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Le letture che la liturgia di questa quinta domenica di Pasqua ci propone, ci aiutano a costruire l’architettura spirituale della Chiesa che ha il suo fondamento in Cristo “pietra viva”.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci presenta l’organizzazione della prima comunità cristiana in continua crescita. Accanto al ministero apostolico, ora ne appare un altro, detto servizio alle mense. Si può intravedere da questo l’origine del diaconato.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Pietro, afferma che Gesù è la pietra angolare. Egli è l’unico fondamento dell’”Edificio spirituale” che è la Chiesa, il Suo corpo mistico.
Nel Vangelo di Giovanni, l’invocazione di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”, esprime il desiderio più profondo dell’uomo: incontrare il volto di Dio. Ma Dio stesso in Gesù ci è venuto incontro indicandoci la strada per incontrarlo: nel volto di Gesù ha mostrato il Suo volto di Padre, infatti Gesù dice: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Gesù nel Suo “discorso di addio” agli apostoli afferma ancora: “Io sono la via, la verità e la vita”. Gesù è la “via” che guida a Dio attraverso la “verità” della Sua rivelazione, il Vangelo, ed Egli ci fa approdare a quella “vita” divina che Egli condivide con il Padre. Gesù è, quindi l’avvio e la meta, è il fondamento e la volta della Chiesa di Dio, è la sua base terrena e il suo vertice celeste.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
At 6,1-7

La prima parte del libro degli Atti riporta la prima espansione del cristianesimo in Gerusalemme e termina con il racconto delle vicende che hanno come protagonista Stefano, la cui morte violenta darà l’avvio all’annunzio del vangelo al di fuori della città santa.
Questo brano si apre con la descrizione di una situazione nuova che si era verificata nella comunità di Gerusalemme: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”
Il numero dei discepoli continua ad aumentare, ma la vita della comunità è minacciata da una grave tensione fra i due gruppi che si erano formati al suo interno.
Il primo di questi gruppi di origine greca (indicato anche con l’appellativo di “ellenisti”), erano giudei che nelle loro sinagoghe leggevano la Scrittura nella loro lingua nativa, il greco. Probabilmente proprio da questo ambiente provenivano coloro che erano presenti in occasione della Pentecoste e, aderendo alla comunità dei discepoli di Gesù, avevano formato un gruppo a sé. Il secondo gruppo è quello degli “ebrei” che in contrasto con gli ellenisti, saranno stati sicuramente i primi seguaci di Gesù, i quali erano sempre vissuti in Palestina, leggevano la Scrittura in ebraico (o aramaico).
Il contrasto tra questi due gruppi viene alla luce nel campo della “assistenza quotidiana” che veniva prestata alle vedove. I Dodici, venendo a conoscenza dello scontento che serpeggiava nella comunità, convocano il gruppo dei discepoli e alla fine dichiarano che non ritenevano giusto dedicarsi al servizio delle mense, con il rischio di trascurare la Parola di Dio, e per risolvere il problema alla radice propongono una divisione dei compiti.
A tal fine incaricano la comunità di scegliere sette uomini di buona reputazione, “pieni di Spirito e di sapienza”, ai quali affidare il servizio delle mense. (Il loro ragionamento si ispira a quello di Mosè il quale, di fronte alla crescita del popolo, chiede di essere coadiuvato nel compito di giudice dai capi (Dt 1,9-18).
L’assemblea accoglie la proposta dei Dodici e procede all’elezione di: Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia.
Tutti i sette prescelti portano un nome greco per cui si può ritenere che appartenessero al gruppo degli ellenisti. Nella lista il primo e l’ultimo meritano una menzione particolare: Stefano, “uomo pieno di fede e di Spirito santo”, cioè un uomo straordinario di cui si parlerà subito dopo, al quale segue Filippo evangelizzatore della Samaria, e per ultimo Nicola è presentato come un “prosèlito di Antiòchia”, cioè un pagano che si era convertito al giudaismo prima di abbracciare la fede cristiana. Vengono imposte loro le mani, comunicando un dono spirituale, che li rende atti a tale incarico
Al termine del brano Luca lascia intendere che la felice soluzione di una crisi interna apre la strada a un nuovo progresso nell’evangelizzazione. Viene detto inoltre che fra i convertiti figurano molti “sacerdoti”, cioè esponenti del sacerdozio giudaico, ma non spiega il motivo di questo fatto, ma la logica del racconto lascia supporre che queste conversioni abbiano il loro peso nel conflitto che scoppierà subito dopo.

Salmo 32 - Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

Il salmo comincia con un’esortazione alla gioia. Infatti la tentazione della tristezza è sottile, porta l’anima a stancarsi nel perseverare nel bene e, alla fine, a rivolgersi al male come fonte sicura di consolazioni.
La tristezza non s’accompagna con la lode, ma con la lamentosità, e dunque bisogna mantenersi nella gioia per lodare il Signore, e del resto lodare il Signore mantiene nella gioia, quella vera, che non è euforia, ma realtà dell’amore.
Il salmista esorta ad allontanarsi dalla tristezza accompagnando la lode con la cetra, con l’arpa a dieci corde. La lode sia canto. Canto che nasce dall’amore, dal cuore, da un cuore puro. Non canto di bella voce, ma canto di bel cuore. “Cantate un canto nuovo”, esorta il salmista; il che vuol dire che il canto sia nuovo nell’amore. Si potranno usare le stesse parole, ma il canto sarà sempre nuovo se avrà la novità dell’amore. Non c’è atto d’amore che non possa dirsi nuovo se fatto con tutto il cuore.
“Con arte”, bisogna suonare, nell’esultanza e non nell’esaltazione.
Il salmista dice il perché della lode a Dio; perché “retta è la parola del Signore”, cioè non mente, costruisce, guida, dà luce, dà pace e gioia. E ogni opera sua è segnata dalla fedeltà all’alleanza che egli ha stabilito col suo popolo.
Egli ama il diritto e la giustizia, cioè la pace tra gli uomini, la comunione della carità, il rispetto dei diritti dell’uomo.
Egli ha creato le cose come dono all’uomo, per cui ogni cosa ha una ragione d’amore: “dell'amore del Signore è piena la terra”. La creazione procede dal suo volere, dalla sua Parola. Tutte le cose sono state create con un semplice palpito del suo volere. Le stelle, che nella volta celeste si muovono (moto relativo al nostro punto di vista) come schiere. Le acque del mare sono ferme come dentro un otre: esse non possono dilagare sulla terra. Nelle cavità profonde della terra ha confinato parimenti le acque abissali, che sfociano in superficie nelle sorgenti. Esse sono chiuse (“chiude in riserve gli abissi ”), e non diromperanno sulla terra unendosi a quelle dei mari e del cielo per sommergere la terra (Cf. Gn 1,6-10; 7,11).
Il salmista proclama il suo amore a Dio a tutta la terra, invitando tutti gli uomini a temere Dio, cioè a temere di offenderlo perché egli è infinitamente amabile. Gli abitanti del mondo tremino davanti a lui, perché misericordioso, ma è anche giusto giudice e non lascia impunito chi si ribella a lui. Egli è l’Onnipotente perché: “parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto”.
I popoli, le nazioni, che vogliono costruirsi senza di lui non avranno che sconfitta. I loro progetti sono vani, non avranno successo. Al contrario il disegno salvifico ed elevante del Signore rimane per sempre. Nessuno lo può arrestare. Esso procede dal suo cuore, cioè dal suo amore - “i progetti del suo cuore” - e rimane per sempre, per tutte le generazioni.
Il salmista poi celebra Israele; il nuovo Israele, quello che ha come capo Cristo, e del quale Israele un giorno farà parte (Rm 11,15).
Nessuno sfugge allo sguardo del Signore: “guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini”. E lui sa ben vedere il cuore dell’uomo poiché lui l’ha creato, e sa “comprendere tutte le sue opere”, perché sa vedere il merito o il demerito sulla base dell’adesione all’orientamento al bene del cuore, e alla grazia che egli dona.
La sua grazia è la forza dell’uomo nelle situazioni di difficoltà. L’uomo non deve credere di salvarsi dalle catastrofi sociali perché possiede cavalli, ma deve rivolgersi a Dio, che può “liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Il salmista, unito ai giusti, esprime una dolce professione di fede in Dio, una dolce speranza in lui: “L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo”; conclude poi con un’ardente invocazione: “Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Pietro apostolo
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura:
«Ecco, io pongo in Sion
una pietra d’angolo, scelta, preziosa,
e chi crede in essa non resterà deluso».
Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono
la pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata pietra d’angolo
e sasso d’inciampo, pietra di scandalo.
Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
1 Pt 2,4-9

In questo brano l’Apostolo, continuando le esortazioni a quanti hanno iniziato una nuova vita, li invita a costruire insieme a Cristo un nuovo edificio, un nuovo tempio in cui si offrono dei sacrifici che sono graditi a Dio.
“avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”.
Il Dio, che Gesù è venuto a fare conoscere agli uomini, non è più il Dio lontano e terribile di Israele, ma è un Dio vicino, l’Emanuele, Dio con noi. Pietro parlando di Gesù riprende l’immagine del salmo 117,22 (la pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d'angolo) e lo chiama pietra viva, quella pietra che è stata rifiutata dagli uomini e che invece Dio l’ha scelto come preziosa.
Anche i destinatari di Pietro, i credenti, divengono pietra viva e sono utilizzati per la costruzione della Chiesa. In essa tutti diventano sacerdoti, offrono sacrifici spirituali, la loro vita, attraverso il sacerdozio nuovo, introdotto da Gesù Cristo.
“Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso»”.
Il riferimento è ad Isaia contro i cattivi consiglieri (28,16): davanti a coloro che consultavano i morti per conoscere l'avvenire, il Signore oppone la pietra d'angolo in Sion. Questo testo è stato letto in chiave messianica, quindi ben si adatta alla figura di Cristo, pietra viva, pietra d'angolo di un nuovo edificio.
L’apostolo prosegue contrapponendo la funzione positiva esercitata da Cristo, pietra angolare, nei confronti della comunità cristiana a quella negativa riguardante i non credenti:
“Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati”.
La Scrittura dunque getta luce sull’esperienza della prima missione cristiana: per i giudei come per i pagani, Cristo è scandalo, sasso nel quale s’inciampa (1Cor 1,23; Rm 9,32-33), segno di contraddizione che causa la “rovina di molti” (Lc 2,34), perché contraddice le attese e le pretese umane. Gli increduli vi inciampano perché non obbediscono alla parola, respingendo l’iniziativa salvifica di Dio in Cristo.
A questo punto l’apostolo dà alla Chiesa i titoli che compongono lo statuto di Israele come popolo santo di Dio:
“Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”.
Ora, ai piedi della roccia che è Cristo tutta la comunità cristiana è consacrata “per un sacerdozio regale” accanto agli apostoli, che hanno il compito di presiedere il culto e annunziare la Parola di Dio alla Chiesa, tutti i fedeli col sacerdozio fondamentale e “comune” ricevuto nel battesimo, devono essere testimoni del Cristo risorto in mezzo al mondo, rispondendo agli interrogativi e alle speranze degli uomini.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Gv 14, 1-12

Questo brano del Vangelo di Giovanni fa parte del discorso dell’ultima cena. Gesù aveva parlato già del tradimento di Giuda, della Sua dipartita e del rinnegamento di Pietro e tutto questo ha turbato l’animo degli apostoli. Gesù ora vuole rinfrancare la loro fede, dare loro speranza e dice: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.- e per incoraggiare i discepoli fa loro questa promessa: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”.
Il posto che Gesù, morendo, va a preparare per i discepoli nella casa del Padre indica simbolicamente la comunione con Dio, nella quale Egli sta per entrare e alla quale ammetterà anche i discepoli. Poi alle domanda piena di inquietudine di Tommaso:”Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”, fa le affermazioni più straordinarie del Nuovo Testamento: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
Il presente “Io sono” è una formula di autorivelazione spesso usata da Gesù nel vangelo di Giovanni, ma per Tommaso questa parola indicava una strada per recarsi in un luogo; Gesù invece se ne serve per designare se stesso, proclamandosi così l’unico mediatore che conduce al Padre.
A questo punto è Filippo a porre l’altra domanda e volere così un altro chiarimento: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” . Gesù risponde con un velato rimprovero, «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre.”.. perché in forza della lunga convivenza con lui, Filippo avrebbe dovuto conoscerlo, e così conoscere anche il Padre.
In forza del Suo rapporto strettissimo con il Padre, che fa dei due una cosa sola, entrare in rapporto con Gesù significa entrare in rapporto con il Padre. Per questo Filippo dovrebbe capire che non può chiedere di mostrargli il Padre. Gesù prosegue ponendo a sua volta la domanda:
“Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? - e poi afferma - Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me.
Qui Gesù presenta una novità assoluta, sconvolgente, e per gli ebrei, addirittura blasfema, alla quale anche i non ebrei non si sono mai potuti abituare. Eppure Gesù ne parla, come se fosse una cosa normale, quasi logica, ai suoi discepoli di allora e a noi oggi.
Ci troviamo di fronte al Mistero Trinitario: Mistero grande, Mistero di amore, Mistero ineffabile, di fronte al quale la parola deve lasciare il posto al silenzio dello stupore e dell'adorazione.

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“Oggi la Lettura degli Atti degli Apostoli ci fa vedere che anche nella Chiesa delle origini emergono le prime tensioni e i primi dissensi. Nella vita, i conflitti ci sono, il problema è come si affrontano.
Fino a quel momento l’unità della comunità cristiana era stata favorita dall’appartenenza ad un’unica etnia, e ad un'unica cultura, quella giudaica. Ma quando il cristianesimo, che per volere di Gesù è destinato a tutti i popoli, si apre all’ambito culturale greco, viene a mancare questa omogeneità e sorgono le prime difficoltà.
In quel momento serpeggia il malcontento, ci sono lamentele, corrono voci di favoritismi e disparità di trattamento. Questo succede anche nelle nostre parrocchie! L’aiuto della comunità alle persone disagiate - vedove, orfani e poveri in genere -, sembra privilegiare i cristiani di estrazione ebraica rispetto agli altri.
Allora, davanti a questo conflitto, gli Apostoli prendono in mano la situazione: convocano una riunione allargata anche ai discepoli, discutono insieme la questione.
Tutti. I problemi infatti non si risolvono facendo finta che non esistano! Ed è bello questo confronto schietto tra i pastori e gli altri fedeli. Si arriva dunque ad una suddivisione dei compiti. Gli Apostoli fanno una proposta che viene accolta da tutti: loro si dedicheranno alla preghiera e al ministero della Parola, mentre sette uomini, i diaconi, provvederanno al servizio delle mense per i poveri.
Questi sette non vengono scelti perché esperti in affari, ma in quanto uomini onesti e di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di sapienza; e sono costituiti nel loro servizio mediante l’imposizione delle mani da parte degli Apostoli. E così da quel malcontento, da quella lamentela, da quelle voci di favoritismo e disparità di trattamento, si arriva ad una soluzione.
Confrontandoci, discutendo e pregando, così si risolvono i conflitti nella Chiesa. Confrontandoci, discutendo e pregando. Con la certezza che le chiacchiere, le invidie, le gelosie non potranno mai portarci alla concordia, all’armonia o alla pace. Anche lì è stato lo Spirito Santo a coronare questa intesa e questo ci fa capire che quando noi lasciamo allo Spirito Santo la guida, Egli ci porta all’armonia, alla unità e al rispetto dei diversi doni e talenti. Avete capito bene? Niente chiacchiere, niente invidie, niente gelosie! Capito?
La Vergine Maria ci aiuti ad essere docili allo Spirito Santo, perché sappiamo stimarci a vicenda e convergere sempre più profondamente nella fede e nella carità, tenendo il cuore aperto alle necessità dei fratelli.”

Papa Francesco Angelus 18 maggio 2014

Pubblicato in Liturgia

La quarta domenica di Pasqua ritorna ogni anno come giornata del Buon Pastore e della Vocazione, in particolare quella sacerdotale e religiosa. Le letture che la liturgia ci offre sono pervase dal simbolismo carico di risonanze del pastore che a noi spesso sfuggono perchè il pastore nell’antico Oriente non era solo la guida del gregge, ma il compagno di vita in modo totale, pronto a condividere con le sue pecore la sete, le marce, il sole infuocato, il freddo notturno.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, vediamo come l’annuncio evangelico predicato da Pietro e dagli altri discepoli, raggiunge il suo scopo: la conversione e il perdono dei peccati. Il battesimo, ricevuto come atto di consacrazione a Cristo, non solo è segno del perdono ottenuto, ma anche sigillo di appartenenza al nuovo popolo costituito da Giudei e da pagani.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Pietro, afferma che Gesù con la Sua morte e risurrezione ha guarito i cristiani dal peccato e dal desiderio di vendetta, per questo essi devono vivere una vita nuova sull’esempio di Cristo.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù viene presentato come il Buon Pastore che afferma: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono… Anche nell’Apocalisse Cristo viene presentato come l’Agnello sacrificale che si trasforma in Buon Pastore: l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E’ bellissima l’espressione che segue: “E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi»… quante volte l’abbiamo ricordata nei momenti di sofferenza dove nessun intervento umano poteva consolarci; chiama alla mente anche un versetto del salmo 56 I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro? Non ci si sente mai soli, quando il Signore si fa vivo accanto a noi con la Sua parola, illuminando così i momenti più bui della nostra esistenza.

Dagli Atti degli Apostoli
Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
At 2,14a. 36-41

Questo brano degli Atti degli Apostoli fa parte del discorso che Pietro pronunciò il giorno di Pentecoste dopo che lo Spirito Santo si posò sugli Apostoli, riuniti nel cenacolo, sotto forma di fiammelle.
Pietro, dopo aver descritto come l’evento di Cristo si inserisce nel piano salvifico di Dio, riassume con una frase ancora più eloquente il suo annuncio: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”
Pietro dopo aver affermato che, in forza dell’esaltazione raggiunta con la Sua morte e risurrezione, Dio ha costituito Gesù “Signore e Cristo””egli ha assunto il ruolo di giudice che compete a Dio. Inoltre Gesù è presentato come colui che adempie le speranze messianiche del popolo di Israele. Questi due titoli descrivono il ruolo salvifico che spetta ormai proprio a colui che gli ascoltatori di Pietro hanno crocifisso.
Sorprende la fermezza, la determinazione e il coraggio di Pietro, che viene sottolineata dai versetti con cui inizia il brano: “si alzò in piedi e a voce alta parlò….” . Lui, come gli altri apostoli, era pieno di angoscia e paura che, anche a loro stessi, capitasse quanto successo al Maestro. Tuttavia l’esperienza del Risorto fu di tale impatto che non solo rovesciò i criteri di comprensione dell’accaduto, ma per Pietro in particolare, in considerazione della sua triplice negazione avvenuta il giovedì della passione, è anche l’opportunità per riabilitarsi davanti al popolo e alle autorità, manifestando il suo ravvedimento con forza e coraggio.
Pietro parlò con tale convinzione che i presenti “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore”, nel senso che spiegò loro molto bene l’errore commesso, ormai irreparabile, nei riguardi di Gesù, che si sentirono come persi e sconcertati per aver condannato chi ora è giustificato da Dio stesso e il loro grande sconcerto suscita la domanda che rivolgono “a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»”.
È significativo che si rivolgano agli apostoli chiamandoli “fratelli”, segno della costituzione di un rapporto ben diverso da quello di seguaci di un bestemmiatore e convinti dell’efficacia della loro predicazione.
Pietro risponde: : “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”.
La conversione consisteva nello stravolgimento delle loro convinzioni nei riguardi di Dio e dell’avvento del Regno, l’attesa e la speranza d’Israele
Pietro sottolinea poi che il suo invito si basa sul fatto che la promessa di Dio è rivolta direttamente ai presenti “ Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”.
Viene sottolineato anche qui che il primo destinatario del vangelo è e resterà per sempre il popolo ebraico, ma l’annunzio però viene esteso anche ai ”lontani”. Con questo termine sono indicati i pagani (anche in Isaia Is 57,19 viene espresso questo concetto, che S.Paolo riprendrerà nella sua lettera agli Ef 2,13) .
Come conclusione Pietro esorta gli ascoltatori a salvarsi da “questa generazione perversa” e con questa espressione indica il popolo di Israele ribelle al suo Dio
( Dt 32,5; Sal 78,8).
Alla fine del discorso Luca osserva che “coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”.
Questo è un segno della potenza dello Spirito che opera nel primo nucleo della Chiesa e al tempo stesso dell’impatto che l’annunzio evangelico ha avuto nel mondo giudaico a cui per primo è stato rivolto.
Anche per noi la vera conversione presuppone un distacco non tanto dalla società in cui viviamo, quanto piuttosto dalle strutture ingiuste che tante volte la condizionano. L’adesione a Cristo deve incidere non solo sulla nostra mentalità, ma anche sul nostro modo di vivere, che implica la capacità di stabilire rapporti nuovi con tutti, improntati alla ricerca della giustizia e del bene comune.

Salmo 22 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

L’orante ha fatto l’esperienza di come il Signore lo guidi in mezzo a numerose difficoltà tesegli dai nemici. Egli dichiara che non manca di nulla perché Dio in tutto l’aiuta. Le premure del suo Pastore sono continue e si sente curato come un pastore cura il suo gregge conducendolo a pascoli erbosi e ad acque tranquille. L’orante riconosce che tutto ciò viene dalla misericordia di Dio, che agisce “a motivo del suo nome”, ma egli corrisponde con amore all’iniziativa di Dio nei suoi confronti.
La consapevolezza che Dio lo ama per primo gli dà una grande fiducia in lui, cosicché se dovesse camminare nel buio notturno di una profonda valle non temerebbe le incursioni di briganti o persecutori, piombanti dall’alto su di lui.
La valle oscura è poi simbolo di ogni situazione difficile nella quale tutto sembra avverso.
Dio, buon Pastore, lo difende con il suo bastone e lo guida dolcemente con il suo vincastro, che è quella piccola bacchetta con cui i pastori indirizzano il gregge con piccoli colpetti.
Non solo lo guida in mezzo alle peripezie, ma anche gli dona accoglienza, proprio davanti ai suoi nemici, i quali pensano di averlo ridotto ad essere solo uno sconvolto e disperato fuggiasco. Egli, al contrario, è uno stabile ospite del Signore che gli prepara una mensa e gli unge il capo con olio per rendere lucenti i suoi capelli e quindi rendere bello e fresco il suo aspetto. E il calice che ha davanti è traboccante, ma non perché è pieno fino all’orlo, ma perché è traboccante d'amore.
Quel calice di letizia è nel sensus plenior del salmo il calice del sangue di Cristo, mentre la mensa è la tavola Eucaristica, e l’olio è il vigore comunicato dallo Spirito Santo.
Il cristiano abita nella casa del Signore, l’edificio chiesa, dove c’è la mensa Eucaristica.
Quella casa, giuridicamente, è della Diocesi, della Curia, ma è innanzi tutto del Signore, e quindi egli, per dono del Signore, vi è perenne legittimo abitante.
Commento di Padre Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Pietro apostolo
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccatoe non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime.
1Pt 2, 20b-25

In questo brano tratto dal secondo capitolo della lettera di Pietro, vengono presentate alcune indicazioni pratiche sul comportamento dei cristiani che allora venivano guardati con sospetto e spesso considerati come malfattori poiché nell'impero romano risultavano come elementi "estranei", quindi la loro condotta oltre che ad essere ispirata ai principi del Vangelo e della vita nuova in Cristo, doveva apparire retta ed onesta, per mostrare a tutti che questa nuova religione non portava alcun danno alla vita sociale.
Nei versetti precedenti l’apostolo aveva spiegato come doveva essere l'atteggiamento verso le autorità (2,13-16) e verso i padroni, per coloro che ancora erano schiavi (2,18-19).
In questo brano si sofferma sul significato della sofferenza per cui dice:
“ se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio”.
Anche se all'interno della comunità cristiana gli schiavi avevano gli stessi diritti degli uomini liberi, la loro situazione sociale rimaneva la stessa. Solo più tardi, al tempo del tardo impero, il cristianesimo poté chiedere il riscatto degli schiavi. I padroni spesso erano molto duri con loro. Pietro non li invita alla ribellione ma a sopportare con pazienza il male ingiusto e dà loro una motivazione per sostenere con maggiore forza la loro difficile situazione.
“A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:!
A Dio non è gradita la sofferenza dei Suoi figli, ma la pazienza con cui essi la sopportano. La sofferenza fa parte dell’esistenza umana e nessuno ne è esente. Ma un aspetto specifico della vocazione cristiana è proprio la capacità di affrontare la sofferenza e dare ad essa un giusto significato. L’apostolo sottolinea che si è trattato di una sofferenza “per voi”, e questo significa che Cristo non ha subito passivamente la sofferenza che gli era inflitta, ma l’ha affrontata in favore dei credenti. Da essa quindi non possono essere esclusi i Suoi discepoli, i quali anche in questo devono seguire le Sue orme

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
GV 10, 1-10

Il discorso di Gesù, che apre il capitolo 10 di Giovanni, segue immediatamente l'episodio del cieco nato.
Dopo aver accolto la professione di fede del cieco della piscina di Siloe., Gesù aveva pronunciato una frase di denuncia verso i farisei:“ Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. E ai farisei che chiesero spiegazioni. Gesù risponde: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. Gv 9 39-41
Gesù continua il Suo discorso, che in questo brano viene riportato la prima parte, in cui passa dal tema della luce a quella del pastore e delle sue pecore, e termina parlando di sé come della porta delle pecore.
Possiamo immaginare che Gesù, probabilmente mentre parlava guardava i suoi connazionali che attraversavano questa porta per entrare nel cortile del tempio, (non è sicuramente un caso che una delle porte del Tempio di Gerusalemme, si chiami "porta delle Pecore" (Bab-a-Sahairad):
“In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Il discorso inizia in modo solenne: "in verità, in verità"., che è una formula che introduce spesso i discorsi di Gesù soprattutto nel Vangelo di Giovanni.. Egli parla di un recinto delle pecore e la simbologia che usa si può collegare del cieco nato. Il recinto delle pecore era costituito da un muro abbastanza alto, ricoperto di rami che facevano da tettoia, per proteggere le pecore da animali feroci e dagli agenti atmosferici. Un ladro avrebbe potuto agevolmente scavalcare il muro ed entrarvi. I ladri e i briganti di cui Gesù parla possono essere identificati nei i farisei, i quali senza un vero mandato si erano nominati maestri del popolo, non per aiutarlo ma per seguire il proprio interesse.
“Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”
Il tono è chiaramente polemico: contrapposto ai ladri e ai briganti vi è il pastore delle pecore, la guida legittima del suo gregge, che entra dalla porta e non si arrampica lungo il muro.
Il portinaio è il guardiano dell'ovile che custodisce le pecore chiuse durante la notte e anch'egli come le pecore riconosce il pastore e gli apre la porta. Il pastore chiama le sue pecore “ciascuna per nome”!. Ogni pecora viene chiamata singolarmente e questa chiamata denota l'appartenenza al pastore.
Il pastore conduce fuori le pecore e il verbo condurre ha un significato molto forte per l'azione di un pastore, ricorda il libro dell’Esodo in cui Mosè condusse il popolo fuori dall’Egitto.
“E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Dopo aver fatto uscire tutte le sue pecore, il pastore "cammina" davanti a loro..
Il popolo di Israele (anche se non nella sua totalità) ha riconosciuto la voce del suo pastore. Coloro che lo aspettavano non si sono lasciati irretire da altri, dagli estranei.
“ Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore”
Gesù aveva esposto un quadro simbolico, talmente simbolico che i suoi ascoltatori non hanno capito ciò che Egli voleva dire loro. Continua allora il suo discorso, ripetendo ancora la sua formula solenne, ma questa volta parla in prima persona e si definisce la porta delle pecore. Soltanto attraverso di Lui le pecore possono passare e andare verso la vita, verso pascoli che assicurano loro la vita in abbondanza.
“Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati”.
Certamente Gesù non si riferisce ai patriarchi e ai profeti di Israele, che parlavano in nome di Dio, ma vuole intendere coloro che si presentavano come il Messia o come profeti, ma in realtà erano mentitori e non sono stati accolti dal gregge di Israele. Uno solo è il vero Messia, l'inviato dal Padre che Israele attendeva.
“Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
Gesù si definisce ora semplicemente come la "porta", che conduce alla vita. L'espressione "entrare e uscire" indica la libertà di qualcuno nella vita ordinaria, che troviamo nel libro dei Numeri (27,17). Il pascolo, simbolo di una vita opulenta, preparano la sovrabbondanza di vita a cui allude il versetto seguente , dove si può cogliere un’eco del salmo 22. “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Queste parabola non è solo solare, presenta anche la tenebra. Si intravede, infatti, nella notte un ladro, che sale da un’altra parte e non dalla porta, seminando panico tra le pecore. Ai verbi di vita che segnavano l’azione del buon pastore, subentrano quelli della morte che il ladro porta con sé.
Già il profeta Ezechiele, più di cinque secoli prima, aveva contrapposto i due volti:
quello del pastore, che va in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita e curare quella malata, aver cura della grassa e della forte, per pasciarle tutte con giustizia. (Ez 34,16) e quello del falso pastore che “si nutre di latte, si riveste di lana, ammazza la pecora più grassa, ma non pascola con amore il suo gregge.” (Ez 34,3)
Chiediamoci tutti noi di quale gregge facciamo parte e come possiamo riconoscere che è Cristo il nostro Pastore … forse quando ognuno di noi potrà dire: “Sì Signore, io ti conosco perché tu mi hai fatto e risanato, nessuno mi ha amato più di te che mi hai salvato e redento, seguo la tua voce perché nessun’altro, all’infuori di te, sa chi veramente sono, di che cosa ho bisogno, dove voglio andare” si accorgerà di aver raggiunto la gioia più grande che su questa terra potrà mai avere .

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“Nel Vangelo di questa domenica , detta “la domenica del buon pastore”, Gesù si presenta con due immagini che si completano a vicenda. L’immagine del pastore e l’immagine della porta dell’ovile.
Il gregge, che siamo tutti noi, ha come abitazione un ovile che serve da rifugio, dove le pecore dimorano e riposano dopo le fatiche del cammino. E l’ovile ha un recinto con una porta, dove sta un guardiano. Al gregge si avvicinano diverse persone: c’è chi entra nel recinto passando dalla porta e chi «vi sale da un’altra parte» . Il primo è il pastore, il secondo un estraneo, che non ama le pecore, vuole entrare per altri interessi.
Gesù si identifica col primo e manifesta un rapporto di familiarità con le pecore, espresso attraverso la voce, con cui le chiama e che esse riconoscono e seguono. Lui le chiama per condurle fuori, ai pascoli erbosi dove trovano buon nutrimento.
La seconda immagine con cui Gesù si presenta è quella della «porta delle pecore» . Infatti dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» , cioè avrà la vita e l’avrà in abbondanza . Cristo, Buon Pastore, è diventato la porta della salvezza dell’umanità, perché ha offerto la vita per le sue pecore.
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare, come le pecore che ascoltano la voce del loro pastore perché sanno che con lui si va a pascoli buoni e abbondanti. Basta un segnale, un richiamo ed esse seguono, obbediscono, si incamminano guidate dalla voce di colui che sentono come presenza amica, forte e dolce insieme, che indirizza, protegge, consola e medica.
Così è Cristo per noi. C’è una dimensione dell’esperienza cristiana che forse lasciamo un po’ in ombra: la dimensione spirituale e affettiva. Il sentirci legati da un vincolo speciale al Signore come le pecore al loro pastore. A volte razionalizziamo troppo la fede e rischiamo di perdere la percezione del timbro di quella voce, della voce di Gesù buon pastore, che stimola e affascina.
Come è capitato ai due discepoli di Emmaus, cui ardeva il cuore mentre il Risorto parlava lungo la via. È la meravigliosa esperienza di sentirsi amati da Gesù. Fatevi la domanda: “Io mi sento amato da Gesù? Io mi sento amata da Gesù?”. Per Lui non siamo mai degli estranei, ma amici e fratelli. Eppure non è sempre facile distinguere la voce del pastore buono. State attenti. C’è sempre il rischio di essere distratti dal frastuono di tante altre voci. Oggi siamo invitati a non lasciarci distogliere dalle false sapienze di questo mondo, ma a seguire Gesù, il Risorto, come unica guida sicura che dà senso alla nostra vita.
In questa Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni – in particolare per le vocazioni sacerdotali, perché il Signore ci mandi buoni pastori – invochiamo la Vergine Maria: Lei accompagni i dieci nuovi sacerdoti che ho ordinato poco fa. Ho chiesto a quattro di loro della diocesi di Roma di affacciarsi per dare la benedizione insieme a me. La Madonna sostenga con il suo aiuto quanti sono da Lui chiamati, affinché siano pronti e generosi nel seguire la sua voce.”
Papa Francesco Angelus, 7 maggio 2’017

Pubblicato in Liturgia

Le letture di questa terza domenica di Pasqua, contengono un messaggio per tutti noi: il conflitto tra il desiderio di credere alla risurrezione e i timori umani che sia solo un’illusione.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci presenta Pietro, che davanti all’incredulità della gente riguardo alla discesa dello Spirito Santo, deve spiegare come la Sacra Scrittura annunciasse quanto era avvenuto in quei giorni, cioè che in Gesù si sono realizzate le promesse fatte da Dio a Davide, per cui Gesù è davvero il Signore e il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Pietro, dopo aver affermato che la santità cristiana consiste nel conformarsi alla santità di Dio, ricorda ai fedeli l’atteggiamento di timore filiale che essi devono avere nei confronti di Dio.
Nel Vangelo troviamo il racconto dei discepoli di Emmaus che solo Luca ci riporta. E’ uno stupendo racconto di un viaggio spirituale attraverso le strade desolate del dubbio e vediamo come anche in questo cammino l’uomo non è mai solo, c’è sempre la presenza segreta di Dio accanto a lui.
Possiamo fare nostra la preghiera del Canto al Vangelo: “Signore Gesù, facci comprendere le Scritture affinché arda il nostro cuore mentre ci parli.”

Dagli Atti degli Apostoli
Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così:« Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo:
Contemplavo sempre il Signore innanzi a me;
egli sta alla mia destra, perché io non vacilli.
Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua,
e anche la mia carne riposerà nella speranza,
perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi
né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione.
Mi hai fatto conoscere le vie della vita,
mi colmerai di gioia con la tua presenza.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
At 2,14a.22-23

Questo brano tratto dal Libro degli Atti, presenta la prima testimonianza che gli apostoli danno di Gesù dopo aver ricevuto da Lui il dono dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste. E’ il primo discorso di Pietro, che sente la responsabilità della trasmissione della fede, e riassume la storia di salvezza che Dio ha fatto con il Suo popolo attraverso la vita e le opere di Gesù di cui, coloro a cui Pietro parla, sono stati testimoni per i prodigi da Lui compiuti, per la Sua morte in croce e soprattutto per la Sua resurrezione.
Questo discorso leggiamo che viene fatto in piedi e ad alta voce, per sottolineare la solennità e l’importanza del significato storico-teologico di ciò che viene affermato.
In breve Pietro afferma:
Ascoltate bene, come già sapete, Dio Padre mandò nel mondo in mezzo a voi suo Figlio, che vi ammaestrò con la sua Parola ma voi non lo avete compreso e lo avete messo in croce. Ora Dio lo ha risuscitato liberandolo dai dolori della morte perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Lo stesso Davide diceva di averlo conosciuto e di sentirlo sempre vicino, perché lo aiutava nelle difficoltà e aveva messo nel suo cuore la speranza della vita futura.
Ora fratelli io vi devo dire che il patriarca Davide è morto e sepolto e il suo sepolcro esiste ancora fra noi ma egli aveva profetizzato la venuta del Cristo Salvatore. Infatti questo Gesù che abbiamo conosciuto, dopo la sua risurrezione è salito alla destra del Padre e ricevuto lo Spirito lo ha effuso su di noi come vedete.
Non è facile credere alla risurrezione di Cristo anche per noi cristiani di oggi perché è qualcosa di talmente stupefacente che supera la nostra comprensione umana.
Attraverso la Pasqua si è realizzata la nostra salvezza perché Gesù è risorto per noi, per ognuno di noi, per esserci vicino ogni giorno sul cammino verso di Lui. Nei momenti della prova, che viviamo tutti in questo periodo, solo Lui ci può aiutare, solo Lui ci può sorreggere ed asciugare le nostre lacrime, anche quelle nascoste che nessuno vede.

Salmo 15/16 Mostraci, Signore, il sentiero della vita.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio
Ho detto al Signore: “Il mio Signore sei tu”
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio
anche di notte il mio animo mi istruisce
Io pongo sempre davanti a me il Signore
Sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima:
Anche il mio corpo riposa al sicuro
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita
Gioia piena alla tua presenza
Dolcezza senza fine alla tua destra

Il salmista si rivolge a Dio con pace avendo eletto il Signore, quale suo rifugio. Non mancano a lui le difficoltà, gli avversari violenti. Senza l’unione con lui ogni cosa non sarebbe più per lui un bene. Egli ama i santi, i giusti; nel compimento messianico che è la Chiesa, i fratelli in Cristo. Egli si sente in forte comunione con loro, e trova forza da questo. Gli empi, che incalzano costruendo e affermando idoli, non lo sgomentano perché la sua vita è nelle mani di Dio, e niente per lui sarebbe sulla terra un bene senza il sommo bene, che è Dio: “Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene”.
L’orante considera come Dio lo aiuta e conforta e come per lui questo sia tutto. La sorte (il sorteggio) (Cf. Gd 17,1; Nm 26,55; ecc.) che assegnò un tempo i vari territori ai casati di Israele, ora è violata dall’ingiustizia dei dominatori idolatri, ma questo fa comprendere meglio all’orante che la vera sua sorte la sua vera sicurezza e forza è proprio il Signore, che gli dà pace e letizia: “Signore è mia parte di eredità e mio calice”.
L’orante non tiene per se tutto questo, ma lo partecipa ai fratelli per un nutrirsi reciproco di luce. Non ha odio per gli empi e non li esclude dalla volontà salvifica di Dio: sono essi stessi ad escludersi da questa volontà con “le loro libagioni di sangue”, cioè i loro crimini, vero culto del male. Il salmista è certo che Dio non lo abbandonerà negli inferi una volta lasciata la terra: “non abbandonerai la mia vita negli inferi”. Ed egli sa che “il tuo Santo”, cioè il Cristo (Cf. At 13,35), avrà - ha avuto - vittoria sulla corruzione della tomba. Il salmista sa che percorrendo giorno dopo giorno “il sentiero della vita”, giungerà all’eterna dolcezza del cielo, alla destra di Dio, che è espressione letteraria indicante il glorioso essere con Dio.
In assoluta eccellenza è Cristo che nella gloria è alla destra del Padre
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Pietro apostolo
Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.
1Pt 1,17-21

Pietro, nella sua esortazione, dopo aver affermato che la santità cristiana consiste nel conformarsi alla santità di Dio, in questo brano ricorda ai cristiani (quindi anche a noi oggi) quale sia l'atteggiamento giusto per rimanere nella vita e nella comunione con Dio.
“Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.”
C’è un chiaro riferimento alla preghiera del Padre nostro che probabilmente a quel tempo veniva già recitato nella celebrazione liturgica. I cristiani perciò possono chiamare Dio Padre, ma questo però non basta ad avere assicurata la salvezza. Lo stesso errore lo avevano fatto i giudei che dicevano "nostro padre è Abramo " (cf. Gv 8,39). Pietro ricorda che ci sarà un giudizio sulle opere dei cristiani ed essi sono chiamati a porsi in ascolto della parola di Dio, a porsi come figli nei Suoi confronti. Devono dunque procedere decisi sulla nuova strada che è stata aperta loro, senza lasciarsi andare a false certezze. La condizione dei cristiani è un po' come quella di stranieri, hanno assunto una nuova cittadinanza che li rende un po' diversi dagli altri. Questo era vero soprattutto per i cristiani che abitavano nell'impero romano.
“Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.”
La situazione dei cristiani convertiti dal paganesimo è un cambiamento da una vita senza senso, (qui definita vuota condotta), un cambiamento come quello di uno schiavo riscattato. Solitamente gli schiavi erano riscattati con una somma di denaro, grazie a qualche benefattore. Lo stesso vale per i cristiani, però il prezzo versato non era in monete d’argento o d’oro, ma il prezzo è stato il sangue di Cristo. Anche i pagani conoscevano bene i sacrifici di animali per ottenere qualcosa dalla divinità. Il sacrificio dell'agnello è direttamente legato ai sacrifici del popolo ebreo per ricordare la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. L'agnello che veniva offerto doveva essere sano e integro, altrimenti il sacrificio non sarebbe stato valido. Gesù è l'Agnello perfetto in assoluto e ha reso il sacrificio ancora più prezioso .
“Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi” .
Pietro fa ora riferimento al piano di salvezza di Dio che era stato concepito già all'inizio del mondo, e che si è realizzato in un momento preciso della storia umana.
Nell'epoca di Pietro e di Paolo si pensava che il ritorno glorioso di Cristo fosse prossimo. La salvezza si è manifestata con la morte e la risurrezione di Cristo e negli anni seguenti si stava diffondendo tra i popoli del mondo allora conosciuto. Questi ultimi tempi sono i tempi in cui la lettera fu scritta, ma fanno riferimento anche ai tempi finali.
“ e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.”
La manifestazione piena del Cristo avviene dunque nel momento della Sua risurrezione, che è qui presentata come un’opera compiuta da Dio, che così facendo gli “ha dato gloria”, cioè ha pienamente riabilitato colui che aveva patito una morte vergognosa.
Proprio sulla risurrezione di Cristo si basa la fede dei cristiani e da questa fede nasce la speranza che Dio porti a compimento anche per loro la risurrezione con la quale ha glorificato il Figlio Gesù.

Dal Vangelo secondo Luca
Ed ecco, in quello stesso giorno (il primo della settimana) due di loro (dei discepoli) erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.
Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.
Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Lc 24,13-35

In questo brano del vangelo di Luca, abbiamo un racconto molto noto dell'apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus. Luca scrive negli anni 80 per le comunità della Grecia che era formata in gran parte da pagani convertiti. Gli anni 60 e 70 erano stati molto difficili: nel 64 c’era stata la grande persecuzione di Nerone e sei anni dopo, nel 70, Gerusalemme fu totalmente distrutta dai romani. Nel 72, a Masada, nel deserto di Giuda, ci fu il massacro degli ultimi giudei ribelli, inoltre in quegli anni, gli apostoli, testimoni della resurrezione, stavano scomparendo, per cui si cominciava a sentire la stanchezza del cammino.
Luca riportando il racconto dell'apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus vuole insegnare alle comunità come interpretare la Scrittura per poter riscoprire la presenza di Gesù nella vita di ognuno.
Il racconto inizia citando due discepoli che durante il cammino verso un villaggio di nome Emmaus, (luogo della tradizione, simbolo della vittoria di Israele sui pagani riportata dal 1 libro dei Masccabei) conversano di tutto quello che era accaduto.
I due non appartengono al gruppo degli undici, forse hanno fatto parte del numero dei settantadue discepoli inviati da Gesù in missione. Mentre discutono tra loro, Gesù in persona si avvicina e si mette a camminare con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Egli allora dice loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Essi si fermano rattristati. La domanda dello sconosciuto suppone che i due discutessero in modo piuttosto animato e la tristezza dei due discepoli di fronte alla domanda del forestiero esprime non tanto la reazione al fatto che egli non sappia che cosa è accaduto, ma il dispiacere per il fallimento delle loro attese messianiche. La crocifissione rappresentava per essi la fine d’ogni speranza!
Alla domanda rivolta loro, risponde meravigliato uno dei due, di nome Clèopa: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Alla controdomanda dell’uomo, che gli chiede di che cosa si tratti, essi rispondono: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.” (E’ da notare che la responsabilità della morte di Gesù viene attribuita ai gran sacerdoti e ai capi dei giudei, senza neppure menzionare il ruolo svolto dai romani, che normalmente Luca cerca di scagionare).
Anzitutto i due dicono di aver sperato “che fosse lui a liberare Israele”, ma aggiungono che “sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”. Essi aspettavano dunque che Gesù attuasse la “liberazione di Israele”: questa espressione suppone un messianismo di carattere nazionalista e politico e l’accenno al “terzo giorno” dalla scomparsa di Gesù mette in risalto la perdita di ogni speranza. I due discepoli però non sono all’oscuro di quanto nel frattempo è successo. Essi sanno infatti che alcune donne del loro gruppo si sono recate al mattino al sepolcro e sono tornate a riferire di non avervi trovato il corpo di Gesù e di aver avuto una visione di angeli, i quali affermavano che egli è vivo. Inoltre alcuni dei loro erano andati al sepolcro e l’avevano trovato come avevano detto le donne, cioè vuoto, ma lui non l’avevano visto.

A questo punto il forestiero stesso prende la parola riprendendo i due discepoli: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”
Il rimprovero riguarda il loro rifiuto di credere a quanto dicevano le Scritture profetiche, nelle quali si trova espressa la necessità storico-salvifica della sofferenza del Messia. E infatti, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Si può notare che mentre i discepoli avevano presentato Gesù come semplice profeta, egli lo indica espressamente come il Cristo. e come tale ha dovuto affrontare una sofferenza che era già stata predetta nelle Scritture: (è chiaro il riferimento ai carmi del Servo di JHWH) .
Quando i tre giungono vicino al villaggio dove i discepoli erano diretti, il forestiero fa per congedarsi da loro. Ma essi lo trattengono con queste parole: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Essi gli fanno una pressione garbata perché si fermi con loro, come avviene comunemente in Oriente quando si tratta di invitare una persona a casa propria. Qui si può cogliere soprattutto il bisogno dei discepoli di avere ancora con sé lo sconosciuto che, come diranno dopo, ha infiammato i loro cuori.
Quando furono a tavola, Gesù “prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. Solo ora gli occhi dei due discepoli si aprono ed essi lo riconoscono … “Ma egli sparì dalla loro vista.” Sarebbe più appropriato dire “divenne invisibile”. Prima era con loro e non lo riconoscevano; quando lo riconoscono e lo accolgono diventa parte di loro. Ed essi si dicono l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. I discepoli capiscono ora perché il cuore ardeva nel loro petto mentre Gesù spiegava loro le Scritture. Tuttavia ciò non era bastato per riconoscerlo, ma era stato necessario lo spezzare del pane.
I due allora partono senza indugio e fanno ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicono: ”Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!“.
Il riconoscimento di Gesù da parte dei due discepoli è fondato anzitutto su un’attenta lettura delle Scritture. I due non erano disposti ad accettare la Sua risurrezione perché non avevano saputo cogliere nelle scritture il significato salvifico della Sua morte in croce. Sapevano che era un profeta, ma non erano disposti ad accettare che fosse il Messia promesso dalle Scritture. La rilettura che Gesù indica è perciò indispensabile perché essi passino dall’incredulità alla fede. Il fatto che di fronte alle spiegazioni di Gesù il loro cuore ardesse nel petto significa che essi erano già preparati a questo tipo di interpretazione, sebbene non fossero capaci di fare da soli il passo decisivo
Benedetto XVI, in un'omelia, ricordava come l'atteggiamento dei discepoli di Emmaus tende, purtroppo, a diffondersi anche tra noi, quando ci allontaniamo "dalla Gerusalemme del Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella presenza viva del Signore. Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell'ingiustizia e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura, dall'ingiustizia. È necessario, allora,... sedersi a tavola con il Signore, diventare Suoi commensali, affinché la Sua presenza umile nel Sacramento del Suo Corpo e del Suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del Suo amore .

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“Il Vangelo di questa domenica, è quello dei discepoli di Emmaus. Questi erano due discepoli di Gesù, i quali, dopo la sua morte e passato il sabato, lasciano Gerusalemme e ritornano, tristi e abbattuti, verso il loro villaggio, chiamato appunto Emmaus. Lungo la strada Gesù risorto si affiancò ad essi, ma loro non lo riconobbero. Vedendoli così tristi, Egli dapprima li aiutò a capire che la passione e la morte del Messia erano previste nel disegno di Dio e preannunciate nelle Sacre Scritture; e così riaccese un fuoco di speranza nei loro cuori.
A quel punto, i due discepoli avvertirono una straordinaria attrazione verso quell’uomo misterioso, e lo invitarono a restare con loro quella sera. Gesù accettò ed entrò con loro in casa. E quando, stando a mensa, benedisse il pane e lo spezzò, essi lo riconobbero, ma Lui sparì dalla loro vista, lasciandoli pieni di stupore. Dopo essere stati illuminati dalla Parola, avevano riconosciuto Gesù risorto nello spezzare il pane, nuovo segno della sua presenza. E subito sentirono il bisogno di ritornare a Gerusalemme, per riferire agli altri discepoli questa loro esperienza, che avevano incontrato Gesù vivo e lo avevano riconosciuto in quel gesto della frazione del pane.
La strada di Emmaus diventa così simbolo del nostro cammino di fede: le Scritture e l’Eucaristia sono gli elementi indispensabili per l’incontro con il Signore. Anche noi arriviamo spesso alla Messa domenicale con le nostre preoccupazioni, le nostre difficoltà e delusioni …
La vita a volte ci ferisce e noi ce ne andiamo tristi, verso la nostra “Emmaus”, voltando le spalle al disegno di Dio. Ci allontaniamo da Dio. Ma ci accoglie la Liturgia della Parola: Gesù ci spiega le Scritture e riaccende nei nostri cuori il calore della fede e della speranza, e nella Comunione ci dà forza ….. Parola di Dio, Eucaristia. Leggere ogni giorno un brano del Vangelo. Ricordatelo bene: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, e le domeniche andare a fare la Comunione, a ricevere Gesù. Così è accaduto con i discepoli di Emmaus: hanno accolto la Parola; hanno condiviso la frazione del pane e da tristi e sconfitti che si sentivano, sono diventati gioiosi. Sempre, cari fratelli e sorelle, la Parola di Dio e l’Eucaristia ci riempiono di gioia. Ricordatelo bene! Quando tu sei triste, prendi la Parola di Dio. Quando tu sei giù, prendi la Parola di Dio e va’ alla Messa della domenica a fare la Comunione, a partecipare del mistero di Gesù. Parola di Dio, Eucaristia: ci riempiono di gioia.”
Papa Francesco Angelus 4 maggio 2014

Pubblicato in Liturgia
Giovedì, 16 Aprile 2020 15:29

II Domenica di Pasqua - Anno A - 19 aprile 2020

La prima domenica dopo Pasqua, prima di chiamarsi della Divina Misericordia, era chiamata "domenica in albis". Questo nome era dovuto perchè ai primi tempi della Chiesa il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, ed i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò "domenica in cui si depongono le vesti bianche" ("in albis depositis"). Questa domenica dal 2000 è stata proclamata Festa della Divina Misericordia per volontà del Papa Giovanni Paolo II, come testimonia la sua seconda Enciclica “Dives in Misericordia”, scritta nel 1980.
La liturgia pasquale si distende per l’arco intero di sette settimane con altrettante domeniche pasquali che sono prevalentemente costruite su alcuni ritratti della Chiesa del Cristo Risorto, con le sue gioie, le sue attese, la sua fede, ma anche con le sue prime ansie.
Nella liturgia di oggi, nella prima lettura tratta dal Libro degli Apostoli, Luca ci presenta la planimetria della Gerusalemme cristiana, la Chiesa-madre che nel cenacolo ha la sua prima cattedrale che si erge su quattro pilastri: l’insegnamento degli apostoli; la frazione del pane, cioè l’ eucaristia; le preghiere; e la koimonia, cioè l’amore fraterno .
Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Pietro, troviamo un antico inno battesimale in cui si benedice Dio per l’opera di salvezza operata tramite il Cristo, la quale è per il credente rigenerazione e apertura nella speranza, verso una salvezza totale.
Il Vangelo di Giovanni riporta l’incontro di Gesù risorto con gli apostoli e il suo saluto: Pace a Voi ! L’episodio di Tommaso, con i suoi umanissimi dubbi, è particolarmente utile per tutti coloro che procedono a tentoni in una valle oscura alla ricerca di Dio. Tommaso alla fine è stato in grado di proclamare la sua fede con una purezza straordinaria, forse la più alta del quarto Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”

Dagli Atti degli Apostoli
Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
At 2,42-47

L’evangelista Luca nell’intento di riportare nel libro degli Atti degli Apostoli la diffusione e la crescita della Chiesa, mette in questo primo sommario, una descrizione della comunità primitiva che trova il suo modello e la sua ispirazione nella più piccola comunità cristiana che sia mai esistita.
Ci appare subito come una comunità idealizzata e questo può accadere in ogni comunità quando il dono di Dio è pienamente accolto.
Nei versetti precedenti Luca aveva riportato un evento straordinario: era appena disceso lo Spirito nel giorno di Pentecoste e Pietro aveva rivolto, con parole audaci, un accorato appello alla conversione al popolo che si era ritrovato attorno a lui.
La vita della prima comunità cristiana testimonia che la Pentecoste diventa realtà: la forza dello Spirito genera una vita nuova che, pur vissuta sulla terra, non può che essere frutto dell’opera di Dio. Lo Spirito Santo, infatti, ancor prima di ammaestrare i credenti ad evangelizzare tutto il mondo, rafforza sempre più la comunità al suo interno.
Luca, in questo brano, riporta: “Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti ell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.
Ciò che qualifica la comunità è il fatto che tutti i suoi membri sono “perseveranti”, cioè animati da una dedizione personale, che si manifesta nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Dopo aver presentato in sintesi la vita della comunità, Luca fa un accenno a quelle che erano le reazioni da parte degli estranei . “Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”. Questi perciò avevano nei confronti dei membri della comunità un senso di “timore” determinato dai “prodigi e segni” compiuti dagli apostoli.
Luca ritorna poi al tema della vita interna della comunità: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”.
Queste due espressioni riflettono, come le altre usate da Luca in questo contesto, il tema dell’amicizia, ma usando il termine “credenti” fa rilevare che il vincolo che unisce i discepoli di Gesù non è un’amicizia umana, ma la fede nel comune Maestro. Essa parte dal cuore e si esprime nella messa in comune di affetti, esperienze, aspirazioni, in altre parole, di quello che rappresenta il senso della propria vita, così come ciascuno lo ha scoperto alla luce della fede comune.
L’unità tra i credenti arriva fino al punto che quanti possiedono dei beni li vendono e ne mettono il ricavato a disposizione degli altri, in proporzione del loro bisogno. Questa scelta di vita sarà ulteriormente sottolineata in seguito (4,32.34-35), subito dopo verrà presentato l’esempio positivo di Barnaba, che vende il suo campo e depone il ricavato ai piedi degli apostoli (4,36-37), e quello negativo di Anania e Saffira, i quali sono condannati non perché hanno consegnato solo parte del ricavato dalla vendita di una loro proprietà, ma perché hanno mentito agli apostoli (5,1-11). Proprio questi due esempi, nella loro diversità, mostrano che la scelta di vendere i propri beni e di metterne in comune il ricavato era lasciata alla discrezione di ognuno.
Ritornando al tema della preghiera, Luca sottolinea che “Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo”.
Nell’ambiente giudaico questa espressione indica il gesto rituale con cui si apriva il pasto in comune: il padre di famiglia o il capogruppo prendeva tra le mani il pane, rendeva grazie a Dio e lo spezzava distribuendola poi ai commensali. Qui l’espressione indica il pasto fraterno con cui i cristiani ricordavano l’ultima cena di Gesù, in cui Egli aveva interpretato profeticamente la Sua morte e aveva annunciato la speranza della piena comunione con loro nel regno di Dio. Il pasto comune dei cristiani dunque avveniva in un clima di letizia e di semplicità di cuore.
Il termine “letizia” è caro a Luca e indica la gioia festosa che accompagna l’esperienza o la speranza della salvezza messianica (Lc 1,14.44). Anche la “semplicità di cuore” è anch’essa un’espressione religiosa per definire la dedizione sincera e integra a Dio senza secondi fini.
Il comportamento dei primi discepoli era caratterizzato da una intensa lode a Dio e dal favore di tutto il popolo. Certamente una comunità unita, solidale, pronta a condividere anche i beni materiali, non può non suscitare attenzione e simpatia da parte di coloro che vengono a contatto con essa.
Luca conclude questo primo sommario con una espressione che userà più volte “il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati”.
Da questo versetto risulta che di per sé Luca non concepisce la comunità come uno strumento di salvezza, ma come la raccolta di coloro che sono salvati mediante un intervento diretto del Signore: ciò implica che la salvezza è opera esclusiva del Signore e ha un raggio d’azione che va ben oltre la comunità dei presenti.

Salmo 117- Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

Rendete grazie al Signore
perché è buono:il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».

Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!

Il salmo è stato composto per essere recitato con cori alterni e da un solista. Esso celebra una vittoria contro nemici numerosi.
Probabilmente è stato scritto al tempo di Giuda Maccabeo dopo la vittoria su Nicanore e la purificazione del tempio di Gerusalemme (1Mac7,33; 2Mac 10,1s) (165 a.C). Si è condotti a questa collocazione storica, a preferenza di quella del tempo della ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia (445 a.C), dal fatto che si parla di “grida di giubilo e di vittoria”, che sono proprie di una vittoria militare. Inoltre le “tende dei giusti” non possono essere né le case, né le capanne di frasche per la festa delle Capanne, ma le tende di un accampamento militare.
Il salmo inizia con l'invito a celebrare l'eterna misericordia di Dio. A questo viene invitato tutto il popolo: “Dica Israele il suo amore è per sempre"; i leviti e i sacerdoti: “Dica la casa di Aronne”; i “timorati di Dio”: “Dicano quelli che temono il Signore” (Cf. Ps 113 B).
Il solista - storicamente Giuda Maccabeo – presenta come Dio lo ha aiutato dandogli la forza, nella confidenza in lui, di sfidare i suoi nemici.
Egli non ha confidato, né intende confidare, in alleanze con potenti della terra, che lo avrebbero trascinato agli idoli, ma ha confidato nel Signore. Era circondato dal fronte compatto delle genti vicine asservite al dominio dei Seleucidi, ma “Nel nome del Signore le ho distrutte". L'urto contro di lui era stato forte, ma aveva vinto nel nome del Signore: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”. “Cadere” significa cedere all'idolatria.
Egli sa che deve continuare la lotta, ma è fiducioso nel Signore: “Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. “Le opere del Signore” sono la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai e la conquista della Terra Promessa.
Il solista, che è alla testa di un corteo chiede che gli vengano aperte le porte del tempio purificato dopo le profanazioni di Nicanore per “ringraziare il Signore”: “Apritemi le porte della giustizia...”.
“La pietra scartata dai costruttori”, è Giuda Maccabeo e i suoi, scartati da tanti di Israele che si erano fatti conquistare dai costumi ellenistici (1Mac 1,11s). Tale pietra per la forza di Dio era diventata “pietra d'angolo”, per Israele.
“Questo è il giorno che fatto il Signore”; il giorno della vittoria, del ripristino del culto nel tempio, è dovuto al Signore. Per noi cristiani quel giorno è il giorno della risurrezione; della vittoria di Cristo contro il male.
Il corteo viene invitato a disporsi con ordine fino all'altare: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare”.
Il salmo si conclude ripetendo l'invito a celebrare la misericordia del Signore.
Il salmo è messianico nel senso che esso profeticamente riguarda il Cristo: (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Rm 9,23; 1Pt 2,7).
Commento di P. Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Pietro apostolo
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
1Pt 1,3-9

La Prima lettera di Pietro è uno scritto cristiano della fine del I secolo che si presenta come opera del grande apostolo di cui porta il nome, ma che secondo gli esperti è una raccolta di tradizioni che al massimo potrebbero risalire a Pietro o al suo ambiente. Non è una lettera vera e propria, ma un’omelia a sfondo battesimale, che si apre con l’indirizzo e una benedizione iniziale (1,1-5) a cui fa seguito il corpo della lettera che si divide in tre parti: 1) Identità e responsabilità dei rigenerati (1,6 - 2,10); 2) I cristiani nella società civile (2,11 - 4,11); 3) Presente e futuro della Chiesa (4,12 - 5,11).
Il brano inizia con una benedizione: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.
La benedizione è una preghiera diretta a Dio per lodarlo e ringraziarlo di tutti i benefici che ha elargito a Israele, ma viene anche designato come “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. È infatti nel suo rapporto con Gesù che Dio ha manifestato la Sua volontà salvifica in favore dell’umanità, rigenerandola. È la fedeltà di Dio verso il Suo popolo che sta all’origine della Sua decisione di dare ai credenti in Cristo una vita nuova e questa si attua come effetto della resurrezione di Cristo. La sicurezza di ottenere l’eredità oggetto della speranza, si basa sul fatto che essa è conservata nei cieli, cioè è affidata a Dio stesso, e quindi non può essere rubata da nessuno. Non solo, ma i cristiani stessi sono preservati nella loro condizione di eredi dalla potenza di Dio che li assiste sempre, richiedendo come unica condizione la fede in Lui.
Anche la situazione presente dei cristiani è dunque, non meno dell’eredità futura, un dono di Dio, per cui l’apostolo esorta ad essere: “ricolmi di gioia, anche se …, per un po’ di tempo, si può essere afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, …, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui”.
La fede autentica si rivelerà dalle difficoltà che si superano, che derivano dal confronto che i cristiani devono sostenere continuamente con le persone e l’ambiente che li circondano. Queste prove, (che sono in questo periodo particolarmente pesanti e gravosi per il perdurare della pandemia che ha colpito il mondo intero) hanno lo scopo non solo di aumentare la fede, ma anche di metterla in luce.
A questo punto, c’è l’esortazione:”esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”.
La gioia che i cristiani devono avere a motivo del loro rapporto con Dio e con Cristo, non si può esprimere umanamente, perché è una gioia già pervasa di gloria, cioè manifesta la realtà divina che è già presente in loro. Anche se umanamente inesprimibile, questa gioia ha la sua ragione di essere e che consiste nel fatto che essi stanno per giungere al traguardo della loro fede, cioè la salvezza delle loro anime.

Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Gv 20, 19-31

L’Evangelista Giovanni in questo brano ci presenta l'apparizione di Gesù ai discepoli la sera del giorno di Pasqua, il mandato che i discepoli ricevono da Lui e l'incredulità di Tommaso.
Il brano inizia nel riportare dove i discepoli erano riuniti e il loro stato d’animo:
“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».”
I discepoli dopo la morte di Gesù, vivono nella paura e si sono chiusi nel cenacolo, per paura dei Giudei: la loro era una situazione di angoscia, che cambia radicalmente con l'arrivo di Gesù. Giovanni non dice esplicitamente che Gesù ha attraversato le porte chiuse, ma intende dire che Egli è capace di rendersi presente ai suoi discepoli in ogni circostanza. Il suo saluto "Pace a voi" non è il semplice augurio giudaico, shalom, , è il dono effettivo della pace, come Gesù stesso aveva già detto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi.. (Gv 14,27).
“Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.
Gesù si mostra come Colui che è stato crocifisso, mostrò infatti loro le mani e il fianco per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. (Giovanni è l'unico evangelista che riporta questo episodio e parla anche del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce).
“Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”
Gesù rinnova per loro il dono della pace, sottolineando che è iniziato un tempo nuovo che è caratterizzato da un compito nuovo affidato ai discepoli. E' la prima volta nel vangelo di Giovanni che Gesù invia esplicitamente i suoi discepoli.
“Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo…” ..
Questo gesto di Gesù riproduce il gesto primordiale della creazione dell'uomo (Gn 2,7), Il Creatore aveva alitato nell'uomo un soffio che fa vivere.
“A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
Con riferimento a Mt 26,28, Giovanni parla del contenuto del mandato affidato ai discepoli che riguarda il perdono dei peccati, il dono della misericordia, strettamente collegato al dono dello Spirito
Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, precisa che Tommaso, quando venne Gesù, non era presente e, Tommaso da uomo molto pratico e razionale, non crede a quanto i compagni gli riferiscono, anzi dice: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.
Queste condizioni che Tommaso pone nel credere denotano una forte sofferenza interiore, una sofferenza di non poter ancora credere, che è comunque una forma di fede incompleta, ma sincera!
Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge subito a Tommaso negli stessi termini da lui utilizzati, per mostrare che, nel Suo amore, Egli conosce che cosa il Suo discepolo desiderava fare : “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gesù permette al discepolo di compiere il gesto richiesto, ma soprattutto lo invita ad agire da vero credente.
A questo invito Tommaso come folgorato esclama : «Mio Signore e mio Dio!» Nessun altro apostolo si era ancora spinto a dirgli: “Mio Dio”, non solo, ma l’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota anche un accento d'amore e di appartenenza.
Gesù allora conclude: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Tommaso è una figura controversa: da molti è considerato l’incredulo, in un certo senso la pecora nera degli apostoli. Eppure forse Tommaso è tutt’altro: è un prototipo, un paradigma, perché in ognuno di noi, in qualche angolo del nostro cuore c’è un Tommaso, c’è questa incredulità.
Sono tante le sfumature del dubbio che possiamo vivere soprattutto in questo periodo in cui ci chiediamo come tutto questo che ha colpito il mondo intero sia possibile. Quante volte, di fronte a certi fatti, delusioni, lutti della vita, abbiamo dubitato e ci chiediamo: “Ma cosa fa Dio? E’ proprio un padre per noi? Dov’è?”. Tommaso ora ci insegna che ogni giorno dobbiamo riconquistare la nostra fede, non darla per scontata. Bisogna andare oltre, superare il buio che ci circonda fino ad essere visti da Gesù ed essere toccati dalle sue mani, che sono sempre una carezza, un abbraccio ed anche un bacio. Allora il respiro di Gesù può diventare anche il nostro e se sentiamo Lui così, chi ci potrà far paura? .

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LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO

“Noi sappiamo che ogni domenica facciamo memoria della risurrezione del Signore Gesù, ma in questo periodo dopo la Pasqua la domenica si riveste di un significato ancora più illuminante. Nella tradizione della Chiesa, questa domenica, la prima dopo la Pasqua, veniva chiamata “in albis”. Cosa significa questo? L’espressione intendeva richiamare il rito che compivano quanti avevano ricevuto il battesimo nella Veglia di Pasqua. A ciascuno di loro veniva consegnata una veste bianca – “alba”, “bianca” – per indicare la nuova dignità dei figli di Dio. Ancora oggi si fa questo: ai neonati si offre una piccola veste simbolica, mentre gli adulti ne indossano una vera e propria, come abbiamo visto nella Veglia pasquale. E quella veste bianca, nel passato, veniva indossata per una settimana, fino a questa domenica, e da questo deriva il nome in albis deponendis, che significa la domenica in cui si toglie la veste bianca. E così, tolta le veste bianca, i neofiti iniziavano la loro nuova vita in Cristo e nella Chiesa.
C’è un’altra cosa. Nel Giubileo dell’Anno 2000, san Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica sia dedicata alla Divina Misericordia. È vero, è stata una bella intuizione: è stato lo Spirito Santo a ispirarlo in questo. …
Il Vangelo di oggi è il racconto dell’apparizione di Cristo risorto ai discepoli riuniti nel cenacolo. Scrive san Giovanni che Gesù, dopo aver salutato i suoi discepoli, disse loro: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Detto questo, fece il gesto di soffiare verso di loro e aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (vv. 21-23). Ecco il senso della misericordia che si presenta proprio nel giorno della risurrezione di Gesù come perdono dei peccati. Gesù Risorto ha trasmesso alla sua Chiesa, come primo compito, la sua stessa missione di portare a tutti l’annuncio concreto del perdono. Questo è il primo compito: annunciare il perdono. Questo segno visibile della sua misericordia porta con sé la pace del cuore e la gioia dell’incontro rinnovato con il Signore.
La misericordia alla luce di Pasqua si lascia percepire come una vera forma di conoscenza. E questo è importante: la misericordia è una vera forma di conoscenza. Sappiamo che si conosce attraverso tante forme. Si conosce attraverso i sensi, si consce attraverso l’intuizione, attraverso la ragione e altre forme ancora. Bene, si può conoscere anche attraverso l’esperienza della misericordia, perché la misericordia apre la porta della mente per comprendere meglio il mistero di Dio e della nostra esistenza personale. La misericordia ci fa capire che la violenza, il rancore, la vendetta non hanno alcun senso, e la prima vittima è chi vive di questi sentimenti, perché si priva della propria dignità. La misericordia apre anche la porta del cuore e permette di esprimere la vicinanza soprattutto con quanti sono soli ed emarginati, perché li fa sentire fratelli e figli di un solo Padre. Essa favorisce il riconoscimento di quanti hanno bisogno di consolazione e fa trovare parole adeguate per dare conforto.
Fratelli e sorelle, la misericordia riscalda il cuore e lo rende sensibile alle necessità dei fratelli con la condivisione e partecipazione. La misericordia, insomma, impegna tutti ad essere strumenti di giustizia, di riconciliazione e di pace. Non dimentichiamo mai che la misericordia è la chiave di volta nella vita di fede, e la forma concreta con cui diamo visibilità alla risurrezione di Gesù.
Maria, la Madre della Misericordia, ci aiuti a credere e a vivere con gioia tutto questo.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus 23 aprile 2017

Pubblicato in Liturgia

La Pasqua, il giorno tanto atteso, è arrivato, anche se ci sentiamo tutti ancora con lo stato d’animo in cui si vive il sabato santo: nel gran silenzio in attesa degli eventi.
Nella celebrazione della Messa di Pasqua del giorno, abbiamo nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro, in casa del centurione Cornelio, annuncia che Dio ha risuscitato Gesù dai morti e loro, i discepoli, ne sono i testimoni.
Nella seconda lettura, Paolo scrivendo ai Colossesi, afferma che il cristiano è già risorto con Cristo quando è uscito dalle acque purificatrici del Battesimo. Questo vuol dire che uniti a Cristo nel sacramento già partecipiamo alla sua vita.
Nel Vangelo di Giovanni, leggiamo che il primo annuncio della resurrezione ci viene dalle donne, in particolare da Maria Maddalena, poi più concretamente da Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro. Ma per primo è Giovanni che vide e credette, alla luce delle Scritture, che avevano preannunciato la risurrezione di Gesù Cristo.
Mai come in questo periodo di quarantena la Paola di Dio ci porta conforto e consolazione. Non saremo mai soli, se scopriamo Lui vicino a noi.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
At 10,34a.37-43

Il Il libro degli Atti degli Apostoli, la cui redazione definitiva risale probabilmente attorno al 70-80, è attribuita all’evangelista Luca, che è anche autore del Vangelo che porta il suo nome. Il libro è composto da 28 capitoli e narra la storia della comunità cristiana dall'ascensione di Gesù fino all'arrivo di Paolo a Roma e copre un periodo che spazia pressappoco dal 30 al 63 d.C.. Oltre che su Paolo, l'opera si sofferma diffusamente anche sull'operato dell'apostolo Pietro e descrive il rapido sviluppo, l'espansione e l'organizzazione della testimonianza cristiana prima ai giudei e poi agli uomini di ogni nazione.
Nella seconda parte dell’opera viene delineata l’espandersi dell’annunzio evangelico al di fuori di Gerusalemme. A tal fine Luca presenta l’opera di Filippo in Samaria, la conversione dell’eunuco della regina d’Etiopia, e la straordinaria conversione del persecutore Saulo sulla via di Damasco. Infine egli racconta un viaggio apostolico di Pietro nella zona costiera della Palestina, a conclusione del quale mette la conversione del centurione Cornelio, con tutti i suoi famigliari, facendo di loro i primi pagani che aderiscono al cristianesimo senza passare attraverso la circoncisione.
Per capire meglio cosa sia avvenuto in casa del centurione Cornelio, dobbiamo cercare di capire ciò che passava nella mente di Pietro e gli altri apostoli. Piero era preoccupato di rimanere fedele a Gesù, ma anche alla tradizione giudaica nella quale era cresciuto. (Avranno probabilmente anche pensato, che Gesù non aveva mai inserito, tra i suoi discepoli, dei pagani, né aveva predicato loro) . Pietro faceva perciò fatica ad accettare che anche i non-giudei potessero essere partecipi della buona notizia che Gesù stesso aveva portato.
Nei versetti precedenti questo brano, Pietro ha una visione simbolica di una tovaglia che si abbassa e invita a cibarsi di animali impuri, e mentre si domandava ragione di ciò che aveva visto, arrivarono da lui tre uomini inviati dal centurione Cornelio, noto come uomo pio e timorato di Dio, ad invitarlo ad andare nella sua casa. ((At 10,2) “ uomo pio e timorato di Dio “ sono espressioni utilizzate per indicare quanti simpatizzavano a quel tempo per il giudaismo, senza però arrivare all’integrazione con il popolo giudaico attraverso la circoncisione)
Questo brano ci riporta parte del discorso che Pietro tenne nella casa del centurione Cornelio. Negli Atti si dice di lui che a seguito di una visione di un angelo, che lo aveva chiamato per nome, invitò Pietro nella sua casa, per appagare questa sua sete di verità. In questo discorso che Pietro fa, sono chiaramente delineati i tratti fondamentali della vita di Gesù, dal battesimo, fino alla Sua morte e resurrezione. Pietro e gli altri discepoli sono dei testimoni e possono perciò affermare la storicità di Gesù che annunzia la buona novella nella Galilea e nella Giudea negli anni 30-36 non solo, ma possono anche affermarne la Sua divinità. Per testimoniare la Sua morte e resurrezione affermano: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.”
Pietro continua dicendo che Gesù è giudice dei vivi e dei morti, e questa espressione indica la totalità del potere acquisito da Cristo nella Sua opera di salvezza. A chiunque crede in Lui è offerto il perdono dei peccati.
Ciò che ha affermato Pietro allora, continua ad affermarlo anche a noi oggi per farci entrare in questo cerchio d’amore e renderci partecipi della Gloria del Risorto!

Salmo 117 - Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

La destra del Signore si è innalzata,la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

Il salmo è stato composto per essere recitato con cori alterni e da un solista. Esso celebra una vittoria contro nemici numerosi.
Probabilmente è stato scritto al tempo di Giuda Maccabeo dopo la vittoria su Nicanore e la purificazione del tempio di Gerusalemme (1Mac7,33; 2Mac 10,1s) (165 a.C). Si è condotti a questa collocazione storica, a preferenza di quella del tempo della ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia (445 a.C), dal fatto che si parla di “grida di giubilo e di vittoria”, che sono proprie di una vittoria militare. Inoltre le “tende dei giusti” non possono essere né le case, né le capanne di frasche per la festa delle Capanne, ma le tende di un accampamento militare. Il salmo inizia con l'invito a celebrare l'eterna misericordia di Dio. A questo viene invitato tutto il popolo: “Dica Israele il suo amore è per sempre"; i leviti e i sacerdoti: “Dica la casa di Aronne”; i “timorati di Dio”: “Dicano quelli che temono il Signore” (Cf. Ps 113 B).
Il solista - storicamente Giuda Maccabeo – presenta come Dio lo ha aiutato dandogli la forza, nella confidenza in lui, di sfidare i suoi nemici. Egli non ha confidato, né intende confidare, in alleanze con potenti della terra, che lo avrebbero trascinato agli idoli, ma ha confidato nel Signore. Era circondato dal fronte compatto delle genti vicine asservite al dominio dei Seleucidi, ma “Nel nome del Signore le ho distrutte". L'urto contro di lui era stato forte, ma aveva vinto nel nome del Signore: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”. “Cadere” significa cedere all'idolatria.
Egli sa che deve continuare la lotta, ma è fiducioso nel Signore: “Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. “Le opere del Signore” sono la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai e la conquista della Terra Promessa.
Il solista, che è alla testa di un corteo chiede che gli vengano aperte le porte del tempio purificato dopo le profanazioni di Nicanore per “ringraziare il Signore”: “Apritemi le porte della giustizia...”.
“La pietra scartata dai costruttori”, è Giuda Maccabeo e i suoi, scartati da tanti di Israele che si erano fatti conquistare dai costumi ellenistici (1Mac 1,11s). Tale pietra per la forza di Dio era diventata “pietra d'angolo”, per Israele.
“Questo è il giorno che fatto il Signore”; il giorno della vittoria, del ripristino del culto nel tempio, è dovuto al Signore. Per noi cristiani quel giorno è il giorno della risurrezione; della vittoria di Cristo contro il male. Il corteo viene invitato a disporsi con ordine fino all'altare: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare”.
Il salmo si conclude ripetendo l'invito a celebrare la misericordia del Signore. Il salmo è messianico nel senso che esso profeticamente riguarda il Cristo: (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Rm 9,23; 1Pt 2,7).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Col 3,1-4

Il libro degli Atti degli Apostoli, la cui redazione definitiva risale probabilmente attorno al 70-80, è attribuita all’evangelista Luca, che è anche autore del Vangelo che porta il suo nome. Il libro è composto da 28 capitoli e narra la storia della comunità cristiana dall'ascensione di Gesù fino all'arrivo di Paolo a Roma e copre un periodo che spazia pressappoco dal 30 al 63 d.C.. Oltre che su Paolo, l'opera si sofferma diffusamente anche sull'operato dell'apostolo Pietro e descrive il rapido sviluppo, l'espansione e l'organizzazione della testimonianza cristiana prima ai giudei e poi agli uomini di ogni nazione.
Nella seconda parte dell’opera viene delineata l’espandersi dell’annunzio evangelico al di fuori di Gerusalemme. A tal fine Luca presenta l’opera di Filippo in Samaria, la conversione dell’eunuco della regina d’Etiopia, e la straordinaria conversione del persecutore Saulo sulla via di Damasco. Infine egli racconta un viaggio apostolico di Pietro nella zona costiera della Palestina, a conclusione del quale mette la conversione del centurione Cornelio, con tutti i suoi famigliari, facendo di loro i primi pagani che aderiscono al cristianesimo senza passare attraverso la circoncisione.
Per capire meglio cosa sia avvenuto in casa del centurione Cornelio, dobbiamo capire ciò che pensava Pietro e gli altri apostoli. Piero era preoccupato di rimanere fedele a Gesù , ma anche alla tradizione giudaica nella quale era cresciuto. (Avranno probabilmente anche pensato, che Gesù non aveva mai inserito, tra i suoi discepoli, dei pagani, né aveva predicato loro) . Pietro faceva perciò fatica ad accettare che anche i non-giudei potessero essere partecipi della buona notizia che Gesù stesso aveva portato.
Nei versetti precedenti questo brano, Pietro ha una visione simbolica di una tovaglia che si abbassa e invita a cibarsi di animali impuri, e mentre si domandava ragione di ciò che aveva visto, arrivarono da lui tre uomini inviati dal centurione Cornelio, noto come uomo pio e timorato di Dio, ad invitarlo ad andare nella sua casa. ((At 10,2) “ uomo pio e timorato di Dio “ sono espressioni utilizzate per indicare quanti simpatizzavano a quel tempo per il giudaismo, senza però arrivare all’integrazione con il popolo giudaico attraverso la circoncisione)
Questo brano ci riporta parte del discorso che Pietro tenne nella casa del centurione Cornelio. Negli Atti si dice di lui che a seguito di una visione di un angelo, che lo aveva chiamato per nome, invitò Pietro nella sua casa, per appagare questa sua sete di verità. In questo discorso che Pietro fa, sono chiaramente delineati i tratti fondamentali della vita di Gesù, dal battesimo, fino alla Sua morte e resurrezione. Pietro e gli altri discepoli sono dei testimoni e possono perciò affermare la storicità di Gesù che annunzia la buona novella nella Galilea e nella Giudea negli anni 30-36 non solo, ma possono anche affermarne la Sua divinità.
Per testimoniare la Sua morte e resurrezione affermano: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.”
Pietro continua dicendo che Gesù è giudice dei vivi e dei morti, e questa espressione indica la totalità del potere acquisito da Cristo nella Sua opera di salvezza. A chiunque crede in Lui è offerto il perdono dei peccati. Ciò che ha affermato Pietro allora, lo afferma anche a noi oggi per farci entrare in questo cerchio d’amore e renderci partecipi della Gloria del Risorto!

Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Gv 20,1-9

Il Vangelo di Pasqua, riportato dall’evangelista Giovanni, parte dalla notte buia. Inizia nel raccontare che “Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. Quel buio fuori è in sintonia con ciò che Maria sentiva dentro. Il suo cuore era infinitamente triste, prigioniero della disperazione e dimentico della fede, forse non le era venuto iene neppure in mente l’idea della resurrezione di cui sicuramente Gesù le aveva parlato, non riesce a staccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato, sa solo che ora è morto, ma vuole almeno un luogo per piangerlo. Ma, arrivata là, vede la pietra ribaltata! Non ha bisogno neppure di entrare, percepisce già che il corpo non c’è più. Ha visto semplicemente una tomba aperta, ma la sua immaginazione corre più avanti: qualcuno ha rubato il corpo del suo Signore. Corre via, e la sua supposizione diventa il racconto ai discepoli: " Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
C’è subito molto movimento, in questo racconto:
“ Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro”. Essi corrono immediatamente verso il sepolcro vuoto; dopo aver iniziato assieme a seguire il Signore durante la passione, sebbene da lontano, ora si trovano a "correre entrambi" per raggiungerlo.
L’evangelista riporta che “Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”.
Giunse per primo alla tomba il discepolo che Gesù amava, a cui l’evangelista Giovanni non dà un nome, ma non entra e aspetta Pietro, che Gesù ha scelto come capo. “Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”.
Pietro osservò un ordine perfetto: le bende stavano al loro posto come svuotate del corpo di Gesù e il sudario "ripiegato in un angolo a parte". Non c'era stata né manomissione né trafugamento: Gesù si era come liberato da solo. Non era stato necessario sciogliere le bende come per Lazzaro. Le bende erano lì, come svuotate!
Anche l'altro discepolo entrò e "vide" la stessa scena: ma lui “vide e credette” .
Il suo sguardo non si sofferma su un oggetto, o sul luogo, è un vedere che coglie l’insieme, è un vedere la luce, vale a dire è lo sguardo della fede, ecco perché: vide e credette. Vede qualcosa che va al di là, vede l’invisibile.
Prima, sulla soglia il suo sguardo si soffermava su degli oggetti, ma senza comprendere, ora, entrato nel sepolcro, cioè nella realtà della morte, ricordando le parole di Gesù, comprende le Scritture, quelle Scritture che Gesù tante volte aveva spiegato.
L’evangelista commenta:
“Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Questo racconto mette in luce la diversa reazione di Maria Pietro e Giovanni.
Maria è mossa dall’amore, arriva fino al sepolcro, ma non ha il coraggio di entrare. Occorre entrare nella morte, nel dolore, nei segni di morte che ci sbarrano la via.
Pietro ha un rapporto con Gesù più razionale, più materiale; ha il coraggio di entrare nel sepolcro, nella morte, ma questo non basta.
Giovanni ama con lo stile di Gesù, entra, vede con gli occhi della fede e del cuore! La fede dunque è sì fede nella vita, nella potenza della resurrezione, nell’amore fino all’estremo, ma soprattutto è fede nella Scrittura, in quella Parola del Signore che ci permette di vedere e interpretare la vita dentro i segni di morte, che troviamo sul nostro cammino.

 

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“Le parole di Papa Francesco"

"Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai?
Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro.
Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”.
Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore?
Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù.
Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù - è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”.
Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”.
Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.”

Omelia di Papa Francesco della Domenica di Pasqua 2017

Pubblicato in Liturgia
Venerdì, 03 Aprile 2020 15:28

DOMENICA DELLE PALME - ANNO A - 5 aprile 2020

Le letture liturgiche di questa ultima domenica di quaresima, un tempo conosciuta come domenica di Passione, ci introducono alla Settimana Santa, e ci rendono quanto mai partecipi delle sofferenze di Cristo che affronta la Sua dolorosa passione. Non abbiamo mai vissuto una Quaresima così dolorosa, ed anche se non possiamo vivere i riti che questo tempo forte della Chiesa eravamo abituati a seguire, sentiamo però il Signore vicino, possiamo percepire di più la Sua presenza, che arriva a noi ora tramite la Sua Parola
Nella prima lettura, il Profeta Isaia attraverso il canto del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo la vita e la passione di Gesù. Il suo atteggiamento di fiducia in Dio e di amore per i fratelli lo lascia in una suprema libertà di fronte ad ogni prova. Egli ha la certezza che la sua missione non è vana.
Nella seconda lettura S. Paolo, con l’Inno Cristologico, rivela il mistero dell’abbassamento di Cristo e l’intervento di Dio in Suo favore: il Padre lo esalta, ponendolo al di sopra di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi.
Il racconto della passione, tratta dal Vangelo di Matteo, va meditata nel silenzio. Si può percepire così il crescendo di solitudine di Gesù a partire dall’ultima cena: solo nell’orto degli ulivi, solo davanti al Sinedrio, solo di fronte a Pilato, solo sul Golgota. E quanto ai suoi discepoli: uno lo tradisce, un altro lo rinnega, i restanti prendono la fuga al momento dell’arresto. Tutto si presenta come una disfatta totale, un assurdo, una follia, ma è la follia di un Dio che per salvarci, ha scelto la morte di croce.

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.
Is 50,4-7

In questo carme del Servo sofferente, il profeta (Deuteroisaia) descrive la persecuzione di cui il Servo di JHWH è oggetto; poi passa a descrivere la sua reazione personale:
…Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
Nella difficile situazione in cui si trova, il Servo non si difende con la forza, e neppure fa ricorso, come aveva fatto Geremia, alla violenza verbale contro i suoi avversari; al contrario, fortificato dalla sua fiducia in Dio, resta fermo come una roccia senza venir meno alla sua missione. La sua forza d’animo gli deriva dalla certezza che Dio porterà a termine il Suo progetto nonostante tutte le contestazioni. Egli dimostra così di non cercare il proprio successo personale, ma la realizzazione di quanto va annunziando, anche se ciò dovesse costargli la vita.
Fa impressione vedere come la profezia del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo di 550 anni, la vita e la passione di Gesù.

Salmo 21 - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno forato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe.

Il salmo presenta un giusto sofferente e perseguitato, pieno di speranza in Dio.
L’autore del salmo guarda alla sua esperienza di dolore, ma anche intende proporre un modello di sofferente che sostenga i fedeli nel momento della prova più terribile, cioè quando sono rifiutati, colpiti, dalla loro stessa gente. Il risultato presenta una tale aderenza nella descrizione di molte delle sofferenze di Cristo da dire che l’ispirazione ha modellato il giusto del salmo sul Cristo crocifisso.
Le prime parole del salmo sono un’invocazione sgomenta dinanzi a Dio; sgomenta, ma senza alcun rimprovero E’ un gemito rivelatore del suo grande tormento interiore: essere di fronte all’abbandono di Dio, al silenzio di Dio, che sembra assente, mentre egli è il Dio presente come attesta il tempio.
Il punto che lo sconvolge, è che il suo popolo, quello che vive all’ombra del tempio e che dovrebbe essere laudante attorno al trono di Dio “Tu siedi in trono fra le lodi di Israele” rifiuta la giustizia, e così anche la propria storia di popolo chiamato a proclamare i benefici di Dio. “In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li hai liberati” dice, alludendo alla liberazione dall’Egitto.
Ma, ecco, egli è diventato “rifiuto degli uomini”, schiacciato a terra come un verme, privato della dignità di uomo. Di fronte a sé ha solo schernitori che si sfoggiano un sentirsi a posto con Dio, visto che Dio è dalla loro parte poiché non porta aiuto a colui che ora è nelle loro mani e che si diceva suo amico: “Si rivolga al Signore, lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!”.
Ma il giusto perseguitato e colpito continua a confidare in Dio; non raccoglie la velenosa provocazione che lo vorrebbe rendere dubbioso davanti a Dio. Dio lo ha tratto dal grembo di sua madre; cioè il Padre ha dato al Figlio una natura umana, e, una sola persona (Figlio) in due nature, lo ha tratto dal grembo di una donna, e al suo nascere lo ha preso subito sulle sue ginocchia (Cf. Gn 50,23; Is 46,3) in riconoscimento della sua paternità.
L’aggressione che egli subisce è violenta, implacabile: “Mi circondano tori numerosi, mi assediano grossi tori di Basan…" (Basan è una regione ricca di pascoli a sud di Damasco). “Io sono come acqua versata”, buttato via, gettato via, come acqua. Colpito, strattonato, è pieno di dolore: “sono slogate tutte le mie ossa”. Il suo cuore cede per il dolore e lo sforzo d’amare; ed egli avverte che viene meno come colpito da infarto: “Il mio cure è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere”.
E’ disidratato e la sete lo attanaglia; la sua gola è riarsa e non può muovere che a stento la lingua: “La mia lingua si è incollata alla gola”. Egli si trova “su polvere di morte” senza scampo.
Gli avversari si sono ancora di più incattiviti vedendo la sua perseveranza, sono diventati un “branco di cani” che addentano. Premuto, assediato da ogni parte, gli vengono trafitti i piedi e le mani così da impedire che si muovesse o si difendesse dai colpi: l’autore del salmo non pensava alla crocifissione, pena di morte introdotta più tardi dai romani. “Posso contare tutte le mie ossa”, l’espressione rende l’idea complessiva del dolore che gli viene da ogni parte del corpo, ma la traduzione della Volgata di san Gerolamo - “hanno contato tutte le mie ossa” - è sicuramente proveniente da un manoscritto migliore in questo punto perché fa vedere anche la crudeltà degli aggressori, che hanno badato a che nessuna parte del corpo del giusto giustiziato fosse senza ferita e dolore.
Gli aggressori si compiacciono ferocemente dei dolori del giusto giustiziato : “essi stanno a guardare e mi osservano”. E sono tanto noncuranti di lui che giocano a dadi le sue vesti, secondo il diritto che si aveva sui condannati: “sulla mia tunica gettano la sorte”.
Di fronte a questo stato di strazio il giusto giustiziato non cessa di pregare e domanda aiuto a Dio per sfuggire non già alla morte, ma alla morte cui segue la consunzione della tomba, e questo mediante la risurrezione.
“Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea”, dice. Risorto darà luce ai suoi fratelli, loderà il Padre nell’assemblea dei credenti (Cf. 1Cor 15,6).
Egli dirà: “Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza di Israele…”. E nella Chiesa, nella grande assemblea, loderà il Padre. Nella Grande Assemblea dove egli sarà presente con la sua Parola, con la sua reale presenza Eucaristica e col dono dello Spirito Santo.
Nel banchetto della carità “i poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano”.
La visione diventa universale, perché la salvezza del Cristo è universale: “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli”. I popoli all’annunzio del Vangelo ricorderanno ciò che avevano dimenticato, che l’uomo è capace di Dio, che Dio è uno solo e che è bontà. Che il regno del mondo (Ap 11,15) è di Dio, e sue sono tutte le nazioni. E non solo ricorderanno e torneranno, che equivale a convertirsi, ma insieme a ciò crederanno alla lieta notizia evangelica, quella del regno dei cieli presente nella Chiesa per lievitare tutta la terra conquistata dal Cristo.
A Dio solo, liberi in eterno da ogni influsso di idolatria, si prostreranno, nel giorno della risurrezione, quanti ora dormono sotto terra.
Il grande Giusto giustiziato esprime la sua certezza che egli vivrà, risorgerà da morte e celebrerà in eterno il Padre: “Ma io vivrò per lui”.
E la sua discendenza, la Chiesa, servirà in lui, nel dono dello Spirito Santo, il Padre, portando la salvezza da lui ottenuta per tutte le genti. “Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia”, e la sua giustizia del Padre è Cristo, che ha espiato le colpe degli uomini. “Ecco l’opera del Signore”, diranno alle generazioni che si susseguono. E “l’opera del Signore” è Cristo, Cristo vivente nella Chiesa.
Commento di Padre Paolo Berti

Dalla lettera di S Paolo apostolo ai Filippesi

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Fil 2,6-11

Questo brano tratto dalla lettera ai Filippesi è il famoso inno Cristologico. Il testo, preesistente e appartenente ai testi utilizzati dai primi cristiani nella liturgia, è stato inserito dall'apostolo Paolo in un brano esortativo, ma di alto valore teologico.
Dai primi versetti ci presenta Gesù partecipe della natura divina, essendo Egli immagine di Dio, che non si è avvalso di questa condizione, ma ha scelto di condividere con la condizione umana l’esistenza di tutti gli uomini. L'abbassamento di Gesù giunge sino alla morte che l'umanità subisce a causa del peccato. E' la sua obbedienza che lo spinge ad assumere la condizione mortale che invece gli altri uomini subiscono per la loro disobbedienza.
“Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.” In questo versetto, gli esperti dicono, che sembra certa l'aggiunta di Paolo: fino alla morte e a una morte di croce, che presenta la sua “theologia crucis “e rafforza l'idea dell'umiliazione di Gesù che giunge sino all'esperienza infamante del condannato alla morte di croce.
Nella seconda parte dell'inno ci viene presentata la conseguenza del gesto di Gesù, e l'azione passa di mano ed è Dio che agisce e innalza Gesù. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!».
L'inno dunque ci presenta Gesù come l'uomo che non ha tradito il progetto originario di Dio e con la sua obbedienza si è fatto solidale con tutta l'umanità.
Paolo ricorda così ai cristiani di Filippi che essi sono inseriti vitalmente nella vicenda di Gesù e dunque nella logica del progetto del Padre, che diventa così anche indicazione per il loro agire concreto nella storia.


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Dal Vangelo secondo Matteo
PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

Il Tradimento di Giuda
In quel tempo uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti15e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. 16Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Preparativi del Pasto pasquale
17Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 18Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”».
19I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Annuncio del tradimento di Giuda
20Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. 21Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 24Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
25Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Istituzione dell’Eucarestia
26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». 27Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti,28perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 29Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio».

Predizione del rinnegamento di Pietro
30Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 31Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti:Percuoterò il pastore
e saranno disperse le pecore del gregge.
32Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
33Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai».
34Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». 35Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Al Getsèmani
36Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». 37E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». 39Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». 40Poi venne
dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? 41Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
42Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». 43Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. 44Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

L’arresto di Gesù
47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.
50E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 51Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. 52Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. 53O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? 54Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». 5
5In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. 56Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti».
Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Gesù davanti al Sinedrio
57Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
59I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; 60ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, 61che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e
ricostruirlo in tre giorni”». 62Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». 64«Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!».67Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, 68dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Rinnegamenti di Pietro
69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». 1Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». 73Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Gesù condotto davanti a Pilato
1Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.

 

Morte di Giuda

3Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». 5Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue».
7Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. 8Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d’oggi. 9Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: Epresero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato daifigli d’Israele, 10e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Gesù condotto davanti a Pilato
11Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». 12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». 18Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
19Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».
20Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». 22Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». 23Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più
forte: «Sia crocifisso!».
24Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». 25E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». 26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

La corona di spine
27Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. 28Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, 29intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». 30Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

La crocifissione
32Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. 33Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 34gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. 35Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 36Poi, seduti, gli facevano la guardia. 37Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
38Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Gesù in croce deriso e oltraggiato
39Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo 40e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». 41Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: 42«Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. 43Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!».
44Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
La morte di Gesù
45A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 46Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 47Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». 48E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. 49Gli altri
dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». 50Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.
54Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
55Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

La sepoltura
57Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. 58Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. 59Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. 61Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.
62Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. 64Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 65Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». 66Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

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I due capitoli del Vangelo di Matteo che riportano la passione del Signore, si articolano su sei scene che si susseguono con immediatezza e drammaticità ma che hanno tutte racchiuso in sé un messaggio e un seme di salvezza.
La cena pasquale celebra il mistero della continua presenza di Gesù in mezzo al suo popolo.
Nel Getsemani Gesù è il modello del perfetto orante che sperimenta l’”agonia” del silenzio dell’amicizia umana e della stessa vita.
Nell’arresto Gesù ribadisce il suo appassionato amore per il perdono e per la non-violenza.
Il processo giudaico è dominato dall’ultima rivelazione messianica e divina di Gesù davanti al suo popolo: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
Il processo romano sancisce la scelta della folla di Gerusalemme e svela l’indifferenza ed anche la viltà di Pilato, ma anche la simpatia dei pagani (rappresentati dalla moglie di Pilato).
Per la crocifissione è presente tutto il cosmo con le sue forze (tenebre e terremoto), l’umanità che bestemmia, ma è presente anche la Chiesa dei nuovi credenti (il centurione che esclama: «Davvero costui era Figlio di Dio!».).
Infine i morti che sorgono dai sepolcri rappresentano la nuova umanità liberata da Cristo.

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Le parole di Papa Francesco

“Questa celebrazione ha come un doppio sapore, dolce e amaro, è gioiosa e dolorosa, perché in essa celebriamo il Signore che entra in Gerusalemme ed è acclamato dai suoi discepoli come re; e nello stesso tempo viene proclamato solennemente il racconto evangelico della sua Passione. Per questo il nostro cuore sente lo struggente contrasto, e prova in qualche minima misura ciò che dovette sentire Gesù nel suo cuore in quel giorno, giorno in cui gioì con i suoi amici e pianse su Gerusalemme.
Da 32 anni la dimensione gioiosa di questa domenica è stata arricchita dalla festa dei giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù, che quest’anno viene celebrata a livello diocesano, ma che in questa Piazza vivrà tra poco un momento sempre emozionante, di orizzonti aperti, con il passaggio della Croce dai giovani di Cracovia a quelli di Panamá.
Il Vangelo proclamato prima della processione (cfr Mt 21,1-11) descrive Gesù che scende dal monte degli Ulivi in groppa a un puledro di asino, sul quale nessuno era mai salito; dà risalto all’entusiasmo dei discepoli, che accompagnano il Maestro con acclamazioni festose; ed è verosimile immaginare come questo contagiò i ragazzi e i giovani della città, che si unirono al corteo con le loro grida. Gesù stesso riconosce in tale accoglienza gioiosa una forza inarrestabile voluta da Dio, e ai farisei scandalizzati risponde: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).
Ma questo Gesù, che secondo le Scritture entra proprio in quel modo nella Città santa, non è un illuso che sparge illusioni, non è un profeta “new age”, un venditore di fumo, tutt’altro: è un Messia ben determinato, con la fisionomia concreta del servo, il servo di Dio e dell’uomo che va alla passione; è il grande Paziente del dolore umano.
Mentre dunque anche noi facciamo festa al nostro Re, pensiamo alle sofferenze che Lui dovrà patire in questa Settimana. Pensiamo alle calunnie, agli oltraggi, ai tranelli, ai tradimenti, all’abbandono, al giudizio iniquo, alle percosse, ai flagelli, alla corona di spine…, e infine pensiamo alla via crucis, fino alla crocifissione.
Lui lo aveva detto chiaramente ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Non ha mai promesso onori e successi. I Vangeli parlano chiaro. Ha sempre avvertito i suoi amici che la sua strada era quella, e che la vittoria finale sarebbe passata attraverso la passione e la croce. E anche per noi vale lo stesso. Per seguire fedelmente Gesù, chiediamo la grazia di farlo non a parole ma nei fatti, e di avere la pazienza di sopportare la nostra croce: di non rifiutarla, non buttarla via, ma, guardando Lui, accettarla e portarla, giorno per giorno.
E questo Gesù, che accetta di essere osannato pur sapendo bene che lo attende il “crucifige!”, non ci chiede di contemplarlo soltanto nei quadri o nelle fotografie, oppure nei video che circolano in rete. No. E’ presente in tanti nostri fratelli e sorelle che oggi, oggi patiscono sofferenze come Lui: soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, soffrono per le malattie… Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire. Uomini e donne ingannati, violati nella loro dignità, scartati…. Gesù è in loro, in ognuno di loro, e con quel volto sfigurato, con quella voce rotta chiede – ci chiede – di essere guardato, di essere riconosciuto, di essere amato.
Non è un altro Gesù: è lo stesso che è entrato in Gerusalemme tra lo sventolare di rami di palma e di ulivo. E’ lo stesso che è stato inchiodato alla croce ed è morto tra due malfattori. Non abbiamo altro Signore all’infuori di Lui: Gesù, umile Re di giustizia, di misericordia e di pace.“

Parte dell’omelia di Papa Francesco della Domenica delle Palme 2017

Pubblicato in Liturgia

Le letture di questa quinta domenica di quaresima, la domenica di Lazzaro, sono intrecciate a filo doppio sul tema della vita e della morte. In questo periodo così oscuro che stiamo vivendo, possiamo renderci conto ancora di più come la morte può apparire ad ognuno di noi con due volti, quello dell’angelo o quello del mostro, può essere pace o incubo, passaggio sereno o polvere, inizio o fine: tutto dipende da come noi ci poniamo di fronte a questo grande mistero.
Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Ezechiele, vediamo come agli ebrei esiliati il profeta Ezechiele infonde speranza. Viene descritta una visione surreale e paurosa: in una valle infernale, c’è una distesa di scheletri. Ma su di loro irrompe lo spirito creatore di Dio e sulle ossa inaridite si intesse la carne, cioè la vita. Alla fine un popolo immenso si erge in piedi, pronto per una nuova esistenza. Ciò che viene descritto è però una parabola destinata ad illustrare il ritorno- resurrezione di Israele dalla “tomba” dell’esilio di Babilonia. E’ quindi una risurrezione morale, una rinascita del coraggio e della speranza.
Nella seconda lettura, dalla sua lettera ai Romani, Paolo, in sintonia con la profezia di Ezechiele, ci presenta un’altra morte e un’altra vita quella del peccato e della grazia. E’ lo Spirito Santo che ci libera dal peccato e che opera nei credenti la salvezza.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta la risurrezione di Lazzaro che risplende come una promessa: la morte non è la fine perchè è stata vinta dalla Pasqua di Cristo. C’è una frase che domina tutto il racconto: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Questa domanda finale Gesù l’ha posta a Marta, ma la pone ora ad ognuno di noi. Se crediamo in Lui dovremmo vedere la morte in modo diverso, non più un approdo nel mare del nulla e del silenzio, ma ad una porta aperta all’infinito e all’eterno. Illuminante il salmista quando dice: “Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” sal 16,10-11.

Dal Libro del profeta Ezechiele
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.
Ez 37,12-14

Il profeta Ezechiele nacque intorno al 620 a.C. verso la fine del regno di Giuda. Fu deportato in Babilonia nel 597 a.C. assieme al re Ioiachin, stabilendosi nel villaggio di Tel Aviv sul fiume Chebar. Cinque anni più tardi ricevette la chiamata alla missione di profeta, con il compito di rincuorare i Giudei in esilio e quelli rimasti a Gerusalemme. Ezechiele anche se non fu un profeta all'altezza di Isaia o Geremia, ebbe una sua originalità, che in certi casi può averlo fatto apparire ingenuo. Usò immagini di grande potenza evocativa, specie negli oracoli di condanna, ebbe toni ed espressioni particolarmente duri ed efficaci.
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, quelli composti prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e quelli posteriori ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine c’è una sezione chiamata “Torah di Ezechiele” (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli posteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la conversione e il ritorno degli esuli nella loro terra. I temi svolti in questa raccolta sono: il ruolo del profeta (Ez 33), Dio unico pastore di Israele (Ez 34), la rinascita del popolo (Ez 35-37), la vittoria finale sui suoi nemici (Ez 38-39).
Nella sezione in cui si parla della rinascita di Israele, questa viene presentata come effetto di un dono dello Spirito (Ez 36,24-32), al quale viene poi attribuita la risurrezione di un popolo ridotto a una distesa di ossa inaridite (Ez 37,1-10).
Il questo brano c’è la conclusione del capitolo 37, in cui Ezechiele descrive una visione surreale e paurosa: in una valle infernale una distesa di scheletri calcificati. Ma su loro irrompe lo spirito creatore di Dio, e le ossa inaridite si rivestono di carne e di nervi e ritornano ad essere un esercito sterminato, pronto per una nuova vita. …In questo testo Ezechiele si serve del linguaggio della risurrezione per spiegare la liberazione del popolo dall’esilio. Non si tratta certo di una risurrezione vera e propria, ma del ritorno a una vita piena dopo l’esperienza di una sofferenza che può essere considerata come una morte, perché senza libertà la vita non è degna di essere vissuta. La liberazione promessa è un dono gratuito di Dio, che ha certo una componente politica, ma si identifica anche con la ripresa di un rapporto con Dio che comporta una fedeltà costante a Lui. È proprio nel riconoscere in Dio, il garante della sua liberazione, che il popolo eviterà di cadere schiavo di potenze straniere, anche quando sarà politicamente sottomesso ad esse.
Pur non riferendosi alla risurrezione individuale dopo la morte, l’immagine suggestiva usata da Ezechiele ha posto le premesse per il successivo sviluppo della fede di Israele. Quando la restaurazione del popolo apparirà come un evento che si attuerà alla fine dei tempi, sorgerà il problema del destino di coloro che sono morti prima che questo evento si realizzasse, e soprattutto dei martiri che hanno dato la vita perché si attuasse la gloria finale del popolo. È allora che l’immagine della risurrezione sarà utilizzata per indicare la partecipazione di tutti i defunti alla beatitudine finale di Israele, quando alla fine tutti i giusti torneranno in vita per entrare nella beatitudine del regno di Dio.


Salmo 129 - Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.


La composizione di questo salmo penitenziale, detto De profundis e usatissimo come il Miserere , con probabilità è avvenuta durante la devastante campagna di Sennacherib (701 a.C) nella Palestina e l'assedio di Gerusalemme (2Re 18,13; 19,35; 2Cr 32,1.10 Cf. Is 30,8s; Is 36,1; 37,33-36).
L'angoscia, la tribolazione, conducono l'orante a invocare il Signore con insistenza, dal profondo del cuore. Egli, povero peccatore, di ascoltare la sua preghiera. Egli invoca la misericordia di Dio, che va oltre il peccato dell'uomo per salvarlo. Senza la misericordia di Dio l'uomo sarebbe perduto davanti alla giustizia di Dio: “Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono”.
Il perdono dei peccati manifesta l'amore di Dio e riconciliando l'uomo a sé lo porta ad avere amore per lui, e quindi a temerlo, cioè a non misconoscerne più la sovranità e la giustizia.
La speranza dell'orante nel perdono di Dio e quindi sul suo soccorso è grande, ed è fondata sulla sua alleanza: “Spera l'anima mia, attendo la sua parola”.
L'attesa del salmista è ben più forte di quella delle sentinelle notturne sulle mura della città, che aspettano l'aurora per andare al riposo.
Il salmista invita tutto Israele, peccatore di molte contaminazione con gli idoli, ad attendere il soccorso del Signore fondandosi sulla verità “perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”.
Il perdono dei peccati avverrà per l'espiazione di Cristo e non sarà solo per Israele, ma per tutti gli uomini.
La Chiesa - indefettibile - è sempre bisognosa di purificazione, di perdono, perché se come Ente essa è perfetta e santa, come insieme di uomini è santa e peccatrice.
Commento di Padre Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Rm 8,8-11

Paolo nella lettera ai Romani, il suo capolavoro teologico, affronta alcuni argomenti molto importanti, come il legame tra la legge, la fede e la giustificazione e il cammino dell'uomo giustificato, la salvezza di Israele che non ha creduto al Cristo, il significato del culto a Dio. ,
Nel capitolo 8 si dedica in particolare alla vita nello Spirito, e sottolinea la nuova condizione dei cristiani dovuta alla presenza in loro dello Spirito Santo: Coloro che credono in Cristo non vengono più giudicati dalla legge di Mosè, ma seguono lo Spirito.
Il brano inizia sottolineando che ”quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio” . Si ripete qui l'antitesi tra coloro che si comportano secondo la carne e quanti invece seguono il dinamismo dello Spirito. Le conseguenze di questi due comportamenti sono totalmente opposte: la carne porta alla morte e lo Spirito alla vita; ecco perché quanti seguono la carne non possono piacere a Dio.
“Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.”
Gli interlocutori di Paolo non sono sotto il dominio della carne. Chi è divenuto dimora dello Spirito, appartiene allo Spirito di Dio.
“Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.” Con il battesimo i credenti sono diventati dimora dello Spirito e di Cristo. Il loro corpo è morto al peccato. Lo Spirito che abita in loro diventa fonte di vita e di giustificazione. Non la giustificazione che veniva dalla Legge, ma quella che viene dall'appartenenza a Dio.
“E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.” Quindi i credenti sperimentano due tipi di vita nuova. Una già ora che è libertà dal peccato e una che si realizzerà con la risurrezione alla fine dei tempi.
E' lo stesso Spirito che ha riportato in vita Gesù che rialzerà a vita nuova tutti coloro che lo seguono; ossia lo Spirito di Dio ci renderà partecipi della stessa risurrezione corporale di Gesù Cristo, proprio per questa appartenenza a Lui.
In questo brano c’è una perfetta sintonia con la profezia di Ezechiele nel punto in cui dice: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” . L’azione dello Spirito è tensione verso il dono totale della vita che sarà perfetta solo quando il cristiano parteciperà definitivamente alla vita del Risorto. .

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà»
Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Gv 11,1-45

L’evangelista Giovanni alla fine del capitolo precedente questo brano, aveva raccontato che la tensione tra Gesù e i giudei era arrivata al culmine, tanto che Gesù era stato costretto a rifugiarsi al di là del Giordano. La risurrezione di Lazzaro, rappresenta l’ultimo segno compiuto da Gesù e al tempo stesso la causa immediata della sua morte, che venne decisa subito dopo in una riunione segreta del sinedrio.
Giovanni inizia con il raccontarci che mentre Gesù si trovava al di là del Giordano si ammalò un certo Lazzaro, fratello di Marta e di Maria, e precisa che i tre fratelli risiedevano a Betania, un villaggio situato sul versante orientale del monte degli Ulivi, poco distante da Gerusalemme.
Quando Lazzaro si aggravò, le sorelle fanno avvertire Gesù, che all’udire questa notizia osserva, in modo analogo a quanto aveva fatto riguardo al cieco nato, “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Essa sarà quindi l’occasione di un segno col quale Gesù manifesterà se stesso come inviato di Dio.
Malgrado l’affetto che lo lega ai tre fratelli, Gesù stranamente aspetta ancora due giorni, e poi decide di mettersi in cammino verso la Giudea. Questa decisione suscita lo stupore dei discepoli, i quali gli ricordano che i giudei avevano appena tentato di lapidarlo, ma Gesù fa loro notare: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui”. Con questa massima Egli afferma che nulla di male gli potrà capitare finché non sia giunto il suo momento. Poi Gesù soggiunge : “Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Siccome i discepoli pensano al sonno fisico, egli spiega loro che Lazzaro è morto e soggiunge che ciò è avvenuto perché essi possano credere. A questo punto Tommaso dice agli altri discepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!” per indicare il rischio a cui vanno incontro ritornando in Giudea, ma al tempo stesso si dice pronto a seguire Gesù fino alla fine.
Giovanni prosegue il suo racconto descrivendo l’incontro di Gesù con le due sorelle. Egli arriva a Betania quando Lazzaro è ormai da quattro giorni nel sepolcro. Marta, che si trova in casa con molti giudei venuti da Gerusalemme per le cerimonie funebri, è la prima a sapere della venuta di Gesù, gli va incontro e gli dice: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Queste parole contengono un velato rimprovero a Gesù perché, a causa della Sua assenza, non ha potuto impedire la morte del fratello e al tempo stesso rivelano la fiducia che Gesù possa fare ancora qualcosa per lui.
Gesù le risponde: “Tuo fratello risorgerà”. Fraintendendo le sue parole, Marta risponde affermando di sapere bene che egli risusciterà nell’ultimo giorno.
Con queste parole ella si unisce alla fede del mondo giudaico, in cui era corrente l’attesa della risurrezione dei giusti alla fine dei tempi. Gesù allora prosegue: “Io sono la risurrezione e la vita….- e aggiunge - chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.”
E chiede infine a Marta se crede in quanto lui ha detto. Marta risponde: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Per Marta dunque Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, nel quale si attuano le attese del popolo giudaico. Con questa breve frase lei esprime la professione di fede richiesta dai destinatari del quarto vangelo, che è stato scritto precisamente “perché voi crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).
Dopo Marta anche Maria, seguita dai presenti, va incontro a Gesù, che si trova ancora fuori del villaggio, e gli ripete lo stesso velato rimprovero fattogli precedentemente dalla sorella. Vedendo che Maria e i giudei piangevano, Gesù si commuove e chiede poi dove l’hanno deposto. Quando gli rispondono “vieni a vedere “ Gesù allora scoppia in pianto. Con la commozione e il turbamento, seguiti dal pianto, Gesù non esprime soltanto il dolore per la morte dell’amico, ma anche il rifiuto della morte stessa, vista come simbolo della separazione da Dio. I giudei commentano: “Guarda come lo amava”,chiedendosi anche come mai proprio lui, che ha dato la vista al cieco, non abbia saputo impedire che il suo amico morisse, pensando così che il Suo atteggiamento, fosse un segno di debolezza di fronte alla morte.
Gesù, ancora profondamente commosso si fa condurre al sepolcro di Lazzaro e ordina di togliere la pietra che lo chiude. Marta gli fa osservare che il cadavere manda già cattivo odore, dimostrando così di non aver ancora capito, malgrado il colloquio avuto precedentemente con Lui, quali fossero le Sue intenzioni. Gesù allora la invita a rinnovare la sua fede, al fine di poter “vedere la gloria di Dio”, cioè l’imminente manifestazione della Sua potenza. Poi ringrazia il Padre di averlo esaudito, sottolineando come, pur non avendone bisogno, gli ha rivolto la Sua preghiera perché i presenti credano che Egli, il Padre, lo ha mandato. Con queste parole Egli sottolinea come la Sua potenza derivi dal Suo rapporto con il Padre.
Infine Gesù gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” e questi, ancora bendato, esce dal sepolcro; allora Gesù ordina ai presenti “Liberàtelo e lasciàtelo andare”.
La risurrezione di Lazzaro, rappresenta per l’evangelista Giovanni il culmine di tutta la vita pubblica di Gesù, e mette in luce il significato profondo che assume la fede in Gesù come inizio di una nuova vita.
Certamente la morte è la nostra carta dì identità più vera (se nasciamo è certo che moriremo) ma la temuta morte è stata attraversata dal Figlio di Dio che, come noi, è morto, ma poi è risorto . Perciò la morte ora è diversa, è stata da Gesù trasformata, non è più un approdo nel mare del nulla e del silenzio. E’ stata aperta all’infinito e all’eterno!. Come ci dice il salmo “Tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita,gioia piena nella tua presenza,dolcezza senza fine alla tua destra. (salmo 16-10-11)

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Le parole di Papa Francesco

“Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro del suo amico Lazzaro.
Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» . Poi «scoppiò in pianto» e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente». È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.
Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie». Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo.
Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà». Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» .
Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.
Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e lì invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo.
Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi.
Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a tutti noi, a ognuno di noi: “Vieni fuori! Vieni a me!”. Dice a tutti noi: “Non abbiate paura”.
Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima, tante inimicizie tra noi, nelle famiglie,… Questo è il momento favorevole per rimuovere tutte queste cose.
Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).”
Parte dell’Omelia del 2 aprile 2017

Pubblicato in Liturgia

Siamo giunti alla quarta domenica di quaresima, e la liturgia ci presenta delle letture che invitano ad interrogarci sulla qualità della nostra fede, che non è credere in qualcosa (che Dio esiste e che c’è un aldilà) ma credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio, altrimenti non avrebbe senso chiamarci cristiani. In questo tempo di dura prova ci potremo rendere conto quanto sia forte la nostra fede.
La prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele, ci presenta una tappa importante nella storia della salvezza: l’elezione di Davide. Dio sceglie tra i figli di Iesse il meno quotato umanamente, il più piccolo e neanche considerato molto dal proprio padre. Dio vede nel cuore e non guarda all’apparenza.
Nella seconda lettura, Paolo nella sua lettera agli Efesini, afferma che i battezzati, diventati “luce nel Signore”, si devono impegnare comportarsi come “figli della luce”, perseverando nella fede, nella bontà e nella carità.
Il Vangelo di Giovanni con l’episodio del miracolo del cieco nato, tratta il tema dell’incontro di colui che è tenebra con Cristo-luce. Nel racconto della guarigione Gesù opera un rovesciamento di condizione affinché coloro che non vedono, vedano, e coloro che credono di vedere, diventino ciechi. I farisei e i genitori del cieco sono incapaci di “vedere”, solo il cieco , arriva a vedere perchè crede in Gesù.

Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.
Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
1 Sam 16, 1b.4a. 6-7. 10-13°

I due libri di Samuele sono due testi contenuti anche nella Bibbia ebraica dove sono contati come un testo unico e costituiscono, con i successivi due Libri dei Re, un'opera continua. Sono stati scritti in ebraico e secondo l'ipotesi condivisa da molti studiosi, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. Sia i libri di Samuele che quelli dei Re sono da ricondurre ad un unico progetto, quello di tratteggiare la vicenda storica di Israele dalla fine dell'epoca dei Giudici fino alla fine della monarchia con l'invasione babilonese di Nabucodonosor: un arco di tempo che comprende ben sei secoli.
Il primo libro di Samuele, da cui questo brano viene tratto, descrive l'abbandono dell'ordinamento giuridico dei Giudici, con cui spesso le tribù si governavano in modo indipendente l'una dall'altra, e la nascita dell'ordinamento monarchico. Esso abbraccia un periodo di tempo che va dal XII secolo fino al 1010 a.C. circa, anno presunto della morte di Saul.
In questi brano viene narrata la consacrazione di Davide, figlio di Iesse, a re di Israele: lo scettro passa così dalla tribù di Beniamino (quella di Saul) alla tribù di Giuda (quella di David).
Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato, dopo aver riempito d’olio il suo corno, era partito per andare da Iesse il Betlemmita, perché il Signore gli aveva detto che si era scelto tra i suoi figli un re. Samuele però non era preparato a riconoscere l’eletto, poiché, nonostante l’esperienza con Saul, guardava ancora “all'apparenza”.
Quando infatti fu nella casa di Iesse passò in rassegna tutti i suoi sette figli, ad iniziare da Eliàb, il primogenito, ma fu il minore, Davide, il pastorello, che non era neanche in casa, (praticamente dimenticato anche dal padre Iesse) che di lui il Signore disse: “Àlzati e ungilo: è lui!”. Il narratore così lo descrive: “Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto” .
Samuele esegue la volontà del Signore, prese allora il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
Il fatto che viene scelto l’ultimo dei figli di Iesse e non il primogenito, mette in rilievo non solo la libertà, ma anche l’iniziativa di Dio nel condurre la storia. Davide appariva l’umanamente meno idoneo, ma per Dio non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore. Dio non sceglie le persone capaci, ma rende capaci le persone che sceglie!…

Salmo 22 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

L’orante ha fatto l’esperienza di come il Signore lo guidi in mezzo a numerose difficoltà tesegli dai nemici. Egli dichiara che non manca di nulla perché Dio in tutto l’aiuta. Le premure del suo Pastore sono continue e si sente curato come un pastore cura il suo gregge conducendolo a pascoli erbosi e ad acque tranquille. L’orante riconosce che tutto ciò viene dalla misericordia di Dio, che agisce “a motivo del suo nome”, ma egli corrisponde con amore all’iniziativa di Dio nei suoi confronti. La consapevolezza che Dio lo ama per primo gli dà una grande fiducia in lui, cosicché se dovesse camminare nel buio notturno di una profonda valle non temerebbe le incursioni di briganti o persecutori, piombanti dall’alto su di lui. La valle oscura è poi simbolo di ogni situazione difficile nella quale tutto sembra avverso. Dio, buon Pastore, lo difende con il suo bastone e lo guida dolcemente con il suo vincastro, che è quella piccola bacchetta con cui i pastori indirizzano il gregge con piccoli colpetti. Non solo lo guida in mezzo alle peripezie, ma anche gli dona accoglienza, proprio davanti ai suoi nemici, i quali pensano di averlo ridotto ad essere solo uno sconvolto e disperato fuggiasco. Egli, al contrario, è uno stabile ospite del Signore che gli prepara una mensa e gli unge il capo con olio per rendere lucenti i suoi capelli e quindi rendere bello e fresco il suo aspetto. E il calice che ha davanti è traboccante, ma non perché è pieno fino all’orlo, ma perché è traboccante d'amore. Quel calice di letizia è nel sensus plenior del salmo il calice del sangue di Cristo, mentre la mensa è la tavola Eucaristica, e l’olio è il vigore comunicato dallo Spirito Santo.
Il cristiano abita nella casa del Signore, l’edificio chiesa, dove c’è la mensa Eucaristica. … e quindi egli, per dono del Signore, vi è perenne legittimo abitante.
Commento di Padre Paolo Alberti

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto:
«Svégliati, tu che dormi,risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».
Ef 5, 8-14

La Lettera agli Efesini, come le lettere ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone, formano il gruppo delle «Lettere della prigionia» poiché Paolo afferma di essere «prigioniero». L’Apostolo fu una prima volta ad Efeso (Atti degli Apostoli 18, 19-22) e vi soggiornò (At 18,23-20) ancora durante il suo secondo viaggio missionario, ingrandendo in questo modo il suo raggio d’azione pastorale. La lettera agli Efesini viene attribuita a Paolo, che l'avrebbe scritta durante la sua prigionia a Roma intorno all'anno 62 . La prima parte (1,3 - 3,21) è dottrinale, mentre la seconda parte (4,1 - 6,20) , da dove è tratto questo brano, è esortativa.
Il brano inizia con una constatazione:
” Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce;
Nei versetti precedenti Paolo aveva ricordato alcune "attività" che i credenti non possono più permettersi di compiere: vita sessuale disordinata, discorsi insulsi, sete di denaro. I cristiani devono allontanarsi da questi atteggiamenti e anche da quanti continuano a vivere secondo questo stile, perché queste sono attività di coloro che vivono nelle tenebre, mentre invece chi crede in Dio è stato avvolto dalla Sua luce, e non può più ritornare a nascondersi nelle tenebre. Il credente è figlio della luce e deve riflettere questa luce che gli è stata donata.!
“ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità”.
La luce ti fa vedere le cose come sono realmente, quindi il figlio della luce è a servizio delle cose belle, giuste e vere e cerca di realizzarle.
“Cercate di capire ciò che è gradito al Signore”. E’ di vitale importanza fare lo sforzo di capire cosa è gradito al Signore, ma in questo sforzo il credente è aiutato dalla luce che il Signore gli ha donato.
“Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele.”
Le opere delle tenebre non solo sono contro Dio, ma anche contro l'uomo: non danno nessun frutto, non fanno crescere l'uomo, anzi lo abbruttiscono, lo rendono schiavo del piacere, del vizio.
Ricordiamo che uno dei punti più importanti della diffusione del cristianesimo fu proprio la presa di distanza dai culti pagani di stile orgiastico.
“Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare,
mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce.”
La luce del giorno rivela che le cose vergognose che si fanno nelle tenebre non sono buone per l'uomo, portano miseria, avvilimento, morte. Parlare di queste immoralità con compiacenza, lasciandole nella loro oscurità sospetta, sarebbe una cosa cattiva; ma farlo per correggerle, mettendole all’o scoperto, un’opera buona per allontanare le tenebre,
“Per questo è detto:«Svégliati, tu che dormi,risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».
E' la luce di Cristo che ti sveglia dalle tenebre della morte!.
Per riassumere, Paolo ci offre un’indicazione sulle tenebre, le cui opere, come egli le chiama, inaridiscono uomini e cose. Ci invita pertanto a portare “frutti di luce”, di realtà luminose da se stesse, già su un piano umano: la bontà, la giustizia e la verità..
Il versetto finale del brano è come un grido, un invito alla gioia, una sorta di anticipo dell’evento pasquale:
«Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà!».
Luce e risurrezione costituiscono un meraviglioso binomio che apparirà in tutta la sua ampiezza nella veglia pasquale.

Dal vangelo secondo Giovanni
[ In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita ] e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, [ sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». ] Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». ] Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». [ Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. ] Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Gv 8,12b

L’ evangelista Giovanni narra la guarigione di un uomo nato cieco. Probabilmente il contesto è quello della festa delle Capanne, celebrazione importante per gli Ebrei. È la festa del raccolto autunnale che viene celebrata all’aperto, nei vigneti. Ricorda il soggiorno di Israele nel deserto durante l’esodo, e prevedeva il pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Il brano si divide in quattro parti: miracolo e prime reazioni ; primo interrogatorio del cieco guarito; secondo interrogatorio; la fede nel Figlio dell’uomo.
Il racconto inizia presentandoci Gesù, che passando probabilmente attraverso una delle porte che davano accesso al tempio, vede un mendicante cieco dalla nascita .
Alla vista del cieco, i discepoli gli domandano se la sua malattia sia dovuto a un peccato commesso da lui oppure, essendo questo male iniziato prima della sua nascita, dai suoi genitori. Dimostrano così di condividere la convinzione popolare secondo cui una disgrazia non può essere se non un castigo divino.
Alla domanda dei discepoli Gesù risponde negativamente e afferma che egli è diventato cieco “perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. E subito aggiunge, preannunziando il significato di ciò che sta per fare: “Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo»”.
Dopo aver chiarito il significato di ciò che sta per compiere, Gesù adotta una metodo insolito, egli sputa per terra, fa del fango con la saliva, gesto questo provocatorio che è proibito nel giorno di sabato, spalma il fango sugli occhi del cieco, e poi lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe, nella quale confluiva l’acqua del torrente Gichon, che si trova a sud-ovest della città vecchia di Gerusalemme.
Il cieco obbedisce alle parole di Gesù, “andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. I primi a rendersene conto sono coloro che erano abituati a vederlo mendicare presso la porta del tempio. Alcuni di loro pensano però che si tratti di una persona diversa, ma egli stesso tronca ogni discussione dicendo di essere proprio lui e spiegando come erano andate le cose.
Dopo che la sua identità è stata accertata, il cieco guarito viene condotto dai farisei, perché esprimano il loro giudizio, dato che il miracolo è stato compiuto nel giorno di sabato. Inizia così un interrogatorio, nel quale saranno coinvolti anche i genitori dell’uomo a cui chiedono se è veramente il loro figlio cieco dalla nascita e, in caso affermativo, come mai ora ci veda. Alla prima domanda essi rispondono che il cieco guarito è veramente loro figlio, mentre alla seconda rispondono di non sapere come ciò sia avvenuto e poi per concludere il discorso dicono: “Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé”.
L’evangelista osserva che la loro risposta è stata dettata dal timore, in quanto i farisei avevano deciso di espellere dalla sinagoga chiunque avesse riconosciuto Gesù come il Cristo (è probabile che venga inserita
durante la vita di Gesù una situazione che si è verificata soltanto verso gli anni 90 con la birkat ha-minim , con cui è stata disposta la scomunica ai seguaci di Gesù di Nazareth, che frequentavano il Tempio e le sinagoghe.)
I farisei, non avendo raggiunto lo scopo che si erano prefissi, si rivolgono nuovamente al cieco guarito e gli chiedono di impegnarsi con un giuramento a dire la verità.
Affermano poi di sapere per certo che Gesù è un peccatore: gli chiedono così in un certo senso di ritrattare quanto aveva precedentemente affermato. Ma egli ribadisce ancora la sua versione dei fatti. Non sapendo che cosa dire, i farisei gli chiedono di nuovo come siano andate le cose, sperando forse che egli si contraddica. A questo punto l’uomo si rifiuta e li provoca persino chiedendo ironicamente se anche loro vogliono diventare discepoli di Gesù. Allora i farisei lo insultano e gli dicono: “Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».. Mentre dunque i farisei si allontanano sempre più da Gesù, il cieco guarito si avvicina sempre più a Lui e alla fine afferma: “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”.
Intanto Gesù, sapendo che il cieco guarito è stato scacciato dalla sinagoga, gli va incontro e gli domanda «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli allora gli chiede «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». e Gesù risponde: “Lo hai visto: è colui che parla con te. Udite queste parole l’uomo si prostra davanti a lui dicendo:: “Credo, Signore!”. Dopo aver riconosciuto che Gesù è un profeta, un uomo che viene da Dio, egli giunge a riconoscere in Lui il Messia e Signore cioè Dio, ma prima ha dovuto essere scacciato dalla sinagoga, perdendo così tutte le sue sicurezze religiose e sociali.
Gesù allora, prendendo lo spunto dal titolo di Figlio dell’uomo, afferma: “È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. Alcuni dei farisei gli chiedono allora se fossero ciechi anche loro, e Gesù risponde che se fossero ciechi non avrebbero alcun peccato, ma siccome dicono di vedere, il loro peccato rimane.
Si comprende così che “coloro che vedono” sono in realtà quelli che pretendono di vedere, ma sono anche loro dei ciechi; essi però, rifiutando di essere illuminati dal Figlio dell’uomo, non possono essere guariti.
È dunque vero che Gesù è la luce del mondo, ma la Sua luce raggiunge effettivamente solo coloro che si aprono a riceverla, mentre provoca la cecità in coloro che non sono disposti a riconoscerla.
Possiamo osservare che l’itinerario del cieco è anche il nostro necessario viaggio spirituale condotto, come dice S.Paolo, nella “crescita continua della conoscenza di Dio“ . E’ un cammino che dobbiamo, come credenti, percorrere soprattutto in questo tempo di quaresima affinché “possiamo rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3,15).

 

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O Signore ,
che illumini ogni uomo che viene in questo mondo , fa’ risplendere su di noi la luce del tuo volto, perchè i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore umile e sincero

 

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“Il centro del Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima si trovano Gesù e un uomo cieco dalla nascita .
Cristo gli restituisce la vista e opera questo miracolo con una specie di rito simbolico: prima mescola la terra alla saliva e la spalma sugli occhi del cieco; poi gli ordina di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Quell’uomo va, si lava, e riacquista la vista. Era un cieco dalla nascita. Con questo miracolo Gesù si manifesta e si manifesta a noi come luce del mondo; e il cieco dalla nascita rappresenta ognuno di noi, che siamo stati creati per conoscere Dio, ma a causa del peccato siamo come ciechi, abbiamo bisogno di una luce nuova; tutti abbiamo bisogno di una luce nuova: quella della fede, che Gesù ci ha donato.
Infatti quel cieco del Vangelo riacquistando la vista si apre al mistero di Cristo. Gesù gli domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», risponde il cieco guarito. «Lo hai visto: è colui che parla con te». «Credo, Signore!» e si prostra dinanzi a Gesù.
Questo episodio ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe.
Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è «la luce del mondo», quando guardiamo altrove, quando preferiamo affidarci a piccole luci, quando brancoliamo nel buio. Il fatto che quel cieco non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, e quindi siamo chiamati a comportarci come figli della luce. E comportarsi come figli della luce esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio. Il sacramento del Battesimo, infatti, esige la scelta di vivere come figli della luce e camminare nella luce. Se adesso vi chiedessi: “Credete che Gesù è il Figlio di Dio? Credete che può cambiarvi il cuore? Credete che può far vedere la realtà come la vede Lui, non come la vediamo noi? Credete che Lui è luce, ci dà la vera luce?” Cosa rispondereste? Ognuno risponda nel suo cuore.
Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre. Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre.
La Vergine Santa, che per prima accolse Gesù, luce del mondo, ci ottenga la grazia di accogliere nuovamente in questa Quaresima la luce della fede, riscoprendo il dono inestimabile del Battesimo, che tutti noi abbiamo ricevuto. E questa nuova illuminazione ci trasformi negli atteggiamenti e nelle azioni, per essere anche noi, a partire dalla nostra povertà, dalle nostre pochezze, portatori di un raggio della luce di Cristo.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 26 marzo 2017

Pubblicato in Liturgia

Siamo giunti alla terza domenica di quaresima, e al centro della liturgia odierna troviamo l’acqua come punto di convergenza e di incontro di due interlocutori: l’uomo e Dio. Dal profondo del suo essere l’uomo muove verso un “di più”, un assoluto capace di acquietare e di estinguere la sua sete in modo definitivo. Ma solo in Dio, che ci ha fatto e pensati fin dall’eternità, possiamo trovare un’acqua che plachi ogni inquietudine e appaghi ogni desiderio.
La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, che è il libro dei doni di Dio, ci presenta il popolo di Israele, ormai libero e peregrinante nel deserto, si lamenta con Mosè per l’arsura. Dio interviene concedendo l’acqua e si dimostra roccia, cioè forza e difesa del Suo popolo. Questo dono dell’acqua porta noi oggi a pensare all’acqua sacramentale del Battesimo.
Nella seconda lettura, San Paolo nella sua lettera ai Romani, ribadisce che nel battesimo nasciamo a Dio nell’acqua e dallo Spirito Santo e otteniamo la salvezza grazie all’amore che Cristo ci ha dimostrato morendo per noi anche quando eravamo indegni e peccatori
Il Vangelo di Matteo ci presenta il racconto celeberrimo dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, con un passato alquanto burrascoso. Ad una simile donna Gesù parla di cose di concetto elevato: la vera fede, quella degli ebrei e dei samaritani, che Dio è spirito e verità; che lui che ha chiesto a lei da bere, (ma che poi le offre l’acqua viva cioè la verità e la salvezza) è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore del mondo.
Questa pagina del Vangelo è un appello rivolto alla Chiesa perchè spezzi i preconcetti e le paure e annunzi con rispetto, con amore e con gioia a tutti la “buona notizia” del Vangelo. Questa pagina è, però, anche un appello indirizzato a chi ha un passato un po’ “samaritano”, poco ortodosso, perchè sappia che c’è sempre Qualcuno che lo attende e lo accoglie, anche sotto il sole, nel rumore di una giornata qualsiasi.

Dal libro dell'Èsodo.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Es 17, 3-7

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai.
Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro dell'Esodo è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese. La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo
Questo brano presenta uno dei fatti più comuni che possono capitare nel deserto: la mancanza di acqua. Il popolo “paga il prezzo della sua libertà” e l'assenza totale d'acqua sembra un segno dell'assenza di Dio.
La reazione del popolo è graduale: la sete scatena la “protesta” e cresce in una “mormorazione” contro Mosè. Ma mormorare significa soprattutto rinnegare l'esodo, travisare il senso dei fatti e questo emerge nella domanda sarcastica che il popolo pone a Mosè:
“Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”.
Israele vede l'Esodo come cammino verso la morte, non verso la vita, perde di vista la terra promessa, vede il deserto, non come luogo di passaggio, ma come un tradimento di un Dio sadico.
Riemerge nel termine “Egitto” il cuore schiavo d'Israele, la nostalgia del passato, il rifiuto della libertà del presente e della vocazione futura: in altre parole significa ripiombare nella logica del popolo schiavo che si accontentava di nutrirsi di “cipolle”.
Mosè innalza a Dio il suo grido “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”.
Dio interviene e ordina a Mosè “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
E’ un’azione solenne, quasi un rito liturgico: Mosè deve passare davanti al popolo, per riaffermare il suo ruolo di guida autorevole, seguito processionalmente dagli anziani d'Israele, che fungono da testimoni credibili, e deve recare in mano il bastone dei prodigi d'Egitto che è la prova tangibile delle opere compiute da Dio nei momenti più critici e qui diventa il simbolo della fedeltà del Signore. Questo bastone emblema della potenza e della fedeltà, del Signore, percuotendo l'arida roccia, fa scaturire una sorgente zampillante che estingue la sete del popolo.
“E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore”. La spiegazione del nuovo nome dato alla località fornisce una chiave di lettura dell'evento: Massa (prova) e Merìba (denuncia) ricordano che in questo luogo Israele ha messo alla prova il Signore e ha denunciato Mosè.
Nel deserto dunque non solo Dio ha messo alla prova l'uomo, ma anche l'uomo ha messo alla prova Dio! Tutte le mormorazioni d'Israele, mostrano un popolo che richiede di continuo l'intervento di Dio per trovare una risposta alla domanda che fa da sfondo anche al pellegrinaggio di fede e alla domanda di ogni uomo: ”Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.
Questa domanda affiora sempre inquietante quando siamo braccati dalle prove della vita. È allora che dobbiamo imparare a percuotere col bastone del nuovo Esodo, la Croce di Cristo!
S. Paolo riconosce in questo evento la prefigurazione del dono dell'Eucaristia. Egli vede, infatti, nella nube e nel passaggio del mar Rosso gli eventi anticipatori del Battesimo (1Cor 10,1-2); nella manna e nell'acqua scaturita dalla roccia vede preannunciata l'Eucaristia: “Tutti (gli israeliti) mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevvero, infatti, da una roccia spirituale che li accompagnava e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,3-4).
L'interpretazione che ne fa S.Paolo ci spinge a riconoscere nel Battesimo l'inizio del nostro personale cammino di liberazione e nell'Eucaristia la fonte di energia perché questo cammino progredisca. Se, infatti, Israele nel suo esodo poté godere di quei doni divini, la Chiesa, comunità della nuova Alleanza ha nel sacramento dell'Eucaristia la garanzia della presenza di Colui che si è reso cibo e bevanda di vita per il suo popolo.

Salmo 94 Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Il salmo è un invito alla preghiera durante una visita al tempio, probabilmente durante la festa delle capanne, che celebrava il cammino nel deserto (Cf. Dt 31,11), visto che il salmo ricorda l'episodio di Massa e Meriba.
Dio è presentato come “roccia della nostra salvezza”, indicando la roccia la sicurezza data da Dio di fronte ai nemici.
Egli è “grande re sopra tutti gli dei”; sono gli dei concepiti dai pagani, dietro i quali striscia l'azione dei demoni
Egli è colui che ha in suo potere ogni cosa: “Nella sua mano sono gli abissi della terra, sono sue le vette dei monti...”.
Il gruppo orante è invitato ad accostarsi a Dio, cioè ad entrare nell'atrio del tempio. Successivamente il gruppo è invitato a prostrarsi davanti al Signore. Segue l'invito ad ascoltare la voce del Signore. Nel silenzio dell'adorazione davanti al tempio Dio muove il cuore (“la sua voce”) indirizzandolo al bene, all'obbedienza dei comandamenti, al cambiamento della vita.
“Non indurite il cuore”; il cuore indurito non ascolta la voce del Signore e segue i suoi pensieri, ma si troverà a vagare nei deserti di un'esistenza senza Dio, senza alcun riposo.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani.
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Rm 5, 1-2. 5-8

In questo brano, tratto dalla Lettera ai Romani, Paolo spiega alcuni elementi della fede cristiana che ritiene possano essere utili alla comunità di Roma.
Nei primi 4 capitoli della lettera Paolo aveva parlato della giustificazione dei peccatori. a partire da questo capitolo 5, fino al’11, Paolo afferma che la giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo effetto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta:
“Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”.
Il participio aoristo passivo “giustificati” indica chiaramente un evento avvenuto nel passato, ma che mediante la fede, rappresenta ormai un dato di fatto che cambia radicalmente la vita per coloro che credono. Paolo prosegue affermando che ormai “siamo in pace” nei confronti di Dio.
C’è da tenere presente che nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. La pace perciò che i credenti hanno ottenuto, porta con sé altri doni
“Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio”.
La pace è dunque uno stato di grazia a cui si può accedere mediante la fede e la grazia, a cui hanno accesso i credenti, è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo.
La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella “gloria di Dio”, di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati, ma dà la “speranza” di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza Paolo afferma che possiamo “vantarci” perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possiamo vantarci delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti.
Il “già” e il “non ancora” caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.
Nei versetti (3-4) non riportati dal brano Paolo precisa:
“E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”.
Paolo sa bene che anche a Roma i cristiani vivevano forti persecuzioni, per questo ci tiene a precisare che non si tratta di una situazione idilliaca priva di contrasti.
Però il credente se si vanta della speranza che lo attende, può vantarsi anche nelle tribolazioni.
Le difficoltà che il credente sopporta rafforzano in lui la pazienza, cioè la capacità di sopportare la fatica e di attraversarla con forza, e la pazienza porta alla virtù provata. Questo termine (virtù provata), può essere inteso anche come fedeltà provata.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente:
“La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.
La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’amore che lo Spirito santo riversa nei nostri cuori. L’amore di Dio che lo Spirito Santo effonde nei cuori, è l’amore stesso con cui Dio ama, che conseguentemente avrà come termine Dio stesso e il prossimo.
Poi Paolo ricorda l’opera compiuta da Cristo per i credenti:
“Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi”.
Cristo dunque è morto per noi quando eravamo nello stato di debolezza e morì nel tempo stabilito.
L’Apostolo commenta quanto ha appena affermato mettendo in luce il carattere straordinario della morte di Cristo:
“Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona: ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
A volte può capitare che un uomo sia disposto a morire per una persona giusta: sono capitati i casi in cui la dedizione verso una persona amata (figlio, coniuge o amico) spinge fino al sacrificio della vita. Ma Cristo ha fatto una cosa che, umanamente parlando, è inconcepibile: Egli è morto per noi, per ciascuno di noi, proprio mentre eravamo ancora peccatori e nemici di Dio. E in questo gesto supremo si è manifestato l’amore di Dio per tutti noi.

Dal vangelo secondo Giovanni
[ In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». ] Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, [ vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». ]
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
[ Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». ]
Gv 4, 5-42

Questo brano del Vangelo di Giovanni inizia presentando Gesù che lascia la Giudea per dirigersi verso la Galilea. Dovendo attraversare la Samaria, Gesù si ferma vicino al villaggio di Sicar (l’antica Sichem), che si trova tra i monti Ebal e Garizim. L’evangelista osserva che il villaggio è vicino al terreno che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe e in quella località egli situa il pozzo di Giacobbe. Giovanni dice poi che Gesù affaticato per il viaggio, si siede presso il pozzo e precisa che è “l’ora sesta”, cioè circa mezzogiorno. Mentre Gesù si trova lì, una donna samaritana si avvicina al pozzo per attingere acqua.
E’ Gesù che rompe il ghiaccio chiedendo alla donna di dargli da bere. È solo, e l’evangelista dice che i discepoli si erano recati in paese per far provvista di cibo. La samaritana rimane perplessa e gli chiede come mai lui, che è un giudeo, chieda da bere a una donna samaritana. Giovanni chiarisce il perché di questa reazione spiegando che non esistevano buoni rapporti tra giudei e samaritani.
Gesù riprende il discorso dicendo alla donna: ”Se tu conocessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.
La donna gli chiede come può fare ciò, dal momento che è privo degli strumenti necessari per attingere acqua a un pozzo così profondo. Evidentemente il racconto gioca sull’ambiguità delle parole di Gesù e sul malinteso che esse creano. Ma proprio la mancanza di strumenti per attingere l’acqua porta la donna per la prima volta a porre il problema dell’identità di Gesù: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame.” Gesù allora fa una dichiarazione che dovrebbe chiarire ciò che intendeva dire:
”Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”..
La samaritana, pensando ancora che egli parli di un’acqua materiale, gli chiede di poterla avere per evitare l’incomodo di dover ogni giorno attingere l’acqua del pozzo.
La donna si dimostra quindi disponibile alla proposta di Gesù, ma non ha compreso di che cosa veramente si tratti. Per attuare quanto le ha promesso, Gesù deve dunque darle più chiarimenti. Egli perciò cambia argomento e le domanda di andare a chiamare suo marito. Siccome la donna dice di non aver marito, Gesù approva e le fa notare che ha avuto cinque mariti e l’attuale non è suo marito.
Gesù mette così in luce la sua situazione irregolare ed anche poco edificante, in quanto ha superato il numero dei tre matrimoni che erano consentiti, secondo le usanze giudaiche, a una donna e per di più vive con un uomo che non è suo marito..
La donna, sentendosi messa a nudo, riconosce in Gesù un profeta e fa così un primo passo per cogliere la sua vera identità. D’altra parte però, forse imbarazzata per la piega che sta prendendo il colloquio, ne approfitta per chiedergli un parere circa la diversa posizione di giudei e samaritani nei confronti del culto:
“I nostri padri hanno adorato sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”.
Di fronte al dilemma se si debba adorare Dio sul Garizim o a Gerusalemme Gesù risponde:
”Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre”, poi soggiunge: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei”.
L’origine giudaica di Gesù garantisce che nel giudaismo vi sia una conoscenza autentica di Dio, anche se non tutti i giudei possono attribuirsi una tale qualità . I samaritani adorano lo stesso Dio, ma senza conoscerlo, cioè sono in una situazione di oscurità e di errore: forse Gesù allude qui al carattere riduttivo della fede dei samaritani che accettavano come ispirato solo il Pentateuco, ma “dai giudei” viene ormai anche per loro la salvezza.
Gesù chiarisce ora il suo pensiero:” Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”.
Il termine “verità” indica quell’attributo per cui Dio è costante nella Sua fedeltà all’alleanza e attua continuamente le Sue promesse di salvezza. L’adorazione in Spirito e verità indica quindi il pieno incontro con Dio dei tempi escatologici, a cui tende tutta l’esperienza religiosa di Israele.
Gesù conclude la Sua risposta sul vero culto dicendo:
“Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”.
La donna ribatte che solo il Messia potrà mettere fine a tale questione, egli risponde:
”Sono io, che ti parlo”. Da questa risposta risulta esplicitamente che il culto “in Spirito e verità” non può essere altro che la piena adesione a Cristo in quanto Messia, nuovo tempio di Dio.
Con la rivelazione piena dell’identità di Gesù termina il colloquio con la samaritana.
I discepoli che sopraggiungono si stupiscono di vedere Gesù discorrere con una donna, ma nessuno di loro osa interrogarlo. Intanto la donna corre ad informare i suoi compaesani. Ciò che ella riferisce loro è prima di tutto il fatto di aver incontrato un uomo che conosceva tutto ciò che lei aveva fatto; da qui la domanda: “Che sia lui il Cristo?”
Alla fine l’evangelista osserva che molti samaritani credettero in lui per la parola della donna che raccontava loro la sua esperienza. Essi vanno da Gesù e lo pregano di rimanere con loro. Egli acconsente e si ferma con loro due giorni. Molti credono per la Sua “parola” e dicono alla donna che ora non credono per quanto ha detto lei ma perché hanno udito e sanno che è Egli veramente il Salvatore del mondo. In contrasto con la fede incerta e fragile dei giudei, che credono perché hanno visto i segni, i samaritani credono sulla parola di Gesù.
Colpisce molto in questo racconto il fatto che Gesù rompendo tutte le remore puritane e i pregiudizi, accetta il dialogo con questa donna considerata dal giudaismo ufficiale impura, ed eretica., e attraverso il dialogo la conduce a gustare l’acqua che disseta per sempre e a celebrare il culto in spirito e verità .
Questa pagina diventa oggi un chiaro appella rivolto alla Chiesa perché spezzi i preconcetti e le paure e annunzi con rispetto, con amore e con gioia a tutti la “buona notizia” del Vangelo.
Questa pagina è, però, anche, un appello indirizzato a chi ha un passato “samaritano” (diciamo poco ortodosso) perché sappia che c’è sempre Qualcuno che lo attende e lo accoglie, anche sotto il sole, nel rumore di una giornata qualsiasi.

 

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“Il Vangelo di questa domenica, terza di Quaresima, ci presenta il dialogo di Gesù con la Samaritana.
L’incontro avvenne mentre Gesù attraversava la Samaria, regione tra la Giudea e la Galilea, abitata da gente che i Giudei disprezzavano, ritenendola scismatica ed eretica. Ma proprio questa popolazione sarà una delle prime ad aderire alla predicazione cristiana degli Apostoli. Mentre i discepoli vanno nel villaggio a procurarsi da mangiare, Gesù rimane presso un pozzo e chiede da bere a una donna, venuta lì ad attingere l’acqua. E da questa richiesta comincia un dialogo. “Come mai un giudeo si degna di chiedere qualcosa a una samaritana?”. Gesù risponde: se tu sapessi chi sono io, e il dono che ho per te, saresti tu a chiedere e io ti darei “acqua viva”, un’acqua che sazia ogni sete e diventa sorgente inesauribile nel cuore di chi la beve.
Andare al pozzo ad attingere acqua è faticoso e noioso; sarebbe bello avere a disposizione una sorgente zampillante! Ma Gesù parla di un’acqua diversa. Quando la donna si accorge che l’uomo con cui sta parlando è un profeta, gli confida la propria vita e gli pone questioni religiose. La sua sete di affetto e di vita piena non è stata appagata dai cinque mariti che ha avuto, anzi, ha sperimentato delusioni e inganni. Perciò la donna rimane colpita dal grande rispetto che Gesù ha per lei e quando Lui le parla addirittura della vera fede, come relazione con Dio Padre “in spirito e verità”, allora intuisce che quell’uomo potrebbe essere il Messia, e Gesù – cosa rarissima – lo conferma: «Sono io, che parlo con te» . Lui dice di essere il Messia ad una donna che aveva una vita così disordinata.
Cari fratelli, l’acqua che dona la vita eterna è stata effusa nei nostri cuori nel giorno del nostro Battesimo; allora Dio ci ha trasformati e riempiti della sua grazia. Ma può darsi che questo grande dono lo abbiamo dimenticato, o ridotto a un mero dato anagrafico; e forse andiamo in cerca di “pozzi” le cui acque non ci dissetano. Quando dimentichiamo la vera acqua, andiamo in cerca di pozzi che non hanno acque pulite. Allora questo Vangelo è proprio per noi! Non solo per la samaritana, per noi. Gesù ci parla come alla Samaritana. Certo, noi già lo conosciamo, ma forse non lo abbiamo ancora incontrato personalmente. Sappiamo chi è Gesù, ma forse non l’abbiamo incontrato personalmente, parlando con Lui, e non lo abbiamo ancora riconosciuto come il nostro Salvatore. Questo tempo di Quaresima è l’occasione buona per avvicinarci a Lui, incontrarlo nella preghiera in un dialogo cuore a cuore, parlare con Lui, ascoltare Lui; è l’occasione buona per vedere il suo volto anche nel volto di un fratello o di una sorella sofferente. In questo modo possiamo rinnovare in noi la grazia del Battesimo, dissetarci alla fonte della Parola di Dio e del suo Santo Spirito; e così scoprire anche la gioia di diventare artefici di riconciliazione e strumenti di pace nella vita quotidiana.
La Vergine Maria ci aiuti ad attingere costantemente alla grazia, a quell’acqua che scaturisce dalla roccia che è Cristo Salvatore, affinché possiamo professare con convinzione la nostra fede e annunciare con gioia le meraviglie dell’amore di Dio, misericordioso e fonte di ogni bene.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 19 marzo 2017

Pubblicato in Liturgia

Arrivati alla seconda domenica di quaresima, dovremmo fare il proposito di essere più attenti all’invito di Dio lasciando da parte le nostre sicurezze, e come Abramo e gli apostoli dobbiamo imparare a spogliarci delle cose superflue per riscoprire il vero volto di Cristo.
La prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, ci presenta la vocazione di Abramo. Vediamo come Dio prende l’iniziativa per riavvicinarsi all’uomo e sceglie Abramo, a cui promette una numerosa discendenza, e gli annuncia che in lui saranno benedette tutte le nazioni della terra. Abramo si affida totalmente a Dio, lascia tutto e parte verso l’ignoto. Alla fede di Abramo è legata la storia della salvezza.
Nella seconda lettura, dalla sua lettera a Timoteo, Paolo ricorda al suo discepolo prediletto, come alla base della vocazione cristiana vi sia una chiamata alla fede, che non è frutto di opere umane, ma dono di grazia.
Nel Vangelo di Matteo troviamo il racconto della Trasfigurazione di Gesù, il cui significato si coglie pienamente solo alla luce della fede pasquale, a cui si riferisce l’esortazione finale di Gesù: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Dio stesso manifesta la vera identità di Gesù, la cui umanità viene momentaneamente trasfigurata e avvolta dalla luce radiosa della divinità, quale anticipazione della sua gloria pasquale.

Dal libro della Genesi
In quei giorni, il Signore disse ad Abram:
«Vàttene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».
Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
Gn 12,1-4ª

Nella seconda parte della Genesi (Gn 12-50) si narrano le vicende dei Patriarchi, i quali sono presentati non solo come i progenitori, ma anche come i modelli di Israele nel suo rapporto con Dio. Il primo di essi è Abram, al quale Dio cambierà il nome in Abramo (Gn 17,5). Nelle vicende di Abramo si intrecciano due temi di grandissima importanza, quello relativo alle promesse divine e quello della fede con cui l’uomo si apre a Dio e alla Sua iniziativa salvifica.
La storia di Abramo si apre con la sua chiamata da parte di Dio e il brano liturgico ne riporta solo i primi versetti. Dio si rivolge ad Abramo con queste parole: “Vàttene dalla tua terra,dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre,verso la terra che io ti indicherò.”
Dio chiede in pratica ad Abramo di abbandonare tutti i suoi legami naturali, (a quel tempo ciò significava trovarsi soli di fronte a un mondo ostile e pieno di pericoli) e di avviarsi verso un paese di cui Dio non gli indica né il nome né il luogo. Si può supporre che si tratti della terra di Canaan, ma Dio non lo dice, e neppure spiega quale sarà il suo rapporto con tale paese.
Ad Abramo non resta altro che andare verso l’ignoto, lasciandosi guidare ciecamente da quel Dio che gli si è rivelato.
Alle richieste divine corrispondono delle promesse: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò,renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò,e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.
Abramo dunque sarà il progenitore di un grande popolo. Umanamente parlando questa promessa può sembrare impossibile, perché, come è stato riportato nei versetti precedenti (Gn11,30), la moglie di Abramo, Sarai, era sterile. Inoltre Dio benedirà Abramo, cioè, secondo la mentalità biblica, lo riempirà di favori e di benessere sia in campo materiale che spirituale. Inoltre renderà grande il suo nome, cioè lo renderà celebre.
Questa promessa ci ricorda il racconto della torre di Babele, dove si dice che l’umanità, ancora indivisa, aveva voluto farsi un nome, e con esso una potenza, mediante la costruzione della torre (Gn 11,4), e proprio per questo era stata dispersa.
Abramo così diventerà anche strumento di quell’unità che gli uomini avevano invano cercato di ottenere. Inoltre Dio farà di Abramo una benedizione perché benedirà quelli che lo benediranno, e maledirà quelli che lo malediranno.
Ciò significa che Abramo troverà in Dio la sua incessante protezione, in quanto coloro che vorranno fargli del male saranno immediatamente puniti da Dio. Inoltre in lui tutte le famiglie della terra “si diranno benedette”.
Il nome di Abramo viene dunque usato per benedire e, di conseguenza, la benedizione di Abramo passerà a una moltitudine sterminata di gente, ed è chiaro che ciò avverrà mediante la sua discendenza. Questa promessa appare subito in contrasto con l’insicurezza a cui Abramo deve andare incontro lasciando la propria famiglia e con il fatto che egli umanamente non può avere un figlio dalla moglie Sarai, sterile ed avanzata negli anni..
Nella risposta silenziosa di Abramo emergono i segni essenziali di una autentica esperienza di fede: ascolto, abbandono delle proprie sicurezze, fiducia, disponibilità a mettersi in cammino. Il suo atteggiamento non ha nulla però di una sottomissione cieca. L’obbedienza a un comando preciso è una metafora per indicare la piena partecipazione di Abramo ad un progetto divino che supera la sua umana comprensione, che forse non capirà mai bene fino in fondo, ma che dà un senso alle sue scelte di vita.
Questo progetto consiste nella nascita di una nuova umanità la cui forza non sarà il potere ma l’amore. L’obbedienza incondizionata a questo progetto di Dio dovrà essere la caratteristica fondamentale del popolo che da lui nascerà.

Salmo 32 Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Il salmo comincia con un’esortazione alla gioia. Infatti la tentazione della tristezza è sottile, porta l’anima a stancarsi nel perseverare nel bene e, alla fine, a rivolgersi al male come fonte sicura di consolazioni. La tristezza non s’accompagna con la lode, ma con la lamentosità, e dunque bisogna mantenersi nella gioia per lodare il Signore, e del resto lodare il Signore mantiene nella gioia, quella vera, che non è euforia, ma realtà dell’amore.
Il salmista esorta ad allontanarsi dalla tristezza accompagnando la lode con la cetra, con l’arpa a dieci corde. La lode sia canto. Canto che nasce dall’amore, dal cuore, da un cuore puro. Non canto di bella voce, ma canto di bel cuore. “Cantate un canto nuovo”, esorta il salmista; il che vuol dire che il canto sia nuovo nell’amore. Si potranno usare le stesse parole, ma il canto sarà sempre nuovo se avrà la novità dell’amore. Non c’è atto d’amore che non possa dirsi nuovo se fatto con tutto il cuore. “Con arte”, bisogna suonare, nell’esultanza e non nell’esaltazione.
Il salmista dice il perché della lode a Dio; perché “retta è la parola del Signore”, cioè non mente, costruisce, guida, dà luce, dà pace e gioia. E ogni opera sua è segnata dalla fedeltà all’alleanza che egli ha stabilito col suo popolo.
Egli ama il diritto e la giustizia, cioè la pace tra gli uomini, la comunione della carità, il rispetto dei diritti dell’uomo.
Egli ha creato le cose come dono all’uomo, per cui ogni cosa ha una ragione d’amore: “dell'amore del Signore è piena la terra”. La creazione procede dal suo volere, dalla sua Parola. Tutte le cose sono state create con un semplice palpito del suo volere. Le stelle, che nella volta celeste si muovono (moto relativo al nostro punto di vista) come schiere. Le acque del mare sono ferme come dentro un otre: esse non possono dilagare sulla terra. Nelle cavità profonde della terra ha confinato parimenti le acque abissali, che sfociano in superficie nelle sorgenti. Esse sono chiuse (“chiude in riserve gli abissi ”), e non diromperanno sulla terra unendosi a quelle dei mari e del cielo per sommergere la terra (Cf. Gn 1,6-10; 7,11).
Il salmista proclama il suo amore a Dio a tutta la terra, invitando tutti gli uomini a temere Dio, cioè a temere di offenderlo perché egli è infinitamente amabile. Gli abitanti del mondo tremino davanti a lui, perché misericordioso, ma è anche giusto giudice e non lascia impunito chi si ribella a lui. Egli è l’Onnipotente perché: “parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto”.
I popoli, le nazioni, che vogliono costruirsi senza di lui non avranno che sconfitta. I loro progetti sono vani, non avranno successo. Al contrario il disegno salvifico ed elevante del Signore rimane per sempre. Nessuno lo può arrestare. Esso procede dal suo cuore, cioè dal suo amore - “i progetti del suo cuore” - e rimane per sempre, per tutte le generazioni.
Il salmista poi celebra Israele; il nuovo Israele, quello che ha come capo Cristo, e del quale Israele un giorno farà parte (Rm 11,15).
Nessuno sfugge allo sguardo del Signore: “guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini”. E lui sa ben vedere il cuore dell’uomo poiché lui l’ha creato, e sa “comprendere tutte le sue opere”, perché sa vedere il merito o il demerito sulla base dell’adesione all’orientamento al bene del cuore, e alla grazia che egli dona.
La sua grazia è la forza dell’uomo nelle situazioni di difficoltà. L’uomo non deve credere di salvarsi dalle catastrofi sociali perché possiede cavalli, ma deve rivolgersi a Dio, che può “liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Il salmista, unito ai giusti, esprime una dolce professione di fede in Dio, una dolce speranza in lui: “L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo”; conclude poi con un’ardente invocazione: “Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.
Commento di P.Marco Berti

Dalla II lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
2Tm 1,8b-10

La seconda lettera a Timoteo si distingue dalla prima soprattutto perché testimonia una tenera relazione di paternità spirituale di Paolo con il discepolo Timoteo.
L’Apostolo la scrive quando è di nuovo prigioniero a Roma nel 67: le condizioni della prigionia sono dure, ben differenti da quelle della prima volta, quando predicava liberamente, in domicilio coatto (At 28,16)
In questo particolare brano Paolo, dopo aver esortato Timoteo a non vergognarsi di rendere testimonianza al Signore e neppure del suo rapporto con Paolo che è prigioniero per Lui, continua con queste parole:
“Figlio mio, con la la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”.
Il coinvolgimento di Timoteo, nell’opera che Paolo sta svolgendo in favore del vangelo, comporta anche per lui sofferenze, provocate da persecuzioni e umiliazioni. Però anche il discepolo, come il suo maestro, non dovrà scoraggiarsi perché sarà aiutato da una forza che viene da Dio stesso.
Anzitutto si mette in luce l’iniziativa gratuita e efficace di Dio per la salvezza:
“Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità”.
La salvezza consiste dunque in una “vocazione santa”, e si sottolinea che ciò è dovuto non a opere buone compiute da noi, ma ad una precisa volontà di Dio, che si è attuata mediante la grazia che Egli ci ha concesso in Cristo e questo dono è tale dall’eternità. Si tratta dunque dell’attuazione nel tempo di un progetto che risale al momento stesso della creazione.
Paolo passa quindi a delineare la manifestazione o realizzazione del progetto salvifico di Dio: essa “è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”.
Questo brano mette fortemente in luce l’origine divina della salvezza, che non si guadagna solo con opere buone, ma è un dono totalmente gratuito. In questa prospettiva si evidenzia l’importanza della fede. Credere significa discernere la grazia di Dio dovunque si manifesti, valorizzarla e farla diventare sorgente di altre grazie nei rapporti con gli altri. Una fede matura porta a vedere il dono di Dio in tutte le cose che ci circondano

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Mt 17, 1-9

Questo brano del Vangelo di Matteo, che viene dopo la confessione di Pietro, il primo annunzio della Passione, e le condizioni per seguire Gesù, inizia con questa precisazione:
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.”
Anche se non è specificato, si è sempre pensato che il monte fosso il Tabor, comunque, trattandosi di una scena simbolica, ciò che conta non è il luogo ma il significato della parola “monte”, che esprime la vicinanza a Dio: (su un monte hanno avuto luogo secondo Matteo la tentazione di Gesù (4,8), il discorso inaugurale (5,1) e le apparizioni del Risorto (28,16).
Matteo poi ci riporta che: “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.” Per spiegare la nuova forma assunta da Gesù, Matteo aggiunge il dettaglio del volto splendente come il sole, mentre per quanto riguarda le sue vesti afferma che esse divennero bianche, ma come secondo termine di paragone prende la luce e non l’opera del lavandaio, come fa Marco.
Alla trasfigurazione di Gesù fa seguito l’apparizione di due personaggi biblici, Mosè ed Elia La presenza dei due personaggi esprime la totalità della rivelazione veterotestamentaria (Legge e Profeti). Il racconto prosegue con la reazione dei discepoli: “Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Pietro interviene anche a nome anche degli altri due discepoli presenti, e chiama Gesù “Signore” (Kyrios) e non “rabbi”, come riferisce Marco, mettendo così più in luce la trascendenza. Infine Matteo evita di mettere in cattiva luce Pietro omettendo l’osservazione riportata da Marco circa lo stato confusionale in cui si trovava per la paura.
Si può osservare però che la tenda richiama il luogo in cui Mosè riceveva gli oracoli del Signore (Es 33,7-11) e su questo sfondo l’intenzione di fare tre tende potrebbe significare il desiderio di mettere Gesù sullo stesso piano dei due personaggi biblici, rinchiudendo così la sua persona e il suo messaggio nell’ottica dell’AT.
Questo brano del Vangelo di Matteo, che viene dopo la confessione di Pietro, il primo annunzio della Passione, e le condizioni per seguire Gesù, inizia con questa precisazione:
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.”
Anche se non è specificato, si è sempre pensato che il monte fosso il Tabor, comunque, trattandosi di una scena simbolica, ciò che conta non è il luogo ma il significato della parola “monte”, che esprime la vicinanza a Dio: (su un monte hanno avuto luogo secondo Matteo la tentazione di Gesù (4,8), il discorso inaugurale (5,1) e le apparizioni del Risorto (28,16).
Matteo poi ci riporta che: “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.” Per spiegare la nuova forma assunta da Gesù, Matteo aggiunge il dettaglio del volto splendente come il sole, mentre per quanto riguarda le sue vesti afferma che esse divennero bianche, ma come secondo termine di paragone prende la luce e non l’opera del lavandaio, come fa Marco.
Alla trasfigurazione di Gesù fa seguito l’apparizione di due personaggi biblici, Mosè ed Elia La presenza dei due personaggi esprime la totalità della rivelazione veterotestamentaria (Legge e Profeti). Il racconto prosegue con la reazione dei discepoli: “Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Pietro interviene anche a nome anche degli altri due discepoli presenti, e chiama Gesù “Signore” (Kyrios) e non “rabbi”, come riferisce Marco, mettendo così più in luce la trascendenza. Infine Matteo evita di mettere in cattiva luce Pietro omettendo l’osservazione riportata da Marco circa lo stato confusionale in cui si trovava per la paura.
Si può osservare però che la tenda richiama il luogo in cui Mosè riceveva gli oracoli del Signore (Es 33,7-11) e su questo sfondo l’intenzione di fare tre tende potrebbe significare il desiderio di mettere Gesù sullo stesso piano dei due personaggi biblici, rinchiudendo così la sua persona e il suo messaggio nell’ottica dell’AT.


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“Il Vangelo ci presenta l’evento della Trasfigurazione di Gesù . Presi in disparte tre degli apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, Egli salì con loro su un monte alto, e là avvenne questo singolare fenomeno: il volto di Gesù «brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» In tal modo il Signore fece risplendere nella sua stessa persona quella gloria divina che si poteva cogliere con la fede nella sua predicazione e nei suoi gesti miracolosi. E alla trasfigurazione si accompagna, sul monte, l’apparizione di Mosè e di Elia, «che conversavano con lui» .
La “luminosità” che caratterizza questo evento straordinario ne simboleggia lo scopo: illuminare le menti e i cuori dei discepoli affinché possano comprendere chiaramente chi sia il loro Maestro. È uno sprazzo di luce che si apre improvviso sul mistero di Gesù e illumina tutta la sua persona e tutta la sua vicenda.
Ormai decisamente avviato verso Gerusalemme, dove dovrà subire la condanna a morte per crocifissione, Gesù vuole preparare i suoi a questo scandalo – lo scandalo della croce -, a questo scandalo troppo forte per la loro fede e, al tempo stesso, preannunciare la sua risurrezione, manifestandosi come il Messia, il Figlio di Dio. E Gesù li prepara per quel momento triste e di tanto dolore. In effetti, Gesù si stava dimostrando un Messia diverso rispetto alle attese, a quello che loro immaginavano sul Messia, come fosse il Messia: non un re potente e glorioso, ma un servo umile e disarmato; non un signore di grande ricchezza, segno di benedizione, ma un uomo povero che non ha dove posare il capo; non un patriarca con numerosa discendenza, ma un celibe senza casa e senza nido. È davvero una rivelazione di Dio capovolta, e il segno più sconcertante di questo scandaloso capovolgimento è la croce. Ma proprio attraverso la croce Gesù giungerà alla gloriosa risurrezione, che sarà definitiva, non come questa trasfigurazione che è durata un momento, un istante.
Gesù trasfigurato sul monte Tabor ha voluto mostrare ai suoi discepoli la sua gloria non per evitare a loro di passare attraverso la croce, ma per indicare dove porta la croce. Chi muore con Cristo, con Cristo risorgerà. E la croce è la porta della risurrezione. Chi lotta insieme a Lui, con Lui trionferà. Questo è il messaggio di speranza che la croce di Gesù contiene, esortando alla fortezza nella nostra esistenza. La Croce cristiana non è una suppellettile della casa o un ornamento da indossare, ma la croce cristiana è un richiamo all’amore con cui Gesù si è sacrificato per salvare l’umanità dal male e dal peccato. …
La Vergine Santa ha saputo contemplare la gloria di Gesù nascosta nella sua umanità. Ci aiuti lei a stare con Lui nella preghiera silenziosa, a lasciarci illuminare dalla sua presenza, per portare nel cuore, attraverso le notti più buie, un riflesso della sua gloria.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 12 marzo 2017

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