fare nella nostra vita, questa coerenza quotidiana. "Questo è un cristiano!", non tanto per quello che dice, ma per quello che fa, per il modo in cui si comporta. Questa coerenza, che ci dà vita, è una grazia dello Spirito Santo che dobbiamo chiedere. La Chiesa, all’origine della sua vita e della sua missione nel mondo, non è stata altro che una comunità costituita per confessare la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio e Redentore dell’uomo, una fede che opera per mezzo della carità. Vanno insieme! Anche oggi la Chiesa è chiamata ad essere nel mondo la comunità che, radicata in Cristo per mezzo del Battesimo, professa con umiltà e coraggio la fede in Lui, testimoniandola nella carità. A questa finalità essenziale devono essere ordinati anche gli elementi istituzionali, le strutture e gli organismi pastorali; a questa finalità essenziale: testimoniare la fede nella carità. La carità è proprio l’espressione della fede e anche la fede è la spiegazione e il fondamento della carità.
La festa d’oggi ci invita a meditare sulla comunione di tutte le Chiese, cioè di questa comunità cristiana, per analogia ci stimola a impegnarci perché l’umanità possa superare le frontiere dell’inimicizia e dell’indifferenza, a costruire ponti di comprensione e di dialogo, per fare del mondo intero una famiglia di popoli riconciliati tra di loro, fraterni e solidali. Di questa nuova umanità la Chiesa stessa è segno ed anticipazione, quando vive e diffonde con la sua testimonianza il Vangelo, messaggio di speranza e di riconciliazione per tutti gli uomini.
Invochiamo l’intercessione di Maria Santissima, affinché ci aiuti a diventare, come lei, "casa di Dio", tempio vivo del suo amore.


