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S.Messe (settimana)
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KRZYZ

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Siamo entrati in quaresima, “tempo forte” dell’anno liturgico. La quaresima ci è donata per aiutarci a smascherare e rifiutare i nostri idoli, cioè le nostre false speranze e scoprire sempre di più l'unico vero Dio, cioè l'unico che è in grado di darci una speranza per il futuro e un sostegno nel presente.
Nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, leggiamo che Adamo ed Eva, cedendo alla tentazione del serpente, si allontanano da Dio, facendo entrare il peccato nel mondo.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, Paolo afferma che da Adamo vennero la disobbedienza, la condanna e la morte, da Cristo, nuovo Adamo e origine di una nuova umanità, è scaturita una sovrabbondanza di ricchezza e di grazia, che ci ha riconciliati con Dio.
Nel Vangelo di Matteo troviamo il racconto delle tentazioni che Gesù ebbe dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto. In quella situazione di debolezza il demonio osò provarlo con tentazioni che ogni creatura umana di ogni tempo può subire. Gesù non si lascò sedurre dalle lusinghe del diavolo e rispose affidandosi interamente al Padre. La vittoria di Gesù diventa così speranza per ogni uomo che vuole combattere e vincere le tentazioni.

Dal libro della Genesi
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Gn 2,7-9; 3,1-7

Il Libro della Genesi (in ebraico בראשית bereshìt, "in principio"), è il primo libro del Pentateuco (cinque libri; in origine tutti in un unico rotolo: la Torà) e tratta delle origini dell’universo, del genere umano, del peccato originale, della storia dei patriarchi prediluviani, della chiamata di Abramo fino alla morte di Giacobbe. È stato scritto in ebraico e, secondo gli esperti, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. Nei primi 11, dei suoi 50 capitoli, descrive la cosiddetta "preistoria biblica" (creazione, peccato originale, diluvio universale), e nei rimanenti la storia dei patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe-Israele e di Giuseppe, le cui vite si collocano nel vicino oriente del II millennio a.C. (attorno al 1800-1700 a.C).
Questo brano tratto dal 2^ capitolo appartiene alla fonte jahvista. Non è, come si dice spesso, un “secondo racconto della creazione” seguito da un “racconto della caduta”, sono, invece, due racconti combinati insieme e che utilizzano tradizioni diverse; ossia un racconto della creazione dell’uomo distinta dalla creazione del mondo e che non è completa se non con la creazione della donna e l’apparizione della prima coppia umana. Ossia è un racconto sul paradiso perduto, la caduta e il castigo. Dio plasma l’uomo servendosi della terra (’adamah), dalla quale appunto viene fatto derivare il suo nome (’adam, uomo) In forza del soffio vitale ricevuto da Dio, l’uomo diventa un «essere vivente»
Dopo aver compiuto la sua prima opera, “Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato..(oriente naturalmente rispetto agli israeliti, che vivono in Palestina). Le caratteristiche del giardino e la collocazione in esso dell’uomo sono descritte in modo dettagliato nei versetti 9-15, omessi dalla liturgia. Gli alberi del giardino hanno frutti che sono “graditi alla vista e buoni da mangiare”. In mezzo al giardino vi è “l’albero della vita” e “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Nel racconto che prosegue nei versetti omessi dalla liturgia, dopo aver creato il giardino, Dio “prende” l’uomo creato nella terra arida, e lo “colloca” nel giardino con lo scopo di “coltivarlo e custodirlo”. L’uomo dunque, anche prima del peccato, deve svolgere, nel luogo assegnatogli da Dio, un ruolo attivo ed è logico considerare il giardino come il luogo in cui l’uomo esercita la propria fedeltà a Dio.
Il primo uomo riceve da Dio un comando: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.«(vv. 16-17). Chi scrive intende qui semplicemente affermare che l’uomo, come risposta al dono ricevuto da Dio, era chiamato a rendere visibile e concreta la comunione con Lui mediante un’obbedienza incondizionata.
I versetti riportati dal brano liturgico presentano due soli personaggi: la donna e il serpente, fra i quali si apre un dialogo pieno di tensione. Il serpente entra in azione ed è descritto come una delle bestie selvatiche che Dio aveva creato: non è dunque un essere soprannaturale decaduto ma piuttosto l’immagine di una inclinazione cattiva che si trova nell’uomo.
Solo in un secondo tempo il serpente sarà identificato con il “diavolo” (Sap 2,24). Il ruolo di tentatore è assegnato proprio al serpente a motivo della sua fama di animale scaltrissimo, e soprattutto al fatto che nel mondo orientale esso fosse, come il toro, una raffigurazione del dio della fecondità; in Israele il culto del serpente era stato introdotto persino nel tempio di Gerusalemme (2Re 18,4)
Il racconto della tentazione rivela una fine psicologia: anzitutto il serpente insinua che Dio abbia proibito di mangiare tutti i frutti del giardino e la donna apre il dialogo con lui per respingere con fermezza l’insinuazione del serpente affermando che Dio ha proibito di mangiare il frutto di un solo albero, dopo aver messo a disposizione quelli di tutti gli altri.
Visto che il suo tentativo di negare il dono di Dio è stato respinto, il serpente, fa la seconda mossa e insinuando il dubbio afferma: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” Se mangiando il frutto dell’albero non si incorre in conseguenze negative, ciò significa che Dio, togliendo questa possibilità, dimostra di essere un tiranno geloso, che mente per difendere le proprie prerogative. Alla seconda insinuazione del serpente la donna non risponde, in lei si era insinuato il dubbio: se Dio aveva mentito, dall’essere Dio positivo era diventato un incubo da cui fuggire. Il testo riporta: “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” Per chi scrive la responsabilità dell’uomo non è per nulla inferiore a quella della donna e come conseguenza del loro peccato, i progenitori si rendono conto di essere nudi e questo è il segno di un turbamento interiore che d’ora in poi condizionerà i loro rapporti.
In questo brano si parla solo apparentemente di eventi capitati all’inizio della storia. In realtà chi scrive usa uno stile simile a quello dei miti, ha voluto dire qualcosa che riguarda l’uomo di tutti i tempi e di tutte le culture, e cioè ha voluto spiegare la sua situazione di sofferenza e di morte. A tale scopo egli ha immaginato che all’inizio della storia l’uomo si trovasse in una situazione ideale, dalla quale è decaduto a causa di un suo peccato. Così facendo egli vuol far vedere che la presenza del male, in tutti i suoi aspetti, non deriva da Dio, ma dall’uomo stesso, il quale si è precluso quella felicità che Dio gli aveva concesso sin dall’inizio.
Questo modo di presentare il racconto, tendente in un certo senso a scagionare Dio, ha uno scopo ben preciso: mostrare come Dio, non essendo responsabile del male presente in questo mondo, continua a offrire all’uomo la possibilità di superare i suoi limiti e di raggiungere una condizione di vita adeguata alla sua dignità. Emerge così che Dio sin dal principio ha creato l’uomo per vivere in un dialogo di amore con lui; ma l’ha voluto anche realizzatore del suo destino.

Salmo 50 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10). Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così ha percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Rm 5,12-19

San Paolo scrisse la lettera ai Romani da Corinto probabilmente tra gli anni 58-59. La comunità dei cristiani di Roma era già ben formata e coordinata, ma lui ancora non la conosceva. Forse il primo annuncio fu portato a Roma da quei “Giudei di Roma”, presenti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste e che accolsero il messaggio di Pietro e il Battesimo da lui amministrato, diventando cristiani. Nacque subito la necessità di avere a Roma dei presbiteri e questi non poterono che essere istituiti a Gerusalemme.
La Lettera ai Romani è uno dei testi più alti e più impegnativi degli scritti di Paolo parchè affronta grandi temi teologici: l'universalità e la gratuità del dono della salvezza che si ottiene per mezzo della fede in Cristo; la fedeltà di Dio; i rapporti tra giudaismo e cristianesimo; la libertà di aderire alla legge dello Spirito che dà vita. Nei primi 4 capitoli Paolo ha affrontato la giustificazione che si ottiene mediante la fede e non più attraverso l'osservanza della legge e attraverso la fede e la giustificazione si ottiene la vita. .
In questo brano, in particolare Paolo tratta la dottrina del peccato originale e afferma che il peccato stesso è entrato nell’umanità per mezzo di questa colpa iniziale.
“Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato”.
Dopo aver descritto la consolante situazione di coloro che sono stati giustificati grazie alla fede (5,1-11), Paolo illustra il dramma dell'opposto destino morte-vita che attende l'umanità in Adamo e quella riscattata da Cristo. Il paragone è fondato su Adamo e Cristo. E' stato Adamo con la sua disobbedienza a far entrare il peccato nel mondo e come conseguenza del peccato la morte. Tutti i discendenti di Adamo perciò sono partecipi del peccato e anche della morte.
“Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge”,
Paolo riconosce però una certa cronologia. Da Adamo a Mosè, cioè fin quando Dio non ha dato una legge al Suo popolo, il peccato c'era ma chi lo commetteva non aveva capo di imputazione. Era una situazione di caos, una mancanza di ordine, un peccato che si commetteva senza sapere, una morte inconsapevole.
“la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”
Quindi non c'era la legge ma c'era il peccato e gli uomini continuavano a peccare come aveva fatto Adamo, la cui unica caratteristica positiva è quella di essere stato figura (tipo) di Gesù Cristo, l'uomo perfetto, il capostipite di “Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.”.
Il parallelo Gesù-Adamo però non è giusto Si somigliano solo per il loro essere a capo di una numerosa discendenza. Il dono della grazia che viene da Gesù è molto più grande delle conseguenze della caduta.
“E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione”
Paolo ribadisce nuovamente la superiorità del dono che ci viene dato in Cristo. Questo dono ci giustifica, ci rende giusti davanti a Dio.
“Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo”.
Così tutti quelli che ricevono la grazia in virtù del sacrificio di Cristo e sono giustificati non solo riceveranno la vita, ma regneranno, cioè saranno resi partecipi della signoria di Cristo sul tutto il mondo.
“Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita”.
L'opera giusta di uno solo dona a tutti gli uomini la giustificazione che dà vita, ma questo uno solo non è un uomo qualsiasi, è Gesù Cristo.
“Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.”
Come la disobbedienza di Adamo ha reso tutti peccatori, così l'obbedienza di Gesù Cristo ha reso tutti giusti.
E’ stupendo il parallelo che l’apostolo fa tra l’opera nefasta del primo Adamo e la riparazione sovrabbondante dell’ultimo Adamo. Il primo Adamo volle essere signore del bene e del male ed ottenne come risultato la morte. Cristo, al contrario, riconobbe la propria dipendenza da Dio, fu sempre fedele e obbediente al Padre e divenne Signore della vita. Tutti coloro che lo seguono e ne imitano l’obbedienza saranno costituiti giusti. Fra questi due modi di essere uomini ognuno è invitato a fare la sua sceltauna nuova generazione.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
“Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti:
“Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Mt 4, 1-11

Matteo, dopo aver presentato i racconti dell’infanzia di Gesù, apre il suo vangelo con tre quadri che riguardano la predicazione di Giovanni il Battista, il battesimo di Gesù e la tentazione nel deserto che è presente in tutti e tre i vangeli sinottici.
Il brano si apre presentando Gesù che viene condotto nel deserto dallo Spirito, ed è lo stesso Spirito che era disceso su di lui in occasione del battesimo.
“Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».”
Si può subito notare che sebbene sia lo Spirito a condurre Gesù nel deserto, colui però che lo sottopone alla tentazione è il diavolo; viene inoltre precisato che nel deserto Gesù rimane quaranta giorni e quaranta notti. Quaranta è un termine di tempo biblico che richiama sia i quarant’anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto (v. Dt 8,2), sia i quaranta giorni e quaranta notti in cui Mosè è rimasto sul monte Sinai, prima di ricevere le tavole della Legge (Es 24,18). .
Il sintomo naturale della fame, che subentra al lungo digiuno, fornisce l’occasione della prima tentazione. Il tentatore si avvicina a Gesù e gli chiede di dimostrare la sua qualifica di Figlio di Dio trasformando le pietre in pane.
A questa tentazione Gesù risponde con una citazione biblica: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3).
La seconda tentazione ha come sfondo il tempio di Gerusalemme, quello che era il centro spirituale del giudaismo. Essa si svolge sul pinnacolo del tempio, dove si incrociavano le mura del portico di Salomone e di quello regio, con uno strapiombo nella vallata del Cedron. Da lì venivano precipitati i bestemmiatori.
Qui il diavolo fa la sua richiesta: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”, cita la Scrittura (salmo 91,11-12) dove si parla del soccorso che gli angeli garantiscono a chi confida in Dio. Gesù risponde: “Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». ed anche questa è citazione della Scrittura, che rievoca l’episodio dell’acqua scaturita dalla roccia (Dt 6,16).
La terza tentazione costituisce il culmine dell’assalto diabolico contro Gesù . Il tentatore lo porta su di un monte assai alto, dal quale si possano contemplare tutti i regni del mondo e qui il diavolo gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». con questa richiesta vuole non solo che Gesù si sottometta a lui, ma che riconosca il suo potere sul mondo.
Gesù allora smaschera il seduttore, e gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Chiamandolo con il suo vero nome, satana, Gesù gli ordina energicamente di andarsene via. Anche questa volta Gesù fa ricorso a una citazione biblica,” Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. rifacendosi al testo in cui Mosè esorta il popolo di Israele a non dimenticare il Signore, che l’aveva liberato dall’Egitto, e temere e a servire Lui solo (Dt 6,13).
Queste tre tentazioni abbracciano in sintesi tutti i tipi di tentazione che ogni creatura umana di ogni tempo e di ogni luogo può subire: la tentazione materialistica, la tentazione spiritualistica e la tentazione del dominio sugli altri.
Gesù ha replicato alle tre sfide di satana con un’unica arma, quella della Parola di Dio., non ha usato nessuna parola Sua ma solo quella della Sacra Scrittura.
Anche il cristiano, sia religioso che laico, che cammina nella “foresta” della vita, popolata dalle provocazioni sottili o evidenti del benessere, del successo e del potere, deve avere come guida la Parola di Dio.

 

*****

“In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci introduce nel cammino verso la Pasqua, mostrando Gesù che rimane per quaranta giorni nel deserto, sottoposto alle tentazioni del diavolo .
Questo episodio si colloca in un momento preciso della vita di Gesù: subito dopo il battesimo nel fiume Giordano e prima del ministero pubblico. Egli ha appena ricevuto la solenne investitura: lo Spirito di Dio è sceso su di Lui, il Padre dal cielo lo ha dichiarato «Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Gesù è ormai pronto per iniziare la sua missione; e poiché essa ha un nemico dichiarato, cioè Satana, Lui lo affronta subito, “corpo a corpo”.
Il diavolo fa leva proprio sul titolo di “Figlio di Dio” per allontanare Gesù dall’adempimento della sua missione: «Se tu sei Figlio di Dio…», gli ripete e gli propone di fare gesti miracolosi - di fare il “mago” - come trasformare le pietre in pane per saziare la sua fame, e buttarsi giù dalle mura del tempio facendosi salvare dagli angeli. A queste due tentazioni, segue la terza: adorare lui, il diavolo, per avere il dominio sul mondo.
Mediante questa triplice tentazione, Satana vuole distogliere Gesù dalla via dell’obbedienza e dell’umiliazione – perché sa che così, per questa via, il male sarà sconfitto – e portarlo sulla falsa scorciatoia del successo e della gloria. Ma le frecce velenose del diavolo vengono tutte “parate” da Gesù con lo scudo della Parola di Dio, che esprime la volontà del Padre.
Gesù non dice alcuna parola propria: risponde soltanto con la Parola di Dio. E così il Figlio, pieno della forza dello Spirito Santo, esce vittorioso dal deserto.
Durante i quaranta giorni della Quaresima, come cristiani siamo invitati a seguire le orme di Gesù e affrontare il combattimento spirituale contro il Maligno con la forza della Parola di Dio. Non con la nostra parola, non serve. La Parola di Dio: quella ha la forza per sconfiggere Satana. Per questo bisogna prendere confidenza con la Bibbia: leggerla spesso, meditarla, assimilarla.
La Bibbia contiene la Parola di Dio, che è sempre attuale ed efficace. Qualcuno ha detto: cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come trattiamo il nostro telefono cellulare? Se la portassimo sempre con noi, o almeno il piccolo Vangelo tascabile, cosa succederebbe? ; se tornassimo indietro quando la dimentichiamo: tu ti dimentichi il telefono cellulare - oh!, non ce l’ho, torno indietro a cercarlo; se la aprissimo diverse volte al giorno; se leggessimo i messaggi di Dio contenuti nella Bibbia come leggiamo i messaggi del telefonino, cosa succederebbe?
Chiaramente il paragone è paradossale, ma fa riflettere. In effetti, se avessimo la Parola di Dio sempre nel cuore, nessuna tentazione potrebbe allontanarci da Dio e nessun ostacolo ci potrebbe far deviare dalla strada del bene; sapremmo vincere le quotidiane suggestioni del male che è in noi e fuori di noi; ci troveremmo più capaci di vivere una vita risuscitata secondo lo Spirito, accogliendo e amando i nostri fratelli, specialmente quelli più deboli e bisognosi, e anche i nostri nemici.
La Vergine Maria, icona perfetta dell’obbedienza a Dio e della fiducia incondizionata al suo volere, ci sostenga nel cammino quaresimale, affinché ci poniamo in docile ascolto della Parola di Dio per realizzare una vera conversione del cuore.”
Papa Francesco Angelus 5 marzo 2017

Pubblicato in Liturgia
Domenica, 23 Febbraio 2020 16:05

1° giorno di Quaresima - Anno A - 26 febbraio 2020

Il Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione cristiana, l'inizio della Quaresima, il tempo di preparazione alla Pasqua. Il carattere penitenziale della Quaresima si rende visibile proprio in questo giorno attraverso l’austero rito dell’imposizione delle ceneri che ha la sua origine nel battesimo poiché la penitenza è nell’insieme fondata sulla stessa realtà battesimale per il perdono dei peccati ed è poi ripresa e resa segno espressivo, per quanti ricadono nel peccato, nel sacramento della Riconciliazione.
L’invito alla riconciliazione è naturalmente il filo conduttore di tutte e tre le letture liturgiche.
Nella prima lettura, tratta dal Libro del profeta Gioele, il Signore ci invita a tornare a Lui con tutto il cuore…. Non basta offrire a Dio le primizie della terra, ma bisogna che l’uomo riconosca i propri limiti e offra a Dio il suo cuore pentito.
Nella seconda lettura, nella seconda lettera di S.Paolo ai Corinzi, l’apostolo si presenta come ambasciatore di Cristo ed esorta i Corinzi a riconciliarsi senza indugio con Dio, ricordando quanto sia stato grande l’amore di Dio per loro.
Nel brano del Vangelo Matteo, Gesù ci rivela il senso profondo delle pratiche religiose e penitenziali che prima erano del giudaismo e del cristianesimo: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù ci incoraggia a fare tutto il bene possibile, però nel segreto del proprio cuore, per avere l'approvazione solo dal Padre misericordioso.

Dal libro del profeta Gioèle
Così dice il Signore: « ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore, vostro Dio,
perché egli è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male».
Chi sa che non cambi e si ravveda
e lasci dietro a sé una benedizione?
Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio.
Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra.
Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne,
chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera
e la sposa dal suo talamo.
Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:
«Perdona, Signore, al tuo popolo
e non esporre la tua eredità al ludibrio
e alla derisione delle genti».
Perché si dovrebbe dire fra i popoli:
«Dov’è il loro Dio?».
Il Signore si mostra geloso per la sua terra
e si muove a compassione del suo popolo.
Gl 2,12-18

Il Libro del profeta Gioele è un testo contenuto sia nella Bibbia ebraica (Tanakh) che quella cristiana. E’ stato scritto in ebraico e secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione del libro è avvenuta nel Regno di Giuda, forse tra la fine VII - inizio VI secolo a.C.. E’ un libro breve, di appena 4 capitoli in cui nella prima parte presenta l'invasione delle cavallette e il ritorno del popolo a Dio che, nel peccato, ha riconosciuto la causa di questa calamità; nella seconda parte predice l'intervento futuro di Dio che, con il perdono, concede il dono dello Spirito santo che fa nuove tutte le cose
Sappiamo molto poco del profeta Gioele, che visse sicuramente a Gerusalemme, il cui nome significa “Yahweh è Dio”, tutto ciò che ci viene detto a suo riguardo si trova in Gioele 1:1: “Parola del Signore, rivolta a Gioele, figlio di Petuel.”Da alcuni è definito il profeta della Pentecoste per la profezia sull'effusione dello Spirito Santo avveratasi il giorno della Pentecoste (Atti 2). È molto difficile stabilire il periodo in cui Gioele profetizzò; comunque, la maggior parte degli studiosi lo considera il primo dei profeti minori, visse durante il regno di Joas (circa 800 a.C.); si è scelta questa datazione perché si ritiene che Amos (760-747) abbia usato i testi di Gioele (v,Amos 9:13). Il tema centrale del messaggio di Gioele è il “Giorno del Signore”, sia sotto l'aspetto negativo sia sotto quello positivo. Egli ne parla negativamente presentando la collera divina, le tenebre e la vendetta contro i malvagi, citando avvenimenti naturali come siccità e invasione di insetti. Ne parla anche positivamente quando presenta la riabilitazione per i giusti, quando Dio invierà a tutti i membri del suo popolo il dono dello Spirito. In questo contesto Gioele parla della valle di Giosafat (dall'ebraico Jehôshafat, «Jahweh giudica»), parola usata per indicare il luogo ideale dove convergeranno tutte le genti. Ogni profeta ha un suo punto di vista e vuole raggiungere dei precisi obiettivi, e Gioele, di fronte ad una grande carestia provocata dall'invasione delle cavallette, che ha colpito la terra di Giuda, non si sente di considerarla un fatto naturale, ma un segno del giudizio di Dio e a questo giudizio non basta prepararsi con un semplice rito penitenziale.
In questo brano egli esprime con queste parole il messaggio del Signore: “ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti,ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”.
L'invito a lacerarsi il cuore, è un termine che richiama la sofferenza dello strappo da cui si vorrebbe fuggire, ma a leggerlo in profondità, accostandolo ad altri passi biblici, vi troviamo non un invito alla morte ma alla vita, alla pienezza della vita.
Come ultima nota possiamo sottolineare che Gioele è anche un poeta che sa gridare il proprio messaggio con un linguaggio chiaro e tono lirico. E’ il profeta della quaresima e della Pentecoste. Durante le settimane che precedono la Pasqua i testi di Gioele ci esortano ad una seria conversione. Il racconto stesso della Pentecoste vede diffondersi sul mondo itnero i doni dello Spirito che questo profeta promette (At 2,17-21)

Salmo 50- Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10). Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così ha percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla seconda lettera di S.Paolo Apostolo ai Corinzi
Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta.
Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio.
Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!
2Cor 5,20-6,2

Paolo scrisse la seconda lettera al Corinzi, spinto dai gravi avvenimenti che avevano scosso la comunità di Corinto. Nell’anno 56 Paolo è a Efeso (At 19) e viene a sapere che alcuni contestatori giudeo-cristiani stanno sollevando la comunità contro di lui. Vi fa una breve visita, ma è ricevuto freddamente, stanco e forse implicato troppo personalmente nel conflitto, non riesce ad aggiustare nulla, anzi la sua visita accresce piuttosto il disordine, si ripromette allora di ritornare in seguito.
Meno ricca della prima in insegnamenti dottrinali, la seconda lettera ai Corinzi ha il grande merito di introdurci nella vita interiore dell’Apostolo, in cui traspare il suo carattere appassionato. E’ una lettera ardente che può essere considerata come il suo diario intimo, le sue “confessioni”.
Nei primi 6 capitoli Paolo ripercorre la sua vocazione di predicatore del Vangelo e della situazione che si era creata con la comunità di Corinto. I contorni veri di questo malinteso non sono chiari , ma questo diventa per Paolo un motivo per ricordare le motivazioni del suo impegno a favore del Vangelo.
Il brano che abbiamo è la parte finale in cui ritroviamo il motivo fondamentale della lettera: la riconciliazione tra Dio e gli uomini.
“…in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.
Qui Paolo ricorda che la salvezza operata da Cristo, si può considerare come una grande opera di riconciliazione di cui lui, Paolo, ne è ambasciatore. Egli quindi esorta i Corinzi fino a supplicarli a riconciliarsi senza indugio con Dio, ricordando quanto sia stato grande l’amore di Dio per loro. E continua affermando:”Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”. L'opera della riconciliazione si è potuta realizzare attraverso la morte in croce di Gesù, che pur non avendo peccato è stato trattato da peccato, ha subito la morte del malfattore, perché noi, i veri peccatori, potessimo diventare giusti davanti a Dio.
“Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”
Di nuovo Paolo ricorda la propria qualità di collaboratore di Dio e in questa veste comunica che questa grazia della riconciliazione richiede una pronta risposta. Non si può rimandare l'adesione a Dio perché si tratta di una realtà davvero importante.
“Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”
Questa citazione è tratta da Is 49,8. Paolo la rilegge come promessa divina che si attua al presente: “ecco ora il il momento favorevole!” Riconciliarsi con Dio per l'apostolo è esigenza improrogabile, perché per la storia umana è suonata l'ora in cui Dio ha deciso di accogliere come amici coloro che gli erano diventati nemici. E' il giorno della pace con il Padre e tra gli uomini!

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Mt 6,1-6,16-18

Questo brano del Vangelo di Matteo fa parte del discorso della montagna, in cui Gesù presenta le nove Beatitudini. Il discorso segue quanto detto prima nel versetto 5,20; “ se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”, e questo brano inizia con il monito: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.”
Il termine giustizia è usato nella Bibbia per riassumere i rapporti dell'uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede e con questo termine Gesù intendeva un comportamento che sia conforme alla volontà divina.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Gesù non voleva dire che non bisogna mai compiere azioni buone in pubblico, dato che aveva esortato prima i discepoli a far ‘risplendere la loro luce davanti agli uomini’. (Mt. 5:14-16) , ma non avremo nessuna “ricompensa’” dal nostro Padre celeste se facciamo le cose “per essere osservati” e ammirati, come attori che recitano a teatro.
I “doni di misericordia” erano offerte a favore dei bisognosi. (v. Isaia 58:6, 7). Gesù e gli apostoli avevano un fondo comune da usare per aiutare i poveri. (Gv. 12:5-8; 13:29), dato che prima di fare l’elemosina non si suonava letteralmente la tromba, Gesù evidentemente usò un esempio esagerato quando disse che non dobbiamo “suonare la tromba” ( ) davanti a noi quando facciamo “l’elemosina” . Non dobbiamo cioè sbandierare la nostra generosità, come facevano i farisei. Gesù li chiama ipocriti perché rendevano note le loro offerte “nelle sinagoghe e nelle strade”. Quegli ipocriti ‘hanno già ricevuto la loro ricompensa”, ossia avrebbero ricevuto soltanto il plauso degli uomini non certo il premio del Signore.
Come dovevano agire invece i discepoli ed anche noi oggi? Gesù dice: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” .
Ci ricompensa permettendoci di stringere un’intima relazione con Lui, perdonando i nostri peccati e concedendoci la vita eterna. (Prov. 3:32; Giov. 17:3; Efes. 1:7) Questo è decisamente meglio che ricevere l’approvazione degli uomini. Gesù incoraggia a fare tutto il bene possibile, però nel segreto del proprio cuore, per avere l'approvazione solo dal Padre misericordioso.
Nel capitolo precedente Gesù ha esortato ad essere perfetti come è perfetto il Padre celeste (5,48), ora Egli spiega ai suoi discepoli che è la relazione con il Padre la sorgente del nostro essere e agire; solo in Lui essi si possono sentire come figli liberi, amati e felici, capaci di portare tanto frutto di bontà verso gli altri.

 

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Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2020

“Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.
Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza. L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano. Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr Gal 5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita. Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso. Vorrei proporvi tre passi da meditare per questo rinnovamento.
1. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26) – La Chiesa
La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui (Gv 13,8) e così può servire l’uomo.
La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor 12,26).
La Chiesa è communio sanctorum perché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza.
2. “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) – Le parrocchie e le comunità
Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa? (cfr Lc 16,19-31). Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni. In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897).
Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore. D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini. Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr At 1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera. Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!
3. “Rinfrancate i vostri cuori!” (Gc 5,8) – Il singolo fedele
Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza?
In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa 24 ore per il Signore, che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo, vuole dare espressione a questa necessità della preghiera. In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa.
La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità. E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli.
Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.
Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. Deus caritas est, 31).
Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro.
Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza.
Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
Papa Francesco

 

(1) Sul termine “suonare la tromba” un esegeta ha dato un’ulteriore spiegazione: il tempio di Gerusalemme aveva fuori le fessure da cui entravano le monete e all’interno del tempio c’era una piccola stanzetta, dove andava chi voleva fare un’offerta senza essere visto. Quando la gente voleva essere notata, l’offerta la faceva fuori, non soltanto perché era visibile, ma perché le monete entrando scivolavano e facevano un rumore come di tromba molto forte, e tutti si giravano per ammirare. Realmente c’era un’acustica ed era stato fatto apposta perché si lodasse e si evidenziasse la persona.

Pubblicato in Liturgia

Le letture che la liturgia di questa domenica ci propone, hanno come tema l’amore senza misura verso tutti e nonostante tutto. L’amore per i nemici così umanamente difficile, sgorga dalla paternità universale di Dio e si deve concretizzare nei gesti della nostra vita quotidiana e nel nostro comportamento.
Nella prima lettura, tratta dal libro del Levitico, troviamo l’invito del Signore, che in armonia con il brano del Vangelo, ci stimola ad essere santi come Lui è Santo.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, afferma che “santo è il tempio di Dio, che siete voi.” La nostra santità dipende da come sapremo accogliere e ospitare nella nostra vita la santità di Dio, divenendone il tempio vivente. Solo grazie a questa accoglienza, non al
nostro sforzo, possiamo obbedire all’invito di Dio di essere santi come Lui è Santo.
Il Vangelo di Matteo prosegue con la lettura del “Discorso della Montagna” e sulla scia della precedente domenica, si completa la serie delle antitesi. Gesù porta alla pienezza l’esigenza di una vita fraterna: occorre strappare dal cuore l’istinto della vendetta, fino a capire che veramente la migliore vendetta è il perdono, ricambiando il male ricevuto in bene. Solo così si imita la misericordia del Padre che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni. Se guardiamo l’altro non con gli occhi del mondo, ma con quelli di Dio, potremo aprirci al comandamento dell’amore. E’ questo che permette di arrivare ad amare persino i nemici, perchè in essi scorgiamo il riflesso di Cristo che si è incarnato per salvarci tutti.

Dal Libro del Levitico
Il Signore parlò a Mosè e disse:
«Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».
Lv 19, 1-2.17-18

Il libro del Levitico è il terzo libro del Pentateuco. E’ stato scritto in Giudea da autori ignoti intorno al VI-V secolo a.C, ed è composto da 27 capitoli contenenti unicamente leggi religiose e sociali. Il nome gli deriva dal contenuto prevalentemente legislativo, proprio dei Leviti, i membri della tribù di Levi, ai quali era affidato il compito di sorvegliare il tabernacolo e il tempio. Il libro è infatti incentrato sulle leggi e le norme culturali-ritualistiche relative ai sacrifici, al sacerdozio, alla consacrazione dell’altare ed alle feste. E’ costituito da due grandi sezioni, contenenti molte delle formule tipiche delle “mitzvot” ebraiche che sono 613 precetti, che l'ebreo ortodosso deve seguire per adempiere al suo ruolo sacerdotale nel mondo. La prima parte, corrispondente ai capitoli 1-16, descrive in modo dettagliato i rituali del culto, mentre la seconda parte (capitoli 17-26) è incentrata sulla legge di santità.
Questo brano tratto dal capitolo 19 si apre con l’esortazione che dà il titolo a tutta la sezione:“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”.
Qui Dio si presenta come Colui al quale appartiene la qualifica di “santo”: con essa si mette in luce la Sua trascendenza, cioè la Sua radicale separazione da tutto ciò che è limitato, sia in campo fisico che morale. Viene indicato poi di seguito come vivere in concreto la santità: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”. Il “prossimo” per il Levitico è indubbiamente l’altro israelita perchè in questo contesto il termine “prossimo” è sinonimo di fratello, compatriota, membro del tuo popolo, ed indica perciò solo colui che appartiene al popolo di Dio.
Leggendo le pagine del Levitico, spesso noiose per il ripetere continuo delle stesse formule, l’unico vantaggio che si può avere è di penetrare attraverso formule e riti ormai fuori uso, fino al cuore della coscienza religiosa di Israele, e nello stesso tempo come cristiano si può comprendere meglio il valore del sacrificio mediante il quale Gesù ha salvato l’umanità con il dono della Sua vita.

Salmo 102 : Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.

La critica è incline a datare la composizione di questo salmo nel tardo postesilio.
Il salmista esorta se stesso a benedire il Signore, e a non “dimenticare tutti i suoi benefici”. Questo ricordare è importantissimo nei momenti dolorosi per non cadere nello scoraggiamento e al contrario stabilirsi in una grande fiducia in Dio. Il salmista non presenta grandi tormenti storici della nazione; pare di poter indovinare normalità di vita attorno a lui. Egli si presenta a Dio come colpevole di numerose mancanze, ma ha sperimentato la misericordia di Dio, che lo ha salvato da angosce e anche probabilmente da una malattia grave: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità; salva dalla fossa la tua vita”.
Il salmista non cessa di celebrare la bontà, la giustizia di Dio, e prova una grande dolcezza nel fare questo: una dolcezza pacificante: “Ti circonda di bontà e di misericordia”.
Il salmista, fedele all'alleanza, loda Dio per la legge data per mezzo di Mosè: “Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d'Israele ”. Ma Dio non ha dato a Mosè solo la legge, ha anche dato l'annuncio del Cristo futuro, dal quale abbiamo la grazia e la verità (Cf. Gv 1,17). La misericordia di Dio celebrata dal salmista si è manifestata per mezzo di Gesù Cristo.
Il salmista si sente sicuro, compreso da Dio, che agisce sul suo popolo con la premura di un padre verso i figli. Un padre che “ricorda che noi siamo polvere”, e che perciò pur rilevando le colpe è pronto a perdonare pienamente: “Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno”.
L'alleanza osservata è fonte di bene, di unione con Dio. Egli effonde “la sua giustizia”, cioè la sua protezione dal male, sui “figli dei figli”.
Il salmista pieno di gioia conclude invitando tutti gli angeli a benedire Dio. Gli angeli non hanno bisogno di essere esortati a benedire Dio, ma certo possono essere invitati a rafforzare il nostro benedire Dio. Per una lode universale sono invitate a benedire Dio tutte le cose create (Cf. Ps 18,1s): “Benedite il Signore, voi tutte opere sue”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo aspostolo ai Corinzi
Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani».
Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
1Cor 3,16-23

Paolo continuando nella sua lettera ai Corinzi il tema della sapienza di Dio rivelatasi nella croce di Cristo, distingue e condanna ogni culto della personalità. Si preoccupa di difendere non le sue prerogative di fondatore della comunità di Corinto, ma il ruolo di Cristo, senza del quale la comunità non esisterebbe e non potrebbe sussistere.
Paolo conclude la sua riflessione sulla comunità come edificio, con una domanda che dà inizio al nostro brano liturgico: “non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?”
I corinzi devono ricordarsi che essi sono il “tempio di Dio” e che lo Spirito di Dio abita in loro: si passa così dal concetto generico della comunità come edificio a quello del luogo in cui, secondo la fede ebraica, abitava Dio stesso o il Suo Spirito. Dopo la venuta di Gesù questo tempio non è più una costruzione materiale, ma il corpo stesso di Cristo risorto, che si identifica con la comunità, o con quello dei singoli credenti.
L’Apostolo risponde alla sua domanda affermando con forza:
“Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”.
Accanto ai predicatori che bene o male costruiscono su Cristo come fondamento, ve ne sono dunque altri che costruiscono su basi diverse, minando alla radice l’esistenza stessa della comunità, (ricordiamoci che nell’AT colui che profanava un oggetto santo veniva immediatamente colpito dall’ira tremenda di Dio (v.2Sam,6,6-7)) così chi distrugge la comunità va lui stesso incontro a una terribile condanna.
Dopo aver delineato il compito dei predicatori in rapporto a Dio e alla comunità, Paolo chiarisce il primato che spetta alla comunità nei loro confronti.
Per evitare ogni equivoco Paolo fa quindi una premessa che si ispira al discorso precedente circa la vera e la falsa sapienza:
“Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.”.
Dopo aver messo in risalto la futilità della sapienza umana, alla quale rischiano di ispirarsi i corinzi, l’apostolo giunge al punto che gli sta a cuore: ”..nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro”.
La più grande stoltezza per i cristiani è quella di considerare qualcuno, fosse pure un ottimo predicatore o un apostolo, al di sopra di sé, per poi trarne un motivo di vanto stabilendo con lui un legame di dipendenza. (Questa situazione è quanto mai attuale anche oggi) .
Essi devono sapere che tutto appartiene a loro: “Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.”
Nel piano di Dio i credenti sono dunque veramente al primo posto. Nulla può imporre il suo dominio su di loro, non solo i ministri, ma neppure quelle realtà in cui è immersa l’esistenza umana e da cui essa è condizionata (mondo, vita, morte, presente e futuro). In altre parole è la comunità che dà un senso non solo ai suoi capi, ma anche alle realtà che la circondano. E questo non per una grandezza da essa acquisita, ma perché, mediante Cristo, appartiene ormai a Dio.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Mt 5,38-48

Anche questo brano del Vangelo Matteo segue il discorso della montagna e completa la serie delle antitesi che Gesù stabilisce tra la vecchia interpretazione riduttiva della Legge e la novità che Lui propone.
Queste due ultime antitesi riguardano la relazione col prossimo. Anche qui Gesù vuole dimostrare la Sua fedeltà alla Legge, ma anche come si può trasformare l’antico precetto in cui era insito ciò che Lui ora afferma. Il primo caso considera quel principio noto come “legge del taglione”. C’è subito da chiarire che questo principio non era certo un invito alla vendetta, anzi era un rigoroso strumento di equilibrio giuridico consistente nell’infliggere all'offensore una pena uguale all'offesa ricevuta. La funzione di questa legge era di porre un limite alle vendette private, che spesso degeneravano in faide.
Gesù propone di superare la pura legge della giustizia per entrare in quella del perdono e della non-violenza. Fa anche degli esempi divenuti celebri: “la guancia offerta allo schiaffo, il mantello ceduto oltre alla tunica, la marcia forzata”.
Sulla stessa linea c’è l’antitesi sull’amore per i nemici. Gesù fa riferimento al libro del Levitico dal quale è desunta la famosa frase “amerai il tuo prossimo come te stesso”. Il concetto di “prossimo “ era però allora definito attraverso una serie di cerchi che abbracciavano la famiglia, la tribù, il popolo in Israele. Fuori di questa cerchia non si andava. Anche i profeti ebrei, che erano aperti ad una maggiore benevolenza, l’idea di amare i propri nemici l’avrebbero considerata follia . Il salmo 139, per es., recita così: “Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.”
Gesù anche qui propone qualcosa di sorprendente che spezza i rigidi legami convenzionali, spingendoci a considerare prossimo tutti gli uomini, compresi i nemici infatti dice: “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Gesù propone uno sforzo che sembra andare contro natura, ma non si tratta di sopportare pazientemente le offese ricevute, ma di farsi parte attiva per ricercare il bene e l'affermazione di chi invece ci ha offesi. Si tratta di non farsi nemico di chi si è fatto nostro nemico, di conquistare con l'amore chi ci ha offeso, mettendolo a confronto con un nuovo e inaspettato comportamento: non più occhio per occhio e dente per dente, ma un'altra legge non meno ardua e sconcertante, perché esce dai limitati schemi e aspettative umani per raggiungere l'uomo nella sua parte più vera e profonda: amore, perdono, misericordia, compassione contro l'odio e l'offesa. Il male va vinto con il bene, attivando la parte migliore dell'uomo, che mira a redimerlo, riportandolo nella vita stessa di Dio.

 

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“Nel Vangelo di questa domenica– una di quelle pagine che meglio esprimono la “rivoluzione” cristiana – Gesù mostra la via della vera giustizia mediante la legge dell’amore che supera quella del taglione, cioè «occhio per occhio e dente per dente». Questa antica regola imponeva di infliggere ai trasgressori pene equivalenti ai danni arrecati: la morte a chi aveva ucciso, l’amputazione a chi aveva ferito qualcuno, e così via. Gesù non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male: un male porta un altro male, un altro porta un altro male… Si spezza questa catena di male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un “vuoto”, un vuoto di bene, e un vuoto non si può riempire con un altro vuoto, ma solo con un “pieno”, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti. ”Tu me l’hai fatta, io te la farò”: questo mai risolve un conflitto, e neppure è cristiano.
Per Gesù il rifiuto della violenza può comportare anche la rinuncia ad un legittimo diritto; e ne dà alcuni esempi: porgere l’altra guancia, cedere il proprio vestito o il proprio denaro, accettare altri sacrifici . Ma questa rinuncia non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; no, al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia. Quello che Gesù ci vuole insegnare è la netta distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta. Distinguere tra giustizia e vendetta.
La vendetta non è mai giusta. Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza.
Gesù non vuole proporre un nuovo ordinamento civile, ma piuttosto il comandamento dell’amore del prossimo, che comprende anche l’amore per i nemici: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». E questo non è facile. Questa parola non va intesa come approvazione del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, a una prospettiva magnanima, simile a quella del Padre celeste, il quale - dice Gesù - «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Anche il nemico, infatti, è una persona umana, creata come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia offuscata da una condotta indegna.
Quando parliamo di “nemici” non dobbiamo pensare a chissà quali persone diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante inimicizie nelle famiglie, quante! Pensiamo a questo. Nemici sono anche coloro che parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è facile digerire questo. A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene, che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore.
La Vergine Maria ci aiuti a seguire Gesù su questa strada esigente, che davvero esalta la dignità umana e ci fa vivere da figli del nostro Padre che è nei cieli. Ci aiuti a praticare la pazienza, il dialogo, il perdono, e ad essere così artigiani di comunione, artigiani di fraternità nella nostra vita quotidiana, soprattutto nella nostra famiglia.”

Papa Francesco Parte dell’Omelia del Angelus del 19 febbraio 2017

Pubblicato in Liturgia

Le letture che la Liturgia di questa domenica ci porta a meditare, hanno come filo conduttore la legge e come applicarla : Gesù non è venuto ad abolire la legge antica , ma a portarla a compimento, per farla poi accettare come scelta interiore.
Nella prima lettura tratta dal libro del Siracide, davanti a noi Dio ha posto la via della vita e della morte. Il Signore lascia alla libertà dell’uomo la scelta tra il bene e il male, tra l’obbedienza alla sua legge e il suo rifiuto.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, li esorta a non confondere la sapienza degli uomini con la sapienza di Dio, e afferma che lo Spirito conosce le profondità di Dio e ce le rivela, consentendoci di contemplare qualche barlume della sua Sapienza e di lasciarci guidare sai suoi criteri
Nel Vangelo di Matteo troviamo ancora un altro brano tratto dal “Discorso della Montagna” e sulla scia della precedente domenica, si completa la serie delle antitesi, che Gesù stabilisce tra la vecchia interpretazione riduttiva della legge biblica e la novità della sua proposta. Le antitesi che oggi troviamo hanno un identico tema: la relazione col prossimo. Gesù anche qui vuole mostrare la sua fedeltà alla Legge, ma anche la trasformazione dell’antico precetto nella “pienezza” che esso conteneva solo in seme: “Non sono venuto per abolire ma per portare a compimento”. Gesù anche qui propone una scelta sorprendente che spezza i cerchi rigidi dei legami convenzionali, spingendoci a considerare prossimo tutti li uomini, compresi i nemici.

Dal libro del Siracide
Se vuoi osservare i suoi comandamenti;
essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.
Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.
Davanti agli uomini stanno la vita e la morte:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.
Sir 15,16-21

Il libro del Siracide è un libro un po’ particolare perché fa parte della Bibbia cristiana, ma non figura nel canone ebraico. Si tratta di un testo deuterocanonico che, assieme ai libri di Rut, Tobia, Maccabei I e II, Giuditta, Sapienza e le parti greche del libro di Ester e di Daniele, è considerato ispirato nella tradizione cattolica e ortodossa, per cui è stato accolto dalla Chiesa Cattolica, mentre la tradizione protestante lo considera apocrifo.
È stato scritto originariamente in ebraico a Gerusalemme attorno al 196-175 a.C. da Yehoshua ben Sira (tradotto "Gesù figlio di Sirach", da qui il nome del libro "Siracide"), un giudeo di Gerusalemme, in seguito fu tradotto in greco dal nipote poco dopo il 132 a.C. .
È composto da 51 capitoli con vari detti di genere sapienziale, sintesi della religione ebraica tradizionale e della sapienza comune. Benché non sia stato accolto nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente negli scritti rabbinici; nel Nuovo Testamento la lettera di Giacomo vi attinge molte espressioni, ed anche la saggezza popolare fa proprie alcune massime.
Nel prologo l'anonimo nipote dell'autore spiega che tradusse il libro quando si trovava a soggiornare ad Alessandria d’Egitto, nel 38° anno del regno Tolomeo VIII, che regnò in Egitto a più riprese a partire dal 132 a.C..
Questo brano anche dal versetto precedente non riportato dalla liturgia:“Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere”costituisce una solenne affermazione della libertà umana, che ci ricorda che Dio ci ha creati liberi: "Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Per la comprensione di questo brano occorre aver presente una formula teologica e un dato di fede, che gli scritti dell'Antico testamento usano ribadire con preferenza: Dio ha fatto l'uomo alla maniera con cui il vasaio lavora la creta. Con essa possono essere riprodotti vasi destinati ad uso differente, nobile o vogare. Qui si ribadisce che di fronte al bene o al male - "al fuoco o all'acqua, alla vita o alla morte" - l'uomo è chiamato a scegliere responsabilmente .
“Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono,egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.”
Orientarsi verso il bene è aprirsi a Dio, scoprendone il volto e cercando Lui, la Sua sapienza e onnipotenza.
Si percepisce in tutto il brano sempre una terza presenza: Dio non si impone, ma è interessato all'uomo e alle scelte positive che egli fa. La scelta dei vari idoli è una scelta che si ritorce sempre e inevitabilmente in una sottomissione amara. L’uomo può stendere la sua mano su ciò che più gli piace, ma solo se possiede la "sapienza del Signore" potrà scegliere quello che è il "bene" per tutta la sua vita.
Dio infatti non ha mai comandato a nessuno di essere "empio" e non ha mai detto a nessuno di "peccare".

Dal Salmo 118 Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.

Questo salmo è il più lungo di tutto il salterio. E' un salmo alfabetico; ogni otto distici comincia con una delle 22 lettere dell'alfabeto, risultando così un totale di 176 distici. Come procedimento usa il metodo della variazione concettuale, cioè vengono usati diversi termini per designare la medesima cosa: la legge divina.
La legge per il salmista non sono solo i dieci comandamenti, ma tutte le grandi azioni di Dio per la liberazione del popolo dall'Egitto, la conquista della terra promessa, la liberazione da Babilonia ecc.: “i tuoi giudizi sono giusti".
Il salmo è stato probabilmente scritto poco prima della deportazione a Babilonia.
Vi compare un giovane, che si trova esposto alla pressione di coloro che in Israele hanno aderito agli idoli e sono capeggiati dal re. Il pio giovane è combattuto per la sua fedeltà alla legge; viene calunniato ingiustamente, fatto oggetto di umiliazioni, di stenti, di insulti: “Gli orgogliosi mi insultano aspramente,ma io non mi allontano dalla tua legge.”; “Si vergognino gli orgogliosi che mi opprimono con menzogne”; “E' tempo che tu agisca, Signore, hanno infranto la tua legge”; “Uno zelo ardente mi consuma, perché i miei avversari dimenticano le tue parole”. I suoi persecutori sono giunti fin quasi ad eliminarlo: “Per poco non mi hanno fatto sparire dalla terra”. “Mi hanno scavato fosse gli orgogliosi” Egli, nel suo disagio continuo, si ritiene un forestiero, un pellegrino: “Forestiero sono qui sulla terra”; “nella dimora del mio esilio”. Tuttavia il giovane forte dell'osservanza della legge, che gli dà luce, sapienza, saggezza, non teme e spera che il Signore lo aiuterà: “Quelli che ti temono al vedermi avranno gioia”; “Davanti ai re parlerò dei tuoi insegnamenti e non dovrò vergognarmi”. I re sono, oltre il re di Gerusalemme, quelli dei popoli vicini, e in particolare quelli di Assiria e Babilonia, nonché del faraone. Tutto ciò fa intendere che il giovane doveva avere una certa autorità, e si potrebbe formulare un'identificazione con un sacerdote del tempio legato al movimento profetico.
Il giovane riconosce di essere stato lontano per il passato dalla parola di Dio: “Prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua promessa”.
Il giovane Giudeo intende, di fronte alla pressione di coloro che hanno abbandonato la legge e lo deridono, confermarsi saldamente nell'obbedienza alla legge, e intende testimoniarlo davanti a tutti; per questo chiede aiuto a Dio: “Mai dimenticherò i tuoi precetti, perché con essi tu mi fai vivere.”; “Ho giurato e lo confermo, di osservare i tuoi giusti giudizi”; “Rendi saldi i miei passi secondo la tua promessa”; “Mi venga in aiuto la tua mano, perché ho scelto i tuoi precetti". "Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi”.
Il salmista presenta la ricchezza della parola di Dio, della sua legge, dei suoi precetti.
Il salmo nella Liturgia delle ore è presentato spezzato seguendo le lettere alfabetiche.
Il salmo è ricchissimo di sfaccettature luminose sul tema dell'osservanza della parola di Dio.
La recitazione cristiana vede la legge nel compimento attuato da Cristo (Mt 5,17).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo aspostolo ai Corinzi
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto:
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano.
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito;
lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
1Cor 2,6-10

Continuando la sua prima lettera ai Corinzi, Paolo dopo aver affrontato il problema delle divisioni che si sono verificate nella comunità di Corinto, riprende il tema della sapienza,
In questo brano l’Apostolo indica prima di tutto che cosa non è questa sapienza: “tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla”. Se i corinzi non si sono resi conto della sapienza di cui Paolo è maestro, ciò si deve al fatto che egli ne parla in termini conformi solo tra coloro che sono “perfetti” ossia maturi nella fede e sono in grado perciò di capire. Non servirebbe a niente illustrare questa sapienza a persone che non sono preparate a coglierne il significato profondo. La sapienza annunziata da Paolo non è di questo “mondo” e questo termine indica la realtà creata in quanto si oppone a Dio e rifiuta la salvezza portata da Cristo. Essa non è capita neppure dai “dominatori di questo mondo” ossia da coloro che detengono il potere, di qualunque tipo esso sia.
Paolo passa poi a definire la sapienza che egli annunzia: Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Questa sapienza appartiene a Dio e in quanto tale è “misteriosa”, e Dio l’ha stabilita prima dei secoli e l’ha tenuta nascosta per rivelarla proprio ora “per la nostra gloria”.
Paolo sottolinea ulteriormente il carattere nascosto di questa sapienza affermando che:
“Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
”Dominatori di questo mondo” si intendono i detentori del potere politico ed anche religioso, tra i quali sono annoverate le autorità giudaiche e romane responsabili della morte di Gesù. La sapienza che Paolo insegna si identifica quindi con la persona di Gesù. Tutti i dominatori di questo mondo sono dunque quelli che hanno rifiutato la sapienza che Paolo comunica ai perfetti, perché attraverso la politica o la religione cercano la propria realizzazione umana, chiudendosi al dono di sé che Dio intende fare mediante la persona umiliata e sconfitta del Figlio.
Paolo caratterizza poi ulteriormente la sapienza da lui annunziata con una citazione biblica presa da diversi testi: “sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo,Dio le ha preparate per coloro che lo amano”.
Paolo poi conclude: “Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito;” ed è solo per mezzo di una rivelazione che Paolo stesso è venuto a conoscenza delle cose di Dio, e questa rivelazione è opera dello Spirito. Lo Spirito non è una realtà estranea a Dio: “lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio”.
L’apostolo prosegue poi (nei versetti non riportati dal brano) attribuendo allo Spirito una conoscenza di Dio analoga alla conoscenza di sé che è propria dello spirito umano: nessuno può conoscere le cose di Dio senza un intervento speciale dello Spirito, che ai credenti è stato conferito mediante Gesù Cristo,

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.
Mt 5,17-37.

Anche questo brano del Vangelo segue il discorso della montagna che è il primo dei cinque grandi discorsi che formano la struttura del Vangelo di Matteo. E’ il discorso che si può definire delle sei antitesi che si apre con una piccola raccolta di detti dei quali almeno i primi due sono antichi, e sono anche riportati da Luca. L’evangelista, unificando questi detti li ha riformulati in modo tale da far loro esprimere l’atteggiamento di Gesù nei confronti della legge.
Il primo detto è così formulato: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”. Si può avere l’impressione che con questa frase Gesù voglia imporre ai discepoli una rigida osservanza della legge mosaica, ma qui si indica non tanto l’osservanza letterale della legge, quanto piuttosto quel nuovo modo di intendere e di praticare la legge che è conforme alla buona novella proclamata da Gesù.
Nel secondo detto riportato, Gesù dice: “In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”. L’Antico Testamento resta parola di Dio anche per Gesù; il suo valore rimane inalterato, anche nel minimo dettaglio come può essere un iota” (la lettera più minuscola dell’alfabeto ebraico).
Il terzo detto è il seguente: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.” In questo versetto si affronta più direttamente il problema riguardante l’osservanza dei precetti contenuti nella legge: alcuni di essi sono considerati “grandi”, mentre altri, come le varie prescrizioni rituali e alimentari, sono chiaramente secondari ossia “minimi””
L’ultimo detto è : “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.” Nel linguaggio biblico la giustizia, già nominata da Matteo nelle beatitudini, indica la fedeltà a Dio che si esprime nell’obbedienza ai Suoi comandamenti. Per l’evangelista la giustizia del discepolo deve superare quella degli scribi e dei farisei non perché egli sia tenuto ad osservare precetti più rigidi di quelli insegnati da costoro (Mt 23,3), ma perché egli deve farlo con una mentalità e uno spirito nuovi.
Nell’introduzione alle antitesi Matteo ricompone dunque alcuni antichi detti di Gesù, dai quali fa emergere l’idea secondo cui la legge, mantiene sempre tutta la sua validità, a patto però che essa sia interpretata nell’ottica del compimento portato da Gesù.
La prima antitesi si apre con la citazione del precetto, contenuto nel decalogo, che vieta di uccidere: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio.” In contrasto con questa prescrizione, intesa naturalmente in senso restrittivo, Gesù afferma: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.” In questo detto sono equiparati all’omicidio altri tre comportamenti: l’adirarsi con il proprio fratello, il dirgli “stupido”, e il dirgli “pazzo”. È chiaro che non si tratta qui solamente di reazioni naturali emotive, ma di un odio che reca molto male al fratello. Le sanzioni previste per questi peccati consistono nell’essere sottoposti al giudizio, al sinedrio e al fuoco della geenna: da questo crescendo appare che si tratta di peccati gravissimi, che alla fine portano alla rottura con Dio.
Seguono poi due esempi pratici coi quali si spiega in modo positivo quale deve essere il comportamento abituale del discepolo. Nel primo di essi Gesù afferma che, se uno sta facendo la sua offerta nel tempio e si ricorda di avere un contrasto con un suo fratello, deve interrompere la sua azione e riprenderla solo dopo essersi riconciliato con lui.
La seconda antitesi riguarda il sesto comandamento: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”. Anche qui Gesù si contrappone non al precetto in se stesso, ma a una sua interpretazione riduttiva, sottolineando come anche un semplice sguardo di desiderio rivolto a una donna debba già considerarsi come un adulterio: Dio vuole che l’obbedienza non si limiti agli atti esterni, ma parta dal cuore. A questa antitesi fa seguito un brano formulato anch’esso in forma antitetica:
“Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” In contrasto con la norma che permette a un uomo di ripudiare la propria moglie scrivendo per lei un libello di ripudio (V. Dt 24,1), Gesù rifiuta il ripudio in se stesso, in quanto è occasione di adulterio: infatti egli considera come adultera non solo la donna ripudiata che contrae un nuovo matrimonio, ma anche l’uomo che la sposa.
Un’idea così radicale deve avere creato difficoltà notevoli alle coppie cristiane: perciò la tradizione successiva sottolinea come, in caso di separazione, ciascuno dei due coniugi commetta adulterio solo se si risposa (Lc 16,18; Mc 10,10-11; Mt 19,9).
Matteo però ritocca anche la direttiva originaria, in quanto afferma che essa non si applica nei casi di “unione illegittima” (V. clausola matteana).
La terza antitesi riguarda l’uso di chiamare Dio a testimone delle proprie affermazioni: Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno. ”
Il precetto che proibisce di giurare il falso è preso dal decalogo (Lv 19,12), mentre l’obbligo di adempiere i propri giuramenti si ispira ad altri passi dell’AT (Nm 30,3; Dt 23,22; Sal 50,14). Gesù invece proibisce qualsiasi forma di giuramento e ricorda infine che il sì e il no sono più che sufficienti per dar valore alla propria parola.
Per concludere Gesù condanna l’interpretazione riduttiva ed ipocrita fatta dagli scribi e dai farisei, è il loro atteggiamento che Gesù condanna, lo stesso che può avere anche il fedele cristiano oggi.
Questo atteggiamento purtroppo anche oggi nasce da una lettura presa alla lettera della parola di Dio, ma Gesù spezza questo schema che riguarda anche noi cristiani, che ci accontentiamo di confessare: Non ho ammazzato nessuno (senza pensare che abortire o procurare aborto vuol dire uccidere) , non ho rubato, non ho commesso adulterio, non ho ingannato nessuno. Gesù ci ripresenta il Decalogo nel suo vero significato: i comandamenti sono solo segni essenziali di un atteggiamento interiore, totale, che deve coinvolgere però tutte le scelte quotidiane. Non si è giusti solo in alcuni atteggiamenti superficiali, e magari in alcune ore del giorno, ma lo si è sempre e totalmente quando ci si consacra all’amore del prossimo rispettandolo e aiutandolo, all’amore matrimoniale in una piena donazione, e soprattutto all’amore per la verità e la giustizia anche nelle piccole cose, quelle che solo Dio conosce. In questa luce si comprende cosa Gesù vuol dire quando dice che è venuto a dare pieno compimento alla Legge e a tutto ciò che i profeti avevano annunciato.
Contro i 613 precetti della Legge numerati dai rabbini, Gesù ci ricorda che il comandamento è uno solo eppure abbraccia ogni atto e ogni istante della nostra vita: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. … Amerai il prossimo tuo come te stesso. E’ da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

 

*****

 

“L’odierna liturgia ci presenta un’altra pagina del Discorso della montagna, che troviamo nel Vangelo di Matteo. In questo brano, Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori a compiere una rilettura della legge mosaica. Quello che fu detto nell’antica alleanza era vero, ma non era tutto: Gesù è venuto per dare compimento e per promulgare in modo definitivo la legge di Dio, fino all’ultimo iota . Egli ne manifesta le finalità originarie e ne adempie gli aspetti autentici, e fa tutto questo mediante la sua predicazione e più ancora con l’offerta di sé stesso sulla croce. Così Gesù insegna come fare pienamente la volontà di Dio e usa questa parola: con una “giustizia superiore” rispetto a quella degli scribi e dei farisei. Una giustizia animata dall’amore, dalla carità, dalla misericordia, e pertanto capace di realizzare la sostanza dei comandamenti, evitando il rischio del formalismo. Il formalismo: questo posso, questo non posso; fino a qui posso, fino a qui non posso … No: di più, di più.
In particolare, nel Vangelo di oggi Gesù prende in esame tre aspetti, tre comandamenti: l’omicidio, l’adulterio e il giuramento.
Riguardo al comandamento “non uccidere”, Egli afferma che viene violato non solo dall’omicidio effettivo, ma anche da quei comportamenti che offendono la dignità della persona umana, comprese le parole ingiuriose. Certo, queste parole ingiuriose non hanno la stessa gravità e colpevolezza dell’uccisione, ma si pongono sulla stessa linea, perché ne sono le premesse e rivelano la stessa malevolenza. Gesù ci invita a non stabilire una graduatoria delle offese, ma a considerarle tutte dannose, in quanto mosse dall’intento di fare del male al prossimo.
E Gesù dà l’esempio. Insultare: noi siamo abituati a insultare, è come dire “buongiorno”. E quello è sulla stessa linea dell’uccisione. Chi insulta il fratello, uccide nel proprio cuore il fratello. Per favore, non insultare! Non guadagniamo niente…
Un altro compimento è apportato alla legge matrimoniale. L’adulterio era considerato una violazione del diritto di proprietà dell’uomo sulla donna. Gesù invece va alla radice del male. Come si arriva all’omicidio attraverso le ingiurie, le offese e gli insulti, così si giunge all’adulterio attraverso le intenzioni di possesso nei riguardi di una donna diversa dalla propria moglie. L’adulterio, come il furto, la corruzione e tutti gli altri peccati, vengono prima concepiti nel nostro intimo e, una volta compiuta nel cuore la scelta sbagliata, si attuano nel comportamento concreto. E Gesù dice: chi guarda una donna che non è la propria con animo di possesso è un adultero nel suo cuore, ha incominciato la strada verso l’adulterio. Pensiamo un po’ su questo: sui pensieri cattivi che vengono in questa linea.
Gesù, poi, dice ai suoi discepoli di non giurare, in quanto il giuramento è segno dell’insicurezza e della doppiezza con cui si svolgono le relazioni umane. Si strumentalizza l’autorità di Dio per dare garanzia alle nostre vicende umane. Piuttosto siamo chiamati ad instaurare tra di noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità un clima di limpidezza e di fiducia reciproca, così che possiamo essere ritenuti sinceri senza ricorrere a interventi superiori per essere creduti. La diffidenza e il sospetto reciproco minacciano sempre la serenità!
La Vergine Maria, donna dell’ascolto docile e dell’obbedienza gioiosa, ci aiuti ad accostarci sempre più al Vangelo, per essere cristiani non “di facciata”, ma di sostanza! E questo è possibile con la grazia dello Spirito Santo, che ci permette di fare tutto con amore, e così di compiere pienamente la volontà di Dio.”
Papa Francesco Angelus del 12 febbraio 2017

Pubblicato in Liturgia

Le letture che la Liturgia di questa domenica ci porta a meditare, sono impostate sulla luce, ma questa luce è quella dell’uomo: il giusto inondato dalla luce divina diventa a sua volta fiaccola che risplende e riscalda.
Nella prima lettura il Profeta Isaia, reagendo contro una religione fatta di puro formalismo spiega quali siano le pratiche religiose gradite a Dio. Solo in questo caso la gloria del Signore sarà con il suo fedele e questi sarà come luce nelle tenebre.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua lettera ai Corinzi, ricorda loro che la sua predicazione si ispira alla sapienza del Signore, che è la sola capace di condurre l’uomo alla conversione e alla salvezza. .
Il Vangelo di Matteo ci propone un brano tratto dal “Discorso della Montagna” in cui Gesù dice ai suoi discepoli, ed anche a noi oggi: “Voi siete il sale della terra…e luce del mondo”. E’ un invito, quello di Gesù, a non essere cristiani mascherati, in incognito, che passano la vita in mezzo agli altri senza farsi apostoli del suo credo. Che sale della terra sono se non hanno sapore? Che razza di lucerna sono se non illuminano? Senza nascondersi, senza mimetizzarsi, senza impigrirsi il cristiano deve essere esposto al sole di Dio come la città posta sui monti. E la luce ricevuta non deve racchiuderla nel “moggio” del suo gruppo, della sua famiglia , della sua parrocchia, ma disseminarla su tutti i fratelli e su tutte le creature di Dio.

Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».
Is 58,7-10

La terza parte del libro di Isaia (Is 56-66) contiene una raccolta di oracoli che, per lo stile e lo sfondo storico, sono attribuiti ad un anonimo profeta del postesilio, al quale perciò è stato dato il nome di Trito (Terzo) Isaia. Alcuni hanno ritenuto che egli fosse un discepolo del Deuteroisaia, mentre altri hanno pensato a un profeta vissuto più di un secolo dopo di lui. Il profeta si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei ritornati da Babilonia a Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dalla infedeltà del popolo.
Il capitolo, da dove è tratto questo brano, si apre con un’aspra critica del digiuno così come veniva praticato in modo ipocrita dalla gente, il vero digiuno, gradito a Dio, consiste invece nell’impegno efficace per la giustizia.
Il capitolo continua con il brano riportato dalla liturgia:
“«Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” Queste regole si comprendono nel contesto del postesilio, nel quale non si erano verificate le speranze di un mondo rinnovato, ma invece erano ritornate tutte le discriminazioni che erano state condannate prima dai profeti. Il vero digiuno implica, oltre che l’eliminazione delle pesanti restrizioni imposte dai ricchi alle classi più povere, una solidarietà attiva, che porta a condividere quanto si ha con gli affamati, con tutti coloro che sono privi del necessario per condurre una vita dignitosa.
Il profeta sottolinea comunque che ciò non deve avvenire a discapito dei propri familiari perché hanno un maggiore diritto ad essere aiutati.
Il testo prosegue poi con le beatitudini che derivano dal vero digiuno:
“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.”
Il profeta immagina che da un comportamento giusto emani una grande luce, che si accompagna con la guarigione di tutte le piaghe da cui è afflitto il popolo. La pratica della giustizia infatti va di pari passo con la manifestazione della gloria di Dio. In altre parole la gloria di Dio, cioè la Sua presenza salvifica, si manifesta appunto nella giustizia sociale praticata dal popolo.
Solo la pratica della giustizia sarà per il popolo una garanzia che la sua preghiera sarà ascoltata da Dio: «Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”».
Ritornando poi sul comportamento richiesto in tempo di digiuno, il profeta soggiunge: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» .
Un comportamento improntato al rispetto dei diritti della persona e alla solidarietà, farà del popolo il portatore di una luce che le tenebre di questo mondo non potranno soffocare.
Il tema della luce è molto caro al Terzo Isaia, che vede in essa la manifestazione della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Seguendo questa luce, il popolo stesso diventa luce del mondo, cioè può testimoniare a tutta l’umanità la vera religione, basata non sul culto ma sulla giustizia sociale.

Salmo 111 - Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre,
luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.

E' un salmo stilisticamente gemello del 110. Tratta del giusto il quale è beato perché “teme il Signore”. Questo timore non gli dà paura, ma lo zelo nell'osservanza dei comandamenti, i quali donano pace e gioia: “nei suoi precetti trova grande gioia”.
Il giusto è gradito a Dio e “la discendenza dei giusti sarà benedetta”.
“La sua giustizia rimane per sempre”, perché deriva dall'osservanza della parola di Dio, la quale non guida l'uomo a passi falsi. Il giusto, per il suo esempio e la sua parola, è riconosciuto dai giusti come luce che fuga le tenebre: “Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”.
L' uomo che dà in prestito applica l'amore verso il prossimo e perciò “amministra i suoi beni con giustizia”, senza avarizia, senza egoismo; tuttavia non bisogna lasciarsi raggirare poiché (Sir 12,4): “Fà doni all'uomo pio e non dare aiuto al peccatore”.
“Eterno sarà il ricordo del giusto" perché è stato di esempio, di luce, e la sua memoria è dolce e ricca di stimoli al bene: “La sua giustizia rimane per sempre”.
“Saldo è il suo cuore, confida nel Signore”; la saldezza del cuore deriva non da durezza interiore, ma dalla confidenza in Dio, che non lascia mai il giusto senza aiuto di fronte all'empio: “Sicuro è il suo cuore, non teme, finché non vedrà la rovina dei suoi nemici”.
Non solo il giusto dà in prestito a chi è leale, ma “dona largamente ai poveri”.
“La sua fronte si innalza nella gloria”, cioè la sua capacità nella preghiera lo pone nella vittoria, nella gloria che accompagna la vittoria nelle aspre battaglie della vita. Ma di fronte alle vittorie sui suoi nemici egli rimane umile, “misericordioso, pietoso e giusto”. L'empio che lo invidia e lo insidia “digrigna i denti”, ma nulla può, e “si consuma” nella sua impotenza contro il giusto, poiché “il desiderio dei malvagi va in rovina”, anche se può prevalere sul giusto fino ad ucciderlo; ma non potrà vincerlo nel cuore (Cf. Mt 10,28).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo aspostolo ai Corinzi
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
1Cor 2,1-5

Continuando la sua prima lettera ai Corinzi, Paolo dopo aver rimproverato i Corinzi di essere divisi tra di loro, li esorta a non cercare la sapienza della parola, che si contrappone alla follia della croce. Egli pone due esempi della diversa logica dell'agire di Dio. Il primo (1,26-31), è che nonostante la povertà materiale e culturale dei cristiani di Corinto, essi erano stati scelti per partecipare alla salvezza di Cristo, realizzata mediante la croce. Il secondo esempio, che troviamo nel brano di oggi, Paolo pone se stesso nell’attività da lui svolta a Corinto. :
Il brano inizia con il ricordo di Paolo:
“Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza”.
Paolo ha annunziato questo mistero senza far leva su espedienti che, come l’eloquenza o i ragionamenti filosofici, che sono espressione della sapienza umana, servono anche a determinare il successo personale. Egli ricorda il momento in cui si presentò a Corinto. Era reduce dal fallimento che aveva subito ad Atene, proprio quando aveva cercato di parlare di Cristo utilizzando parole arricchite di sapienza e filosofia (At 17,16-34). Egli stesso aveva sperimentato che non doveva più utilizzare questo sistema, che è espressione della sapienza umana, all’insito scopo di determinare anche il proprio successo personale..
Egli prosegue poi indicando quale è stato l’oggetto del suo annunzio:” Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”
In altre parole, Paolo non usò più il fascino dell’eloquenza, ma presentò ai Corinzi il nucleo centrale del Vangelo, ossia la persona di Cristo crocifisso, proprio nel culmine della Sua debolezza.. C’è da tener presente che ai tempi di Paolo la crocifissione era ancora il metodo utilizzato dai romani per la condanna a morte dei malfattori. Quindi predicare un "crocifisso" era contro ogni logica umana di accettazione.
“Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione”.
Paolo quando arrivò a Corinto era reduce dunque della sconfitta di Atene, si sentiva perciò debole, demoralizzato: come avrebbe potuto presentare il messaggio di un crocifisso portato da un uomo segnato dalla debolezza e dal timore?.
“La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza”,
Paolo in altre parole, non ha voluto imporsi sfoggiando doti personali, ma ha lasciato che fosse lo Spirito stesso a convincere i suoi ascoltatori. L’opera dello Spirito infatti non si manifesta in azioni straordinarie o miracoli, ma nella capacità che il vangelo possiede di convincere chi lo ascolta e di coinvolgerlo nel cammino fatto da Gesù.
Infine l’Apostolo indica lo scopo per cui si è comportato in questo modo: “perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”.
Egli non ha dunque voluto mettere se stesso in primo piano, perché la fede dei corinzi non fosse basata su di lui, ma unicamente su Dio e sulla Sua potenza.
Il fatto che, nonostante la totale assenza di mezzi umani, i corinzi abbiano creduto in Cristo dimostra che l’azione di Dio è stata efficace e ci fa comprendere, almeno in parte, quale sia la forza che sprigiona per poter trasformare la vita di ognuno.

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?
A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Mt 5,13-16

Questo brano del Vangelo di Matteo fa parte del discorso della montagna, in cui Gesù presenta le nove Beatitudini. Ora vengono riportate due piccole similitudini. La prima viene presa dal campo alimentare e comincia con un’affermazione:”Voi siete il sale della terra”, poi Gesù pone una domanda :ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?” E conclude: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Il sale ha una grande importanza nella preparazione dei cibi ed è usato per dare loro sapore, rendendoli così commestibili.
Nell’Antico Testamento il sale, con il quale venivano cosparse le vittime sacrificali, era considerato come simbolo dell’alleanza (Lv 2,13; Col 4,6), e di conseguenza come sorgente di pace, non solo con Dio, ma anche fra tutti i membri del popolo.
Matteo, identificando i discepoli con il sale e mettendo questo in rapporto con la terra, trasforma il detto in una direttiva riguardante i loro rapporti con quelli che si trovano all’esterno della comunità: verso di essi i discepoli devono essere testimoni credibili del messaggio di Gesù.
La seconda similitudine inizia con un’affermazione: Voi siete la luce del mondo; seguono poi due frasi dimostrative: “non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.
Infine termina con un’applicazione: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.”
La similitudine della lampada sul candeliere viene presa dalla vita quotidiana, in cui specialmente di notte è indispensabile scacciare le tenebre con una lucerna. Naturalmente la lucerna è utile solo se è messa sul lucerniere e non viene nascosta, per esempio sotto un moggio (recipiente per misurare i cereali) o sotto un letto.
Nell’Antico Testamento la luce simboleggia Dio, in quanto salvatore del Suo popolo (Is 9,1; Sal 27,1), e la Sua legge (Sal 119,105); in modo particolare il Servo del Signore è chiamato “luce del mondo” (Is 42,6; 49,6).
Il cristiano autentico, senza nascondersi, senza mimetizzarsi, senza impigrirsi si deve esporre al sole di Dio come la città posta sui monti. E la luce ricevuta non deve racchiuderla sotto il moggio del suo gruppo, della sua famiglia, della sua parrocchia, ma diffonderla su tutti i fratelli e su tutte le creature di Dio.
Nietzsche, il famoso filosofo ateo tedesco, riprendeva così i cristiani: “Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si creda all’autorità della Bibbia: le vostre opere dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia, perché voi stessi dovreste costituire la Bibbia viva”.

 

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“In queste domeniche la liturgia ci propone il cosiddetto Discorso della montagna, nel Vangelo di Matteo. Dopo aver presentato domenica scorsa le Beatitudini, oggi mette in risalto le parole di Gesù che descrivono la missione dei suoi discepoli nel mondo .
Egli utilizza le metafore del sale e della luce e le sue parole sono dirette ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi.
Gesù ci invita ad essere un riflesso della sua luce, attraverso la testimonianza delle opere buone.
E dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» . Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere. Infatti, è soprattutto il nostro comportamento che – nel bene e nel male – lascia un segno negli altri. Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone. E quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che trasforma, guarisce e garantisce la salvezza a chi lo accoglie! Questa luce noi dobbiamo portarla con le nostre opere buone.
La luce della nostra fede, donandosi, non si spegne ma si rafforza. Invece può venir meno se non la alimentiamo con l’amore e con le opere di carità. Così l’immagine della luce s’incontra con quella del sale.
La pagina evangelica, infatti, ci dice che, come discepoli di Cristo, siamo anche «il sale della terra». Il sale è un elemento che, mentre dà sapore, preserva il cibo dall’alterazione e dalla corruzione – al tempo di Gesù non c’erano i frigoriferi! –. Pertanto, la missione dei cristiani nella società è quella di dare “sapore” alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via. Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà, di riconciliazione.
Per adempiere a questa missione, bisogna che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni!
Ognuno di noi è chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio. Ci sia sempre di aiuto la protezione di Maria Santissima, prima discepola di Gesù e modello dei credenti che vivono ogni giorno nella storia la loro vocazione e missione.
La nostra Madre ci aiuti a lasciarci sempre purificare e illuminare dal Signore, per diventare a nostra volta “sale della terra” e “luce del mondo”.”
Papa Francesco Angelus del 5 febbraio 2017

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Questa domenica, 2 febbraio, la Chiesa celebra la presentazione al Tempio di Gesù, popolarmente conosciuta come festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme. Si può affermare che la presentazione di Gesù al Tempio è più un mistero doloroso che gaudioso perchè per Maria inizia il mistero della sofferenza, che raggiungerà il culmine ai piedi della croce.
Nella prima lettura il Profeta Malachia annuncia l’entrata messianica del Signore nel Suo tempio per purificare il popolo dalle sue infedeltà e offrire un’oblazione a Dio gradita.
Nella seconda lettura, l’autore della Lettera agli Ebrei presenta Gesù che, resosi in tutto simile ai fratelli, è il sacerdote sommo che inaugura il nuovo culto della nuova alleanza.
Nel Vangelo di Luca leggiamo che Maria e Giuseppe, per osservare la legge ebraica, presentano Gesù al tempio. Lì trovano due anziani, Anna e Simeone il quale riconosce nel Bambino il Messia. Lo prende tra le braccia e, colmo di pace e serenità, intona il suo canto di congedo da questo mondo.

Dal libro del profeta Malachia
Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l'argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un'offerta secondo giustizia.
Allora l'offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».
Ml 3, 1-4 .

Malachia , il cui nome significa "messaggero di Javhè“,è l’ultimo dei profeti minori dell’A.T., che gli ebrei chiamano per questo “Sigillo dei profeti” .
Si sa poco della sua vita, era della tribù di Zabulon e nacque a Sofa; visse certamente dopo l’esilio babilonese in un periodo di grande decadenza religiosa e morale (intono agli anni 450 a.C) . Non si può determinare con certezza se le sue profezie siano anteriori, contemporanee o posteriori al ritorno di Esdra in Palestina (sommo sacerdote ebreo, codificatore del giudaismo, V-IV secolo a.C.).
Il libro di Malachia tratta dei problemi morali relativi alla comunità ebraica, reduce dalla prigionia babilonese e a cui rimprovera le lamentele contro la Provvidenza di Dio, stimolandola a pentirsi. Egli mette in evidenza “l’elezione” d’Israele, che non è solo un privilegio onorifico di Dio, ma comporta degli obblighi, come ogni dono divino; rimprovera i sacerdoti che trascurano e offendono la dignità di JHWH e del culto a Lui dovuto.
Nella requisitoria contro il malcostume egli è intransigente e condanna i matrimoni misti, difende la indissolubilità del matrimonio, ecc. Il libro termina con una visione escatologica (cioè quello che seguirà alla vita terrena e alla fine del mondo), annunciante la venuta del messaggero di Dio, che farà una cernita dei buoni nel suo popolo; in questa profezia si può prefigurare la venuta di Giovanni Battista.
I Padri sono concordi nel vedere in Malachia il preannunzio profetico del sacrificio della Messa, con Gerusalemme che perde il titolo di “luogo dove bisogna adorare”, e Gesù che istituisce il rito eucaristico per tutta l’umanità.
In questo brano il profeta Malachia ricorda le parole del Signore: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate…” il Suo "messaggero" sotto forma di "angelo dell’alleanza” entrerà nel tempio santo, e chiede se i popoli siano pronti ad accoglierlo. Esso infatti li aiuterà, li purificherà, sarà come "fuoco e lisciva" che forgiano e purificano, e così le popolazioni di Giuda e di Gerusalemme trovato il Dio che attendevano, potranno fare offerte al Signore secondo giustizia ed esse stesse potranno ritornare agli antichi splendori".
Gesù in Mt 11,10 applicherà “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te.” a Giovanni Battista

Salmo 23 - Vieni, Signore, nel tuo tempio santo
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria.

Il salmo presenta il momento in cui Israele ritorna dell’esilio. Ora è consapevole, dopo la distruzione di Gerusalemme e del tempio, che per salire al tempio e per abitare alla sua ombra bisogna essere puri di cuore; il tempio non salva nessuno se non c’è la fedeltà alla legge.
Il Signore è di maestà infinita, e sua “è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti”.
Dalla considerazione della grandezza e potenza di Dio parte l’esame delle qualità di chi andrà ad abitare all’ombra del tempio del Signore.
Il tempio è stato distrutto e un coro dice alle porte di ristabilire se stesse. Esse sono state distrutte, ma sono pure “eterne” (traduzione letterale), e perciò saranno rifatte.
Dalle porte del tempio, comprese quelle dell’atrio degli olocausti, entrerà il re della gloria a prendere dimora con la sua gloria nel tempio, nel santo dei santi.
E’ il Signore potente in battaglia, che vince i suoi nemici. “Il Signore degli eserciti” è il Signore delle schiere dei valorosi nella fede.
Il “sensus plenior" del salmo è per salire il monte santo, cioè giungere alla mensa Eucaristica, salire in un cammino d’iniziazione, alla partecipazione piena all’altare, e dimorare nella fede e nell’amore nella casa del Signore richiede rettitudine di vita. Occorre cercare colui che già si è fatto trovare; cercarlo per più conoscerlo e amarlo, in un tendere all’infinito a lui.
E i cieli sono aperti. Le porte del cielo ostruitesi per il peccato dell’uomo ora si sono riaperte. I cori angeli hanno proclamato: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria…”. Entri il “Signore valoroso in battaglia”, quella che ha condotto contro le tenebre lanciategli da Satana e i dolori della croce. “E’ il Signore degli eserciti il re della gloria”, il Signore delle schiere apostoliche della Chiesa,
Commento di P. Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.
Eb 2, 14-18

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute. Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica .
Nella prima parte della lettera si descrive il ruolo di Cristo nel piano di Dio (1,5 - 2,18) e nella seconda parte si presenta Gesù come sommo sacerdote (3,1 - 5,10). La salvezza da lui portata è delineata nella parte centrale della lettera (5,11 - 10,39) e dopo (11,1 - 12,13), l’autore affronta il tema della risposta che la comunità deve dare a questa salvezza. Questa risposta consiste essenzialmente nella fede perseverante, mediante la quale si ha accesso ai beni che il sacrificio di Cristo ha acquistati.
In questo brano, tratto dal 2 capitolo, l’autore dopo aver iniziato con una esortazione afferma che la redenzione è realizzata dal Cristo, non dagli angeli e continua dicendo:
“Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”.
Con la Sua incarnazione Gesù è divenuto partecipe del sangue e della carne dell'uomo, cioè della sostanziale debolezza della condizione umana, per questo soggetto alla morte. La morte però è stata per Lui il mezzo per sconfiggere colui che traeva potere dalla morte stessa cioè il diavolo, colui che divide dal bene, da Dio.
“e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”.
L'uomo vede la morte come fallimento, separazione dai propri cari, da Dio. Su questo stato di angoscia, che paralizza, che rende l'uomo estremamente debole e facilmente ricattabile, il diavolo esercita la sua influenza rendendo ancora più schiavi gli uomini, proprio in forza della paura della morte. La solidarietà di Gesù con la storia dei Suoi fratelli cambia completamente il senso della morte. Egli la vive in assoluta fedeltà a Dio ed espressione della massima comunione o condivisione con gli uomini. Perciò la morte viene privata della sua forza ricattatoria e schiavizzante per l'uomo.
“Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.”
Questa liberazione non ha senso per il mondo spirituale degli angeli, ma per quelli che hanno in comune "la carne e il sangue", che caratterizza i rapporti umani. Non solo, si parla della stirpe di Abramo, cioè di coloro che sono la realizzazione della promessa fatta da Dio stesso al padre della fede, ma alla stirpe di Abramo si associa ormai tutta l'umanità.
“Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo”.
Quindi in forza della Sua morte, Gesù diventa il vero sommo sacerdote. E' questo il punto chiave di tutta la lettera agli Ebrei e l'autore lo esprimerà meglio più avanti. Qui si limita a ricordare che poiché ha impegnato tutto se stesso con la Sua morte e vincendola è un sommo sacerdote, il cui sacrificio è quantomai efficace. E' un sacerdote misericordioso, cioè prova compassione per tutti ed è degno di fede poiché ha pagato di persona l'espiazione dei peccati di tutto il popolo.
“Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”.
Egli non poteva che essere misericordioso, perché essendo passato attraverso la sofferenza, può capire, meglio di chiunque altro, coloro che sono nella sofferenza e nella morte e grazie alla Sua vittoria sulla morte può essere di aiuto a coloro che subiscono le stesse prove.

Nota: La verità dell’Incarnazione, fondamentale nella fede cristiana, ha creato non poche difficoltà agli albori del cristianesimo. I primi cristiani, che tentavano di “spiegare” chi fosse veramente Gesù, hanno talmente sottolineato la Sua umanità da negarne la divinità o comunque “diminuirla” rispetto a quella del Padre; altri invece hanno talmente sottolineato la divinità di Cristo da parlare della Sua umanità nei termini di apparenza o comunque di una umanità non “carnale” (debole) come la nostra. Ci sono voluti secoli e tutti i primi Concili della Chiesa per trovare il modo efficace e appropriato per esprimere la fede in modo compiuto.

Dal Vangelo secondo Luca
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l'anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Lc 2, 22-40

Nel suo Vangelo, Luca ci presenta la vita di Gesù anche all'interno delle pratiche religiose giudaiche, e in questo brano porta la nostra attenzione sulla presentazione al Tempio al quarantesimo giorno dalla Sua nascita. E’ un quadro pieno di personaggi in cui si intravedono tutti i misteri contemplati nell'Incarnazione e nella Natività.
Il brano inizia riportando che:
“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore»” –
Anche la famiglia di Gesù si sottopone alla Legge in tutte le sue prescrizioni. La legge consisteva anzitutto nella circoncisione del primogenito, che prevedeva il rito del "riscatto" del bambino e dell’imposizione del nome (Gen 17,9-14;). Il nome è importante perché indica il mistero irripetibile della persona umana. Rivelare il nome, imporre il nome, chiamare per nome, afferma la relazione con l’altro, così Gesù entra anche giuridicamente nella comunità degli uomini,.
“e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”
Per le famiglie benestanti questa offerta imponeva il sacrificio di un grosso animale, mentre per le famiglie povere, l’offerta poteva consistere in colombi o tortore (Lv 12,1-8). Luca qui precisa che Giuseppe e Maria offrirono il sacrificio dei poveri e con questo gesto vengono annoverati tra i poveri di Israele.
“Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui”.
Simeone viene presentato con tre qualità: giusto, pio e paziente e “che aspettava la consolazione d'Israele”. Simeone dunque è un uomo dall’attesa speranzosa e in questi suoi atteggiamenti troviamo in lui il dono dello Spirito Santo.
“Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio”,
E’ lo Spirito Santo stesso che agisce in Simeone perché lo spinge a recarsi al tempio e nel gesto di prendere tra le braccia il bambino e benedire Dio, accoglie il mistero del Dio incarnato. Esprime poi la gioia di questo incontro preannunciando una straordinaria profezia su Gesù e Maria.
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
L’esultanza di Simeone è paragonabile a quella di Maria e di Zaccaria; egli percepisce di aver finalmente realizzato l’incontro della sua vita! Simeone si pone dinanzi a Dio in rapporto di servo in totale dipendenza dal Signore, Creatore del mondo al quale Simeone è stato fedele durante tutta la sua esistenza. Ora egli non dovrà più attendere: i suoi occhi hanno potuto vedere la salvezza, la luce e la gloria, nella estrema debolezza di un bambino! Soltanto colui che ha saputo attendere nella fede, ora può esultare nella lode!
Simeone poi, sempre spinto dallo Spirito Santo, preannuncia la Passione e la Resurrezione di Gesù, e dice rivolgendosi a Maria: “egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l'anima–, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».”
Nel mondo giudaico l'immagine della spada veniva usata per indicare la Parola di Dio. Paolo userà spesso questo termine e nella lettera agli Ebrei il suo autore affermerà “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio”(Eb 4,12). Gesù sarà quella spada che dividerà quanti l'accolgono da coloro che lo rifiutano.
“C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”
Luca introducendo questa parte fa uscire di scena Simeone per sostituirlo con un'altra figura profetica:, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser, citata subito col raro titolo di profetessa come Debora (Gdc 4,4) . L’evangelista ci dice che Anna era vissuta con il marito per 7 anni e poi rimasta vedova aveva 84 anni. Non è un caso che citi proprio questo numero perché nella simbologia dei numeri il 7 significa compiutezza e perfezione, richiamandosi ai giorni che ha impiegato Dio per creare il mondo, la cui importanza simbolica deriva dal fatto che il 7 è la somma di tre e 4, che rappresentano rispettivamente il cielo e la terra. Perciò il 7 è il risultato dell’unione del mondo spirituale con quello materiale. Come per il 7 l’importanza simbolica del 12 deriva dal 3 moltiplicato per 4 che danno per risultato appunto 12 che sta ad indicare la fusione della sfera spirituale e materiale (12 è anche il numero delle tribù di Israele e del numero degli apostoli). Non è ardito pensare che questo numero sia stato messo per la sua forte valenza simbolica per confermare due eventi importanti e simultanei: il primo ingresso di Gesù nel tempio e il suo riconoscimento come salvatore di Israele, il Messia..
“Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
In quest’ultima espressione di Luca, c’è la conclusione in cui possiamo intravedere l'umanità di Gesù, che cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, l'umanità di Maria, che meditando le parole del vecchio Simeone, vive la sua maternità, in vista della Passione redentrice del Figlio Gesù, che è anche la sua passione dolorosa di corredentrice del genere umano, l'umanità di Giuseppe che provvede a formare con Gesù e Maria una famiglia terrena alla luce della grazia di Dio.

 

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“Oggi celebriamo la festa della Presentazione di Gesù al tempio. In questa data ricorre anche la Giornata della vita consacrata, che richiama l’importanza per la Chiesa di quanti hanno accolto la vocazione a seguire Gesù da vicino sulla via dei consigli evangelici.
Il Vangelo odierno racconta che, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe portarono il Bambino al tempio per offrirlo e consacrarlo a Dio, come prescritto dalla Legge ebraica. Questo episodio evangelico costituisce anche un’icona della donazione della propria vita da parte di coloro che, per un dono di Dio, assumono i tratti tipici di Gesù vergine, povero e obbediente.
Questa offerta di sé stessi a Dio riguarda ogni cristiano, perché tutti siamo consacrati a Lui mediante il Battesimo. Tutti siamo chiamati ad offrirci al Padre con Gesù e come Gesù, facendo della nostra vita un dono generoso, nella famiglia, nel lavoro, nel servizio alla Chiesa, nelle opere di misericordia. Tuttavia, tale consacrazione è vissuta in modo particolare dai religiosi, dai monaci, dai laici consacrati, che con la professione dei voti appartengono a Dio in modo pieno ed esclusivo. Questa appartenenza al Signore permette a quanti la vivono in modo autentico di offrire una testimonianza speciale al Vangelo del Regno di Dio. Totalmente consacrati a Dio, sono totalmente consegnati ai fratelli, per portare la luce di Cristo là dove più fitte sono le tenebre e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati.
Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: è un dono di Dio, un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo! Ogni persona consacrata è un dono per il Popolo di Dio in cammino. C’è tanto bisogno di queste presenze, che rafforzano e rinnovano l’impegno della diffusione del Vangelo, dell’educazione cristiana, della carità verso i più bisognosi, della preghiera contemplativa; l’impegno della formazione umana, della formazione spirituale dei giovani, delle famiglie; l’impegno per la giustizia e la pace nella famiglia umana. Ma pensiamo un po’ cosa succederebbe se non ci fossero le suore negli ospedali, le suore nelle missioni, le suore nelle scuole. Ma pensate una Chiesa senza le suore! Non si può pensare: esse sono questo dono, questo lievito che porta avanti il Popolo di Dio. Sono grandi queste donne che consacrano la loro vita a Dio, che portano avanti il messaggio di Gesù.
La Chiesa e il mondo hanno bisogno di questa testimonianza dell’amore e della misericordia di Dio. I consacrati, i religiosi, le religiose sono la testimonianza che Dio è buono e misericordioso. Perciò è necessario valorizzare con gratitudine le esperienze di vita consacrata e approfondire la conoscenza dei diversi carismi e spiritualità. Occorre pregare perché tanti giovani rispondano “sì” al Signore che li chiama a consacrarsi totalmente a Lui per un servizio disinteressato ai fratelli; consacrare la vita per servire Dio e i fratelli.
Per tutti questi motivi, come è stato già annunciato, l’anno prossimo sarà dedicato in modo speciale alla vita consacrata. Affidiamo fin da ora questa iniziativa all’intercessione della Vergine Maria e di san Giuseppe, che, come genitori di Gesù, sono stati i primi ad essere consacrati da Lui e a consacrare la loro vita a Lui.”
Papa Francesco Angelus del 2 febbraio 2014

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci presentano Gesù che inaugura il regno di Dio con la Sua vita, con i Suoi gesti e le Sue parole. Giovanni il Battista chiamava a sé le folle, mentre Gesù, Figlio di Dio, andando verso la Galilea, va loro incontro.
Nella prima lettura, il profeta Isaia descrive il giubilo dei salvati poiché si è instaurato il regno della libertà e della pace, dopo il periodo oscuro dell’occupazione assira. Il Signore è fedele alle Sue promesse realizzando la promessa fatta secoli prima, mandando il Suo Messia che porterà la luce alle nazioni, insieme con la gioia e la liberazione da ogni schiavitù.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo nella sua lettera ai Corinzi, che si erano divisi in gruppi che si richiamavano ad un maestro particolare, afferma che c’è un solo maestro: Gesù Cristo, che non può essere diviso.
L’evangelista Matteo nel brano del suo Vangelo ci racconta di come Gesù, camminando lungo il mare di Galilea, inaugura la sua missione e lo fa scegliendo i suoi discepoli, persone incolte, umanamente non adatte, ma che Lui renderà capaci di tanto. E’ bastato solo che li guardasse e dicesse loro: “Seguitemi!” ed essi lasciarono cadere di mano le reti per imbarcarsi in un’avventura molto più misteriosa di quella che vivevano su quel lago. Nell’ultima sera della Sua vita terrena, nel Cenacolo, Gesù ricorderà loro: “Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi”. In ogni vocazione umana c’è alla radice una chiamata, una grazia, un amore, ma anche una risposta. Ricordiamo tutti l’espressione celebre di S.Agostino” Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposi in Te e la colleghiamo alla ricerca di Dio che impegna tutto il percorso di una vita.

Dal libro del profeta Isaia
In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Mádian.
Is 8,23.9,1-3

Il profeta Isaia (Primo Isaia autore dei capitoli 1-39) iniziò la sua opera pubblica verso la fine del regno di Ozia, re di Giuda, attorno al 740 a.C, quando l'intera regione siro-palestinese era minacciata dall'espansionismo assiro. Isaia fu anche uno degli ispiratori della grande riforma religiosa avviata dal buon re Ezechia (715-687 a.C) che mise al bando le usanze idolatre e animiste che gli ebrei avevano adottato imitando i popoli vicini. Isaia si è sempre scagliato contro i sacrifici umani (prevalentemente di bambini o ragazzi), i simboli sessuali, gli idoli di ogni forma e materiale. Altro bersaglio della riforma, e delle invettive di Isaia, furono le forme cultuali puramente esteriori, ridotte quasi a pratiche magiche
Questo brano inizia ricordando che Dio in passato ha umiliato la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali (regioni nord della Palestina) ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Questo fatto probabilmente si riferisce all’invasione assira in Galilea citata nel 2^libro dei Re (15,29). Descrive poi in termini poetici la felicità provata: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.”
Le immagini che si percepiscono sono proprie di una vittoriosa liberazione. Si intravede così una gioia salvifica cominciando dalla terra di Zabulon e Neftali, la Galilea dei gentili, la regione semipagana odiata dai giudei fin dalla devastazione dell’anno 734 operata da Tiglat-Pilezer III. Tanto più profonde sono le tenebre, tanto più abbagliante è la luce ; tanto più disonorante l’umiliazione, tanto più grande è la gioia!
“Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”
La gioia è descritta con due immagini tradizionali: la mietitura del grano e la divisione del bottino dopo una battaglia vittoriosa.
“Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Mádian”.Sono spezzati i tre simboli della schiavitù : il giogo, la sbarra, il bastone, come nella vittoria di Gedeone sopra gli oppressori Madianiti (Gdc 7,15-25). Nel brano (nei versetti 5-6 non riportati nel testo) questa luce che porta la liberazione viene dal bambino che nascerà. (l’Emanuele di Is 7,14).
Nella liturgia di oggi è evidente che questo testo di Isaia e quello di Matteo obbligatoriamente si incontrano. Per Isaia, all’orizzonte di Israele, all’orizzonte della Galilea sorge la luce sfolgorante del re-Messia. Per Matteo, all’orizzonte della Galilea appare la figura del Cristo. Il simbolo della luce, classico in tutte le religioni per parlare della divinità, segnala l’iniziativa di Dio che rompe il Suo isolamento e si rivolge all’uomo, lo avvolge e lo coinvolge nella Sua luce, nella Sua vita.

Salmo 27 (26) Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

"Il Signore è mia luce”, dice il salmista. La luce è fonte di vita, fa vedere le cose, dona letizia e il salmista trova in Dio la sua luce, la sua sorgente di letizia, la sua conoscenza delle cose. E il Signore è pure sua salvezza assistendolo contro i nemici, che altrimenti prevarrebbero su di lui e gli strazierebbero la carne, tanto lo odiano. Ma col Signore non vede perché dovrebbe avere paura: “Di chi avrò timore;... di chi avrò paura?”.
E’ tanto sicuro nel Signore che se anche un esercito si accampasse contro di lui il suo cuore non temerebbe, e se si arrivasse alla battaglia e ne fosse nel folto anche allora avrebbe fiducia di vincere.
Egli non ha ambizioni di potere, di onori e ricchezze. Ha chiesto una sola cosa al Signore e questa sola cerca: “Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”. Noi chiediamo di vivere sempre centrati nell’Eucaristia, nella viva appartenenza alla Chiesa, in ammirazione della sua bellezza di pace, di carità, di fede, di speranza, di sacrificio, di testimonianza, di operosità instancabile.
“La casa del Signore” è per il salmista il luogo di rifugio offertogli dal Signore nel giorno della sventura, quando c’è la prova, la tribolazione. In essa si sente protetto, come nascosto, dalla turba degli uomini, e nello stesso tempo come posto su di una rupe inattaccabile.
Confortato nella casa del Signore non è pavido, ma in pieno sole rialza la testa da vincente; ha il coraggio di lottare certo della vittoria, che celebrerà nell’esultanza: “Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria”. Noi non immoleremo tori o capri, bensì faremo offerte dei risultati del superamento del giorno in cui eravamo prossimi alla rovina, e faremo banchetti con i fratelli poveri.
Il salmista ritorna sulla sua situazione di dolore, trovando sempre conforto nella fede.
Umile, non può che presentarsi come reo di molti peccati davanti al Signore e chiede di non essere respinto con ira da Signore.
Egli ha un programma: “Cercare il volto del Signore”, per conoscerlo sempre di più e così sempre di più amarlo. E, ancora, cerca il volto del Signore per riceverne la volontà e la benevolenza. Il salmista mostra le sue ferite passate, la sua storia di dolore: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.
Ora è saldo e sicuro, ma insidiato da falsi testimoni che lo vogliono trascinare in giudizio e per questo diffondono negli animi violenza contro di lui. Ma anche se costoro avessero da prevalere egli è certo di “contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”; nel cielo e poi un giorno nella risurrezione, nella creazione rinnovata.
Commento di P. Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo aspostolo ai Corinzi
Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.
Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
1Cor 1,10-13.17

Continuando la sua lettera ai Corinzi, dopo l’introduzione e il ringraziamento, Paolo entra subito nel vivo del problema che agita la comunità: “Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.” Egli si rivolge ai corinzi chiamandoli affettuosamente “fratelli” e dopo averli esortati, espone il motivo della sua esortazione all’unità: “Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie”. L’informazione era giunta a Paolo tramite i “familiari di Cloe” (non si sa di preciso chi fosse questa Cloe; probabilmente una commerciante, che aveva un organico di schiavi, di liberti e di uomini liberi) venuti a Efeso per affari. Le discordie segnalate provengono dal fatto che alcuni di loro affermavano: “Io sono di Paolo” altri , “Io invece sono di Apollo”, altri ancora “Io invece di Cefa”,altri infine dicono “E io di Cristo”. A Paolo dunque hanno riferito che si sono formati gruppetti ciascuno dei quali fa riferimento a uno dei personaggi che hanno svolto un certo ruolo nella comunità. Paolo, nominato per primo, aveva fondato la comunità. Del secondo, Apollo, sappiamo dagli Atti degli Apostoli che era un giudeo di Alessandria “uomo colto, versato nelle Scritture”, che era stato indirizzato a Corinto proprio da Aquila e Priscilla, amici di Paolo. In Alessandria, famosa città ellenistica, proprio allora fioriva la scuola di Filone, il quale interpretava le scritture in modo allegorico, alla luce della filosofia greca e Apollo non poteva certo ignorare l’insegnamento di questa scuola. Ciò che aveva attirato su di lui il consenso di una parte della comunità era quindi probabilmente la sua conoscenza delle Scritture e la capacità di interpretarle alla luce dei concetti filosofici largamente diffusi nella società di allora. Al tempo della stesura della lettera, Apollo si trova a Efeso con Paolo che vorrebbe rimandarlo a Corinto (1Cor 16,12): egli non è quindi un avversario, ma un suo collaboratore.
Cefa (Pietro), il capo del gruppo dei Dodici, doveva essere ben noto a Corinto perché Paolo lo ricorda altre tre volte nel corso della lettera (1Cor 3,22; 9,5; 15,5). Non si sa invece se abbia visitato personalmente la città o se invece vi siano giunti missionari che si rifacevano alla sua predicazione. I suoi aderenti a Corinto potevano essere stati attratti dal suo insegnamento più tollerante e possibilista nei confronti degli usi giudaici (Gal 2,12).
Il fatto che alcuni dicessero: “E io di Cristo” ha avuto varie interpretazioni. È possibile che esistesse un gruppo di cristiani che affermavano, in contrasto con gli altri, di avere un rapporto più diretto e immediato con Cristo, ma si può anche pensare che l’espressione “E io di Cristo!” sia di Paolo che con essa intendeva distinguersi da qualsiasi partito schierandosi unicamente dalla parte di Cristo. In definitiva i gruppi veri e propri erano forse tre o perfino solo due, quello di Paolo e quello di Apollo, gli unici di cui si parlerà ancora in seguito: gli altri due Paolo probabilmente li può avere messi per non dare l’impressione che tutto si risolvesse in un contrasto tra lui e Apollo. Comunque si può anche pensare che sia stato proprio Apollo, con la sua predicazione ispirata all’oratoria greca e alle idee filosofiche, ad attrarre dietro di sé la parte più colta della comunità, mentre i più semplici avevano espresso la loro adesione incondizionata a Paolo.
Alla situazione della comunità Paolo reagisce con tre domande, alle quali non si può rispondere negativamente: “È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?” Come Cristo non può essere diviso, così non possono esserlo i suoi seguaci. È Cristo, e non Paolo (e quindi neppure gli altri predicatori), che è stato crocifisso per loro!
Ed è sempre nel nome di Cristo (At 10,48) e non di Paolo o di chiunque altro che sono stati battezzati. La salvezza viene quindi solo da Cristo, e non da coloro che hanno annunziato il Suo vangelo!
Nei versetti omessi nel brano liturgico (vv. 14-16), Paolo ringrazia Dio di non aver battezzato nessuno di loro, se non Crispo, il capo della sinagoga che si era convertito tra i primi (V.At 18,8), Gaio, da cui sarà ospite al momento di inviare la lettera ai Romani (V Rm 16,23) e la famiglia di Stefana, il responsabile della comunità che si trovava attualmente presso di lui (16,15-16): così nessuno potrà dire di essere stato battezzato nel suo nome. I corinzi non possono certo trarre motivo dalla pratica battesimale di Paolo per attribuire a lui o ad altri un ruolo salvifico che compete solo a Cristo. Il solo pensare che lui (Paolo) o altri predicatori potessero aggiungere qualcosa di essenziale all’opera salvifica di Cristo e di conseguenza potessero creare un’aggregazione intorno alla loro persona, lo preoccupa fino a provocargli dolore.
Paolo conclude affermando: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo”.
Il fatto che Paolo abbia battezzato così poche persone a Corinto non è un caso: il compito a lui affidato non è quello di battezzare, ma di annunziare il vangelo, ma soprattutto è fondamentale che questo non sia presentato “con sapienza di parola”. Questa espressione indica tutto ciò che serve alla comunicazione di un messaggio e ciò affinché non “venga resa vana” la croce di Cristo.
L’errore in cui sono caduti i corinzi è stato quello di dare più importanza a interpretazioni, formule, dottrine, norme condizionate dal tempo e dalla cultura. Per Paolo ciò che conta non sono le modalità con cui il Vangelo viene comunicato, ma la croce di Cristo, che ne rappresenta il tema centrale. In altre parole egli indica la vera causa della crisi dei corinzi: nell’eccessiva importanza data al mezzo di comunicazione rispetto all’oggetto del messaggio, cioè nella pretesa di trovare ad ogni costo nel Vangelo un sistema filosofico conforme alle attese culturali di chi ascolta. Se vogliono superare il problema delle divisioni i corinzi devono dunque andare al di là dell’involucro in cui esso è contenuto per accogliere in profondità il dono che viene da Dio e spesso si oppone proprio alle aspettative umane. Solo accettando la pluralità delle interpretazioni, anche se questo può sembrare un paradosso, senza dividersi in base ad esse, si può raggiungere l’unanimità in ciò che è veramente essenziale.

Dal vangelo secondo Matteo
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Mt 4, 12-21

Questo passo del Vangelo di Matteo, che viene dopo il battesimo di Gesù e l’episodio della tentazione nel deserto, è l’introduzione generale al ministero di Gesù. Il brano inizia con Gesù, che dopo aver saputo che “Giovanni era stato arrestato” si ritira nella Galilea e lascia Nazareth.
Matteo non dice il motivo per cui Gesù lascia Nazareth, più tardi ci parlerà dell'incredulità trovata nella sua patria e nella sua casa. Questa è un’annotazione che va oltre il semplice significato cronologico: è già una prefigurazione della sorte che attende Gesù. Anche la seconda annotazione “si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao”, non vuole indicare una semplice precisione geografica, ma riporta un fatto che costituì uno scandalo per le attese religiose del tempo. Ma in tutto ciò che accade, Matteo vede il compimento di ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:“Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (8,23-9,1). Le regioni menzionate, che erano state umiliate dal re dell'Assiria e che continuano a non godere di buona fama, diventano il luogo dell'esperienza della salvezza, coloro che erano considerati non-popolo, accolgono la presenza di Gesù affinché coloro che lo cercano lo possano trovare, non dentro gli spazi chiusi del sacro o del potere, ma nella Galilea.
Dunque proprio in un posto poco raccomandabile come Cafarnao, (che è anche un luogo di confine dove facilmente i costumi si mescolano (cfr. 2Re 15,29; Gen 49,13)), Gesù arriva per attualizzare la profezia di Isaia.
“Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».”
La prima parola che dice Gesù è “convertitevi” e la motivazione è la vicinanza del regno dei cieli, una vicinanza che comincia a dare i suoi frutti. “Il Regno dei Cieli è vicino”, vuol dire che Egli, Gesù, è così vicino che la Sua presenza fa effetto perché inizia a produrre la salvezza, la gioia, la speranza, il perdono. La lunga attesa, che le promesse dei profeti hanno suscitato in Israele, si sta compiendo!
“Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.” Gesù è in continuo movimento, è in mezzo alla gente e l’invito a cambiare mentalità passa sempre dalla realtà della vita. Il mare della Galilea può rappresentare la vita caotica, non ordinata, e in questo caos Gesù passa e chiama i due fratelli, che Matteo sottolinea essere pescatori.
“E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini»”. Dopo il primo imperativo “convertitevi”, ora ne ascoltiamo un altro: “venite dietro a me”. La conversione consiste nel legarsi a Gesù, nel diventare suoi discepoli. L’elemento determinante di questa chiamata è lo stare con Gesù, condividere la Sua esperienza.
Ancora oggi Gesù passa nella nostra quotidianità, non ci chiede sempre di abbandonare il nostro quotidiano, ma di trasformarlo. I discepoli continueranno ad essere pescatori, ma di un altro tipo di pesca.
“Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono”. La voce di Gesù che chiama alla Sua sequela è simile a quella con la quale Dio nell’AT aveva chiamato i Suoi profeti costituendoli Suoi portavoce davanti a Israele, Suo popolo.
La parola “subito” evidenzia la sollecitudine piena di gioia e senza rimpianto e Matteo precisa anche che essi “lo seguirono”. Non è un semplice unirsi a Lui, ma vuole indicare un rapporto di sequela particolare: Gesù è il Maestro, loro i discepoli, Egli è il primo, loro i seguaci..
“Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò”. Si ripete la stessa cosa con altri due fratelli. Questa volta, Matteo ci dice che essi si trovavano con il padre e stavano riparando le reti.
“Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono”. Anche Giacomo e Giovanni abbandonano all’istante il lavoro, la sicurezza della loro vita (la barca e il padre) e si uniscono a Gesù, e si imbarcano in un’avventura molto più misteriosa di quella che vivevano in quel lago spesso infido ma anche ricco di pesce. L’ultima sera della sua vita terrena , nel Cenacolo, Gesù ricorderà ai suoi discepoli: “Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi”.
“Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”.
Gli ultimi versetti descrivono Gesù che cammina, senza mai fermarsi, rendendo così visibile il volto di un Dio che ti viene incontro, non condanna, non impone dei pesi, ma che compatisce, infonde serenità, nuova speranza e gioia.

 

*****

“L’odierna pagina evangelica narra l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. Egli lascia Nazaret, un villaggio sui monti, e si stabilisce a Cafarnao, un centro importante sulla riva del lago, abitato in massima parte da pagani, punto di incrocio tra il Mediterraneo e l’entroterra mesopotamico. Questa scelta indica che i destinatari della sua predicazione non sono soltanto i suoi connazionali, ma quanti approdano nella cosmopolita «Galilea delle genti» (v. 15; cfr Is 8,23): così si chiamava.
Vista dalla capitale Gerusalemme, quella terra è geograficamente periferica e religiosamente impura perché era piena di pagani, per la mescolanza con quanti non appartenevano a Israele. Dalla Galilea non si attendevano certo grandi cose per la storia della salvezza. Invece proprio da lì - proprio da lì - si diffonde quella “luce” sulla quale abbiamo meditato nelle scorse domeniche: la luce di Cristo. Si diffonde proprio dalla periferia.
Il messaggio di Gesù ricalca quello del Battista, annunciando il «regno dei cieli» . Questo regno non comporta l’instaurazione di un nuovo potere politico, ma il compimento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che inaugurerà una stagione di pace e di giustizia. Per stringere questo patto di alleanza con Dio, ognuno è chiamato a convertirsi, trasformando il proprio modo di pensare e di vivere.
E’ importante questo: convertirsi non è soltanto cambiare il modo di vivere, ma anche il modo di pensare. E’ una trasformazione del pensiero. Non si tratta di cambiare gli abiti, ma le abitudini! Ciò che differenzia Gesù da Giovanni il Battista è lo stile e il metodo. Gesù sceglie di essere un profeta itinerante. Non sta ad aspettare la gente, ma si muove incontro ad essa. Gesù è sempre per la strada! Le sue prime uscite missionarie avvengono lungo il lago di Galilea, a contatto con la folla, in particolare con i pescatori.
Lì Gesù non solo proclama la venuta del regno di Dio, ma cerca i compagni da associare alla sua missione di salvezza. In questo stesso luogo incontra due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni; li chiama dicendo: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» .
La chiamata li raggiunge nel pieno della loro attività di ogni giorno: il Signore si rivela a noi non in modo straordinario o eclatante, ma nella quotidianità della nostra vita. Lì dobbiamo trovare il Signore; e lì Lui si rivela, fa sentire il suo amore al nostro cuore; e lì – con questo dialogo con Lui nella quotidianità della vita – cambia il nostro cuore.
La risposta dei quattro pescatori è immediata e pronta: «Subito lasciarono le reti e lo seguirono» . Sappiamo infatti che erano stati discepoli del Battista e che, grazie alla sua testimonianza, avevano già iniziato a credere in Gesù come Messia (cfr Gv 1,35-42).
Noi, cristiani di oggi, abbiamo la gioia di proclamare e testimoniare la nostra fede perché c’è stato quel primo annuncio, perché ci sono stati quegli uomini umili e coraggiosi che hanno risposto generosamente alla chiamata di Gesù. Sulle rive del lago, in una terra impensabile, è nata la prima comunità dei discepoli di Cristo.
La consapevolezza di questi inizi susciti in noi il desiderio di portare la parola, l’amore e la tenerezza di Gesù in ogni contesto, anche il più impervio e resistente. Portare la Parola a tutte le periferie! Tutti gli spazi del vivere umano sono terreno in cui gettare la semente del Vangelo, affinché porti frutti di salvezza.
La Vergine Maria ci aiuti con la sua materna intercessione a rispondere con gioia alla chiamata di Gesù, a metterci al servizio del Regno di Dio.”
Papa Francesco Angelus del 22 gennaio 2017

Pubblicato in Liturgia

Come nella precedente domenica del battesimo del Signore alle rive del Giordano, anche in questa domenica il protagonista è Giovanni il Battista, ma le sue parole profetiche puntano verso un’altra meta: Gesù Cristo, l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Nella prima lettura, il profeta Isaia parla della missione del servo del Signore a cui Dio dice: «È troppo poco che tu sia mio servo …per ricondurre i superstiti d’Israele.Io ti renderò luce delle nazioni,perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». Il Servo è chiamato per condurre alla salvezza non solo Israele, ma tutti i popoli.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai corinzi, l’apostolo Paolo parla della propria vocazione all’apostolato, ricordando ai cristiani che anch’essi sono chiamati alla fede. Santificati in Cristo, sono convocati da Dio a costituire la Chiesa.
L’evangelista Giovanni, nel brano del suo Vangelo ci presenta il Battista, mandato da Dio a preparare la via a Gesù Messia e Salvatore, e lo indica come l’Agnello di Dio, la vittima che riscatta il mondo dal peccato. Per il credente, come per la Chiesa, il vero volto di Cristo si svela a poco a poco, nel corso di un cammino di fede compiuto con costanza e fermezza.

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

Il libro del Deuteroisaia si apre con il lieto annunzio del ritorno degli esuli a Gerusalemme (40,1-11) e termina con un poema sulla parola di Dio. Il libro contiene una raccolta di oracoli, alcuni composti prima della conquista di Babilonia da parte di Ciro (Is 41,12 - 48,22) e quelli che invece hanno visto la luce dopo questo evento (Is 49,1-54,17).
Nell’introduzione del carme, omessa dalla liturgia, il Servo si rivolge alle isole, cioè, come appare dal parallelismo, alle nazioni lontane:, che ora vengono chiamate metaforicamente a dare un giudizio oggettivo su quanto è accaduto. Anzitutto il Servo si appella alla sua vocazione: “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome….” (49,1). Come Geremia, egli è stato scelto da Dio fin dal seno materno (Ger 1,5), cioè quando non poteva avere ancora alcun merito che motivasse la sua chiamata, e anche a lui, come ai profeti che lo hanno preceduto, è assegnato il compito di combattere contro i nemici di Dio.
Inizia qui il brano liturgico. Il Servo ricorda anzitutto a Dio le sue promesse: “Mio servo tu sei, Israele,sul quale manifesterò la mia gloria”. Nel Servo e mediante la sua opera, Dio vuole manifestare la Sua gloria, cioè il Suo progetto di salvezza. Nella sua risposta, omessa nel brano, il Servo dice che, pur essendo stato scelto e preparato, è andato incontro a un fallimento: la sua fatica e il suo impegno non hanno portato i frutti sperati. Ciò è dovuto al fatto che il popolo non è preparato ad accettare la proposta di Dio riguardante il ritorno nella terra dei padri. Il Servo non ha colpa di tale insuccesso e il Signore non potrà non riconoscere la sua innocenza e gli conferirà la ricompensa promessa. Il Servo riferisce allora che Dio interviene una seconda volta e prima di riferire il suo messaggio, il Servo lo introduce con queste parole: “Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza”. In questa introduzione il Servo riprende per la seconda volta il tema della sua vocazione, e il suo compito specifico di riportare a Dio il popolo di Israele . Questo compito rappresenta per lui un grande onore e gli garantisce l’assistenza divina. Dopo questa introduzione vengono riportate le parole di Dio: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.
Nonostante il suo insuccesso, Dio lo ha tanto apprezzato e stimato da ritenere troppo piccolo per lui il compito di radunare Israele e di ricondurlo a Lui. Il Signore vuole conferirgli una missione ancora più grande, che riguarda tutta l’umanità. Egli dovrà essere “luce delle nazioni”, cioè far risplendere anche su di loro la rivelazione della Sua gloria e far giungere così la salvezza “fino all’estremità della terra”.
Questa estensione della missione del Servo, non significa certo che egli dovrà svolgere un'attività missionaria presso i pagani, ma piuttosto che, dopo il suo momentaneo fallimento, porterà a termine la sua opera con tale successo da suscitare lo stupore e l'ammirazione anche delle altre nazioni, coinvolgendole nella salvezza offerta prima a Israele (45,14-25).

Salmo 39/40 - Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà!

Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo
una lode al nostro Dio

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi ha aperto,
Non hai chiesto olocauso nè sacrificio
per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo”

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Il salmo inizia con una lode a Dio per la liberazione da grandi difficoltà. E’ una lode piena di giubilo, di forza, di annuncio della bontà del Signore. Il salmista è giunto ad una grande intimità con Dio, e Dio gli ha posto “sulla bocca un canto nuovo”. Egli con uno sguardo lieto verso il futuro afferma che “molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore”. Egli crede che tutta la terra conoscerà il tempo della pace.
Egli presenta la beatitudine dell’uomo che rimane col Signore e “e non si volge verso chi segue gli idoli”, di coloro che si credono autosufficienti e seguono così la menzogna. Il salmista nel suo giubilo ricorda le opere del Signore fatte a favore del suo popolo: “Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore”.
Egli afferma che il culto a Dio non è una semplice ritualità, ma deve scaturire dal cuore, da un vero amore a Dio, che si esprime nell’obbedienza alla sua parola. Egli ha capito - “gli orecchi mi hai aperto” - come il culto al tempio, senza l’obbedienza del cuore, disgusta Dio: “Sacrificio e offerta non gradisci”. “Gli orecchi mi hai aperto”, è traduzione che legge l’ebraico “karatta”, “forato”, come “aperto”. Questa lettura si collega a 1Samuele 9,15 e a Isaia 50,5 ed è stata promossa da autorevoli esegeti (Podechard e Dorme).
Ha capito perché ha ascoltato la Scrittura (Il rotolo del libro), e quindi ha obbedito alla Parola la quale lo ha illuminato sul vero culto da rendere a Dio. L’orecchio è organo dell’ascoltare, ma qui è pure simbolo dell’obbedire.
L’espressione “gli orecchi mi hai aperto”, si trova con versione diversa nella traduzione greca detta dei LXX : “un corpo invece mi hai preparato”. Questa versione è poi entrata nella lettera agli Ebrei (10,5), che dipende quanto a citazioni del Vecchio Testamento dalla traduzione dei LXX. La spiegazione di questa diversità va ricercata in una deficienza introdotta da un copista nel manoscritto, o più manoscritti di derivazione, a disposizione dei LXX, i quali dovettero superare l’incertezza letteraria con un pensiero teologico, affermando che nell’adorazione a Dio, nel vero culto a Dio, tutto l’uomo entra in gioco; il corpo deve essere sottomesso con decisa volontà ai comandamenti di Dio. I sacrifici, gli olocausti del tempio, sono un appello “al sacrificio, all’olocausto”, di dominio del proprio corpo. Sulla base di questo pensiero teologico i LXX fecero la loro traduzione; e questa è entrata nella lettera agli Ebrei riguardo l’Incarnazione.
Il salmista ha letto che nella Legge (Il rotolo del libro) è comandato di fare la volontà di Dio, che è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; dunque non un culto dove sia assente il cuore, dove il senso non sia dominato, dove non ci sia obbedienza alla Parola, e non amore verso i fratelli. Egli dice: “su di me è scritto”; poiché “Il rotolo del libro” non chiede solo l’adesione della collettività, ma innanzi tutto l’adesione personale.
Fare la volontà di Dio è il desiderio intimo del salmista.
Egli nel giubilo non si dimentica del dovere di annunciare agli altri quanto Dio ha fatto per lui: “Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea”.
E il suo giubilo scaturisce dall’umiltà; perciò non è euforia. Egli, umile, si dichiara colpevole davanti a Dio, e chiede a lui sostegno per sostenere e uscire dai mali che lo circondano: “La tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre, poiché mi circondano mali senza numero”.
Anche se “povero e bisognoso”, il salmista non dubita affatto che Dio ha cura di lui e perciò termina il salmo con un grande atto di fiducia: “Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare”
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
1^Cor1,1-3

La Prima lettera ai Corinzi, che Paolo scrisse da Efeso nel 53-54, è una delle più lunghe fra quelle scritte da Paolo, paragonabile a quella dei Romani, ambedue infatti sono suddivise in 16 capitoli. La lettera si contraddistingue per la molteplicità dei temi che Paolo vi affronta per chiarire dubbi o difficoltà della comunità e per correggere abusi e deviazioni. In essa l’apostolo dovrà prendere posizioni anche piuttosto critiche, che potrebbero compromettergli la simpatia dei destinatari. Per capire l’animo con cui affronta questo delicato compito pastorale e i rapporti che intende instaurare con la comunità, è significativo il ringraziamento che, come avviene solitamente nelle sue lettere, fa seguito al “prescritto” (mittente, destinatari e saluti).
Nel brano che riporta l’inizio della lettera, troviamo i saluti accorati ed incoraggianti di Paolo e Sostene, suo discepolo ed anche capo della sinagoga di Corinto.
Paolo chiamato ad essere apostolo si rivolge ai Corinti santificati mettendo in risalto che tale santificazione non appartiene solo a loro, ma a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore.
Poi Paolo continua augurando anzitutto, come in tutte le sue lettere: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!.
Questo saluto unisce quello tipico del mondo ebraico (shalôm, pace) a quello del mondo greco (chaire, salve), e mediante questa fusione di due diversi modi di salutare, Paolo esprime la pienezza dei doni messianici, che consistono nella grazia di Dio e nella pace personale e universale. Egli invoca questi doni anzitutto da parte di Dio Padre, e poi dal Signore Gesù Cristo: Dio è la fonte di ogni grazia che dispensa mediante suo Figlio.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Gv 1,29-34

L’evangelista Giovanni citava già la testimonianza di Giovanni il Battista nel prologo e in questo brano presenta Gesù come l’Agnello di Dio. Qui Gesù compare improvvisamente sulla scena infatti il brano inizia dicendo semplicemente: “Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”
L’espressione usata dal Battista per indicare Gesù è piuttosto strana in quanto non è chiaro perché a Gesù gli dia l’appellativo di “agnello di Dio” e perchè questo titolo ha la funzione di togliere il peccato del mondo. Però se l’espressione la si confronta con il quarto carme del Servo del Signore (Is 52,13-2,12), dove sono riportate espressioni simili, si può comprendere la ragione. L’idea fondamentale del carme di Isaia è quella del giusto che, inviato da Dio a radunare gli israeliti dispersi in esilio a causa dei loro peccati, stabilisce con essi un rapporto profondo di solidarietà, condividendo e quindi prendendo in qualche modo su di sé, in un atteggiamento di fedeltà totale a Dio, i loro mali e le loro sofferenze, e così li riconcilia tra di loro e con Dio.
Le espressioni usate dal Battista però sembrerebbero diverse da quelle del carme perché egli parla di “agnello” e non di “servo”, di “togliere” e non di “addossarsi”, di “peccato del mondo” e non di “affanni e di dolori”. Ma al di là delle differenze è chiaro che c’è corrispondenza nei due testi: anche in Isaia il Servo è paragonato a un agnello (era come agnello condotto al macello(v. 7), il suo addossarsi le iniquità di molti per poterle eliminare (v. 11), e infine il termine “molti” (moltitudine) richiama il termine “mondo” usato da Giovanni. È anche pensabile che Gesù sia detto “Agnello di Dio” e non “Servo del Signore” per mettere simbolicamente la Sua persona in rapporto con l’agnello pasquale, il cui sacrificio ricordava la liberazione del popolo dall’Egitto. Questa per l’evangelista è stata portata a compimento esattamente mediante la morte di Gesù, con la quale si è attuata la liberazione definitiva dal peccato.
La testimonianza del Battista prosegue con queste parole: “Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”.
Gesù dunque è l’uomo di cui egli aveva detto che, pur venendo dopo di Lui lo avrebbe preceduto, perché era prima di Lui. Giovanni afferma poi che non lo conosceva, non nel senso di una conoscenza umana, ma perché non sapeva che proprio Lui fosse l’atteso. Da quanto egli poi aggiunge sembra che tutta la sua opera di battezzatore non avesse altro scopo che quella di far sì che Gesù fosse rivelato in Israele.
Il Battista accenna poi a un’esperienza da lui stesso fatta: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.“ È chiaro il riferimento al battesimo di Gesù come è narrato dai sinottici, con la differenza che in Marco e in Matteo è Gesù, e non il Battista, che vede lo Spirito, mentre Luca afferma che lo Spirito è disceso su di Lui “in forma corporea”, lasciando quindi intendere sia stato visto da tutti.
La discesa dello Spirito richiama alcuni importanti testi profetici, primo tra tutti l’investitura del Servo del Signore, che viene così descritta: “Ecco il mio servo che io sostengo,il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui;egli porterà il diritto alle nazioni.” (Is 42,1) C’è anche la consacrazione di una figura messianica e profetica descritta nel Terzo Isaia con queste parole: “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,” (Is 61,1). La colomba infine era simbolo di Israele e il fatto che qui lo Spirito prenda questa forma richiama con tutta probabilità l’idea del raduno escatologico del popolo di Dio e il suo rinnovamento interiore,che avverrà appunto mediante lo Spirito (Ez 36,27).
Giovanni poi prosegue mettendo in luce il compito assegnato a Gesù: Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. Giovanni dunque battezza solo con acqua; Gesù invece battezzerà con lo Spirito. Egli potrà farlo appunto perché lo Spirito non solo si posa, ma anche “rimane” su di Lui: questa espressione non si trova nei sinottici ma si riferisce ad un altro testo profetico: Su di lui si poserà lo spirito del Signore,spirito di sapienza e di intelligenza,spirito di consiglio e di fortezza,spirito di conoscenza e di timore del Signore. (Is11,2) È questa presenza duratura dello Spirito che darà a Gesù la possibilità di “battezzare con lo Spirito Santo”. Qui c’è un riferimento al battesimo cristiano, e in generale all’opera della Spirito nella comunità cristiana. Il battesimo di Giovanni non ha dunque altro scopo che quello di mettere in luce colui che amministrerà il vero battesimo.Giovanni conclude la sua testimonianza in questo modo: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. Nei sinottici è il Padre stesso che nel battesimo presenta Gesù come Suo Figlio, invece nel vangelo di Giovanni questa proclamazione è riservata al Battista, il quale è venuto proprio per rendergli questa testimonianza.
La discesa dello Spirito viene presentata dal vangelo di Giovanni come l’aspetto fondamentale della missione di Gesù e ciò significa che la Sua opera di riconciliazione è l’espressione più piena della lotta che Dio stesso conduce contro la potenza del male.
Anche l’immagine del Battista appare diversa da quella presentata dai sinottici. In alcuni tratti della sua figura e della sua predicazione non appare più come il predicatore che chiama alla penitenza in vista del giudizio finale, ma semplicemente come colui che ha preparato la venuta di Cristo. Questo è ciò che costituisce la sua vera grandezza. I suoi dubbi circa la persona di Gesù, ricordati nei sinottici, non sono menzionati in questo vangelo, egli appare come l’araldo dotato di una fede analoga a quella dei primi cristiani, che manda i propri discepoli da Gesù non per chiedere spiegazioni, ma per offrire loro l’occasione di diventare Suoi discepoli.

 

*****

“Al centro del Vangelo di oggi c’è questa parola di Giovanni il Battista: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Una parola accompagnata dallo sguardo e dal gesto della mano che indicano Lui, Gesù.
Immaginiamo la scena. Siamo sulla riva del fiume Giordano. Giovanni sta battezzando; c’è tanta gente, uomini e donne di varie età, venuti lì, al fiume, per ricevere il battesimo dalle mani di quell’uomo che a molti ricordava Elia, il grande profeta che nove secoli prima aveva purificato gli israeliti dall’idolatria e li aveva ricondotti alla vera fede nel Dio dell’alleanza, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
Giovanni predica che il regno dei cieli è vicino, che il Messia sta per manifestarsi e bisogna prepararsi, convertirsi e comportarsi con giustizia; e si mette a battezzare nel Giordano per dare al popolo un mezzo concreto di penitenza . Questa gente veniva per pentirsi dei propri peccati, per fare penitenza, per ricominciare la vita. Lui sa, Giovanni sa che il Messia, il Consacrato del Signore è ormai vicino, e il segno per riconoscerlo sarà che su di Lui si poserà lo Spirito Santo; infatti Lui porterà il vero battesimo, il battesimo nello Spirito Santo .
Ed ecco il momento arriva: Gesù si presenta sulla riva del fiume, in mezzo alla gente, ai peccatori – come tutti noi –.
E’ il suo primo atto pubblico, la prima cosa che fa quando lascia la casa di Nazaret, a trent’anni: scende in Giudea, va al Giordano e si fa battezzare da Giovanni. Sappiamo che cosa succede – lo abbiamo celebrato domenica scorsa –: su Gesù scende lo Spirito Santo in forma come di colomba e la voce del Padre lo proclama Figlio prediletto.
E’ il segno che Giovanni aspettava. E’ Lui! Gesù è il Messia. Giovanni è sconcertato, perché si è manifestato in un modo impensabile: in mezzo ai peccatori, battezzato come loro, anzi, per loro. Ma lo Spirito illumina Giovanni e gli fa capire che così si compie la giustizia di Dio, si compie il suo disegno di salvezza: Gesù è il Messia, il Re d’Israele, ma non con la potenza di questo mondo, bensì come Agnello di Dio, che prende su di sé e toglie il peccato del mondo.
Così Giovanni lo indica alla gente e ai suoi discepoli. Perché Giovanni aveva una numerosa cerchia di discepoli, che lo avevano scelto come guida spirituale, e proprio alcuni di loro diventeranno i primi discepoli di Gesù. Conosciamo bene i loro nomi: Simone, detto poi Pietro, suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni. Tutti pescatori; tutti galilei, come Gesù.
Cari fratelli e sorelle, perché ci siamo soffermati a lungo su questa scena? Perché è decisiva! Non è un aneddoto.
E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa. La Chiesa, in ogni tempo, è chiamata a fare quello che fece Giovanni il Battista, indicare Gesù alla gente dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Lui è l’unico Salvatore! Lui è il Signore, umile, in mezzo ai peccatori, ma è Lui, Lui: non è un altro, potente, che viene; no, no, è Lui!
E queste sono le parole che noi sacerdoti ripetiamo ogni giorno, durante la Messa, quando presentiamo al popolo il pane e il vino diventati il Corpo e il Sangue di Cristo. Questo gesto liturgico rappresenta tutta la missione della Chiesa, la quale non annuncia sé stessa. Guai, guai quando la Chiesa annuncia se stessa; perde la bussola, non sa dove va! La Chiesa annuncia Cristo; non porta sé stessa, porta Cristo. Perché è Lui e solo Lui che salva il suo popolo dal peccato, lo libera e lo guida alla terra della vera libertà.
La Vergine Maria, Madre dell’Agnello di Dio, ci aiuti a credere in Lui e a seguirlo.”
Papa Francesco Angelus del 15 gennaio 2017

Pubblicato in Liturgia

Con questa domenica, in cui si conclude il tempo di Natale, la Chiesa celebra il Battesimo del Signore invitandoci a fare memoria del nostro Battesimo. Dopo trent’anni di vita nascosta, Gesù prende un’iniziativa impensabile: giunge al fiume Giordano, si unisce alle folle desiderose di perdono, e riceve anche Lui il Battesimo amministrato da Giovanni.
Nella prima lettura, il profeta Isaia descrive le opere del servo di Jahvè su cui Dio pone tutta la Sua compiacenza. Egli è stato chiamato per realizzare la salvezza che viene da Dio, e compirà la sua missione rendendosi alleanza del popolo e luce delle nazioni, donando loro la luce e liberandoli da ogni male.
Nella seconda lettura nel brano tratto dagli Atti degli Apostoli, leggiamo che Pietro, rivolgendosi al centurione Cornelio, che sta per diventare cristiano insieme ai suoi famigliari, rievoca la scena del Battesimo di Gesù presentando Dio che effonde lo Spirito Santo su Gesù di Nazareth, il Cristo, Verbo del Dio vivente.
Il brano del Vangelo di Matteo ci racconta il battesimo di Gesù sulle rive del Giordano dove su di Lui irrompe in pienezza lo Spirito di Dio e la voce celeste annuncia «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Gesù è il Figlio Unigenito che somiglia in tutto al Padre. Perciò seguendo Lui giungiamo al Padre e conoscendo Lui siamo certi di conoscere il volto di Dio. E’ Dio stesso che ci presenta Gesù come Suo proprio Figlio e ci invita a riconoscerlo come tale, perché il Suo battesimo sia salvezza per tutti gli uomini.

Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Is 42,1-4. 6-7

Questo brano fa parte dei testi (capitoli 40-55) attribuiti ad un autore, rimasto anonimo, a cui è stato dato il nome di “Secondo Isaia ” o “deutero Isaia ”. Forse era un lontano discepolo del primo Isaia che visse a Babilonia insieme agli esiliati che dalla sue profezie prendono speranza. Era accaduto che a partire dal 550 a.C. un nuovo popolo, non semitico, i Persiani, sotto il comando del loro re, Ciro, in pochi anni sottomisero l’oriente e agli occhi dei popoli oppressi, deportati dai Babilonesi, Ciro sembrò come un liberatore. Da allora nella comunità degli Ebrei esiliati si videro apparire racconti, oracoli, canti che esaltavano l’opera di Dio nella storia del mondo. Era finito il tempo in cui dominavano gli idoli, il vero Dio, il solo Dio apparve loro il padrone degli avvenimenti che agiva per la liberazione e la salvezza del suo popolo. Con la caduta di Babilonia nel 539, Ciro autorizzò gli Israeliti a ritornare in patria e a praticare il loro culto. Si pensò persino che Ciro fosse l’inviato del Signore, un messia, un uomo di Dio, che avrebbe realizzato ovunque la pace. Ma per quanto Ciro fosse una figura gloriosa della storia, l’inviato di Dio sarebbe arrivato secoli dopo sotto spoglie più umili, quelle di un Giusto, che espia nel dolore le colpe degli uomini. In questo brano troviamo i primi versetti che fanno parte del primo dei 4 brani, conosciuti come "canti del servo del Signore", dove il Signore presenta questo servo come un profeta, oggetto di una missione, animato dallo Spirito.
Il testo si apre con una dichiarazione pubblica in cui il Signore manifesta la sua predilezione per il Servo:”Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. Il Servo ha il privilegio di essere scelto, sostenuto e amato dal Signore e riceve in dono il Suo Spirito, segno della sua presenza che è la prerogativa degli uomini di Dio, giudici, profeti e re, e in modo particolare del futuro discendete di Iesse (V.Is 11,1-2).
Il Servo appare dunque come uno dei grandi personaggi che, come Mosè, Davide, i profeti, Dio ha scelto come Suoi rappresentanti e che spesso hanno ricevuto il titolo onorifico di Suoi servi.
La scelta divina e il dono dello Spirito comportano per il Servo una missione: “egli porterà il diritto alle nazioni”. Il termine “diritto” indica qui non il diritto in generale, ma il “decreto” divino che stabilisce la fine dell'esilio. Il compito del Servo è principalmente quello di annunziare la prossima liberazione degli israeliti dall’esilio babilonese. Questo messaggio è annunziato metaforicamente alle nazioni (ossia anche ai pagani) poiché anche loro devono conoscere l'iniziativa divina, della quale saranno spettatrici attonite.
Un evento del popolo di Israele diventa così la manifestazione di un agire di Dio nella storia in favore di tutta l’umanità
Alla vocazione del Servo fa seguito una breve descrizione del modo in cui egli svolgerà la sua missione: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata,non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” Con queste allegorie Isaia vuole far comprendere che il Servo non farà uso di alcuna forma di imposizione, ma rispetterà i tempi e i modi di ciascuno. Egli infatti è inviato a persone impreparate, simili a canne incrinate pronte a rompersi o a stoppini fumiganti che facilmente si spengono. Il suo compito dunque non è quello di imporre, ma di proporre la liberazione, in modo da ottenere un'adesione libera e consapevole.
Tuttavia la sua mitezza non è segno di debolezza, infatti “Non verrà meno e non si abbatterà,finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento”.
Nel suo annunzio, riguardante una svolta epocale nella storia, il Servo non avrà dunque un successo facile e immediato, ma dovrà scontrarsi con notevoli difficoltà, in quanto metterà in crisi interessi e privilegi consolidati. Egli però reagirà con grande coraggio e forza d'animo, senza mai perdere di vista la meta, che è talmente importante da suscitare persino l'attesa delle isole, cioè delle nazioni più lontane.
Dopo il Signore si rivolge nuovamente al Servo presentandogli la sua missione: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Il Servo è l'uomo che Dio ha prescelto, per manifestare la sua giustizia (nel senso di fedeltà e misericordia) verso il popolo eletto, liberandolo dall'oppressione a cui è stato sottoposto. Egli sarà quindi il mediatore che, in nome del Signore, dovrà concludere con esso l'alleanza escatologica; così facendo egli diventerà “luce delle nazioni”, in quanto la sua opera in favore di Israele si riverserà anche su di esse.
Dopo questa premessa viene indicato espressamente il compito per cui il servo è stato chiamato: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. La missione del Servo, che viene indicata con tre espressioni:”aprire gli occhi ai ciechi”, “far uscire dal carcere i prigionieri”, “liberare dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”, segnala la situazione non solo materiale ma anche spirituale di coloro che sono stati privati della loro terra, della loro cultura, della loro libertà e indipendenza. Il Servo deve dunque compiere un’opera immane, quella cioè di riaggregare persone disperse, dare loro la percezione di essere popolo, assegnare loro un progetto che non consiste soltanto in un ritorno nella terra di origine, ma in una vera e propria conversione al Signore.

Salmo 28 - Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo.

La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.

Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.

Secondo alcuni studiosi, questo è forse il Salmo più antico (XII-XI sec. a,C,) di tutta la collezione del Salterio. Esso assume termini e stilemi, strutture ideologiche e costellazioni simboliche del mondo indigeno preisraelitico. Questo orizzonte è rappresentato dalla cultura cananea che proprio in Baal Hadad, il dio della tempesta, aveva la sua divinità suprema. Infatti, lo scenario di questo che è stato definito “il Gloria in excelsis” dell’Antico Testamento è costituito da una tempesta, colta nel suo dispiegarsi progressivo e violento. ….
Nell’interpretazione cristiana: la voce divina diventa la voce del Padre che si indirizza al Figlio nel battesimo del Giordano e risuona nella predicazione apostolica, mentre il settenario delle voci-tuoni diventa il settenario dei dono dello Spirito o il settenario dei sacramenti. Scriveva san Gregorio Magno: “La voce di Dio tuona mirabilmente perchè, con forza nascosta, penetra i nostri cuori”.
Commento tratto da “I Salmi “di Gianfranco Ravasi

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
At 10,34-38

Il libro degli Atti degli Apostoli, la cui redazione definitiva risale probabilmente attorno agli anni 70-80, è attribuita all’evangelista Luca, che è anche autore del Vangelo che porta il suo nome. Il libro è composto da 28 capitoli e narra la storia della comunità cristiana dall'ascensione di Gesù fino all'arrivo di Paolo a Roma e copre un periodo che spazia approssimativamente dal 30 al 63 d.C. Oltre che su Paolo, l'opera si sofferma diffusamente anche sull'operato dell'apostolo Pietro e descrive il rapido sviluppo, l'espansione e l'organizzazione della testimonianza cristiana prima ai giudei e poi agli uomini di ogni nazione.
Nella seconda parte dell’opera viene delineata l’espandersi dell’annunzio evangelico al di fuori di Gerusalemme. A tal fine Luca presenta l’opera di Filippo in Samaria, la conversione dell’eunuco della regina d’Etiopia, e la straordinaria conversione del persecutore Saulo sulla via di Damasco. Infine egli racconta un viaggio apostolico di Pietro nella zona costiera della Palestina, a conclusione del quale mette la conversione del centurione Cornelio, con tutti i suoi famigliari, facendo di loro i primi pagani che aderiscono al cristianesimo senza passare attraverso la circoncisione. Per Luca è importante sottolineare come questo evento, che apre la porta della Chiesa ai pagani, sia accaduto per opera dello stesso Pietro.
In questo brano è riportato l’inizio del discorso di Pietro in casa del centurione Cornelio, a cui lo Spirito l’ha inviato. Pietro comincia con una constatazione: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,
Non sarà stato facile neanche per Pietro comprendere che il Vangelo era proprio destinato a tutte le genti. Le rigide norme di purezza rituale degli ebrei e i contatti con i pagani era molto forte in lui come ebreo praticante. Paolo nella lettera ai Galati (2,11-16) rimprovererà Pietro di incontrare i pagani di nascosto dagli ebrei proprio a causa della fatica di conciliare questi due gruppi di cristiani. Però con la conversione di Cornelio anche Pietro comprende che un incontro è possibile e che con la morte e risurrezione di Gesù non vi è più differenza tra persone e tra popoli.
“ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.
Per Luca i giusti di Israele erano coloro che si mettevano in ascolto della Legge e la osservavano in modo coscienzioso e qui vuole evidenziare che la giustizia del nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è la continuazione della giustizia di Israele, quindi anche il centurione Cornelio può dirsi uomo giusto.
La giustizia perciò non viene da un diritto di nascita ma dalla disponibilità ad accogliere e seguire la parola di Dio.
“Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. “
La Parola Dio l’ha inviata per mezzo suo Figlio ai figli di Israele, il popolo prediletto sin dal principio. Cristo ha portato soprattutto la pace, e in forza della sua morte e risurrezione è diventato il Signore di tutti.
“Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni;” Pietro ora fa una specie di riassunto dell'esperienza terrena di Gesù e tutto è cominciato proprio con il battesimo predicato da Giovanni. Questo battesimo era stato molto famoso, tanto che Paolo quando giunse a Efeso, trovò alcuni discepoli che avevano ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni e non avevano mai sentito dire che esistesse uno Spirito Santo, o meglio non ne ignoravano l’esistenza, ma la sua effusione in adempimento delle promesse messianiche.
“cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”. Tramite il battesimo di Giovanni, Dio consacrò nello Spirito e nella Sua potenza, quell'uomo che tutti conoscevano come Gesù di Nazaret, che rivestito di potenza dall'alto beneficò e risanò coloro che erano sotto il potere del diavolo, liberandoli dal peccato e dalla morte.
Il Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, è l’abbraccio con l’infinito. È comunione con Dio, è la nostra adozione a figli ottenutaci da Gesù Figlio di Dio. E’ la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti, che fa sì che il legame che intercorre tra Dio e l’uomo non è più quello tra il Creatore e la creatura, è un legame che si colora di intimità e di amore, è quello che sboccia in una relazione di paternità e di filiazione, come dice il profeta Osea : Dio si china e ci solleva alla sua guancia come il padre fa con il suo bimbo per farlo mangiare. (11,4)

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Mt 3, 13-17

Il tempo di Natale si chiude col Battesimo del Signore, ma ovviamente nella storia di Gesù il tempo che passa tra la sua nascita e il battesimo al Giordano è di circa 30 anni e di questi decenni poco dicono i Vangeli, poco la tradizione.
Con il brano che la liturgia presenta, ci spostiamo sulle rive del fiume Giordano, dove già da tempo, Giovanni, il cugino di Gesù, figlio di Elisabetta e Zaccaria, sta predicando il suo invito alla conversione. Col Battesimo inizia la "vita pubblica" di Gesù per le strade di Palestina fino a quel triduo di Pasqua, presumibilmente all'inizio di aprile dell'anno 30.
Descrivendo il battesimo di Gesù, Matteo rivela come in Lui si realizzino i tratti del servo del Signore annunciato dal profeta Isaia nella prima lettura.
Il brano si apre riportando che : "Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.” Gesù si unisce agli altri pellegrini che chiedono di essere battezzati. Sta insieme a tutti, uno fra i tanti, senza farsi notare.
Quando giunge il suo turno per il battesimo“Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Giovanni Battista è guidato dallo Spirito di Dio, è il più grande di tutti i profeti, e quindi sa che il giovane che gli sta di fronte non è semplicemente suo cugino, ma è il Messia atteso da sempre. Per questo si stupisce del desiderio di Gesù di farsi battezzare perché il battesimo che Giovanni conferiva era come segno del desiderio di cambiare vita, come segno dell'impegno che ciascuno prendeva per lasciarsi alle spalle il male, il peccato... Per cui si chiede giustamente che bisogno ha Gesù di farsi battezzare, lui che è senza peccato?
Eppure Gesù insiste, e gli dice “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
Questo dibattito tra Giovanni e Gesù, assente negli altri due sinottici, è inserito da Matteo per rispondere a due obiezioni. La prima riguarda l’ordine di dignità tra i due: il fatto che si faccia battezzare da Giovanni non esclude che Gesù sia il “più forte”, dal momento che il Battista stesso voleva evitare di battezzarlo. La seconda riguarda il motivo per cui Gesù riceve il battesimo: egli si sottomette a questa pratica, non perché sia peccatore anche lui come tutti gli altri, ma perché è suo compito compiere ogni giustizia.
Il termine "adempiere ogni giustizia" significa "compiere tutto ciò che sta scritto nella legge e nei profeti" (cfv. Mt 5,17). Con il battesimo di Gesù si realizzerà una parola profetica ben precisa
“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui”.
Matteo non descrive il battesimo di Gesù, bensì parla del suo uscire dalle acque. A questa uscita si accompagna una teofania, la manifestazione della divinità di Gesù, anzi di tutta la Trinità.
“Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»”.
Il cielo si apre per lui, per Gesù, ed è lui che vede lo Spirito, ma la voce del Padre è per tutti, quindi non solo Gesù ascolta, ma tutti hanno la conferma da parte del Padre: quest’uomo che si fa battezzare come tutti gli altri, è Suo Figlio, l’amato, in cui ha riposto ogni Sua compiacenza.
Gesù è il Figlio Unigenito che somiglia in tutto al Padre. Perciò seguendo Lui giungiamo al Padre e conoscendo Lui siamo certi di conoscere il volto di Dio. E’ Dio stesso che ci presenta Gesù come Suo proprio Figlio e ci invita a riconoscerlo come tale, perché il Suo battesimo sia salvezza per tutti gli uomini.
La gioia è grande, perché Dio non distrugge, non annienta e non maledice, ma rinnova, ricrea e fa nuove tutte le cose per mezzo dello Spirito Santo. Nell’Amato Suo Figlio ci viene incontro per abitare in mezzo a noi. E Gesù, che gli obbedisce, si fa nostro fratello, amico e salvatore.

 

*****

“Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni il Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù. Faceva la coda. Giovanni vorrebbe impedirglielo dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te» (Mt 3,14). Il Battista infatti è consapevole della grande distanza che c’è tra lui e Gesù. Ma Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso. Per questo chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia (cfr v. 15), cioè si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli. Perché Dio è tanto vicino a noi, tanto!
Nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (v. 17). E nello stesso tempo lo Spirito Santo, in forma di colomba, si posa su Gesù, che dà pubblicamente avvio alla sua missione di salvezza; missione caratterizzata da uno stile, lo stile del servo umile e mite, munito solo della forza della verità, come aveva profetizzato Isaia: «Non griderà, né alzerà il tono, [...] non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità» (42,2-3). Servo umile e mite.
Ecco lo stile di Gesù, e anche lo stile missionario dei discepoli di Cristo: annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza gridare, senza sgridare qualcuno, ma con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione. La vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo. Ma come? Come si fa questa attrazione a Cristo? Con la propria testimonianza, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli. Ad imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore.
Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori – tutti lo siamo – di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere.
La Vergine Maria aiuti tutti noi cristiani a conservare una coscienza sempre viva e riconoscente del nostro Battesimo e a percorrere con fedeltà il cammino inaugurato da questo Sacramento della nostra rinascita. E sempre umiltà, mitezza e fermezza.”
Papa Francesco Angelus dell’ 8 gennaio 2017

Pubblicato in Liturgia
Venerdì, 03 Gennaio 2020 15:19

Epifania del Signore - Anno A - 6 gennaio 2020

Nel giorno dell’Epifania, o manifestazione del Signore, la Chiesa continua a contemplare il mistero della nascita di Gesù. Se a Natale, Dio ha vissuto il Suo pellegrinaggio, venendo ad abitare in mezzo a noi, nell’Epifania assistiamo al movimento corrispondete: gli uomini attratti dalla rivelazione del Suo mistero, si dirigono verso di Lui.
Nella prima lettura il profeta Isaia profetizza il giorno in cui “cammineranno le genti alla sua luce”. E’ un invito gioioso anche per noi. E’ il Signore che ci invita a lasciarci rivestire dalla volontà di bene che sprigiona la nascita del Suo Messia.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, l’Apostolo Paolo afferma che tutte le genti sono chiamati “in Cristo Gesù” a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo..
Nel Vangelo di Matteo, leggiamo che i Magi si lasciano guidare dalla stella cometa dall’Oriente verso Betlemme. I magi sono il simbolo del mondo che va in cerca di Dio, è la festa della scienza che si fa guidare dalla stella della fede. E’ la festa della manifestazione della gloria di Dio che si rivela nell’umiltà, in un bambino appena nato. E’ sorprendente come questi uomini sapienti, non rimasero delusi quando videro il bambino; l’evangelista Matteo infatti dice “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono …” La scienza quando è illuminata dalla fede può raggiungere mete ancora più alte di quelle umanamente sperate.

Dal libro del profeta Isaìa
Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.
Is 60,1-6

La terza parte del libro di Isaia (capitoli 56-66) contiene una raccolta di oracoli che, per lo stile e lo sfondo storico, sono attribuiti ad un anonimo profeta del postesilio, al quale perciò è stato dato il nome di Trito (Terzo) Isaia. Alcuni hanno ritenuto che egli fosse un discepolo del Deuteroisaia, mentre altri hanno pensato a un profeta vissuto più di un secolo dopo di lui. Dopo l’editto di Ciro (538 a.C) che autorizzò il ritorno dall’esilio e la ricostruzione di Gerusalemme, il profeta si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei ritornati da Babilonia in Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dalla infedeltà del popolo.
In questo brano il profeta con linguaggio poetico invita Gerusalemme ad alzarsi e a trasfigurarsi nello splendore di una "luce" abbagliante che gli proviene dalla "gloria del Signore”.
“Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. ”
Le tenebre che "ricoprono la terra e l'oscurità, che avvolge i popoli", sono un metafora della mancanza della salvezza in cui si trovano i popoli pagani.
Il profeta continua a descrivere la nuova situazione in questi termini: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda:tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio”.
Coloro che si muovono attratti dalla luce che risplende a Gerusalemme, sono anzitutto gli appartenenti a nazioni lontane, i quali giungono accompagnati dai loro re. Con questi stranieri vi sono anche i giudei dispersi tra di loro, i quali sono portati in braccio, quasi a indicare la stima e la protezione che le nazioni hanno verso di essi.
L’immagine qui utilizzata si ispira al pellegrinaggio annuale che tutti gli ebrei dovevano fare al Tempio portando a Dio i loro doni. Ora però coloro che salgono in pellegrinaggio a Gerusalemme non sono più i giudei ma le popolazioni straniere che portano con sé i giudei residenti in mezzo ad esse, quasi come offerta.
”Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te”, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”.
Gerusalemme, la grande città di Davide, sarà finalmente irradiata dalla luce, ritroverà i suoi figli e accoglierà una folla di stranieri. I tesori del mare provengono dall'ovest, con le navi fenicie o greche; le ricchezze dell'oriente e d'Egitto giungono con le carovane attraverso i deserti di Siria e del Sinai. Madian, Efa e Saba sono popoli dell'Arabia (cf.45,14;Gen 25,1-4).
Gli stuoli di cammelli e di dromedari erano stati l'incubo delle distruzioni, ora sono i segni della ricchezza e della speranza.
La glorificazione di Gerusalemme è presentata dal Profeta come un fenomeno escatologico che mette in luce la vittoria di Dio contro le potenze perverse che dominano in questo mondo. Nonostante la sua apparente sconfitta, Dio è il vincitore, e ciò apparirà chiaramente alla fine della storia. Allora Dio creerà un mondo nuovo, nel quale prevarranno la giustizia e la pace. Di ciò beneficeranno non solo gli israeliti, ma tutte le nazioni della terra: il progetto di Dio infatti è universalistico e riguarda tutti gli uomini. La luce che un giorno brillerà nella città santa deve essere però anticipata mediante un’esistenza conforme alla volontà di Dio.

Salmo 72 (71) Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.

Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.

Un re giusto è fonte di pace per questo il salmista invoca per il futuro re - “il figlio del re” - giustizia e rettitudine. Il salmo ha un’indubbia tensione messianica poiché non si possono che applicare al Messia alcuni passi fondamentali: “Ti faccia durare quanto il sole, come la luna, di generazione in generazione”; “Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna. E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra”; “A lui si pieghino le tribù del deserto, mordano la polvere i suoi nemici ”; “In lui siano benedette tutte le stirpi della terra e tutte le genti lo dicano beato”. Il re è indubbiamente Davide, e il figlio del re è Salomone, ma la figura del re e i risultati del suo governo sono tanto alti e ampi da tratteggiare il futuro Messia, il figlio del re per eccellenza; certo, secondo la carne (Rm 1,3;Gal 3,16).
La giustizia e la rettitudine costruiscono la pace e così le montagne e le colline, cioè le frontiere di Israele, porteranno pace al popolo che ha un re di giustizia e di pace: “Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia”. I popoli confinanti cercheranno la pace con Israele. Grande nelle relazioni con le nazioni il re futuro avrà attenzione all’interno per i deboli contro gli oppressori. Un regno fondato sulla giustizia e sull’amore non potrà mai venire meno: “Ti faccia durare quanto il sole, come la luna, di generazione in generazione". I regni fondati sulla guerra e sull’oppressione non possono durare, prima o poi i popoli si ribellano; ma il regno del Messia fondato sulla giustizia che viene da Dio rimarrà per sempre. La giustizia si eserciterà nel Cristo con l’obbedienza al Padre, con l’espiazione delle colpe del genere umano.
La sua azione sarà benefica come l’acqua che scende sulla terra permettendo cibo e vita: “Scenda come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra”.
Egli Principe della pace, farà fiorire la pace finché “non si spenga la luna”; questo perché la sua pace, presente nella Chiesa e trasmessa dalla Chiesa, rimarrà sempre, La pace, poi, è l’essere riconciliati con Dio e con i fratelli.
Il suo regno sarà immenso. Non ha precedenti nei regni già esistiti, poiché :”E domini da mare a mare, dal fiume (ndr. l’Eufrate, il fiume per eccellenza) sino ai confini della terra”.
Il Messia non solo avrà i territori, ma l’omaggio delle genti: “A lui si pieghino le tribù del deserto, mordano la polvere i suoi nemici”, sottoposti al suo giudizio. I popoli si sottometteranno al suo giogo: “I re di Tarsis e delle isole porteranno tributi; i re di Saba e di Seba offrrano doni” (Tarsis è comunemente identificata con Tartessos in Spagna; Saba con la zona del golfo Arabico). Si noti che offriranno tributi e porteranno offerte, il che vuol dire che non saranno nella costrizione dei vinti.
Ancora il salmista fa vedere come il futuro Messia non trascurerà i poveri e i miseri, anzi saranno pensiero costante della sua azione: “Li riscatti dalla violenza e dal sopruso, sia prezioso ai suoi occhi il loro sangue”.
“Vivrà”, dice il salmista, cioè anche se colpito dai suoi avversari vivrà, perché conoscerà la risurrezione gloriosa.
“Si preghi sempre per lui”, cioè per mezzo della sua azione sacerdotale, con la quale ha sacrificato se stesso.
“Sia benedetto ogni giorno” perché perenne salvatore di bontà infinita.
Il salmista passa ad un’invocazione a Dio per la grandezza del “figlio di re” su tutta la terra; ciò significa che l’estendersi del regno del Messia sarà dovuto anche all’azione, completamente subordinata alla salvezza operata da Cristo e con la forza data da lui, di coloro che lo amano: “Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome”.
Di nuovo il salmista passa al futuro: “In lui siano benedette tutte le stirpi della terra”. Cioè per mezzo del suo sacrificio riconciliatore il Padre benedirà tutte le genti della terra. “Tutte le genti lo dicano beato”, perché otterrà dal Padre onore e gloria per la sua obbedienza a lui, fino alla morte di croce.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
Ef 3,2-3.5-6

Nella prima parte della lettera agli Efesini, Paolo ha delineato il progetto salvifico che Dio ha realizzato mediante Cristo (Ef 1,2-2,22). Ora, giunto al centro della sua riflessione, l’apostolo si qualifica (nel versetto precedente il brano) come
“il prigioniero di Cristo per voi pagani” e prosegue “:
“penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.”
Nel capitolo precede aveva detto che i cristiani provenienti dal paganesimo sono inseriti, a pari diritto dei giudei, nella comunità ecclesiale, di cui gli apostoli sono fondamento, ora qui viene evidenziato il ministero ricevuto da Paolo in favore dei pagani. L'espressione “ministero della grazia di Dio” indica con precisione l'oggetto della conoscenza degli efesini e il compito concreto di amministratore. Il fatto che viene aggiunto “della grazia di Dio” si spiega con il desiderio di ricordare come la grazia divina, dimensione essenziale del processo salvifico (Ef 1,6.7; 2,5.7.8), sia comunicata all'Apostolo proprio nell'esercizio del suo ministero.
Paolo sottolinea inoltre che questo ministero ha per oggetto un mistero che gli è stato fatto conoscere come effetto di un processo di rivelazione, e il contenuto del mistero è la partecipazione delle genti al corpo della Chiesa.
Nei versetti 3b-4 (omessi dalla liturgia) l‘apostolo passa ad esporre il contenuto di questo mistero, e poi osserva:
“ Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito” Il processo di rivelazione del mistero presuppone il suo occultamento nel tempo precedente a quello in cui è stato rivelato ai destinatari (apostoli e profeti agli uomini in generale). La congiunzione “come”, che lega le due frasi, non significa il grado di intensità (con maggiore chiarezza), ma di alterità assoluta (il mistero rivelato ora e non come al passato, in cui non è stato manifestato). Questo stesso concetto sarà ripreso ancora nei versetti successivi (vv. 9-10).
A questo punto l'apostolo arriva a definire l' oggetto del mistero che consiste nel fatto che
“le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”.
Il mistero è dunque la compartecipazione delle genti al corpo ecclesiale, all'eredità e alle promesse salvifiche.
Già precedentemente era stata sottolineata la partecipazione dei pagani con i giudei all'unico corpo ecclesiale (2,13-19) e questo fa capire che anche qui si intende l'unità dei pagani con i giudeo-cristiani. Tutto questo infatti, avviene in forza della mediazione di Cristo (Ef 1,10) che implica anche la completa adesione a Lui.
L’apostolo in questo brano dà un grande rilievo al progetto salvifico di Dio, che consiste per lui nell’unità di tutti gli esseri umani, al di là delle differenze di razza e di cultura. Egli mostra come solo eliminando le divisioni sia possibile trovare una pace vera. Per lui soprattutto è importante il superamento della divisione tra giudei e pagani, alla quale attribuisce un significato simbolico rispetto a tutte le barriere che dividono l’umanità. Egli vede realizzato l’incontro fra popoli e culture, oggetto primario del progetto di Dio, nella persona di Cristo, il quale perciò è presentato come l’espressione suprema dell’agire di Dio in questo mondo.
La novità di questo annunzio non consiste quindi nella manifestazione di qualcosa di mentalmente sconosciuto, ma in un’irruzione particolarmente potente della grazia di Dio in Cristo, a cui Paolo ha dato una risonanza universale.
Queste potenzialità, che si sono manifestate all’inizio del cristianesimo, devono essere continuamente riscoperte nell’impegno dei cristiani, in unione con tutti gli altri credenti, per la pace nel mondo.

Dal vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Mt 2,1-12

L’evangelista Matteo continua a descrivere gli avvenimenti dell’infanzia di Gesù alla luce delle profezie ma, a differenza del 1^capitolo, racchiuso nella cornice del popolo giudaico, qui l’orizzonte diventa più ampio: i pagani sono attratti dalla luce di Gesù-re e vanno a Lui. La nuova Sion però non è Gerusalemme, ma Betlemme.
Il brano inizia riportando che: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”.
Secondo Erodoto, i magi erano originari di una tribù dei medi divenuta casta sacerdotale tra i persiani. Praticavano la divinazione, la medicina e l'astrologia. Serse, ad esempio, turbato per un'eclissi di sole, ne domandò il significato ad alcuni magi. Anche se l'astrologia nella Bibbia non gode di una buona fama (Dn 1,20; 2,2-10) Matteo presenta i magi come personaggi importanti e di gran rispetto. La tradizione latina farà di loro dei re (Sal 72,10) e ne preciserà il numero, tre come i doni offerti al bambino, e ne indicherà i nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Anche il loro paese d'origine non è chiaro, c’è da considerare però che per un giudeo il termine “oriente” indica tutto quello che c'è al di là del Giordano.
Giunti dunque a Gerusalemme i magi chiedono: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.
Questa stella che appare e scompare al momento giusto, non corrisponde particolarmente a qualche fenomeno naturale, ma è forse un espediente narrativo che aveva un certo significato nell’ambito della comunità giudeo-cristiana per la quale l'evangelista scriveva. Già nel mondo greco-romano si utilizzava l'immagine dell'astro per indicare il destino di un personaggio. La tesi della stella che appare alla nascita di un grande uomo (es.Alessandro, Giulio Cesare) era molto diffuso e per i testi biblici la stella è la metafora del re Messia.
Anche nell’Apocalisse Gesù dichiara: “Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”. (Ap.22,16)
In Matteo, tuttavia, la stella non è soltanto una metafora o un'immagine del Messia: è anche la guida del magi, uno strumento di cui Dio si serve per indicare loro ciò che gli scribi non potranno scoprire nel testo del profeta Michea.
Gli antichi consideravano le stelle come esseri animati dotati di natura spirituale e i giudeo-cristiani vedevano in essi degli angeli. Si possono fare dei collegamenti fra la stella che guida i magi a Betlemme e gli angeli di Luca che guidano i pastori “al un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. In ambedue i casi è sempre la Provvidenza di Dio che guida l'uomo.
Le parole dei magi provocano in Erode un certo turbamento condiviso da tutta la città di Gerusalemme Il motivo del turbamento di Erode è comprensibile, tenuto conto della sua paura per un aspirante al trono, meno comprensibile è lo sbigottimento dei cittadini di Gerusalemme. Questo si potrebbe anche spiegare come paura di violenze da parte di Erode, ma più probabilmente si tratta di un espediente narrativo con cui Matteo anticipa l’opposizione di Gerusalemme nei confronti di Gesù, che alla fine farà di Gerusalemme la città deicida.
Erode convoca allora tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo per sapere dove sarebbe dovuto nascere il Messia.
È chiaro che Matteo vuole sottolineare come tutto Israele, nei suoi rappresentanti più qualificati, abbia cercato la risposta da dare al re. Questa risposta si rifà a un oracolo profetico in cui si dice:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.
Nella citazione di Michea, Matteo fa alcuni ritocchi, come per es. sostituisce “Efrata” con “terra di Giuda”, forse per evitare la confusione con la Betlemme del nord (v. Gs 19,15); inoltre egli cambia la valutazione che viene data di Betlemme, forse per dare maggior gloria alla città, che sia il più piccolo tra i capoluoghi di Giuda.
Avuta l’informazione desiderata Erode convocò i magi, e “si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo»”. (sappiamo come avrebbe voluto adorarlo!)
I magi, dunque informati da Erode circa il luogo di nascita del re dei giudei, si rimiserono in cammino e guidati nuovamente dalla stella, pieni di gioia, giunsero al luogo in cui si trovava “il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.
Per Matteo i primi che vengono a contatto con Gesù non sono dunque i pastori di Betlemme, ma i misteriosi rappresentanti delle nazioni. I tre doni da loro portati hanno chiaramente valore simbolico: essi indicano da un lato i prodotti tipici dell’oriente, che i magi offrono a Gesù riconoscendo così in lui il loro re; dall’altro c’è un fortissimo richiamo al salmo 72 che la Liturgia ha inserito in questa celebrazione.
Rispetto al salmo l’evangelista aggiunge tra i doni dei magi anche la mirra, un unguento usato nella sepoltura. Non è escluso che con questa aggiunta voglia indicare il destino di morte che aspetta il neonato Messia proprio a causa del rifiuto del suo popolo.
Il testo è un chiaro esempio di come possa essere la chiamata alla fede:
- i Re-magi sono chiamati per mezzo della stella e la seguono;
- i sommi sacerdoti e gli scribi conoscono le scritture, sanno dare indicazioni, ma non si muovono;
- Erode tra la volontà di Dio e la sua, chiaramente sceglie la sua, conosce solo il suo tornaconto, non vede perché non vuole vedere!
Questa visione fortemente critica nei confronti di Israele, chiaramente dettata dal clima di rivalità che ha accompagnato il sorgere del cristianesimo, deve oggi essere sottoposta ad una più giusta ed illuminata considerazione. La nascita di Gesù e la conseguente apertura della Chiesa ai pagani non deve più essere vista come una sostituzione di Israele, infedele alle promesse divine, ma piuttosto come il mezzo attraverso il quale la chiamata religiosa di Israele è stata offerta a tutta l’umanità.

 

*****

Le parole di Papa Francesco

“Oggi, solennità dell’Epifania del Signore, è la festa della manifestazione di Gesù, simboleggiata dalla luce.
Nei testi profetici questa luce è promessa: si promette la luce. Isaia, infatti, si rivolge a Gerusalemme con queste parole: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te». L’invito del profeta – ad alzarsi perché viene la luce – appare sorprendente, perché si colloca all’indomani del duro esilio e delle numerose vessazioni che il popolo aveva sperimentato.
Questo invito, oggi, risuona anche per noi che abbiamo celebrato il Natale di Gesù e ci incoraggia a lasciarci raggiungere dalla luce di Betlemme. Anche noi veniamo invitati a non fermarci ai segni esteriori dell’avvenimento, ma a ripartire da esso e percorrere in novità di vita il nostro cammino di uomini e di credenti.
La luce che il profeta Isaia aveva preannunciato, nel Vangelo è presente e incontrata. E Gesù, nato a Betlemme, città di Davide, è venuto a portare salvezza ai vicini e ai lontani: a tutti.
L’evangelista Matteo mostra diversi modi con cui si può incontrare Cristo e reagire alla sua presenza. Per esempio, Erode e gli scribi di Gerusalemme hanno un cuore duro, che si ostina e rifiuta la visita di quel Bambino. È una possibilità: chiudersi alla luce. Essi rappresentano quanti, anche ai nostri giorni, hanno paura della venuta di Gesù e chiudono il cuore ai fratelli e alle sorelle che hanno bisogno di aiuto. Erode ha paura di perdere il potere e non pensa al vero bene della gente, ma al proprio tornaconto personale. Gli scribi e i capi del popolo hanno paura perché non sanno guardare oltre le proprie certezze, non riuscendo così a cogliere la novità che è in Gesù.
Invece, ben diversa è l’esperienza dei Magi. Venuti dall’Oriente, essi rappresentano tutti i popoli lontani dalla fede ebraica tradizionale. Eppure, si lasciano guidare dalla stella e affrontano un viaggio lungo e rischioso pur di approdare alla meta e conoscere la verità sul Messia. I Magi erano aperti alla “novità”, e a loro si svela la più grande e sorprendente novità della storia: Dio fatto uomo. I Magi si prostrano davanti a Gesù e gli offrono doni simbolici: oro, incenso e mirra; perché la ricerca del Signore implica non solo la perseveranza nel cammino, ma anche la generosità del cuore. E infine, ritornarono «al loro paese»; e dice il Vangelo che ritornarono per “un’altra strada”.
Fratelli e sorelle, ogni volta che un uomo o una donna incontra Gesù, cambia strada, torna alla vita in un modo differente, torna rinnovato, “per un’altra strada”. Ritornarono «al loro paese» portando dentro di sé il mistero di quel Re umile e povero; noi possiamo immaginare che raccontarono a tutti l’esperienza vissuta: la salvezza offerta da Dio in Cristo è per tutti gli uomini, vicini e lontani. Non è possibile “impossessarsi” di quel Bambino: Egli è un dono per tutti.
Anche noi, facciamo un po’ di silenzio nel nostro cuore e lasciamoci illuminare dalla luce di Gesù che proviene da Betlemme. Non permettiamo alle nostre paure di chiuderci il cuore, ma abbiamo il coraggio di aprirci a questa luce che è mite e discreta. Allora, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» che non potremo tenere per noi.
Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, stella che ci conduce a Gesù, e Madre che fa vedere Gesù ai Magi e a tutti coloro che si avvicinano a lei.”

Papa Francesco Angelus del 6 gennaio 2019

Pubblicato in Liturgia
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