Dove siamo:
Vedi sulla carta
S.Messe (settimana)
9:00  18:30

KRZYZ

Visualizza articoli per tag: liturgia domenicale

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la preghiera, una preghiera perseverante, costante, fedele, che non conosce stanchezza.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, viene raccontato lo scontro tra gli israeliti e amaleciti, in cui Mosè spedisce Giosuè a combattere contro Amalek, poi si ritira a pregare con Aronne e Cur. La vittoria viene garantita da questa preghiera: “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk”.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo, afferma che il cristiano deve sapere che la Bibbia, scritta sotto l’azione dello Spirito di Dio, è parola di Dio, fondamento della fede per la salvezza donata da Dio per mezzo di Gesù Cristo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù racconta la parabola di un giudice “disonesto” che alla fine, fa giustizia a una vedova per liberarsi delle sue insistenze. L’insegnamento che ne scaturisce è di facile comprensione: se persino l’uomo più iniquo cede di fronte ad una supplica incessante, Dio, che è buono, non ascolterà e salverà chi lo invoca giorno e notte?

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle.
Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
Es 17,8-13

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte.
È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese.
La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo
Il brano che abbiamo, è tratto dalla seconda sezione, in cui gli israeliti dopo aver lasciato il deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, si accampano a Refidim, dove la mancanza di acqua spinge il popolo a protestare di nuovo contro Mosè, il quale per ordine di Dio fa scaturire l’acqua dalla roccia. Viene poi raccontato il combattimento contro Amalek e infine, mentre gli israeliti si trovano ancora a Refidim, c’è l’ultimo degli episodi cioè la battaglia contro gli Amaleciti.
Oltre la mancanza di cibo e di acqua, gli israeliti nel deserto dovevano fare i conti con un l’opposizione delle tribù del deserto, che erano in conflitto continuo fra di loro per l’utilizzazione dei rari pozzi d’acqua e dei preziosi pascoli. Fra queste tribù vi erano anche gli amaleciti. Costoro erano considerati come i discendenti di Amalek, capo di una tribù edomita (Gen 36,16), e quindi imparentati con gli israeliti. La loro massima concentrazione è situata nel deserto a sud della Palestina e nella penisola sinaitica. Nella Bibbia essi sono considerati come i nemici tradizionali di Israele ( Gn 14,7; Nm 13,29; Gdc 3,13; 1Sam 15), perciò la battaglia con loro nel deserto assume un valore simbolico, in quanto causa e tipo di tutti i contrasti con questa popolazione.
La causa della battaglia con gli amaleciti viene attribuita ad una loro aggressione e leggiamo che mentre Giosuè guida le schiera israelite, Mosè si reca con Aronne e Cur sulla cima di un colle, per seguire meglio lo svolgimento delle ostilità. La cosa straordinaria è che quando Mosè alzava le mani, Israele primeggiava; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Allora, poiché Mosè sentiva pesare le mani, i suoi due aiutanti lo fanno sedere su di una roccia a forma di sedile (vedi foto ), designata come il trono di Mosè, mentre essi, uno da una parte e l’altro dall’altra, ne sostenevano le mani. In questo modo Mosè ha potuto vedere da lontano gli israeliti nella battaglia fino a sera e pregare per loro.
Le braccia alzate di Mosè si possono interpretare come un simbolo della preghiera, e la sua efficacia. Non c’è però accenno a un dialogo tra Mosè e DIO, per cui si preferisce pensare che questo gesto sia semplicemente un segno della presenza di DIO che prende posizione in favore degli israeliti e li guida alla vittoria. Mosè tiene nelle sue mani il bastone che Dio gli aveva dato come segno della sua autorità, e appare come l’intermediario che unisce il cielo alla terra, garantendo così la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo.
Certamente lascia un po’ turbati apprendere che in quella occasione gli israeliti hanno passato a fil di spada tutti gli amaleciti… E’ inutile chiedersi se ciò sia veramente accaduto, comunque questa annotazione ha solamente lo scopo di sottolineare il carattere pieno della vittoria riportata dagli israeliti con l’aiuto di Dio.

Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l'aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore;
che ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenta il tuo custode.
Non si addormenterà,
non prenderà sonno, il custode d'Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male,
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Il salmo fa parte dei quindici salmi (119-133) detti “delle ascensioni”, perché usati nei pellegrinaggi a Gerusalemme a cui si giungeva con un percorso in salita.
Usato a tale scopo, non sembra tuttavia essere stato composto per un pellegrinaggio. Il salmo infatti potrebbe riferirsi a una situazione diversa, considerando che i monti non siano quelli dove sorgeva Gerusalemme e il tempio, ma le giogaie dell'Hermon, oltre le quali si stendevano i territori percorsi dagli eserciti Assiri e Babilonesi in avanzata verso i territori della Fenicia e della Palestina.
Del resto tutto nel salmo indica non la provvisorietà di un pellegrinaggio, ma una stato di continuità di vita.
“Alzo gli occhi verso i monti” indicherebbe proprio l'apprensione di un pio Giudeo (forse un re di Gerusalemme) di fronte alle incombenti manovre di potenti eserciti conquistatori; apprensione arginata da una ferma professione di fede: “Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra”.
Da questa professione di fiducia in Dio procede tutto il salmo.
“Non lascerà vacillare il tuo piede”, cioè ti impedirà di fare mosse false, compromettenti.
Dio è “è la tua ombra", nel senso che è ristoro nel dardeggiare delle difficoltà e nello stesso tempo è forza che “sta alla tua destra”.
“Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte”, cioè Dio impedirà che venga ridotto a prigioniero condotto via senza alcun riguardo.
“Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri”, cioè in tutte le situazioni di vita.
Commento di P.Paolo Berti

Dal seconda lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.
2Tm 3,14-4:2

Paolo continuando la sua seconda lettera a Timoteo, dopo avergli ricordato la fedeltà e averlo esortato a proseguire su questa linea, nonostante le sofferenze e persecuzioni, prosegue dicendo: “tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù”.
Timoteo deve perciò rimanere saldo sulla sua formazione dottrinale, frutto dell'educazione religiosa ricevuta fin dall'infanzia, da cui egli ha ricavato una fede incrollabile. A questo si aggiunge anche la forza derivante dalla conoscenza delle Scritture, che ha la capacità di comunicare una sapienza che conduce alla salvezza. Questa però deriva non da una semplice conoscenza dei testi, ma dalla fede in Gesù Cristo, che viene presentato così, non solo come fonte della salvezza, ma anche come l'unica chiave interpretativa della Scrittura.
Poi afferma: “Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”.
L’espressione “tutta la scrittura” può indicare tutta la collezione dei libri sacri oppure ciascun libro preso individualmente. Essa è “ispirata da Dio”, cioè è composta sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio e in forza dello Spirito.
Questo testo è l’unico in cui si parla esplicitamente di “ispirazione” delle Scritture e questa particolarità significa che le Scritture sono composte da autori che pur essendo persone normali, sono assistiti dallo Spirito che ne garantisce la verità dal punto di vista della salvezza, non certo sul piano della scienza o della storia. In altre parole, le Scritture hanno una grande importanza perché contengono la lunga esperienza religiosa di un popolo dal quale Gesù ha preso un corpo e non si può quindi essere Suoi discepoli se non si fa riferimento alle Scritture. E’ necessario comunque essere consapevoli che nella Scrittura non si trova sempre la soluzione dei nostri problemi, ma lo stimolo ad andare avanti in una ricerca che non si concluderà mai su questa terra.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Lc 18, 1-8

Con questo brano, l’evangelista Luca continua a raccontare gli spostamenti di Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Dopo aver guarito i dieci lebbrosi, Gesù propone due parabole quella del giudice e della vedova e quella del fariseo e del pubblicano che sottolineano ambedue l’importanza di pregare. Senza stancarsi. Dopo l’introduzione vengono presentate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola, il giudice e la vedova: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Il giudice è descritto come una persona cinica, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo mentre per descrivere la donna è bastato dire che era vedova.
Sappiamo che l’orfano e la vedova erano due categorie di bisognosi verso i quali la Bibbia richiama spesso l’attenzione: “non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido” (Es 22, 21-22). La vedova e l’orfano, non avendo più un uomo che potesse difenderne i diritti, erano più facilmente oggetto di ingiustizia, di angherie e di maltrattamenti, la loro situazione economica era spesso precaria perché non potevano contare sul reddito del marito o del padre.
Anche se la protagonista del racconto appartiene a questa categoria, però non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia. Nonostante il disinteresse del giudice, le insistenze della donna hanno esito positivo, infatti: “Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. Quindi il giudice alla fine cede e fa giustizia alla donna: ciò che prevale in lui non è certo il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
Alla fine Gesù dà la sua interpretazione della parabola richiamando l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, ma piuttosto sull’atteggiamento del giudice e pone una domanda, che esprime da sola la risposta:”E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente”.
Infatti se un giudice, per di più disonesto, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, a maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’ultima frase del brano è piuttosto misteriosa: “Tuttavia, il Figlio dell’uomo, venendo, troverà ancora la fede sulla terra?”. Luca quando scriveva si rivolgeva ad una comunità scoraggiata perché provata da persecuzioni sempre crescenti. E' una frase che sembra pessimista, ma che vuole in realtà mettere in guardia i credenti di ogni tempo: l'amore del Padre non può venir meno, ci ha donato tutto donandoci il Figlio. Se la frase con cui si chiude il nostro brano è una domanda, quella con cui inizia dice in che cosa consiste la fede: "Bisogna pregare senza scoraggiarci mai". All'interno di questa inclusione, ci è presentato l'esempio della vedova che ha vinto la prepotenza del giudice al quale non importava niente di nessuno.

 

**************************

“Pregare, dunque. Come Mosè, il quale è stato soprattutto uomo di Dio, uomo di preghiera. Lo vediamo oggi nell’episodio della battaglia contro Amalek, in piedi sul colle con le braccia alzate; ma ogni tanto, per il peso, le braccia gli cadevano, e in quei momenti il popolo aveva la peggio; allora Aronne e Cur fecero sedere Mosè su una pietra e sostenevano le sue braccia alzate, fino alla vittoria finale.
Questo è lo stile di vita spirituale che ci chiede la Chiesa: non per vincere la guerra, ma per vincere la pace!
Nell’episodio di Mosè c’è un messaggio importante: l’impegno della preghiera richiede di sostenerci l’un l’altro. La stanchezza è inevitabile, a volte non ce la facciamo più, ma con il sostegno dei fratelli la nostra preghiera può andare avanti, finché il Signore porti a termine la sua opera.
San Paolo, scrivendo al suo discepolo e collaboratore Timoteo, gli raccomanda di rimanere saldo in quello che ha imparato e in cui crede fermamente. Tuttavia anche Timoteo non poteva farcela da solo: non si vince la “battaglia” della perseveranza senza la preghiera. Ma non una preghiera sporadica, altalenante, bensì fatta come Gesù insegna nel Vangelo di oggi: «pregare sempre, senza stancarsi mai». Questo è il modo di agire cristiano: essere saldi nella preghiera per rimanere saldi nella fede e nella testimonianza. Ed ecco di nuovo una voce dentro di noi: “Ma Signore, com’è possibile non stancarsi? Siamo esseri umani… anche Mosè si è stancato!...”. E’ vero, ognuno di noi si stanca. Ma non siamo soli, facciamo parte di un Corpo! Siamo membra del Corpo di Cristo, la Chiesa, le cui braccia sono alzate giorno e notte al Cielo grazie alla presenza di Cristo Risorto e del suo Santo Spirito. E solo nella Chiesa e grazie alla preghiera della Chiesa noi possiamo rimanere saldi nella fede e nella testimonianza.
Abbiamo ascoltato la promessa di Gesù nel Vangelo: Dio farà giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui. Ecco il mistero della preghiera: gridare, non stancarsi, e, se ti stanchi, chiedere aiuto per tenere le mani alzate. Questa è la preghiera che Gesù ci ha rivelato e ci ha donato nello Spirito Santo. Pregare non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica. Al contrario, pregare è lottare, e lasciare che anche lo Spirito Santo preghi in noi. E’ lo Spirito Santo che ci insegna a pregare, che ci guida nella preghiera, che ci fa pregare come figli.
I santi sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera. Uomini e donne che lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino alla fine, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro….
Dio conceda anche a noi di essere uomini e donne di preghiera; di gridare giorno e notte a Dio, senza stancarci; di lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi, e di pregare sostenendoci a vicenda per rimanere con le braccia alzate, finché vinca la Divina Misericordia.”
Papa Francesco Parte dell’Omelia del 16 ottobre 2016

Pubblicato in Liturgia

Anche le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la fede, una fede che non ha confini razziali, culturali, sociali.
Nella prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, troviamo il racconto di Naamàn, generale siriano, guarito dalla lebbra, che fa la sua “professione di fede” e riconosce il vero Dio e a Lui solo rende omaggio. In questa narrazione si può comprendere come Dio chiama alla fede anche quelli che noi giudichiamo lontani da Lui.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo, invita il suo discepolo, a condividere la sua condizione, ora in catene per il Vangelo. Egli ricorda anche a tutti noi. Che nessun ostacolo può opporsi alla diffusione della Parola di Dio.
Nel Vangelo di Luca, Gesù guarisce dieci lebbrosi e solo uno straniero (un samaritano) ritorna per ringraziarlo. Solo a lui Gesù in finale dichiara: “Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!”. Tutti sono stati guariti, ma lui solo è stato salvato. Questo samaritano diventa per noi esempio di fede e di amore.

Dal secondo libro dei Re
In quei giorni, Naamàn, (il comandante del’esercito del re di Aram) scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato (dalla sua lebbra).
Tornò con tutto il séguito da (Elisèo),l'uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: “Ecco, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo”.
Quello disse: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.Allora Naamàn disse: “Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocàusto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore”.
2Re 5,14-17

Il Secondo libro dei Re, insieme al primo, in origine formavano un unico libro. Entrambi fanno parte dei Libri storici per il canone cristiano e dei cosiddetti “profeti anteriori‘” per il canone ebraico. E’ stato composto, secondo alcuni studiosi, intorno al VI secolo a.C. dallo stesso autore che ha scritto il libro del Deuteronomio; per questo lo si definisce autore ''Deuteronomista'‘.
Per ricostruire le vicende dei due regni di Israele, egli attinge a materiali d'archivio, alle tradizioni orali e alla memoria storica del suo popolo. Una delle caratteristiche dell'autore è il continuo ricorso a formule fisse per delineare i regni dei vari sovrani e in particolare, il secondo libro dei Re, descrive la vicenda del popolo ebraico dal IX al VI secolo a.C., cioè dalla fine del regno di Acazia (circa 852 a.C.) fino alla distruzione del regno di Giuda nel 587 a.C..
Le vicende di Elia e di Eliseo sono narrate in due cicli che occupano la parte centrale dei due libri dei Re (1Re 17-22; 2Re 1-17).
Eliseo, il quale operò sotto i re Ioram (852-841), Ieu (841-814), Ioacaz (814-798), Ioas (798-783), è protagonista di numerosi racconti popolari spesso interrotti da riferimenti alle vicende politiche. Il suo ciclo si apre con il rapimento di Elia in cielo, del quale egli è l’unico testimone (2Re 2,1-8). Divenuto così erede spirituale del suo maestro, Eliseo compie alcuni miracoli di carattere umanitario. Infine viene narrata la conversione di Naaman, un generale degli aramei che era diventato lebbroso (2Re 5,1-19). Il brano liturgico riprende la parte conclusiva di questo racconto.
Naaman si era rivolto al profeta per chiedergli di essere guarito, ma questi, senza neppure presentarsi di persona, gli dice semplicemente di bagnarsi sette volte nel fiume Giordano. Naaman si sente offeso da questo comportamento e da quanto gli dice di fare il profeta Eliseo, ma poi esegue quanto gli è stato detto e guarisce dal suo male.
Allora torna da Eliseo e dichiara pubblicamente :“Ecco, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Come ringraziamento per quanto ha ricevuto, Naaman vorrebbe fare un dono al profeta, ma egli rifiuta decisamente.
Allora Naaman fa a Eliseo questa richiesta: “Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocàusto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore”. Siccome Naaman risiede in un paese straniero dove si adorano altri dèi, mentre JHWH si adora solo nella terra di Israele, chiede che gli sia consentito di poter portare con sé una certa quantità di questa terra su cui pregare il Signore e offrirgli i propri sacrifici , inoltre, siccome egli è tenuto, in forza del proprio rango, ad accompagnare il re nel tempio di Rimmon, dove si compie un culto inconciliabile con quello del Signore, chiede al profeta se gli è permesso di compiere il proprio dovere in modo puramente esterno, senza con ciò venire meno alla sua nuova fede.
Il brano liturgico non riporta la richiesta completa di Naaman e neanche la risposta di Eliseo che si limita a dirgli “Và in pace”.
La guarigione di Naamàn è presentata come l’occasione di un’autentica conversione al Dio di Israele da parte di un non israelita. Le richieste di Naamàn si comprendono alla luce dei problemi che si ponevano dopo l’esilio a uno straniero che volesse riconoscere e adorare JHWH come unico Dio. Secondo la mentalità dell’epoca egli, vivendo in una terra straniera, non poteva adorare JHWH, il quale, pur essendo il Dio di tutta la terra, aveva come Sua sede speciale la terra di Israele. Oltre a ciò, dato che si trattava di una persona importante, doveva partecipare al culto della divinità del posto in cui viveva: un rifiuto poteva essere considerato come una ribellione.
Eliseo dicendo solo “Va in pace” non prende palesemente posizione su questo atteggiamento esterno di idolatria, ma si dimostra comprensivo e tollerante, per cui astenendosi da ogni giudizio, lascia a Naamàn il compito di decidere con la sua coscienza.
È questo veramente un gesto di grande rispetto e di solidarietà! Tutto il racconto tende così a dimostrare che la religione israelitica è l’unica vera, ma al tempo stesso sottolinea che anche a un non ebreo è possibile aderire al vero Dio senza essere costretto a praticare tutte le norme che regolano il culto di Israele. In questo senso il brano rivela una mentalità alquanto moderna, che certo al suo tempo ha avuto difficoltà ad essere compresa da tutti.

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa di Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami al Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Il tempo della composizione di questo salmo è probabilmente quello del postesilio. Il motivo del suo invito ad un “canto nuovo” non è però ristretto al solo ritorno dall'esilio, ma nasce da tutti gli interventi di Dio per la liberazione di Israele dagli oppressori e dai nemici.
E' Dio stesso che, come prode guerriero, ha vinto i suoi nemici, che sono gli stessi nemici di Israele: “Gli ha dato vittoria la sua destra”.
Il “canto nuovo” celebra le “meraviglie” di Dio, tuttavia è aperto al futuro messianico, che abbraccerà tutti i popoli.
“La sua salvezza”, mostrata ai popoli per mezzo di Israele, ridonda già su di loro: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio”. Il Signore è colui che viene, che viene costantemente a giudicare la terra; e che verrà nel futuro per mezzo dell'azione del Messia, al quale darà il potere di giudicare nell'ultimo giorno la terra: “Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine”.
Ogni episodio di liberazione il salmo lo vede come preparazione della diffusione a tutte le genti della salvezza del Signore. E' una salvezza universale che tocca anche il creato, che deve fremere di fronte agli eventi finali che lo sconvolgeranno: “Frema il mare...”; ma anche esultare, perché sarà sottratto dalla caducità introdotta da Adamo (Cf. Rm 8,19): “I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne”.
Noi, in Cristo, recitiamo il salmo nell'avvento messianico. La salvezza di Dio, quella che ci libera dal peccato - male supremo - è quella donataci per mezzo di Cristo. La giustizia che si è mostrata a noi è Cristo, che per noi è morto e ci ha resi giusti davanti al Padre per mezzo del lavacro del suo sangue. Dio, è il Dio che viene (Cf. Ap 1,7; 4,8) per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, che presenta Cristo, nostra salvezza e giustizia.
Commento di P.Paolo Berti

Dal seconda lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo,
risorto dai morti, discendente di Davide,
come io annuncio nel mio vangelo,per il quale soffro
fino a portare le catene come un malfattore.
Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;
se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;
se siamo infedeli, lui rimane fedele,
perché non può rinnegare se stesso.
2Tm 2:8-13

Il capitolo, da cui è stato tratto questo brano, era cominciato con un riferimento all’incarico dato da Paolo al discepolo-figlio Timoteo, a cui aveva fatto seguito l'esortazione alla perseveranza e all’impegno nonostante le sofferenze che si prospettano. A questo punto inizia l’esortazione rivolta a Timoteo : “…ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide,come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore”.
Al centro dei pensieri di Timoteo deve esserci la persona di Cristo. Di lui si dice, con riferimento a un'antica professione di fede, che è risorto dai morti ed è discendente di Davide. L’origine davidica di Gesù Cristo, il Messia, richiama al fatto che per mezzo Suo si sono attuate le promesse. Citando la Sua risurrezione, non si può non citare la Sua morte di croce e di conseguenza la Sua risurrezione dai morti . Qui c’è il senso ultimo e profondo delle sofferenze che ora toccano in sorte a tutti i credenti, dei quali Paolo rimane il modello ideale.
Il tema della sofferenza dell’Apostolo e della sua attuale prigionia introduce un’affermazione di principio a cui fa seguito un nuovo riferimento alla sua esperienza: “Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”.
Nonostante Paolo sia incatenato come un criminale comune, non così è per la Parola di Dio, che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà. La Parola di Dio non può essere incatenata, anzi, si può dire che la partecipazione personale di Paolo all’esperienza di morte e risurrezione di Cristo, serva alla diffusione del Vangelo più dell’annuncio pubblico che egli ne fa con la sua parola.
L’esempio di Paolo, figura ideale e tipica dell'apostolo e martire per il Vangelo, introduce la citazione di un altro inno in cui questo pensiero è applicato a tutti i cristiani:
“Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.
Il morire con Lui comporta di riflesso il vivere con Lui e la perseveranza nelle prove ha come effetto l’ingresso con Lui nel Suo regno. Il rinnegarlo comporta invece l’essere rinnegati da Lui. Il termine “rinnegare”, indica il rifiuto e la ribellione nei confronti di Cristo e a questo rifiuto corrisponde anche il rifiuto da parte di Cristo. Quest’ultima affermazione viene però subito corretta perché anche in caso di infedeltà da parte del discepolo, Gesù rimane fedele, perché questo fa parte del “Suo modo di essere”, venendo meno al quale, “Egli rinnegherebbe se stesso”. Si tratta quindi di un rapporto che non può venire meno perché non si basa sulla buona volontà del credente, ma su una scelta irrevocabile di Dio.

Dal vangelo secondo Luca
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza, e dissero ad alta voce: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!”.
Lc 17, 11-19

Con questo brano, l’evangelista Luca continua a raccontare gli spostamenti di Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Questa volta non abbiamo un discorso di Gesù, ma il racconto di un miracolo. I suoi discepoli lo accompagnano ed insieme sono ormai giunti nel territorio della Samaria. Stanno per entrare in un villaggio, quando un gruppo di 10 lebbrosi va incontro al Rabbi di Nazareth.
L’episodio è così introdotto: Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Questo versetto che introduce la terza e ultima tappa del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, riporta un percorso un po’ strano perché controllando la mappa sembra che Gesù va verso Gerusalemme camminando a ritroso! Sicuramente l'evangelista voleva solo trovare un posto adatto per descrivere l'incontro del Signore con un gruppo di lebbrosi composto da giudei e da un samaritano.
“Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza”,
Del villaggio in cui Gesù entra non si ha alcuna indicazione, se non che gli vengono incontro questi dieci uomini lebbrosi. Coloro che erano affetti da lebbra (ma spesso si trattava solo di una malattia della pelle) erano cacciati dalla società, però potevano abitare in luoghi appartati nei villaggi. Secondo le norme descritte nel Levitico (13,45-46) dovevano tenersi a distanza, per evitare il contagio e anche per motivi cultuali, in quanto si trovavano in stato di impurità.
“e dissero ad alta voce: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”.
Il Levitico prescriveva che se essi avessero incontrato qualcuno, avrebbero dovuto gridare “Immondo! Immondo! Immondo!”; ma il loro grido verso Gesù è invece una preghiera: è l'invocazione del nome di Gesù unito al titolo di Maestro, che Luca mette sempre in bocca ai discepoli.
“Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati.
Diversamente dall’episodio narrato da Luca nel capitolo 5 (13-14) , Gesù non guarisce i lebbrosi prima di mandarli ai sacerdoti, ma dà subito l'ordine di mostrarsi ad essi.
Come per Naaman il Siro (2Re 5), il miracolo avviene a distanza. Il sacerdote aveva l'incarico, dopo l'esame del caso, di dichiarare impuro il lebbroso, e aveva anche il dovere di dichiararlo puro, dopo la guarigione; non perché svolgeva la funzione di medico, ma in quanto interprete della Legge. Comunque, per il guarito, questa dichiarazione del sacerdote significava la reintegrazione nella comunità civile e religiosa.
“Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; “
Con questo versetto si apre la seconda parte del racconto: il ritorno di un samaritano per ringraziare, come aveva fatto Naaman. Luca però non rivela subito che si tratta di un samaritano e dice solamente “uno di loro” quasi per prepararci alla sorpresa, mettendo prima in luce la fede dello sconosciuto. Quest'ultimo infatti vede la sua guarigione: un vedere che non si limita alla costatazione della salute fisica ritrovata, ma implica l'apertura alla fede. Con l’espressione “lodando Dio” , egli riconosce nella guarigione operata da Gesù l'agire di Dio.
“e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.”
Il guarito rende gloria a Dio e rende grazie a Gesù: per il credente sono due atteggiamenti inseparabili: in Gesù, Dio si lascia incontrare. L'ex-lebbroso accompagna il suo ringraziamento con un gesto di prostrazione, segno di profondo rispetto. Emerge un particolare: la convivenza tra lebbrosi giudei e samaritani è verosimile, visto che un lebbroso perdeva la sua identità sociale e religiosa.
“Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?”.”
Questo discorso di Gesù, composto da una successione di tre domande, costituisce il vertice del racconto. La prima domanda dichiara che tutti hanno beneficiato della guarigione. La seconda costata l'assenza di nove dei guariti. L'ultima precisa ciò che questi avrebbero dovuto fare: non basta la guarigione; essa avrebbe dovuto essere per essi il segno di una realtà nuova; non tornando da Gesù, hanno mancato nell'essenziale.
A questa prospettiva si aggiunge anche una nota di esortazione: i doni ricevuti da Dio richiedono la risposta riconoscente dell'uomo. Inoltre, chiamando il samaritano “straniero”, lo si costituisce rappresentante di tutti gli stranieri, del mondo pagano aperto alla salvezza, e posto in contrasto con i membri del popolo eletto.
“E gli disse: “Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!”.
Luca, servendosi di una formula conosciuta risalente probabilmente a Gesù, esprime il proprio pensiero: è la fede che salva, non importa se il credente appartenga al popolo d'Israele o alle nazioni pagane.
La fede che l'evangelista vede manifestata dal samaritano non si limita alla fiducia nel potere taumaturgico di Gesù (anche gli altri nove lebbrosi avevano creduto che Gesù li avrebbe sanati). E' la fede che percepisce nella guarigione un invito, torna verso il donatore, entra in rapporto con Gesù.
E' questa la fede salvifica!

 

*****


“Il Vangelo di questa domenica ci invita a riconoscere con stupore e gratitudine i doni di Dio. Sulla strada che lo conduce alla morte e alla risurrezione, Gesù incontra dieci lebbrosi, che gli vanno incontro, si fermano a distanza e gridano la propria sventura a quell’uomo in cui la loro fede ha intuito un possibile salvatore: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi! .
Sono malati, e cercano qualcuno che li guarisca. Gesù, rispondendo, dice loro di andare a presentarsi ai sacerdoti, che, secondo la Legge, avevano l’incarico di constatare una eventuale guarigione. In questo modo egli non si limita a fare una promessa, ma mette alla prova la loro fede. In quel momento, infatti, i dieci non sono ancora guariti. Riacquistano la salute mentre sono in cammino, dopo aver obbedito alla parola di Gesù. Allora, tutti pieni di gioia, si presentano ai sacerdoti, e poi se ne andranno per la loro strada, dimenticando però il Donatore, cioè il Padre che li ha guariti mediante Gesù, il suo Figlio fatto uomo.
Uno soltanto fa eccezione: un samaritano, uno straniero che vive ai margini del popolo eletto, quasi un pagano! Quest’uomo non si accontenta di aver ottenuto la guarigione attraverso la propria fede, ma fa sì che tale guarigione raggiunga la sua pienezza tornando indietro ad esprimere la propria gratitudine per il dono ricevuto, riconoscendo in Gesù il vero Sacerdote che, dopo averlo rialzato e salvato, può metterlo in cammino e accoglierlo tra i suoi discepoli.
Saper ringraziare, saper lodare per quanto il Signore fa per noi, quanto è importante! E allora possiamo domandarci: siamo capaci di dire grazie? Quante volte ci diciamo grazie in famiglia, in comunità, nella Chiesa? Quante volte diciamo grazie a chi ci aiuta, a chi ci è vicino, a chi ci accompagna nella vita? Spesso diamo tutto per scontato! E questo avviene anche con Dio. È facile andare dal Signore a chiedere qualcosa, ma tornare a ringraziarlo… Per questo, Gesù sottolinea con forza la mancanza dei nove lebbrosi ingrati: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».
…Per saper ringraziare, occorre anche l’umiltà. Nella prima Lettura abbiamo ascoltato la vicenda singolare di Naaman, comandante dell’esercito del re di Aram. Ammalato di lebbra, per guarire accetta il suggerimento di una povera schiava e si affida alle cure del profeta Eliseo, che per lui è un nemico. Naaman è disposto però ad umiliarsi. Ed Eliseo non pretende niente da lui, gli ordina solo di immergersi nell’acqua del fiume Giordano. Tale richiesta lascia Naaman perplesso, addirittura contrariato: ma può essere veramente un Dio quello che chiede cose così banali? Vorrebbe tornarsene indietro, ma poi accetta di immergersi nel Giordano e subito guarisce.
Il cuore di Maria, più di ogni altro, è un cuore umile e capace di accogliere i doni di Dio. E Dio, per farsi uomo, ha scelto proprio lei, una semplice ragazza di Nazareth, che non viveva nei palazzi del potere e della ricchezza, che non ha compiuto imprese straordinarie. Chiediamoci – ci farà bene - se siamo disposti a ricevere i doni di Dio, o se preferiamo piuttosto chiuderci nelle sicurezze materiali, nelle sicurezze intellettuali, nelle sicurezze dei nostri progetti.
È significativo che Naaman e il samaritano siano due stranieri. Quanti stranieri, anche persone di altre religioni, ci danno esempio di valori che noi talvolta dimentichiamo o tralasciamo. Chi vive accanto a noi, forse disprezzato ed emarginato perché straniero, può insegnarci invece come camminare sulla via che il Signore vuole. Anche la Madre di Dio, insieme col suo sposo Giuseppe, ha sperimentato la lontananza dalla sua terra. Per lungo tempo anche Lei è stata straniera in Egitto, lontano dai parenti e dagli amici. La sua fede, tuttavia, ha saputo vincere le difficoltà. Teniamo stretta a noi questa fede semplice della Santa Madre di Dio; chiediamo a Lei di saper ritornare sempre a Gesù e dirgli il nostro grazie per tanti benefici della sua misericordia.”
Papa Francesco Parte dell’Omelia del 9 ottobre 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la fede, che spesso è messa a dura prova quando ci sembra che Dio sia assente o resti silenzioso proprio nei momenti in cui abbiamo più bisogno.
Nella prima lettura, il profeta Abacuc si lamenta con Dio perché sembra tardare a soccorrere il suo popolo. Il Signore gli risponde che si perde solo chi vuole perdersi, mentre “il giusto vivrà per la sua fede”.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo, chiede al suo discepolo, e naturalmente anche a noi oggi, di essere coraggiosi nel rendere testimonianza a Cristo e di conservare il bene prezioso della fede, afferma inoltre che Dio, attraverso la grazia della fede: non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Nel Vangelo di Luca, agli apostoli che gli chiedevano di aumentare la propria fede Gesù risponde: Se aveste fede quanto un granello di sènape, potreste …” La fede è dunque, un’energia che non si misura in base alla quantità, ma in base all’autenticità e all’intensità; la fede fruttifica anche se è un seme microscopico, si radica nella mente e nel cuore e nutre l’intelligenza, generando lo spirito di servizio e la dedizione gratuita a Dio e al prossimo.

Dal libro del profeta Abacuc
Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti,
a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi?
Perché mi fai vedere l'iniquità
e resti spettatore dell'oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
“Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indùgia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.
Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede.
Ab 1,2-3; 2,2-4

Abacùc è l'ottavo dei 12 profeti minori; di lui si hanno poche notizie, se non che visse al tempo del profeta Geremia (605-589 a.C). Come Geremia profetizzò durante il regno del re Ioakim, ricordato per la sua tirannia e incapacità di una chiara linea politica, infatti strinse alleanze sia con il faraone d’Egitto sia con i Babilonesi nemici degli Egiziani. I Babilonesi, durante il suo regno, assediarono Gerusalemme e, in seguito, la distrussero e lui fu deportato a Babilonia dove morì nel 597.
Il libro di Abacuc è composto di tre capitoli e si divide in due parti.
Il brano liturgico inizia con una domanda che prende dal 1^ capitolo e la risposta dal secondo.
La prima domanda contiene un rimprovero nei confronti di Dio:
“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? “
Angosciato davanti al trionfo dell’empietà e dell’ingiustizia, il profeta si rivolge a Dio invocando il Suo aiuto. Siccome Dio sembra indifferente di fronte alla triste situazione in cui il popolo si trova, il profeta gli espone le miserie di cui soffre. Egli parla a nome di tutto il popolo e dei giusti oppressi, di cui si fa portavoce. L’espressione “fino a quando”, dettata dall’impotenza, denota la supplica e nello stesso tempo il rimprovero che si fa a Dio (V Sal 13,2-3; Ger 12,4). Viene perciò messo in questione l’atteggiamento di Dio nei confronti del male: come può Dio tollerare che capitino certe cose? Una domanda attuale anche ai nostri giorni.
Il profeta continua la sua domanda con tono ancora più forte:
“Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. Dio viene in modo provocatorio ritenuto colpevole di quello che sta accadendo e permette che il profeta assista impotente all’espandersi del male e dell’oppressione.
Abacuc si lamenta di dover vedere intorno a sé soltanto rapina e violenza, liti e contese. Ciò che egli descrive è una situazione di profonda degenerazione sociale, (molto vicina a ciò che noi viviamo oggi) in cui dominano i prepotenti, i quali litigano fra loro e impongono agli altri il loro volere. La domanda che gli sale alla bocca esprime un dubbio amaro circa il governo del mondo da parte di Dio. L’impressione che il profeta ha è che Dio si sia lasciato sfuggire di mano il controllo di questo mondo.
La riposta riportata dalla liturgia è quella che fa seguito alla seconda domanda, simile alla prima, con la quale il profeta accusa Dio di comportarsi con gli uomini come fa il pescatore che prende all’amo i pesci del mare e fa di essi il suo cibo (V.1,12-17
Ad essa Dio risponde, ma prima sembra voler sottolineare l’importanza di ciò che sta per dire: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine,parla di una scadenza e non mentisce; se indùgia, attendila,perché certo verrà e non tarderà”
L’uso di scrivere una visione su una tavoletta di legno, pietra o bronzo che sia (V. Is 8,1; 30,8; Ger 30,2; Ez 37,16) ha lo scopo di far conoscere con precisione a un gran numero di persone il contenuto del messaggio. Esso serve anche a dare la possibilità un giorno, quando l’oracolo si sarà verificato, di riconoscere che l’evento era stato annunziato in precedenza. La parola di Dio, comunicata in una visione, possiede una potenza tale per cui il fatto di essere scritta aumenta ancora di più la sua efficacia. In questo caso il messaggio contiene l’indicazione di un termine, cioè di una scadenza. La sciagura non durerà all'infinito, ma è destinata a terminare. Al credente non resta altro che aspettare con fiducia che la predizione si attui.
Dopo questa lunga premessa, viene riportato il messaggio che invece è molto corto:
“Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.
L’oracolo divino è redatto in forma concisa: ci sono due espressioni parallele di cui la prima riguarda l’empio e la seconda il giusto. Il primo viene designato in modo negativo come ”colui che non ha l’animo retto”. E questo si riferisce non tanto agli invasori caldei, quanto ai giudei che, pur conoscendo le prescrizioni divine, non le mettono in pratica, peccando così di orgoglio e di presunzione. A costoro si preannunzia l’insuccesso e la rovina (V.: Sal 1,4-5; 35,5). Per coloro che, nel mezzo di una sciagura che si è abbattuta su tutto il popolo, si aggrappano a false sicurezze, come potrebbero essere il denaro o l’adorazione degli dèi degli invasori, non c’è speranza. Essi saranno spazzati via dalla disgrazia e non avranno un futuro.
Diverso sarà invece il destino dei giusti. Costoro sono quella parte del popolo che si mantiene fedele a DIO e agli impegni presi con Lui nel contesto dell’alleanza. Essi non si lasciano intimidire dalle violenze degli invasori e rifiutano di venire a patti con loro. Di costoro si dice che “vivranno”.
In un contesto in cui si parla di giustizia, la vita che viene loro garantita non è la semplice sopravvivenza, ma la vita piena in comunione con Dio che comporta anche il benessere materiale (V. Dt 30,15-16; Pr 10,27-28\; 11,19). Solo loro vedranno la fine della calamità e potranno ritornare a una vita tranquilla e senza eccessive tribolazioni.
Abacuc vuole capire l’agire di Dio, ma non vi riesce. Dopo le sue proteste, tace e attende e da vera persona di fede accetta di soffrire. Abacuc testimonia che la persona di fede è quella che resta fedele a Dio proprio nelle situazioni che umanamente sembrano insopportabili e incomprensibili.
Da profeta capisce che la vera giustizia è nelle mani di Dio e lascia a Dio la gloria di intervenire quando lo crede opportuno. Lui è “come sentinella”, aspetta ma nell’attesa continua a lodare Dio. Non si accontenta di risposte superficiali, accetta piuttosto di rimanere senza risposte e, anche se non vede segni di cambiamento, sceglie di continuare a confidare solo nel Signore. Questa è fede autentica!

Salmo 94 Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate, prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
E’ lui il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce:
“Non indurite il cuore, come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova,pur avendo visto le mie opere”.

Il salmo è un invito alla preghiera durante una visita al tempio, probabilmente durante la festa delle capanne, che celebrava il cammino nel deserto (Cf. Dt 31,11), visto che il salmo ricorda l'episodio di Massa e Meriba.
Dio è presentato come “roccia della nostra salvezza”, indicando la roccia la sicurezza data da Dio di fronte ai nemici.
Egli è “grande re sopra tutti gli dei”; sono gli dei concepiti dai pagani, dietro i quali striscia l'azione dei demoni
Egli è colui che ha in suo potere ogni cosa: “Nella sua mano sono gli abissi della terra, sono sue le vette dei monti...”.
Il gruppo orante è invitato ad accostarsi a Dio, cioè ad entrare nell'atrio del tempio. Successivamente il gruppo è invitato a prostrarsi davanti al Signore. Segue l'invito ad ascoltare la voce del Signore. Nel silenzio dell'adorazione davanti al tempio Dio muove il cuore (“la sua voce”) indirizzandolo al bene, all'obbedienza dei comandamenti, al cambiamento della vita.
“Non indurite il cuore”; il cuore indurito non ascolta la voce del Signore e segue i suoi pensieri, ma si troverà a vagare nei deserti di un'esistenza senza Dio, senza alcun riposo.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla seconda lettera di S.Paolo aspostolo a Timoteo
Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l'imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.
2 Tm 1:6-8.13-14

Questa seconda lettera a Timoteo si distingue dalla prima soprattutto perchè testimonia una tenera relazione di paternità spirituale di Paolo con il discepolo Timoteo. L’Apostolo la scrive quando è di nuovo prigioniero a Roma nel 67: le condizioni della prigionia sono dure, ben differenti da quelle della prima volta, quando predicava liberamente, in domicilio coatto (At 28,16).Paolo si sente solo, nessuno lo ha difeso in tribunale: i suoi giorni sono contati e si prepara al sacrificio supremo. Lo preoccupa ciò che accade nelle comunità: tutte le idee nuove e strane trovano sostenitori che raccolgono successi a discapito del Vangelo, dell’unità e della missione.
Il brano si apre con l’esortazione spirituale a Timoteo: “ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l'imposizione delle mie mani”. Timoteo deve perciò costantemente ravvivare il “dono” che ha ricevuto da Dio mediante l'imposizione delle mani fatta personalmente da parte di Paolo. Questo carisma è legato alla testimonianza coraggiosa che si fonda sullo Spirito:“Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza”.
Le tre qualità connesse con il dono dello Spirito sono quelle che deve avere ogni credente, del quale Timoteo è il modello: “forza, amore e saggezza”. Esse sono contrapposte alla “timidezza”, che consiste nella paura e nella pigrizia. Poi l’apostolo invita alla testimonianza: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. La testimonianza riguarda l'annuncio coraggioso del vangelo e la perseveranza nelle prove. I versi omessi dalla liturgia, danno la motivazione teologica di questa testimonianza. In essi si sottolinea l’iniziativa gratuita e efficace di Dio per la salvezza, la realizzazione della salvezza in Gesù Cristo e infine la sua attuazione storica per mezzo dell'annuncio del Vangelo, di cui Paolo è stato incaricato.
Il brano termina con un’esortazione: ” Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”. Timoteo ha avuto in consegna da Paolo il patrimonio della fede genuina, nonché l’esperienza dell’amore, di cui egli è stato maestro. Ora egli deve custodire il bene prezioso, assieme al quale ha ricevuto la garanzia di conservarlo e trasmetterlo integro, cioè l’opera dello Spirito santo che rimane come energia interiore nei credenti.
L’invito alla fedeltà e alla perseveranza cristiana contenuto in questo brano anche se è diretto soprattutto ai responsabili ecclesiastici, dei quali Timoteo è il rappresentante ideale, il tono generale delle espressioni è indirizzato però a tutti i credenti.
Paolo esortando il discepolo Timoteo incoraggia tutti i discepoli di ogni tempo e di ogni luogo alla fedeltà, alla perseveranza nelle prove, e a restare fedeli al Vangelo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di sènape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Lc 17, 5-10

Siamo ancora nella parte dedicata al viaggio di Gesù verso Gerusalemme e dopo la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, Luca riporta alcuni detti di Gesù. I primi due, omessi dal brano liturgico, riguardano rispettivamente lo scandalo e la correzione fraterna. Il testo liturgico riporta invece il terzo detto, che è un’istruzione riguardante la fede e la successiva parabola del servo che torna dalla campagna.
Il brano inizia riportando la richiesta che gli apostoli fanno a Gesù:
“Accresci in noi la fede!”.
Gesù però non risponde dicendo cosa devono fare, ma dà loro un criterio per valutare quanta fede hanno:
“Se aveste fede quanto un granello di sènape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.
La risposta di Gesù presenta un'immagine paradossale tesa a sottolineare come la fede se autentica è sempre efficace e capace di grandi cose, anche se è piccola come un granello di senape, che è certamente microscopico, quasi invisibile, ma una volta seminato cresce moltissimo, e nell'arco di un anno può divenire un albero. Il gelso, invece, è un albero secolare che può vivere anche 600 anni, ha radici profonde, che si abbarbicano nella terra. E' un albero, simbolo di stabilità, molto difficile da sradicare, ed è per questo che Gesù usa queste immagini per affermare che chi ha fede è aperto a Dio, ha una fiducia totale in Lui, che può manifestare in lui la Sua forza;
Al discorso sulla fede fa seguito una parabola che invita all’umiltà conosciuta solo da Luca
”Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?.
Gesù parte da un esempio della vita sociale per reagire contro un atteggiamento umano che tende ad avanzare pretese dinanzi a Dio, e critica anche una mentalità commerciale nel rapporto uomo-Dio.
Da questo esempio si può anche rilevare la situazione sociale al tempo di Gesù, quando i possidenti ebrei potevano avere dei servi e questi erano a loro completa disposizione, non solo per il lavoro nei campi, ma anche per ogni altra prestazione.
Luca anche se in questo brano fa emergere il senso della sovranità di Dio, non intende certo affermare che il rapporto con Dio sia come quello con un padrone!
Gesù conclude così la sua parabola: ” Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare".
Queste parole pronunciate da Gesù ci potrebbero sembrare un po’ dure, ma dobbiamo tenere in mente che il padrone che ci comanda non è un uomo come noi, che non si farebbe scrupolo a sfruttare gli altri e trattarli come servi, ma è DIO. Lui non ci chiede niente per sé perché ha già tutto e noi per quanto ci adoperiamo, non possiamo aggiungere niente alla Sua gloria.
La difficoltà di accettare le parole di Gesù, comunque, rimane, perché essa altro non è che tentazione dell'albero del bene e del male, che sta sempre sopra la nostra testa, e sotto al quale dobbiamo decidere se fidarci di Lui, oppure fare come piace a noi.
Riconoscerci servi inutili altro non è che affidarci a Lui e fidarci di Lui, anche quando non lo capiamo, come il profeta Abacuc, che, timoroso di soccombere davanti all'arroganza dei malvagi, supplica: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione …, e si sente rispondere: “Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.
Possiamo a questo punto solo pregare il Signore che ci aiuti a divenire giusti, di mantenere un animo retto, che ci aiuti ad avere una fiducia totale in Lui anche quando il male sembra prevalere.

 

*****************

“Il brano del Vangelo comincia così: «In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”» Mi pare che tutti noi possiamo fare nostra questa invocazione. Anche noi come gli Apostoli diciamo al Signore Gesù: “Accresci in noi la fede!”. Sì, Signore, la nostra fede è piccola, la nostra fede è debole, fragile, ma te la offriamo così com’è, perché Tu la faccia crescere. …
E il Signore che cosa ci risponde? Risponde: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» Il seme della senape è piccolissimo, però Gesù dice che basta avere una fede così, piccola, ma vera, sincera, per fare cose umanamente impossibili, impensabili. Ed è vero! Tutti conosciamo persone semplici, umili, ma con una fede fortissima, che davvero spostano le montagne! Pensiamo, per esempio, a certe mamme e papà che affrontano situazioni molto pesanti; o a certi malati, anche gravissimi, che trasmettono serenità a chi li va a trovare. Queste persone, proprio per la loro fede, non si vantano di ciò che fanno, anzi, come chiede Gesù nel Vangelo, dicono: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Quanta gente tra noi ha questa fede forte, umile, e che fa tanto bene!
In questo mese di ottobre, che è dedicato in particolare alle missioni, pensiamo a tanti missionari, uomini e donne, che per portare il Vangelo hanno superato ostacoli di ogni tipo, hanno dato veramente la vita; come dice san Paolo a Timoteo: «Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» . Questo però riguarda tutti: ognuno di noi, nella propria vita di ogni giorno, può dare testimonianza a Cristo, con la forza di Dio, la forza della fede. La fede piccolissima che noi abbiamo, ma che è forte! Con questa forza dare testimonianza di Gesù Cristo, essere cristiani con la vita, con la nostra testimonianza!
E come attingiamo questa forza? La attingiamo da Dio nella preghiera. La preghiera è il respiro della fede: in un rapporto di fiducia, in un rapporto di amore, non può mancare il dialogo, e la preghiera è il dialogo dell’anima con Dio. ….
La fede è anzitutto un dono che noi abbiamo ricevuto. Ma per portare frutti, la grazia di Dio richiede sempre la nostra apertura a Lui, la nostra risposta libera e concreta. Cristo viene a portarci la misericordia di Dio che salva. A noi è chiesto di affidarci a Lui, di corrispondere al dono del suo amore con una vita buona, fatta di azioni animate dalla fede e dall’amore.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 6 ottobre 2013

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci insegnano quale uso deve fare il cristiano della propria ricchezza per poterne disporre con saggezza e generoso distacco tenendo sempre presente che il denaro è un mezzo e non un fine.
Nella prima lettura, il profeta Amos, “ex coltivatore di sicomori” denuncia con forza e coraggio i notabili del paese sfruttatori dei miseri. Questi oppressori – politici corrotti – sono ritratti proprio mentre stanno escogitando le loro infami macchinazioni.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo continuando a scrivere a Timoteo, afferma che è compito del responsabile della comunità cristiana animare e presiedere la preghiera liturgica. E’ nella volontà di Dio – afferma l’apostolo – che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità, e cioè nell’accoglienza dell’unico mediatore tra Dio e gli uomini: Cristo Gesù.
Nel Vangelo di Luca, viene proposta una parabola un po’ originale quella di un amministratore scorretto che fu accusato dal suo padrone di sperperare i suoi averi. L’uomo prima di essere licenziato agisce con scaltrezza procurandosi con i beni terreni la sicurezza di un futuro più sicuro. Il padrone riconosce la scaltrezza del suo amministraoree e loda, non la disonestà, ma l’abilità nel maneggiare il denaro. Gesù commenta: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. E aggiunge “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.” . Il cristiano non è chiamato a cedere drasticamente i beni materiali che possiede, ma a servirsene in funzione di un bene più grande che è il regno di Dio.

Dal libro del profeta Amos
Il Signore mi disse:
Ascoltate questo,
voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: "Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo l’efa e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano".
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
certo non dimenticherò mai tutte le loro opere.
Am 8,4-7

Amos è stato uno dei profeti minori di Israele. Era nato in un villaggio non lontano da Betlemme e visse al tempo di Geroboamo II re di Israle (783-743 a.C). Era un semplice contadino-mandriano, e fu chiamato improvvisamente dal Signore mentre seguiva il gregge, come egli stesso lo racconta nel suo Libro (v.7,14-15) . Gli fu affidata la missione di predicare nei due regni e di ammonire il popolo e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità, in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. In particolare fece pressioni sui sacerdoti e sui potenti che con la loro astuzia camuffavano abilmente le ingiustizie contro i poveri. Le sue predicazioni contro i costumi del tempo gli procurarono forti inimicizie, visto che fu anche espulso dalla città di Betel dal re Geroboamo su istigazione del sacerdote Amasia. Molti sono i passi nel suo libro dove si ammonisce il ricco e dove si condanna la religiosità esteriore. Le sue profezie di sventura per una mancata conversione troveranno compimento nell'abbattimento del regno del nord da parte degli Assiri e nella conseguente deportazione del popolo di Israele e dei suoi notabili nel 722 a.C.
E’ impressionante come descrive al cap.5 il giorno del Signore: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce. Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde. Non sarà forse tenebra e non luce il giorno del Signore,e oscurità senza splendore alcuno? (Am 5,18-20)
Il brano che la liturgia ci propone, inizia con una esortazione: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese,… I destinatari dell’esortazione sono coloro che “calpestano i poveri” e “gli umili del paese” i quali, a causa della loro situazione sociale, non riescono a far valere i loro diritti.
Il profeta riporta i discorsi degli oppressori “Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano“. In questi versetti si può avere un’idea di come si possano attuare delle operazioni disoneste per arrivare a guadagnare sempre di più, non solo ma c’è anche la denuncia di chi si approfitta dei riti religiosi come la fine del novilunio o del sabato per continuare i propri affari loschi.
Tutto il brano mette in luce il carattere sociale della religione ebraica, e l’esigenza fondamentale della volontà di Dio nei confronti del suo popolo, che non consiste in pratiche religiose o osservanze rituali, ma nella giustizia in favore specialmente delle classi più deboli e sfruttate.
Dio non vuole qualcosa per se stesso, ma tutto quello che gli è offerto deve servire al bene di tutti.
All’origine di questa preoccupazione tipica dei profeti sta l’esperienza dell’alleanza, dalla quale scaturisce un rapporto comunitario fondato sulla fede nell’unico Dio, che esige non solo che ai più poveri sia data la garanzia di ottenere i mezzi che sono necessari per la loro sopravvivenza, ma anche che sia difesa la loro libertà e la possibilità di condividere con gli altri i beni che Dio ha messo a disposizione del suo popolo.

Salmo 112 - Benedetto il Signore che rialza il povero.

Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre.

Su tutte le genti eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto
e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?

Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.

Per due volte il salmo invita a lodare “il nome del Signore”, al cui confronto ogni altro nome è niente. Niente quello delle schiere angeliche; niente quello dei potenti della terra; meno di niente quello costruito attorno agli inesistenti dei: “Su tutte le genti eccelso è il Signore... Chi è come il Signore, nostro Dio...?”.
“Il nome del Signore”, significa la grandezza, la potenza, la maestà regale, la sua giustizia, ciò che egli è e che deve essere riconosciuto dagli uomini. La “sua gloria” è inarrivabile, immensa, mai oscurabile da alcuno: “Più alta dei cieli è la sua gloria”. Egli è l'Altissimo che “si china a guardare sui cieli (ndr. cioè la corte celeste) e sulla terra (ndr. cioè gli uomini). Egli agisce mirabilmente nella storia sollevando “dalla polvere il debole” e “dall'immondizia rialza il povero”. Il salmo guarda ai giudici, tratti dal popolo e innalzati tra i capi delle varie tribù di Israele.
Egli dà gioia alla sterile rendendola “madre gioiosa di figli”. Qui il salmo guarda a Rebecca (Gn 25,21, alla madre di Sansone (Gdc 13,2), ad Anna, la madre di Samuele (1sam 1,11). Con ciò sembrerebbe di poter collocare la composizione del salmo al tempo dei giudici, ma potrebbe essere stato composto anche dopo.
Il salmo ha un netto riferimento al cantico di Anna (1Sam 2,1s), per molte espressioni: “Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio” (2,2); “La sterile ha partorito sette volte” (2,5); “Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili” (2,8).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo a Timoteo
Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.
Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
1Tm 2,1-8

Paolo continuando la sua lettera a Timoteo, dopo aver parlato della propria esperienza di peccatore perdonato e inviato ad annunciare il Vangelo, esorta Timoteo a perseverare nella fede e in questo capitolo esorta la comunità cristiana, di cui Timoteo è guida, alla preghiera .
“raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini”,
Paolo comincia a dare disposizioni in particolare per preghiere fatte comunitariamente. La preghiera che lui consiglia ha un respiro universale perché se si è in grado di pregare per tutti, vuol dire che si è superato lo spirito di setta o di casta che forse poteva aver caratterizzato le comunità cristiane dei primi tempi.
Il Vangelo di Gesù è universale, è rivolto a tutte le genti e i veri cristiani sono chiamati a tener conto nella propria preghiera di tutti i popoli, di chiedere a Dio la salute e la prosperità per tutti, a ringraziare per i benefici che Dio ha donato anche agli altri.
“per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
Certamente ci potrebbe stupire questa preghiera rivolta a Dio per coloro che stanno al potere. Il senso di questa preghiera ci viene chiarito nella seconda parte del versetto: “perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”. La preghiera per l'autorità pubblica dunque ha lo scopo di ottenere la realizzazione dell'ordine, della prosperità e della pace. Sono i frutti del buon governo, il quale permette anche che ognuno possa avere una vita ”dedicata a Dio ”. Ciò che stupisce è che non si chiede la conversione dei rappresentanti del potere pagano, né un riconoscimento speciale per le comunità cristiane, ma bensì che sia salvaguardato il bene pubblico, nella tolleranza reciproca.
“Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”.
Anche il Signore vuole che i cristiani vivano con serenità e pace la loro fede. Egli è venuto a portare la spada, nel senso che è necessario decidersi per Lui senza incertezze, ma poi non chiede che la vita cristiana sia una vita di conflitti continui. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati e questo si realizza attraverso una vita serena, che rende possibile una testimonianza coerente che possa attirare anche altri, ricercatori della verità, a ad abbracciare la fede cristiana.
“Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù,”
Le esortazioni alla preghiera e a una vita sociale ordinata conducono ad una professione di fede (presa forse dalla liturgia della comunità). La novità di questa affermazione non è tanto nell'unicità di Dio, ma in quella che Gesù è mediatore tra Dio e gli uomini. Questo concetto si trova solo nella lettera agli Ebrei, (Eb 2,5) inserito nel nuovo patto.
La mediazione di Gesù ha la sua forza soprattutto nei confronti degli uomini, che Paolo lo sottolinea nei versetti seguenti:”che ha dato se stesso in riscatto per tutti.”
Paolo ci tiene a ricordare che questa “testimonianza egli (Cristo) l’ha data nei tempi stabiliti,” ossia è avvenuta in un momento storico ben preciso. C'è un chiaro riferimento al progetto di salvezza di Dio, che non ha lasciato niente al caso.
“e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.
Nella realizzazione di questo progetto rientra anche il compito missionario di Paolo. Egli ci tiene a ricordare l'impegno che il Signore gli ha dato. I tre sostantivi sono molto importanti: “messaggero, apostolo, maestro dei pagani” preceduti dal solenne giuramento: “dico la verità.”
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
Questa affermazione chiude il brano riprendendo le indicazioni sulla preghiera. Se prima si trattava soprattutto di una preghiera pubblica, ora le esortazioni riguardano qualsiasi momento di preghiera per ogni uomo. C'è anche un'indicazione "pratica", la preghiera con le mani alzate, che ritroviamo spesso nelle raffigurazioni delle catacombe. E' una preghiera che però va fatta con mani pure, cioè purificata da tutto ciò che rende l'uomo asservito alle passioni e non a Dio.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Lc 16 1-13

Siamo nella sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme. Gesù aveva iniziato con l’invito ad entrare per la porta stretta, poi c’è stato un invito sul discepolato e il racconto delle tre parabole della misericordia. Il capitolo 16 Luca lo dedica al tema dell'uso della ricchezza. Prima Gesù si rivolge ai discepoli con la parabola dell'amministratore disonesto. Luca usa parole molto forti verso chi usa egoisticamente i propri beni; probabilmente la sua comunità aveva molte ricchezze e non riusciva a trovare un equilibrio tra i beni materiali e le esigenze del Vangelo.
Il brano inizia riportando ciò che Gesù dice ai suoi discepoli:
“Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi”.
La parabola ci presenta un uomo ricco che aveva un amministratore. Questa era una situazione normale nella civiltà palestinese di allora, a volte il sistema del latifondo era esteso in Galilea e spesso era in mano a degli stranieri.
Il fatto che dà l'avvio all'azione, è l'accusa fatta all'amministratore di sperperare i beni del padrone, che
“Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
Non si dice niente sulla fondatezza e le motivazioni dell'accusa, non si dice se è stato disonesto o negligente, si sa solo che di colpo l'amministratore si trova nei guai, per cui viene destituito e deve rendere conto della sua gestione! Questa espressione ci ricorda un po‘ quanto dice l’evangelista Matte sul giudizio finale (Mt 12,36-37).
“L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
L’uomo si rende conto immediatamente che lo aspetta il licenziamento ed allora escogita dei rimedi per risolvere i suoi guai. A tal fine chiama i debitori del suo padrone e riduce drasticamente l’ammontare del loro debito: “i cento barili d’olio”, diventano cinquanta; “le cento misure di grano”, sono ridotte a ottanta. Confida così nella gratitudine dei beneficati dopo che il suo padrone lo avrà allontanato.
Sorprende tutti la reazione del padrone “che lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Il padrone loda, non la disonestà, ma l’abilità nel maneggiare il denaro perchè secondo l’uso allora tollerato in Palestina, l’amministratore aveva diritto a concedere prestiti con i beni del suo padrone e, poiché non era pagato, di compensarsi alterando l’importo del prestito sulla ricevuta, per poter usufruire, al tempo della restituzione, della differenza come di un avanzo che rappresentava il suo interesse.
Nel presente caso, forse egli non aveva prestato in realtà che cinquanta barili d’olio e ottanta misure di grano: nell’adattare la ricevuta all’importo reale, l’amministratore scaltro si priva di un beneficio, per altro da usuraio, che aveva previsto. La sua “disonestà” non consiste dunque nella riduzione delle ricevute, la quale non è che una privazione dei suoi immediati interessi, abile manovra lodata dal suo padrone, ma nelle prevaricazioni precedenti che hanno causato il suo licenziamento.
Gesù continua commentando: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. Il comportamento dei credenti, chiamati "figli della luce“ viene messo a confronto con quello dei "figli di questo mondo" (cioè coloro che agiscono secondo i criteri in uso fra i non-credenti). Siamo nella sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme. Gesù aveva iniziato con l’invito ad entrare per la porta stretta, poi c’è stato un invito sul discepolato e il racconto delle tre parabole della misericordia.
Il capitolo 16 Luca lo dedica al tema dell'uso della ricchezza. Prima Gesù si rivolge ai discepoli con la parabola dell'amministratore disonesto. Luca usa parole molto forti verso chi usa egoisticamente i propri beni; probabilmente la sua comunità aveva molte ricchezze e non riusciva a trovare un equilibrio tra i beni materiali e le esigenze del Vangelo.
Il brano inizia riportando ciò che Gesù dice ai suoi discepoli:
“Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi”.
La parabola ci presenta un uomo ricco che aveva un amministratore. Questa era una situazione normale nella civiltà palestinese di allora, a volte il sistema del latifondo era esteso in Galilea e spesso era in mano a degli stranieri.
Il fatto che dà l'avvio all'azione, è l'accusa fatta all'amministratore di sperperare i beni del padrone, che
“Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
Non si dice niente sulla fondatezza e le motivazioni dell'accusa, non si dice se è stato disonesto o negligente, si sa solo che di colpo l'amministratore si trova nei guai, per cui viene destituito e deve rendere conto della sua gestione! Questa espressione ci ricorda un po‘ quanto dice l’evangelista Matte sul giudizio finale (Mt 12,36-37).
“L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
L’uomo si rende conto immediatamente che lo aspetta il licenziamento ed allora escogita dei rimedi per risolvere i suoi guai. A tal fine chiama i debitori del suo padrone e riduce drasticamente l’ammontare del loro debito: “i cento barili d’olio”, diventano cinquanta; “le cento misure di grano”, sono ridotte a ottanta. Confida così nella gratitudine dei beneficati dopo che il suo padrone lo avrà allontanato.
Sorprende tutti la reazione del padrone “che lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Il padrone loda, non la disonestà, ma l’abilità nel maneggiare il denaro perchè secondo l’uso allora tollerato in Palestina, l’amministratore aveva diritto a concedere prestiti con i beni del suo padrone e, poiché non era pagato, di compensarsi alterando l’importo del prestito sulla ricevuta, per poter usufruire, al tempo della restituzione, della differenza come di un avanzo che rappresentava il suo interesse.
Nel presente caso, forse egli non aveva prestato in realtà che cinquanta barili d’olio e ottanta misure di grano: nell’adattare la ricevuta all’importo reale, l’amministratore scaltro si priva di un beneficio, per altro da usuraio, che aveva previsto. La sua “disonestà” non consiste dunque nella riduzione delle ricevute, la quale non è che una privazione dei suoi immediati interessi, abile manovra lodata dal suo padrone, ma nelle prevaricazioni precedenti che hanno causato il suo licenziamento.
Gesù continua commentando: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”. Il comportamento dei credenti, chiamati "figli della luce“ viene messo a confronto con quello dei "figli di questo mondo" (cioè coloro che agiscono secondo i criteri in uso fra i non-credenti).

*****

“Oggi Gesù ci porta a riflettere su due stili di vita contrapposti: quello mondano e quello del Vangelo. Lo spirito del mondo non è lo spirito di Gesù. E lo fa mediante il racconto della parabola dell’amministratore infedele e corrotto, che viene lodato da Gesù nonostante la sua disonestà .
Bisogna precisare subito che questo amministratore non viene presentato come modello da seguire, ma come esempio di scaltrezza. Quest’uomo è accusato di cattiva gestione degli affari del suo padrone e, prima di essere allontanato, cerca astutamente di accattivarsi la benevolenza dei debitori, condonando loro parte del debito per assicurarsi così un futuro. Commentando questo comportamento, Gesù osserva: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» .
A tale astuzia mondana noi siamo chiamati a rispondere con l’astuzia cristiana, che è un dono dello Spirito Santo. Si tratta di allontanarsi dallo spirito e dai valori del mondo, che tanto piacciono al demonio, per vivere secondo il Vangelo.
E la mondanità, come si manifesta? La mondanità si manifesta con atteggiamenti di corruzione, di inganno, di sopraffazione, e costituisce la strada più sbagliata, la strada del peccato, perché una ti porta all’altra! È come una catena, anche se - è vero - è la strada più comoda da percorrere, generalmente. Invece lo spirito del Vangelo richiede uno stile di vita serio - serio ma gioioso, pieno di gioia! -, serio e impegnativo, improntato all’onestà, alla correttezza, al rispetto degli altri e della loro dignità, al senso del dovere. E questa è l’astuzia cristiana!
Il percorso della vita necessariamente comporta una scelta tra due strade: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Non si può oscillare tra l’una e l’altra, perché si muovono su logiche diverse e contrastanti. Il profeta Elia diceva al popolo di Israele che andava su queste due strade: “Voi zoppicate con i due piedi!” (cfr 1 Re 18,21). È bella l’immagine. È importante decidere quale direzione prendere e poi, una volta scelta quella giusta, camminare con slancio e determinazione, affidandosi alla grazia del Signore e al sostegno del suo Spirito.
Forte e categorica è la conclusione del brano evangelico: «Nessun servo può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro».
Con questo insegnamento, Gesù oggi ci esorta a fare una scelta chiara tra Lui e lo spirito del mondo, tra la logica della corruzione, della sopraffazione e dell’avidità e quella della rettitudine, della mitezza e della condivisione. Qualcuno si comporta con la corruzione come con le droghe: pensa di poterla usare e smettere quando vuole. Si comincia da poco: una mancia di qua, una tangente di là… E tra questa e quella lentamente si perde la propria libertà. Anche la corruzione produce assuefazione, e genera povertà, sfruttamento, sofferenza. E quante vittime ci sono oggi nel mondo! Quante vittime di questa diffusa corruzione. Quando invece cerchiamo di seguire la logica evangelica dell’integrità, della limpidezza nelle intenzioni e nei comportamenti, della fraternità, noi diventiamo artigiani di giustizia e apriamo orizzonti di speranza per l’umanità. Nella gratuità e nella donazione di noi stessi ai fratelli, serviamo il padrone giusto: Dio.
La Vergine Maria ci aiuti a scegliere in ogni occasione e ad ogni costo la strada giusta, trovando anche il coraggio di andare controcorrente, pur di seguire Gesù e il suo Vangelo.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 18 settembre 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la misericordia, che è il vero volto di Dio, ma questo volto può essere colto solo da coloro che riconoscono il carattere gratuito del Suo amore e si lasciano colmare dalla Sua grazia.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, leggiamo che Dio, per intercessione di Mosè, perdonò gli ebrei che, dimentichi di ogni bene da Lui ricevuto, si erano messi ad adorare il vitello d’oro.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrivendo a Timoteo, presenta la sua vocazione come la “conversione” di un bestemmiatore, persecutore e violento e commenta ricordando il suo passato “mi è stata usata misericordia”. Si propone poi come l’esempio dei peccatori convertiti dalla misericordia di Dio.
Nel Vangelo di Luca, troviamo le tre parabole della misericordia: la pecorella smarrita, la dracma perduta, e il figliol prodigo. Gesù dice: vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Non è che con questo siamo autorizzati a peccare spensieratamente sicuri della misericordia di Dio, perché Dio legge nei cuori e vede se il cuore di chi si ravvede e si converte è veramente sincero.

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: “Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”.
Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”.
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente?
Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
Es 32,7-11. 13-14

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia Cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese.
La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo
Il brano che abbiamo, tratto dalla terza sezione, ha luogo mentre Mosè si trova sulla montagna dove ha ricevuto da Dio le tavole dell’alleanza ed inizia riportando ciò che il Signore dice:
“Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”. Dio si stupisce che così in fretta gli israeliti l’hanno abbandonato. La gravità di questo peccato, nella cultura antica, derivava dal fatto che l’immagine era vista come uno strumento particolarmente efficace per catturare la potenza di Dio e servirsene a proprio uso e consumo. Dio commenta poi il peccato degli israeliti affermando: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo dalla dura cervìce” ossia si era reso conto che si tratta di un popolo refrattario, quasi per natura, alla docilità e all’obbedienza, e continua “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Sembra in questo punto che Dio voglia attendere il consenso di Mosè per attuare il suo proposito con l’intento poi di fare di lui il capostipite di una grande nazione.
Mosè si mette subito dalla parte degli israeliti e intercedendo per loro presenta i motivi per i quali Dio è tenuto a desistere dal suo proposito, ed inizia dicendo:
“Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente?
Questa domanda di Mosè è formulata secondo i canoni orientali del rispetto dovuto a un superiore, vuole dire che è stato DIO, non Mosè, a fare uscire il popolo dall’Egitto: perciò non ha senso che DIO distrugga quella che è una Sua creatura.
Mosè poi soggiunge nel versetto successivo (omesso dalla liturgia): “Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?” Lo sterminio degli israeliti nel deserto avrebbe messo in dubbio la sincerità di DIO il quale, invece di liberarli dalla schiavitù, si sarebbe comportato con loro in un modo ancora più crudele di quello del faraone.
L’altro motivo portato da Mosè è la promessa che Dio ha fatto ai patriarchi:
“Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Con i patriarchi Dio ha preso un impegno incondizionato, in quanto ha giurato su se stesso di dare loro una progenie numerosa alla quale sarebbe appartenuta la terra nella quale essi abitavano come forestieri. In sintesi Mosè si rifà alla storia della salvezza e afferma che DIO non può più tirarsi indietro perché l’impegno preso con gli israeliti è definitivo e irrevocabile .
La preghiera di difesa di Mosè è efficace, e il brano termine riportando che “Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”.
La preghiera di Mosè è stata valida perché ha fatto leva non su motivazioni contingenti, ma sul progetto stesso di DIO che aveva liberamente deciso di liberare Israele e di fare di esso il Suo popolo.
L’intercessione di Mosè, per noi cristiani, prefigura quella di Cristo, che resosi solidale con l’uomo, intercede per noi presso il Padre.

Salmo 50 - Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore contrito e affranto, tu, o Dio,
non disprezzi.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10). Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
1Tm 1,12-17

La Prima lettera a Timoteo è una delle tre epistole conosciute come lettere pastorali perché indirizzate a "pastori" di comunità cristiane quali erano Timoteo capo della comunità di Efeso e Tito della comunità di Creta. La data di scrittura della lettera va calcolata fra il rilascio della prima prigionia di Paolo (61 d.C) e l'arresto e la nuova prigionia (64 dC). Alcuni studiosi collocano quindi la data della lettera nel 63 altri invece fra il 66 e il 67 e che il luogo da cui Paolo scrisse la lettera, sia stato la Macedonia.
La lettera, suddivisa in 6 capitoli, contiene un insieme di norme organizzative sulla chiesa nascente e di consigli affinché Timoteo sorvegli e alzi la guardia su falsi insegnamenti che si stavano infiltrando nella comunità di Efeso, prodotti da quella che l'apostolo definiva falsa conoscenza.
Paolo, in questo brano fa memoria della sua conversione che Gesù ha compiuto:
“Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento”.
Paolo ringrazia il Signore per quanto ha realizzato nella sua vita. Il primo motivo per cui Paolo ringrazia è perché è stato chiamato ad essere servo di Dio. L'autorità di Paolo è autentica perché egli è stato chiamato proprio da Cristo, che lo ha reso forte in vista del compito che gli avrebbe affidato. Paolo ricorda la sua situazione prima della sua conversione e la descrive con toni molto severi. In altri brani (Gal 1,13-17) invece egli parla della sua situazione precedente in modo più positivo: egli in fondo non era altro che un ebreo osservante e intransigente, che voleva riportare sulla retta via questa nuova religione seguita dai cristiani. Qui sottolinea molto la peccaminosità del suo agire: egli era un bestemmiatore (poiché non riconosceva Gesù come il Messia), persecutore degli aderenti a questa nuova "setta", un violento, poiché applicava senza pietà la legge della Torah contro i cristiani.
La situazione è però mitigata dalla frase seguente: “Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede”, E' questa la giustificazione di Paolo, egli non conosceva ciò che stava perseguitando, ma il Signore lo ha illuminato, gli ha fatto capire il male che stava compiendo.
“e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”..
Paolo riconosce i copiosi doni che si sono riversati su di lui: la grazia, la fede, la carità. L'incontro con Dio ha totalmente cambiato la sua vita e ha fatto di lui una creatura nuova.
“Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e il primo dei quali sono io”.
Qui Paolo mette ancora in risalto la sua situazione come peccatore. Gesù ha voluto recuperare tutti coloro che erano lontani da lui, i peccatori, (visti nella loro situazione di mancanza di gioia, di vita piena) e Paolo si riconosce come facente parte di questa schiera. Egli usa il presente, perché sa bene che è solo grazie alla misericordia di Dio che egli può perseverare in questa amicizia e vicinanza a Dio stesso, e in forza della sua esperienza può affermare che ciò che sta dicendo è degno di fede.
“Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.
Qui viene introdotto un altro particolare: Dio ha perdonato Paolo, gli ha dato di vivere una vita nuova perché la sua tormentata vicenda fosse di esempio a tutti quelli che lo avrebbero conosciuto. La sua vita diventa così annuncio del Vangelo di Cristo, non solo con le parole, ma con la sua stessa esperienza: da persecutore egli diventa annunciatore di una nuova dottrina ed esempio per quelli che lo ascoltano.
“Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.”
La conclusione del brano è una "glorificazione“ di Dio Padre, segno di adorazione e di ringraziamento, in contrapposizioni alle tante divinità e divinizzazioni terrene sempre passeggere.
Paolo ci invita a scoprire il senso della nostra fede che apre significati e consapevolezze, rapporti nuovi e profondi, rivelazioni e garanzie che vengono dal cielo e restano, in ciascuno di noi, come doni che nessuno ci potrà mai togliere.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola:
“Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.
Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.
Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta.” Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrùbe di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sè e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione e gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare.
Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disubbidito ad un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Lc 15 , 1-32

Luca riporta, dopo una breve introduzione, le tre parabole che parlano di misericordia: la pecora perduta, la dramma smarrita e il figliol prodigo. La parabola della pecora smarrita si ispira all’ immagine biblica di Dio come buon pastore che si prende cura del suo popolo. Gesù la introduce con una domanda che interpella direttamente gli ascoltatori, chiedendo loro che cosa farebbero se si trovassero nella situazione di un uomo che ha cento pecore e ne perde una. Luca mette in risalto l’amore per la pecora smarrita aggiungendo, in rapporto allo stesso racconto di Matteo, il dettaglio del metterla sulle spalle e poi invitare gli amici a rallegrarsi con lui. E conclude: Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .
Anche nella parabola della dramma perduta, Gesù introduce il racconto ponendo la domanda: se una donna ha dieci dramme e ne perde una, che cosa è più naturale per lei che mettersi a cercarla finché non l’ha trovata? Un punto fondamentale della parabola lo troviamo anche nella sproporzione tra il poco valore della moneta, che corrisponde a un denaro d’argento, (la paga giornaliera di un operaio) e l’esultanza indicibile per il suo ritrovamento. L’esagerazione del racconto serve a dare maggior rilievo al motivo della gioia messianica per la conversione del peccatore.
La terza parabola è la storia celeberrima delle vicende del Figliol prodigo che completa la serie delle “parabole della misericordia” che hanno la stessa conclusione: l’invito a far festa per il peccatore che torna al bene. Il racconto inizia descrivendo la partenza del figlio minore dalla casa paterna, che senza alcun motivo apparente, chiede prima di partire di dividere l'eredità prima della morte del padre. Poi vediamo come questo figlio usa male la sua libertà e il suo benessere sperperando tutti i suoi beni. Al suo disastro personale si aggiunse anche la catastrofe naturale, per cui in poco tempo questo ragazzo è ormai ridotto all'indigenza per cui deve dipendere dagli altri. Tocca il fondo quando per vivere deve fare uno dei mestieri più disprezzati in Israele: il guardiano di porci; e questa è la nota più appropriata per descrivere il decadimento religioso del ragazzo.
Il senso della parabola è chiaro: la partenza del figlio rappresenta la lontananza da Dio, il contatto con i porci è simbolo della morte dovuta al peccato. E’ significativo un proverbio rabbinico che dice: “Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.
Arrivato al fondo dell'indigenza il “prodigo” rientra in sé, e per lui inizia la conversione quando decide di tornare a casa del padre, pur sapendo di aver perso ogni diritto nei suoi confronti. Si augura solo una cosa: essere trattato come un suo salariato . Il racconto ora si sposta sulla figura del padre che ha sempre sperato nel ritorno del figlio. E' uno dei versetti più commoventi della Bibbia. Il padre vede il figlio da lontano ed è sconvolto fino alle viscere, (viene usato lo stesso verbo che esprime il sentimento di Dio verso i poveri e di Gesù nei confronti dei bisognosi)
Il padre si getta al collo del figlio, impedendogli di umiliarsi, lo bacia in segno di perdono, senza tener conto dello stato di impurità del figlio (certo doveva sapere che egli veniva da un paese di pagani). E' il comportamento sorprendente di questo padre la cui autorità è indiscussa e il cui amore, gratuito e generoso, va al di là di ogni regola.
Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma il comportamento del padre rende ormai superflua la sua richiesta di diventare un salariato. Poi ci sono gli ordini che il padre impartisce ai servi che indicano la completa reintegrazione del figlio:
- il dono del vestito più bello; l'anello al dito, (probabilmente l'anello con sigillo e quindi l'autorità di compiere atti legali); i sandali: segno dell'uomo libero (lo schiavo camminava a piedi nudi). Poi ordina anche di preparare un gran banchetto per fare festa per questo figlio che era perduto ed è stato trovato!“.
Entra a questo punto in scena il figlio maggiore, che al ritorno dal lavoro trova la festa in atto, e dopo essere stato informato dal servo, si adira e non vuole entrare in casa. Suo padre, uscito, lo supplica di entrare per unirsi alla festa, ma lui è troppo gonfio d’ira per capire e in tono di rimprovero e senza rispetto, elenca i suoi meriti: la fedeltà (non ha mai trasgredito un comando), il servizio costante (che dà l’impressione di aver lavorato non come figlio ma come servo). Come contrasto al tono rabbioso del figlio si nota il tono del padre estremamente affettuoso. Il padre capisce la reazione negativa del figlio maggiore e non lo rimprovera per la sua scortesia, ma gli ricorda che a livello giuridico egli è l'erede legittimo, ha già in mano la proprietà, ma vi sono anche altri valori importanti come l'unità familiare. All'aggressivo "questo tuo figlio", pronunciato dal primogenito, il padre risponde "questo tuo fratello", ed è un invito a riconoscere realmente come fratello questo disgraziato tornato a casa.
La parabola si conclude con : “Ma bisognava fare festa e gioire, poiché questo tuo fratello era morto, ed è rivissuto, era perduto ed è stato trovato”, come appello rivolto al figlio maggiore a condividere la sua gioia ad entrare in essa.
Se il figlio maggiore vuole rimanere in comunione con il padre, deve accogliere il fratello come il padre stesso lo ha accolto. Se egli farà festa al fratello tornato, se entrerà nella logica dell'amore di suo padre, allora egli stesso potrà sperimentare di nuovo cosa significa essere figlio ed essere fratello.
Con queste tre parabole l’evangelista vuole presentare un’immagine inusuale di Dio, che manifesta la sua potenza non condannando ma perdonando.
È importante che in nessuna delle tre parabole si parli di un perdono di Dio per il peccatore pentito, ma solo della gioia che provoca il suo ritorno nella comunità dei giusti.

 

*****

 

“La liturgia odierna ci propone il capitolo 15 del Vangelo di Luca, considerato il capitolo della misericordia, che raccoglie tre parabole con le quali Gesù risponde alle mormorazioni degli scribi e dei farisei. Essi criticano il suo comportamento e dicono: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Con questi tre racconti, Gesù vuol far capire che Dio Padre è il primo ad avere verso i peccatori un atteggiamento accogliente e misericordioso. Dio ha questo atteggiamento.
Nella prima parabola Dio è presentato come un pastore che lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella perduta. Nella seconda è paragonato a una donna che ha perso una moneta e la cerca finché non la trova. Nella terza parabola Dio è immaginato come un padre che accoglie il figlio che si era allontanato; la figura del padre svela il cuore di Dio, di Dio misericordioso, manifestato in Gesù.
Un elemento comune a queste tre parabole è quello espresso dai verbi che significano gioire insieme, fare festa. Non si parla di fare lutto. Si gioisce, si fa festa. Il pastore chiama amici e vicini e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta»; la donna chiama le amiche e le vicine dicendo: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto»; il padre dice all’altro figlio: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» .
Nelle prime due parabole l’accento è posto sulla gioia così incontenibile da doverla condividere con «amici e vicini». Nella terza parabola è posto sulla festa che parte dal cuore del padre misericordioso e si espande a tutta la sua casa. ….
Con queste tre parabole, Gesù ci presenta il volto vero di Dio: un Padre dalle braccia aperte, che tratta i peccatori con tenerezza e compassione. La parabola che più commuove – commuove tutti –, perché manifesta l’infinito amore di Dio, è quella del padre che stringe a sé, abbraccia il figlio ritrovato. E ciò che colpisce non è tanto la triste storia di un giovane che precipita nel degrado, ma le sue parole decisive: «Mi alzerò, andrò da mio padre» . La via del ritorno verso casa è la via della speranza e della vita nuova. Dio aspetta sempre il nostro rimetterci in viaggio, ci attende con pazienza, ci vede quando ancora siamo lontani, ci corre incontro, ci abbraccia, ci bacia, ci perdona. Così è Dio! Così è il nostro Padre! E il suo perdono cancella il passato e ci rigenera nell’amore. Dimentica il passato: questa è la debolezza di Dio. Quando ci abbraccia e ci perdona, perde la memoria, non ha memoria! Dimentica il passato. Quando noi peccatori ci convertiamo e ci facciamo ritrovare da Dio non ci attendono rimproveri e durezze, perché Dio salva, riaccoglie a casa con gioia e fa festa. Gesù stesso, nel Vangelo di oggi, dice così: «Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» . E vi faccio una domanda: avete mai pensato che ogni volta che ci accostiamo al confessionale, c’è gioia e festa nel cielo? Avete pensato a questo? E’ bello!
Questo ci infonde grande speranza, perché non c’è peccato in cui siamo caduti da cui, con la grazia di Dio, non possiamo risorgere; non c’è una persona irrecuperabile, nessuno è irrecuperabile! Perché Dio non smette mai di volere il nostro bene, anche quando pecchiamo! E la Vergine Maria, Rifugio dei peccatori, faccia scaturire nei nostri cuori la fiducia che si accese nel cuore del figlio prodigo: «Mi alzerò, e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato» . Per questa strada, noi possiamo dare gioia a Dio, e la sua gioia può diventare la sua e la nostra festa.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus dell’11 settembre 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica, ci fanno meditare su come agire per giungere al regno di Dio.
La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, ci presenta la ricerca dell’uomo che si interroga sul pensiero di Dio “Quale uomo può conoscere il volere di Dio?” Solo l’ascolto, la meditazione della Parola di Dio e la preghiera, attireranno su di noi il Suo Santo Spirito, e ci insegneranno la vera sapienza.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrive al suo amico Filèmone intercedendo per lo schiavo Onèsimo affinché venga da lui accolto non più come schiavo, ma come fratello carissimo. Paolo aveva già affrontato in altri suoi scritti la questione della schiavitù, affermando l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, perché tutti peccatori e tutti bisognosi di salvezza. In questo scritto non suggerisce una soluzione paternalistica, ma radicale: la trasformazione dello schiavo e dell’oppresso in fratello.
Nel Vangelo di Luca, Gesù ci dice che per essere figli di Dio e Suoi discepoli dobbiamo riuscire a non farci condizionare né dalle abitudini, né dai desideri, né dai legami familiari,né dai rapporti professionali, e ancor meno dalla bramosia di possesso dei beni terreni, che sebbene allettanti, sono tutti sempre passeggeri! Gesù chiedendoci di metterlo al primo posto, non entra certo in concorrenza con i vari amori umani: per i genitori, il coniuge, i figli e i fratelli. Cristo non è un "rivale in amore" di nessuno, anzi ponendo Lui al primo posto impareremo a purificare il nostro modo umano, a volte sbagliato, di amare, perché amando gli altri come Lui ci ama, saremo in grado di amare di un amore che non si può

Dal libro della Sapienza
Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima
e la tenda d'argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito;
e furono salvati per mezzo della sapienza.
Sap 9,13-18

Il Libro della Sapienza è stato utilizzato dai Padri fin dal II secolo d.C. e, nonostante esitazioni e alcune opposizioni, è stato riconosciuto come ispirato allo stesso titolo dei libri del canone ebraico. E’ stato scritto in greco, caso unico in tutto l’Antico Testamento, ad Alessandria d’Egitto tra il 20 a.C. e il 38 d.C. probabilmente da Filone o da un suo discepolo. Si presenta come opera di Salomone (in greco infatti il testo si intitola “Sapienza di Salomone”) ed è composto da 19 capitoli. L'autore si esprime come un re e si rivolge ai re come suoi pari. Si tratta però di un espediente letterario, per mettere questo scritto, come del resto il Qoelet o il Cantico dei Cantici, sotto il nome di Salomone il più grande saggio d’Israele.
Questo brano riporta l’ultima parte della preghiera di Salomone che considera come la sapienza sia inaccessibile: Il primo versetto contiene due domande parallele: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”
Dal caso particolare di Salomone, si passa all'universalità della natura umana e alla sua condizione, sulla possibilità di conoscere la volontà di Dio, “che cosa vuole il Signore”, cioè la Sua volontà, espressa nella legge. L'uomo è troppo limitato nelle sue possibilità per essere in grado di penetrare il mistero di Dio, e poterne scoprire e comprendere i disegni, anche dopo che sono stati rivelati.
Il versetto successivo contiene invece affermazioni parallele: “I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni”. L’autore qui considera nulle le nostre possibilità di conoscere la verità nell'ambito morale perchè l'uomo, abbandonato a se stesso, cammina nelle tenebre dell'ignoranza e dell'insicurezza a motivo della sua limitatezza umana: perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima e la tenda d'argilla opprime una mente piena di preoccupazioni” Il termine “tenda” è una metafora ed è tratta dalla vita nomade per indicare ciò che è passeggero, e dunque adatta al corpo corruttibile (2Cor 5,4; 2Pt 1,13-14), mentre l’aggettivo “d’argilla” è un'allusione all'origine del corpo secondo Gen 2,7 per cui il corpo, radicato nella terra, solidale con i beni puramente terreni, temporali, transitori, frena il volo della mente verso ciò che è spirituale, celeste, immortale.
Il limite della creatura umana si manifesta nella sua incapacità di conoscere: ”A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? “ L’espressione “le cose della terra” indica ciò accadendo sulla terra, l'uomo può verificare e controllare; essa indica le cose che sono a portata di mano, tangibili, sperimentabili direttamente, visibili, ossia ciò che non supera la normale capacità dell'uomo terreno, tutto ciò che dovrebbe essere trasparente e ovvio per lui. Tutte queste cose dovrebbero essere conosciute facilmente. Tuttavia, non è così: solo con notevole sforzo riusciamo ad appropriarci delle cose, dominandole appena con le nostre imperfette capacità. La domanda finale del versetto mette in luce l’impossibilità di investigare, conoscere “le cose del cielo”. Nel linguaggio biblico il cielo è metaforicamente la dimora di Dio per questo le cose del cielo sarebbero dunque quelle che appartengono all’ambito divino.
Alla debolezza umana però Dio supplisce mandando la sapienza: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”
In questo versetto, nel quale convergono quasi tutti i temi toccati dall'autore durante la preghiera, si trovano tre dei grandi temi trattati dal giudaismo postesilico: la volontà di Dio, la sapienza e lo spirito.
Il volere di Dio non è altro che la volontà divina, ciò che Dio vuole relativamente all'uomo, e che si può conoscere soltanto se Dio liberamente si rivela o manifesta.
Al termine l'autore proclama più solennemente, che oltre alla sapienza richiede il “santo spirito del Signore” ed è la prima e l'unica volta che nella preghiera di Salomone appare questa espressione.
Il brano termina con un versetto che si collega strettamente con quello precedente e con l’inizio della preghiera di Salomone: “Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito; e furono salvati per mezzo della sapienza”.
E’ evidente che l’autore di questo brano concepisce l’uomo, alla luce della filosofia greca, come un composto di anima e corpo. È al corpo soprattutto che attribuisce il suo limite e la sua incapacità di conoscere le cose di Dio. L’anima, identificata con la ragione, è invece il principio spirituale che dà vita al corpo e si eleva spontaneamente al mondo superiore.
Questa visione pessimistica dell’uomo non esclude però un messaggio di speranza, che deriva dal fatto che, nonostante la debolezza dell’uomo, Dio manda su di lui la sapienza, che gli indica il giusto cammino o il modo di vivere conforme alla Sua volontà. È quindi mediante la sapienza che si compie nella storia il piano salvifico di Dio.

Salmo 89- Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione
Tu fai ritornare l'uomo in polvere,
Quando dici: “Ritornate, figli dell'uomo”.
Mille anni ai tuoi occhi
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino:
come l’erba che germoglia
al mattino fiorisce, germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore; fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi.

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda

Il salmo illustra la condizione precaria della vita dell'uomo esposta alle sofferenze del quotidiano unitamente a quelle dei rivolgimenti storici causati per le lotte di potere. Il salmista procede con un tono sapienziale, rischiarato dalla consapevolezza della brevità dei giorni dell'uomo. Questa consapevolezza è tanto importante che egli la invoca per tutti gli uomini: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.
La composizione del salmo molto probabilmente è avvenuta nel tempo di pace relativa quando Antioco V ridiede la libertà religiosa ad Israele (163 a.C.).
Il salmista si rivolge a Dio come rifugio di Israele. Rifugio certo, perché Dio non è una creazione dell'uomo, egli, infatti, da sempre esiste: “Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, o Dio”; "Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato".
Il salmista ha il vivo ricordo di tracotanti superbi entrati nel tempio di Gerusalemme credendo di affermarsi su Dio: Tolomeo III e Tolomeo IV erano entrati nel tempio offrendo sacrifici ai loro dei (ca. 220-221 a.C.); Antioco IV Epifane lo saccheggiò e vi fece sacrifici a Giove (ca. 169-167 a.C).
Ma l'uomo è un nulla di fronte a Dio, che per l'antico peccato lo fa ritornare polvere (Gn 3,19): “Tu fai ritornare l'uomo in polvere”. L'ira di Dio travolge i superbi: “Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l'erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca”; “Sì, siamo distrutti dalla tua ira”; “Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera”.
L'ira di Dio è rivolta a portare l'uomo al ravvedimento. E' saggezza sapere che la collera di Dio non è una finta, ma una realtà dura che incombe sui ribelli. E' saggezza temere la collera di Dio e non sfidarla, come già fece il faraone (Es 9,30): “Chi conosce l'impeto della tua ira e, nel timore di te, la tua collera?”.
Il salmista si colloca tra tutti gli uomini, ma anche presenta fin dall'inizio la sua appartenenza ad Israele: “Signore, tu sei stato per noi un rifugio...”; e per Israele invoca pace e gioia dopo giorni e anni di afflizione: “Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!...Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti".
Commento tratto da “Cantico dei Cantici ” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo a Filèmone

Carissimo,ti esorto, io Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio,che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui, che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo ora che sono in catene per il vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
Fil 9b-10, 12-17

La Lettera a Filèmone è uno dei testi più brevi delle lettere di Paolo, in quanto composta solamente di 25 versetti. Si può dire che è un biglietto personalissimo “scritto interamente di suo pugno” dall’apostolo, che è prigioniero (probabilmente ad Efeso, più che a Cesarea o a Roma) .
Paolo scrive a Filèmone, suo carissimo amico e collaboratore, questo biglietto quasi fosse un’impegnativa in prima persona, ed usa parole calde e coinvolgenti per invitarlo a riaccogliere lo schiavo Onèsimo, che era fuggito dalla sua casa e si era rifugiato presso di lui.
“Carissimo, ti esorto, io Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio,che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui, che mi sta tanto a cuore.”
Sin dalle prime parole è chiaro l'atteggiamento di Paolo. Egli, in forza dell'autorità apostolica potrebbe chiedere a un credente il compimento di un dovere cristiano, cioè la liberazione di uno schiavo. Eppure Paolo, vuole da Filèmone un gesto libero e generoso e quindi lo esorta in nome non solo dell’amicizia, che li unisce, ma anche della carità. Definisce Onesimo, “figlio mio” e il riferimento alla generazione nelle catene fa pensare che Paolo abbia convertito Onesimo alla fede e lo abbia battezzato egli stesso. Paolo qui dimostra di rispettare la legge e rimanda lo schiavo al suo padrone, anche se ormai gli è divenuto caro, come un figlio devoto capace di impegnarsi per la diffusione del Vangelo.
“Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo ora che sono in catene per il vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato ma volontario”.
Qui Paolo manifesta chiaramente le sue intenzioni. Con un velo di ironia sembra persino affermare che Filèmone non lo stia aiutando molto in questo frangente della sua prigionia, e avrebbe avuto dunque il diritto di trattenersi Onesimo. Egli però si rimette al cuore di Filèmone, perché compia il bene non per forza, ma con un atto libero e di sua volontà.
“Per questo forse è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.”
Quindi Paolo esorta Filèmone a non trattare più Onesimo come uno schiavo ma come un fratello nel Signore. Solo così dimostrerà di essere davvero un cristiano. Egli deve concedere la libertà al suo schiavo e lasciargli la facoltà di andare da Paolo per servire il Vangelo.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso”.
Dunque Filèmone, in forza dell'amicizia che lo lega a Paolo dovrà accogliere Onèsimo come Paolo stesso.
Paolo non chiede certo poco. Gli schiavi non erano considerati come persone, ma come oggetti o come animali. Erano proprietà del loro padrone ed egli li poteva trattare come voleva. Non avevano alcun diritto, anche se Filèmone era cristiano non è detto che trattasse bene i propri schiavi. Forse Onesimo era fuggito proprio per un trattamento poco umano. Il messaggio di questo piccolo biglietto è certamente di straordinaria profondità e importanza!
Paolo indica il modo cristiano di vivere i rapporti sociali, compresi quelli che intercorrono tra padrone e schiavo. I cristiani appartengono tutti al Signore, senza distinzione e sono legati tra di loro dal solo legame della fraternità. Paolo non fa un discorso sociale sulla assurdità della schiavitù, ma va più in profondità, tocca le radici dell’essere cristiano. Chiunque abbia accolto Cristo deve saper vivere lo stesso suo stile di vita, totalmente nuovo e controcorrente per cui Filèmone non deve rendere un favore all’amico Paolo, ma dovrà testimoniare di aver capito che in Cristo Gesù siamo tutti suoi schiavi e tra di noi siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre.

Nota: È probabile che Paolo abbia raggiunto il suo scopo, perché nel suo ambiente più tardi si troverà un certo Onèsimo e il “Martirologio Romano” parla del suo martirio, raccogliendo una tradizione per cui Onèsimo, consacrato vescovo da Paolo che lo lasciò ad Efeso come sostituto di Timoteo, sarebbe morto a Roma lapidato, sembra sotto Domiziano.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù . Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Lc 14, 25-33

Questo brano del Vangelo di Luca fa parte della sezione del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme dove vengono presentate le esigenze del regno di Dio sullo sfondo della morte di Gesù.
Il brano inizia dicendo che una folla numerosa seguiva Gesù, ed Egli continua il suo insegnamento
dicendo: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.
E’ errato pensare che Gesù chiedendoci di metterlo al primo posto, entri in concorrenza con i vari amori umani: per i genitori, il coniuge, i figli e i fratelli. Cristo non è un "rivale in amore" di nessuno, anzi ponendo Lui al primo posto impareremo a purificare il nostro modo umano, a volte sbagliato, di amare, perchè amando gli altri come Lui ci ama… li ameremo di un amore che non si può fermare di fronte a nessuna difficoltà. Tante persone credono che per poter seguire Cristo bisogna dire no a ciò che si ha di più caro, come se l'amore per Cristo sia totalitario e ci impedisse di amare anche gli altri. Avviene invece il contrario nel senso che una volta che il nostro cuore si è aperto a quello di Dio può contenere il mondo intero.
Poi Gesù aggiunge: "Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Chi segue Gesù fino in fondo, deve mettere in conto anche la possibilità di perdere la propria vita, (sappiamo bene che anche recentemente molti cristiani hanno testimoniato con la vita la loro fede) e di accettare le prove quotidiane, piccole e grandi che siano, per amor Suo.
Gesù fa anche esempi pratici: Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?
La torre ricorda l'esperienza biblica di Babele. Nella costruzione della torre di Babele, troviamo il simbolo della presunzione umana che pretende di arrivare a Dio solo con i propri mezzi. Gesù usa proprio il simbolo della torre come elevazione dell'uomo verso Dio. Costruire una torre richiede una spesa non indifferente per chi ha poche risorse. Sedersi per calcolare la spesa è frutto del discernimento per arrivare poi a cercare di vedere con gli occhi della fede in Dio, tutto ciò che ci circonda sia in bene che in male .
Alla fine Gesù rivolge nuovamente a chi vuole essere suo discepolo questa richiesta: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Gesù domanda la libertà di fronte ai propri beni, la disponibilità a condividerli con chi soffre, la gioia di servirlo in chiunque è bisognoso e umiliato, ossia il loro utilizzo non per sé stessi, ma in funzione del regno di Dio. In altre parole la rinunzia ai propri beni (che come la vita ci sono stati dati in prestito) consiste essenzialmente nel metterli al servizio di una realtà più grande.

 

*****

“Nel Vangelo di oggi Gesù insiste sulle condizioni per essere suoi discepoli: non anteporre nulla all’amore per Lui, portare la propria croce e seguirlo. Molta gente infatti si avvicinava a Gesù, voleva entrare tra i suoi seguaci; e questo accadeva specialmente dopo qualche segno prodigioso, che lo accreditava come il Messia, il Re d’Israele. Ma Gesù non vuole illudere nessuno. Lui sa bene che cosa lo attende a Gerusalemme, qual è la via che il Padre gli chiede di percorrere: è la via della croce, del sacrificio di se stesso per il perdono dei nostri peccati. Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ogni uomo e per tutti gli uomini. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È tanto misericordioso Gesù! E questo perdono universale, questa misericordia, passa attraverso la croce. Gesù non vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi … A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato in Lui il Bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre relazioni, il lavoro, i beni culturali ed economici e così via…
Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio.”
Papa Francesco parte dell’Angelus dell’8 settembre 2013

 

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica celebrano l’umiltà anche come forma particolare di saggezza. L’umiltà vera è per il cristiano una grande virtù perché ha in sé la pazienza e l’amore, ma anche la perseveranza e il coraggio.
Nella prima lettura, il saggio Siracide, ci dice: Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Nei suoi scritti vengono sempre esaltati sia la mancanza di superbia che il senso della misura: la saggezza consiste nel controllare il proprio orgoglio.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, l’autore afferma che Dio, a differenza di quanto avveniva nell’antica alleanza, non deve essere visto come un potente che domina dall’alto dei cieli, ma come un padre che ci viene incontro nell’assemblea dei fratelli e descrive l’esperienza dei cristiani come un’esperienza eucaristica, come un’adunanza festosa che diventa liturgia della perfezione nella rievocazione del sacrificio di Cristo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù invitato alla mensa di uno dei capi dei farisei, mette in risalto le condizioni per accedere al Regno di Dio. Invita a scegliere gli ultimi posti nel banchetto della vita, vincendo la tentazione dell’apparire per emergere, del protagonismo sterile, della ricerca degli applausi ipocriti e menzogneri , e delle cose grandi superiori alle nostre forze. Siamo perciò esortati a non cercare i “primi posti”, ma ad operare il bene nella modestia, perché “chi si umilia sarà esaltato!”

Dal libro del Siracide
Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perchè grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perchè in lui è radicata la pianta del male.
Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il saggio.
Sir 3,17-20.28-29

Il libro del Siracide è un libro un po’ particolare perché fa parte della Bibbia cristiana, ma non figura nel canone ebraico. Si tratta di un testo deuterocanonico che, assieme ai libri di Rut, Tobia, Maccabei I e II, Giuditta, Sapienza e le parti greche del libro di Ester e di Daniele, è considerato ispirato nella tradizione cattolica e ortodossa, per cui è stato accolto dalla Chiesa Cattolica, mentre la tradizione protestante lo considera apocrifo .
È stato scritto originariamente in ebraico a Gerusalemme attorno al 196-175 a.C. da Yehoshua ben Sira (tradotto "Gesù figlio di Sirach", da qui il nome del libro "Siracide"), un giudeo di Gerusalemme, in seguito fu tradotto in greco dal nipote poco dopo il 132 a.C.
È composto da 51 capitoli con vari detti di genere sapienziale, sintesi della religione ebraica tradizionale e della sapienza comune. Benché non sia stato accolto nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente negli scritti rabbinici; nel Nuovo Testamento la lettera di Giacomo vi attinge molte espressioni, ed anche la saggezza popolare fa proprie alcune massime. Nel prologo l'anonimo nipote dell'autore spiega che tradusse il libro quando si trovava a soggiornare ad Alessandria d’Egitto, nel 38° anno del regno Tolomeo VIII, che regnò in Egitto a più riprese a partire dal 132 a.C..
In questo brano troviamo delle massime sapienziali di grande importanza per i rapporti fra persone.
Nella prima si dice:
“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”.
La mitezza consiste essenzialmente nella non violenza, cioè in un rapporto con l’altro che eviti qualsiasi tipo di sopraffazione, e vuole sottolineare che non è importante quello che si dona all’altro, ma il rapporto che si instaura con lui, basato sul rispetto e sulla collaborazione. Solo chi si comporta in questo modo godrà veramente dell’amore degli altri, cioè avrà successo.
Nella seconda massima si afferma:
“Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”
La grandezza di una persona non si misura dalle cose che è capace di fare o dalla fama che ha acquisito. L’importante è farsi umile, cioè riconoscere i propri limiti. Solo così si può ottenere il favore di Dio.
Si passa poi a considerare l’orgoglio e la mitezza con la terza massima:
“Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.”
L’orgoglio e la superbia sono due atteggiamenti propri di chi si sente superiore agli altri. Nei rapporti con Dio questi atteggiamenti precludono la possibilità di imparare qualcosa sulla vera natura di Dio, e di riflesso impediscono di capire la realtà e le persone con le quali si vive.
Nella quarta massima si indicano le basi del vero culto:
“Perchè grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato”.
Per rivolgersi correttamente a Dio, bisogna riconoscere la Sua grandezza, e ciò è possibile solo a chi pratica l’umiltà.
C’è poi una dura condanna per il superbo:
“Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perchè in lui è radicata la pianta del male”.
La superbia è una malattia che non può essere guarita, perché l’uomo orgoglioso si preclude la possibilità stessa di imparare, e quindi di correggersi.
Il brano si conclude con l’ultima massima:
“Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”.
Il linguaggio delle parabole è l’unico che dà accesso a cose più grandi. Ma per poterlo utilizzare bisogna avere l’orecchio attento, cioè bisogna distaccarsi dal frastuono che proviene dalle cose di questo mondo.
In queste massime è descritto con un linguaggio semplice e comprensivo uno stile di vita improntato alla mitezza, all’umiltà, all’ascolto e al rapporto con le persone. Ad esso si contrappone il comportamento orgoglioso, presentato come una chiusura all’altro, che porta inevitabilmente alla rovina di chi ne è affetto.
La mitezza e l’umiltà che Siracide suggerisce coincidono con quello che potremmo chiamare un comportamento non violento. Esse sono necessarie per chi vuole attuare la vera giustizia nei rapporti con le persone. Un comportamento aggressivo e orgoglioso non serve a nulla, anche quando chi lo pratica si presenta come un generoso benefattore. Questo orientamento di vita è molto importante per tutti, ma soprattutto per quelli che si dedicano al bene degli altri.

Salmo 67 Hai preparato, o Dio, una casa per il povero
I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
“Signore” è il suo nome.

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il suo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio.

E’ un’impresa piuttosto ardua tentare di descrivere in poche righe quello che è stato definito “Il Titano dei Salmi”, una delle pagine più complesse del Salterio. Quasi tutti i commentatori, aprendo le loro
analisi di questo superbo “Te Deum” al Signore del cosmo e della storia, scrivevano frasi come questa: “Ecco il più difficile e il più oscuro di tutti i Salmi, a livello testuale ed esegetico” (M.Dahood)
Eppure questo cantico, la cui origine risale probabilmente ai primordi della poesia ebraica come il Salmo 18/17 (Davide? X sec. a.C), nonostante l’appannamento e l’usura dovuta alla trasmissione, riesce in ogni caso ad abbagliare ad affascinare. Una pagina corrotta, lesionata e macchiata che lascia però intravedere l’antico splendore delle sue miniature.
Commento tratto da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile, né a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.
Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, Mediatore dell’alleanza nuova.
Eb 12,18-19.22-24

L’autore della lettera agli Ebrei dopo il brano esortativo sulla necessità di vigilare, prosegue mettendo in luce, l’esperienza degli israeliti ai piedi del monte Sinai e quella dei cristiani.
Anzitutto egli presenta la prima parte , in cui descrive che cosa i cristiani si sono lasciati alle spalle quando hanno aderito a Cristo: “Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile, né a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola”.
L’autore ricava i dettagli di questa descrizione dal racconto della teofania del Sinai (Es 19,9-25), che riporta per i suoi lettori cristiani. Egli presenta l’incontro con Dio, tipico della prima alleanza, come condizionato da realtà materiali, cosmiche, come un fuoco ardente, oscurità, tenebra e tempesta, accompagnate da squilli di tromba e suono di parole, cioè parole in forma di tuoni. Il popolo è talmente impaurito che scongiura Dio di non rivolgergli più la parola. Naturalmente per l’autore si tratta di una paura colpevole, che equivale a un rifiuto della parola di Dio.
Il testo procede nei vv. 20-21, omessi dalla liturgia, che ingrandiscono la distanza tra Dio, presente nella sacra montagna, e il popolo. Il mediatore stesso di questa alleanza è un Mosè impaurito e tremante, terrificato dallo spettacolo che si presenta davanti ai suoi occhi.
In contrasto con quanto è capitato al popolo dell’antica alleanza, i cristiani hanno fatto un’esperienza positiva e rasserenante: “Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, Mediatore dell’alleanza nuova”.
L’esperienza dei credenti in Cristo viene così presentata in chiave positiva, come una realtà gioiosa, piena di luce. L’autore non si ferma a descrivere la vita di una normale comunità cristiana, ma presenta la Gerusalemme celeste verso la quale i credenti in Cristo tendono. Ciò che li aspetta è il santuario celeste dove Gesù è entrato, mediante il suo sangue, come mediatore della nuova alleanza e nel quale si trova con Dio, con gli angeli e con tutto il popolo eletto degli ultimi tempi.
Questa descrizione ha lo scopo di rivolgere l’attenzione alle realtà ultime, verso le quali il cristiano è indirizzato, ma al tempo stesso di fargli capire che esse sono già anticipate nella vita della comunità a cui appartiene, con tutti i limiti che possono caratterizzarla. Non tutto si è ancora realizzato, ma se la meta a cui bisogna tendere è ben chiara, ogni difficoltà si potrà superare senza scoraggiarsi.

Dal vangelo secondo Luca
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Disse poi a colui che l'aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.
Lc 14, 1.7-14

Questo brano del Vangelo di Luca segue di poco la scena in cui abbiamo lasciato Gesù che concludeva il suo insegnamento dicendo: “ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”. Non viene riportato l’episodio in cui dei farisei (probabilmente quelli che credevano in lui) erano andati per avvertirlo che Erode lo voleva uccidere e Gesù risponde loro: “è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. A questo punto pronuncia la sua profezia su Gerusalemme.
Il capitolo 14 inizia riportandoci Gesù invitato a pranzo nel giorno di sabato da uno dei capi dei farisei, invito non certo mosso da buone intenzioni, ma per metterlo alla prova. Infatti Gesù vede un idropico e sfidando i farisei chiede loro: “È lecito o no curare di sabato?” e non ottenendo risposta lo guarì.
In questo brano vediamo che Gesù si limita a dare dei suggerimenti scaturiti dal fatto che molti invitati ambivano ad andare ai primi posti:
“Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. “
E’ certamente un saggio consiglio su come comportarsi quando si è invitati a un banchetto: se si vuole evitare una brutta figura, non è cosa buona scegliere il primo posto; al contrario, per fare bella figura, è meglio mettersi all'ultimo posto. Queste parole ricordano anche certe affermazioni di Gesù (Lc 13,30; Mt 19,30) sul rovesciamento di situazione che il Regno di Dio porterà. L'intenzione di Gesù non è quindi quella di dare una regola di comportamento nella società di allora, ma esprime il cambiamento di atteggiamento e di mentalità richiesto a chi ha fatto l'esperienza dell'incontro con il Dio di Gesù.
“Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Il significato religioso della regola diventa chiaro con la sentenza di questo versetto. Questa sentenza probabilmente era ben conosciuta nella tradizione sapienziale del giudaismo, dove spesso aveva valore di una parola di saggezza nata dall'esperienza della vita. Ma in Luca, il detto di sapienza ha carattere escatologico: riguarda il futuro rovesciamento di situazione che si compirà al momento del giudizio divino.
“Disse poi a colui che l'aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio”.
Ora Gesù si rivolge al padrone di casa, fariseo, con un invito a compiere qualcosa di sbalorditivo: chiamare i poveri al posto dei propri pari e pensare alla ricompensa nella risurrezione dei giusti!
Queste parole sono in sintonia con quanto Luca aveva già esposto (Lc 6,34-35), e rientrano nella forma paradossale di esprimersi di Gesù.
La critica comunque non riguarda particolarmente i farisei, che per Luca sono i degni rappresentanti di un’usanza sociale comunissima: la reciprocità basata sulla legge del “do ut des”, una reciprocità chiusa su se stessa, fondata su calcoli e non sulla gratuità, sulla controparte e non sul disinteresse.
La novità portata da Gesù richiede una nuova relazione: l'amore che non calcola e che toglie l'ineguaglianza e la discriminazione tra gli uomini.
“Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;”
A un gruppo di quattro sostantivi (amici, parenti, fratelli, vicini) viene opposto un altro gruppo di quattro sostantivi: poveri, storpi, zoppi, ciechi. E’ da notare che gli ultimi tre erano esclusi dal culto del tempio e quindi dalla comunità di Dio. Non a caso, proprio con essi Gesù entrava in comunione e proponeva la vicinanza di Dio.
“e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. Gesù ci presenta una solidarietà disinteressata e universale, ad imitazione del comportamento di Dio, che si prende cura dei più bisognosi ed emarginati. Gesù poi aggiunge che la ricompensa a tutto questo ci sarà alla risurrezione dei giusti”.
Con questo commento Gesù non vuole dire che la ricompensa umana, a cui si è rinunziato, sarà sostituita con una ricompensa divina alla fine dei tempi, ma piuttosto: chi si comporta in modo disinteressato ottiene la beatitudine del regno, cioè raggiunge già su questa terra quella felicità che consiste appunto nel fatto stesso di essere giusti, cioè di aver dato un senso alla propria vita.
Il banchetto è simbolo della comunione eucaristica: esprime la gioia della festa, il piacere dell’amicizia, il bisogno d’incontro e di dialogo, la gioia di dividere ciò che si possiede o si spera, non può essere una casta di privilegiati o di arrivisti, né può essere chiusa a certe categorie. Essa deve essere aperta a tutti, anche a chi non ha niente (e in questo periodo, possiamo averne un’idea ben precisa). Gesù ci offre una regola per l’ingresso nel Suo regno: la semplicità, l’umiltà, l’amore disinteressato e il rispetto della giustizia .

 

*****

“L’episodio del Vangelo di oggi ci mostra Gesù nella casa di uno dei capi dei farisei, intento ad osservare come gli invitati a pranzo si affannano per scegliere i primi posti. È una scena che abbiamo visto tante volte: cercare il posto migliore anche “con i gomiti”. Nel vedere questa scena, egli narra due brevi parabole con le quali offre due indicazioni: una riguarda il posto, l’altra riguarda la ricompensa.
La prima similitudine è ambientata in un banchetto nuziale. Gesù dice: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”…Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto» .
Con questa raccomandazione, Gesù non intende dare norme di comportamento sociale, ma una lezione sul valore dell’umiltà. La storia insegna che l’orgoglio, l’arrivismo, la vanità, l’ostentazione sono la causa di molti mali. E Gesù ci fa capire la necessità di scegliere l’ultimo posto, cioè di cercare la piccolezza e il nascondimento: l’umiltà. Quando ci poniamo davanti a Dio in questa dimensione di umiltà, allora Dio ci esalta, si china verso di noi per elevarci a sé; «perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» .
Le parole di Gesù sottolineano atteggiamenti completamente diversi e opposti: l’atteggiamento di chi si sceglie il proprio posto e l’atteggiamento di chi se lo lascia assegnare da Dio e aspetta da Lui la ricompensa. Non dimentichiamolo: Dio paga molto di più degli uomini! Lui ci dà un posto molto più bello di quello che ci danno gli uomini! Il posto che ci dà Dio è vicino al suo cuore e la sua ricompensa è la vita eterna. «Sarai beato – dice Gesù – … Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
È quanto viene descritto nella seconda parabola, nella quale Gesù indica l’atteggiamento di disinteresse che deve caratterizzare l’ospitalità, e dice così: «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» . Si tratta di scegliere la gratuità invece del calcolo opportunistico che cerca di ottenere una ricompensa, che cerca l’interesse e che cerca di arricchirsi di più. Infatti i poveri, i semplici, quelli che non contano, non potranno mai ricambiare un invito a mensa. Così Gesù dimostra la sua preferenza per i poveri e gli esclusi, che sono i privilegiati del Regno di Dio, e lancia il messaggio fondamentale del Vangelo che è servire il prossimo per amore di Dio.
Oggi, Gesù si fa voce di chi non ha voce e rivolge a ciascuno di noi un accorato appello ad aprire il cuore e fare nostre le sofferenze e le ansie dei poveri, degli affamati, degli emarginati, dei profughi, degli sconfitti dalla vita, di quanti sono scartati dalla società e dalla prepotenza dei più forti. E questi scartati rappresentano in realtà la stragrande maggioranza della popolazione.
In questo momento, penso con gratitudine alle mense dove tanti volontari offrono il loro servizio, dando da mangiare a persone sole, disagiate, senza lavoro o senza fissa dimora. Queste mense e altre opere di misericordia – come visitare gli ammalati, i carcerati… – sono palestre di carità che diffondono la cultura della gratuità, perché quanti vi operano sono mossi dall’amore di Dio e illuminati dalla sapienza del Vangelo. Così il servizio ai fratelli diventa testimonianza d’amore, che rende credibile e visibile l’amore di Cristo.
Chiediamo alla Vergine Maria di condurci ogni giorno sulla via dell’umiltà, Lei che è stata umile tutta la vita, e di renderci capaci di gesti gratuiti di accoglienza e di solidarietà verso gli emarginati, per diventare degni della ricompensa divina.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 28 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci portano a domandarci : a chi è riservata la salvezza? A pochi eletti prescelti esclusivamente dalla libera iniziativa di Dio o all'intera umanità?.
Nella prima lettura, presa dall’ultima pagina del libro del profeta Isaia, ci dice che tutti i popoli della terra non devono sentirsi estranei nella Gerusalemme dello spirito perché là c’è un libro su cui anche i loro nomi sono stati scritti personalmente da Dio stesso.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, l’autore ci dice che anche la prova dolorosa, che sul momento provoca tristezza, può essere il segno dell’amore del Padre, che al figlio prepara un premio grande di pace e di giustizia.
Nel Vangelo di Luca, alla domanda sul numero dei salvati, Gesù non dà una risposta diretta, ma espone le condizioni indispensabili per conseguire la salvezza. La “porta stretta” sta a significare la via della rinuncia al proprio egoismo con un impegno serio e costante. Non basta aver “mangiato e bevuto” l’eucaristia, o ascoltato e fatto catechesi o propaganda religiosa, è la scelta di un’intera vita di fede e di amore che fa spalancare le porte del regno. Là entreranno gli ultimi, persino i “lontani” giusti, i veri operatori di pace e di giustizia, i veri fedeli.

Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro supèrstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros,Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme - dice il Signore -, come i figli d’Israele portano l'offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti e levìti, dice il Signore”.
Is 66,18-21

Questo brano appartiene al "Terzo Isaia" (TritoIsaia capitoli 56-66), il profeta della situazione successiva al ritorno dall'esilio. E’ stato composto con ogni probabilità in un periodo che precede le guerre maccabaiche, e dimostra una grande apertura universalistica: JHWH è il Dio di tutte le nazioni e si serve dei giudei sparsi in mezzo alle nazioni per farsi conoscere anche da loro. Il brano inizia con un oracolo in cui Dio stesso dice che cosa sta per fare: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro supèrstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros,Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle genti.”
Richiamandosi all’annunzio della venuta di DIO per giudicare il mondo, il testo sottolinea che la condanna dei popoli non costituisce l’unico scopo dell’intervento divino. Il Signore viene anzitutto per radunare tutti i popoli e promette anche a loro che vedranno la Sua gloria, cioè avranno anche loro accesso alla salvezza. L’elenco dei popoli, ricavata da Ezechiele, contiene nomi che risvegliano l’immaginazione di terre lontane e lingue diverse. Ciò serve a situare la promessa in un grandioso scenario geografico che rievoca l’universalità delle genti. Vengono nominate Tarsis, (località non ben definita, a volte associata a Tharros in Sardegna o Tertesso nella Spagna meridionale) , Put che è situata in Egitto, Lud in Asia Minore, Mesech, Ros e Tubal vicino al mar Nero e infine la Grecia e in particolare le colonie Ionie sulla costa occidentale dell’Asia Minore e delle isole. Queste nazioni non hanno sentito parlare di JHWH e non sono ancora venute a contatto con Lui.
L’autore spiega poi quale sarà la conseguenza dell’intervento divino: Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme - dice il Signore -, come i figli d’Israele portano l'offerta in vasi puri nel tempio del Signore. In questo versetto si riprende l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni a Gerusalemme e al tempio. È questa una delle idee centrali del Terzo Isaia (60,1-22; 62,1-9), che preannunzia la venuta a Gerusalemme delle nazioni straniere che portano i loro doni all’unico vero Dio.
Qui invece le nazioni non portano doni materiali, ma riconducono alla loro terra tutti i giudei che erano ancora dispersi in tutte le parti del mondo.
Infine Dio indica ciò che intende fare: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti e levìti…”.
Questa conclusione è piuttosto rivoluzionaria in quanto indica il superamento di un sacerdozio che apparteneva unicamente al popolo di Israele ed in particolare della casta sacerdotale. Ormai tutti potranno essere ammessi al servizio del tempio, anche se appartengono a popolazioni straniere che per diritto non potevano entrare neppure nei cortili più interni del tempio.

Salmo 116 - Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore

Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti,cantate la sua lode.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore

E’ impossibile dimenticare il Salmo 117(116), il più breve del Salterio (17 parole nell’originale ebraico, delle quali solo 9 rilevanti), dopo aver ascoltato lo stupendo “Laudate Dominum” in fa minore presente nei “Vespri solenni di un confessore” di Mozart (1780)…
Il mini-inno è una miniatura puntuale del genere letterario innico. Tipico è l’invitatorio alla lode: Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti,cantate la sua lode. Segue il contenuto dell’inno che è introdotto in ebraico da un “Kî “perchè”, contenuto espresso attraverso i due attributi divini fondamentali, tipici della teologia biblica dell’alleanza, hesed, l’”amore” e ‘emet, la“fedeltà”.
Questi due vocaboli sono in pratica un’endiadi per esaltare l’eterna fedeltà amorosa di Dio, nonostante i tradimenti dell’uomo.

Commento tratto da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio". È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli;e qual è il figlio che non è corretto dal padre?
Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
Eb 12,5-7, 11-13

In questo brano l’autore della lettera agli ebrei affronta il tema che la sofferenza ha in un cammino di fede. Prima analizzando la sofferenza come correzione, cita dei versetti tratti dal libro dei proverbi (3,11-12), dice
"Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio".:e commenta “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre”.
Questo comportamento di Dio con i suoi fedeli è descritto alla luce di quelli che erano i metodi educativi di allora, secondo i quali un padre, proprio perché ama i propri figli, li educa con castighi di vario tipo. Forse l’autore ha in mente il tema di Gesù, il Figlio, che proprio attraverso quello che patì imparò l’obbedienza (Eb 5,8). Dopo aver esposto la sua tesi sull’importanza della correzione, l’autore fa una sua ulteriore riflessione: “Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.”
La sofferenza, anche vista come una correzione ispirata dall’amore paterno di Dio, non fa certo piacere anche se la sua importanza e il suo significato si capiscono solo dopo, quando se ne vedono i frutti, che consistono nella pace e nella giustizia.
Infine egli conclude: “Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” L’esortazione contenuta in questi due versetti è ispirata a Isaia (35,3,) quando il profeta si rivolgeva agli ebrei esuli in Babilonia per annunziare loro la prossimità della salvezza e la possibilità di ritornare nella loro terra; e al Libro dei Proverbi (4,26) in cui è riportata una massima sapienziale che invita alla prudenza e all’impegno:
”Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie siano ben rassodate”.
Questo brano è faticoso da tradurre nel quotidiano, per cui è opportuno riconoscere che solo in un contesto di fedeltà assoluta, sulla linea di Gesù, le sofferenze che accompagnano l'esistenza dei credenti possono diventare un’occasione per purificare la fede da illusione e interessi superficiali e per scoprire un nuovo rapporto con Dio come Padre. In breve, le prove possono diventare espressione e strumento della “pedagogia” divina solo per chi ha fatto una scelta di fedeltà a Dio che trova in Gesù la sua fonte e il suo modello ideale.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete: Allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi”.
Lc 13, 22-30

Si può subito notare che questo brano, tratto dal Vangelo di Luca, soprattutto se messo in relazione con lo stesso episodio raccontato da Matteo, risente chiaramente della polemica sul rigetto dei Giudei e l’ammissione dei pagani nella Chiesa.
Il testo racconta che Gesù mentre è in cammino verso la città santa, si dedica all’insegnamento nelle città e nei villaggi in cui passa. Luca riferisce che un tale interpella Gesù facendogli una domanda provocatoria: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Il modo in cui questa domanda è formulata presuppone che Gesù si sia espresso in termini tali da far pensare che effettivamente il numero dei salvati sia esiguo, infatti poco prima egli aveva usato l’immagine del “piccolo gregge” e aveva paragonato il regno a un granello di senapa e a un pugno di lievito. Gesù non risponde direttamente alla domanda sul numero dei salvati, ma rivolge loro un’esortazione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno” e poi aggiunge : Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Questa frase costituisce in Matteo la conclusione della parabola delle vergini prudenti e delle vergini stolte mentre in Luca la stessa frase viene fatta dire al padrone che chiude la porta di casa lasciando fuori alcune persone che bussano e insistono per entrarvi. Luca precisa ulteriormente il pensiero di Gesù riportando un’altra frase Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.
Da queste parole appare che Gesù si identifica con il padrone di casa e coloro che sono rimasti fuori sono persone che pensano di avere il diritto di entrare nella sala. In Matteo questo diritto si fonda sul fatto che nel suo nome hanno profetato, hanno cacciato demoni e hanno fatto miracoli. Secondo Luca la loro comunione con Gesù si riduce al fatto che essi hanno mangiato e bevuto davanti a Lui ed Egli ha predicato nelle piazze dei loro villaggi. Sembra quindi che, mentre per Matteo si tratta di discepoli non coerenti con le esigenze del vangelo, secondo Luca gli esclusi sono i giudei che hanno ascoltato la sua predicazione e non si sono convertiti. È probabile dunque che Luca riporti la frase nel suo significato originario, in funzione cioè dell’ambiente in cui Gesù predicava, mentre Matteo l’avrebbe adattata a una problematica interna alla prima comunità. Luca dunque ha inteso attualizzare l’insegnamento di Gesù per i discepoli del suo tempo.
Coloro che, in qualità di discepoli hanno familiarità con il Signore e ne ascoltano gli insegnamenti si potrebbero porre anche adesso una domanda cruciale: “Noi cristiani ci salveremo?” Le parole di Gesù danno sempre una risposta a chi sa ascoltare: L’essere cristiani non è il mezzo magico di salvezza, perchè la salvezza viene dall’incontro dello sforzo umano con il dono di Dio.

*****************************


“L’odierna pagina evangelica ci esorta a meditare sul tema della salvezza. L’evangelista Luca racconta che Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e durante il percorso viene avvicinato da un tale che gli pone questa domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Gesù non dà una risposta diretta, ma sposta il dibattito su un altro piano, con un linguaggio suggestivo, che all’inizio forse i discepoli non capiscono: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Con l’immagine della porta, Egli vuol far capire ai suoi ascoltatori che non è questione di numero – quanti si salveranno - , non importa sapere quanti, ma è importante che tutti sappiano quale è il cammino che conduce alla salvezza.
Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo.
Gesù oggi ci rivolge, ancora una volta, un pressante invito ad andare da Lui, a varcare la porta della vita piena, riconciliata e felice. Egli aspetta ciascuno di noi, qualunque peccato abbiamo commesso, per abbracciarci, per offrirci il suo perdono. Lui solo può trasformare il nostro cuore, Lui solo può dare senso pieno alla nostra esistenza, donandoci la gioia vera. Entrando per la porta di Gesù, la porta della fede e del Vangelo, noi potremo uscire dagli atteggiamenti mondani, dalle cattive abitudini, dagli egoismi e dalle chiusure. Quando c’è il contatto con l’amore e la misericordia di Dio, c’è il cambiamento autentico. E la nostra vita è illuminata dalla luce dello Spirito Santo: una luce inestinguibile!
Vorrei farvi una proposta. Pensiamo adesso, in silenzio, per un attimo alle cose che abbiamo dentro di noi e che ci impediscono di attraversare la porta: il mio orgoglio, la mia superbia, i miei peccati. E poi, pensiamo all’altra porta, quella spalancata dalla misericordia di Dio che dall’altra parte ci aspetta per dare il perdono.
Il Signore ci offre tante occasioni per salvarci ed entrare attraverso la porta della salvezza. Questa porta è l’occasione che non va sprecata: non dobbiamo fare discorsi accademici sulla salvezza, come quel tale che si è rivolto a Gesù, ma dobbiamo cogliere le occasioni di salvezza. Perché a un certo momento «il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta», come ci ha ricordato il Vangelo. Ma se Dio è buono e ci ama, perché chiuderà la porta a un certo punto? Perché la nostra vita non è un videogioco o una telenovela; la nostra vita è seria e l’obiettivo da raggiungere è importante: la salvezza eterna.
Alla Vergine Maria, Porta del Cielo, chiediamo di aiutarci a cogliere le occasioni che il Signore ci offre per varcare la porta della fede ed entrare così in una strada larga: è la strada della salvezza capace di accogliere tutti coloro che si lasciano coinvolgere dall’amore. È l’amore che salva, l’amore che già sulla terra è fonte di beatitudine di quanti, nella mitezza, nella pazienza e nella giustizia, si dimenticano di sé e si donano agli altri, specialmente ai più deboli."
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 21 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

La liturgia di questa domenica ci propone delle letture non facili da comprendere che ci potrebbero lasciare un po’ sconcertati.
Nella prima lettura, vediamo come il profeta Geremia, anticonformista e paladino della verità, non ha timore di continuare a smascherare le ipocrisie, anche a costo della propria vita.
Nella seconda lettura, l’autore della lettera Ebrei, ricorda che Cristo “si sottopose alla croce, disprezzando il disonore” e che “ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” perché gli uomini non si perdessero d’animo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù dà un messaggio radicale ed esigente: i Cristiani, autentici seguaci di Cristo, potranno essere posti di fronte ad una scelta, che data la loro libertà, provocherà non la pace, ma la divisione anche nelle proprie famiglie. Dovranno decidersi, anche a costo di incomprensioni: chi persisterà avrà la forza di sopportare ostilità se porrà la sua fiducia in Lui che porterà a compimento la sua opera aiutandoli a non cadere nello scoraggiamento

Dal libro del profeta Geremìa
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».
Ger 38,4-6.8-10

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T. a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
Questo brano riporta gli avvenimenti dell’anno 588 in cui i Babilonesi sospesero l’assedio a Gerusalemme per fronteggiare l’Egitto, ma Geremia si rifiuta di dire che "tutto stava andando bene", come avrebbero voluto i consiglieri potenti del re Sedecìa. Essi consideravano Geremia un pericolo per la nazione solo perché non li sosteneva, facendo così traballare il loro potere. Arrivano a chiedere al re di mettere “a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Di fronte a queste accuse il re risponde: “Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi”. Allora i capi dell’esercito gonfi di presunzione presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna in cui non c’era acqua ma fango …” In questa cisterna melmosa, simbolo della morte e del regno dei morti Geremìa affondò nel fango, fisicamente, psicologicamente e simbolicamente.
Ci volle tutta l'onestà e l'intelligenza del consigliere regale Etiope, Ebed-Mèlec per convincere Sedecìa e ordinargli di tirar fuori il “profeta dalla cisterna prima che muoia”.
Geremia mostra in modo concreto quanto soffre chi vuole rimanere fedele a Dio e in questo richiama vivamente la figura di Gesù sofferente e crocifisso. Ma per l'intervento di uno straniero etiope, Geremia è tirato fuori da una cisterna: richiamo velato alla risurrezione vera di Gesù.

Salmo 39 - Signore, vieni presto in mio aiuto
Ho sperato, ho sperato nel Signore
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,
dal fango della palude;
ha stabilito i miei piedi sulla roccia,
ha reso sicuri i miei passi.
Ma io sono povero e bisognoso:
di me ha cura il Signore.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore:
mio Dio, non tardare.

Il salmo inizia con una lode a Dio per la liberazione da grandi difficoltà. E’ una lode piena di giubilo, di forza, di annuncio della bontà del Signore. Il salmista è giunto ad una grande intimità con Dio, e Dio gli ha posto “sulla bocca un canto nuovo”. Egli con uno sguardo lieto verso il futuro afferma che “molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore”. Egli crede che tutta la terra conoscerà il tempo della pace.
Egli presenta la beatitudine dell’uomo che rimane col Signore e “e non si volge verso chi segue gli idoli”, di coloro che si credono autosufficienti e seguono così la menzogna. Il salmista nel suo giubilo ricorda le opere del Signore fatte a favore del suo popolo: “Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore”.
Egli afferma che il culto a Dio non è una semplice ritualità, ma deve scaturire dal cuore, da un vero amore a Dio, che si esprime nell’obbedienza alla sua parola. Egli ha capito - “gli orecchi mi hai aperto” - come il culto al tempio, senza l’obbedienza del cuore, disgusta Dio: “Sacrificio e offerta non gradisci”. “Gli orecchi mi hai aperto”, è traduzione che legge l’ebraico “karatta”, “forato”, come “aperto”. Questa lettura si collega a 1Samuele 9,15 e a Isaia 50,5 ed è stata promossa da autorevoli esegeti (Podechard e Dorme).
Ha capito perché ha ascoltato la Scrittura (Il rotolo del libro), e quindi ha obbedito alla Parola la quale lo ha illuminato sul vero culto da rendere a Dio. L’orecchio è organo dell’ascoltare, ma qui è pure simbolo dell’obbedire.
L’espressione “gli orecchi mi hai aperto”, si trova con versione diversa nella traduzione greca detta dei LXX : “un corpo invece mi hai preparato”. Questa versione è poi entrata nella lettera agli Ebrei (10,5), che dipende quanto a citazioni del Vecchio Testamento dalla traduzione dei LXX. La spiegazione di questa diversità va ricercata in una deficienza introdotta da un copista nel manoscritto, o più manoscritti di derivazione, a disposizione dei LXX, i quali dovettero superare l’incertezza letteraria con un pensiero teologico, affermando che nell’adorazione a Dio, nel vero culto a Dio, tutto l’uomo entra in gioco; il corpo deve essere sottomesso con decisa volontà ai comandamenti di Dio. I sacrifici, gli olocausti del tempio, sono un appello “al sacrificio, all’olocausto”, di dominio del proprio corpo. Sulla base di questo pensiero teologico i LXX fecero la loro traduzione; e questa è entrata nella lettera agli Ebrei riguardo l’Incarnazione.
Il salmista ha letto che nella Legge (Il rotolo del libro) è comandato di fare la volontà di Dio, che è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; dunque non un culto dove sia assente il cuore, dove il senso non sia dominato, dove non ci sia obbedienza alla Parola, e non amore verso i fratelli. Egli dice: “su di me è scritto”; poiché “Il rotolo del libro” non chiede solo l’adesione della collettività, ma innanzi tutto l’adesione personale.
Fare la volontà di Dio è il desiderio intimo del salmista.
Egli nel giubilo non si dimentica del dovere di annunciare agli altri quanto Dio ha fatto per lui: “Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea”.
E il suo giubilo scaturisce dall’umiltà; perciò non è euforia. Egli, umile, si dichiara colpevole davanti a Dio, e chiede a lui sostegno per sostenere e uscire dai mali che lo circondano: “La tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre, poiché mi circondano mali senza numero”.
Anche se “povero e bisognoso”, il salmista non dubita affatto che Dio ha cura di lui e perciò termina il salmo con un grande atto di fiducia: “Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare”
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.
Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Eb 12,1-4

L’autore della lettera agli Ebrei, dopo aver presentato i testimoni della fede citando i nomi dei primi patriarchi, ora espone l’atteggiamento che deve avere il cristiano.
Il brano sin dai primi versetti ci fa immaginare una scena grandiosa uno stadio gremito di grandi testimoni della fede, dove il cristiano è in procinto di entrare in gara. “ anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti”,
Il cristiano deve innanzitutto spogliarsi di tutto ciò che può renderlo meno agile nella gara, soprattutto il peccato, poi non deve più accontentarsi di guardare ai santi antichi, ma deve fissare lo sguardo sull’unico e vero modello della corsa e della vita cristiana, Gesù, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”.
Il tema ricorrente di questo brano è la perseveranza. La fede per essere veramente tale deve dimostrare di poter sfidare il tempo e le difficoltà. Insieme alla perseveranza c'è anche il tema della gara sportiva che è rappresentata da una corsa che noi stiamo disputando e che dobbiamo vincere.
“Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”.
Nella nostra corsa siamo circondati dall'esempio dei nostri progenitori nella fede, quelli elencati nel capitolo 11, ma soprattutto abbiamo davanti Gesù. Egli si distingue dai testimoni della fede perché ne è l'autore e perfezionatore. Il capo a cui tutti sono chiamati a guardare. Egli è capo in quanto origine della fede, modello ideale, guida del cammino salvifico che si attua nella fede, è anche l’attuazione di questa fede, la sua immagine conclusiva che porta a compimento il suo processo salvifico attraverso la croce.
Riprendendo il tema della gara l’autore afferma anche che Gesù ha sostenuto una competizione sportiva e in vista della gioia che avrebbe raggiunto, si sottopose liberamente al sacrificio della croce, passando anche attraverso il disonore, pur di conquistare il premio che infatti ha raggiunto.
“Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo”.
I cristiani quando devono sopportare delle difficoltà a causa della fede, devono pensare a Lui, al Suo esempio e questo li sosterrà nel cammino. Gesù per primo ha dovuto sopportare l'ostilità dei peccatori, cioè dei suoi nemici, di quanti non vollero accettare le sue parole..
“Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.”
Questa frase dà inizio ad un altro tema che l'autore porta avanti, ma si può legare a quanto detto precedentemente.
Per i cristiani, tentati di cedere alla stanchezza o scoraggiamento di fronte alle prove, è importante pensare alle sofferenze che ha sopportato Cristo. La perseveranza di Gesù è stata fortemente messa alla prova dai Suoi persecutori, ma non per questo Egli è venuto meno alla Sua scelta, perciò anche i Suoi seguaci devono imparare a non lasciarsi andare alla stanchezza e allo sconforto. L’impegno nella fede deve dunque consistere non solo nel tirarsi fuori da un mondo dominato dal peccato, ma nel lottare con tutte le proprie forze, anche fino all’effusione del sangue, contro le strutture del male presenti nel mondo, pur sapendo che la liberazione definitiva avverrà solo alla fine dei tempi.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Lc 12,49-53

Questo brano fa ancora parte del discorso di Gesù sulla fiducia in Dio. Dopo il discorso sul distacco dai beni terreni, la fiducia nella provvidenza e l’attesa del Signore che viene (12,32-48) il brano che la liturgia ci presenta ha come tema la “sfida del tempo presente” ed inizia con toni molto forti, enigmatici da mettere in crisi :
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! “
Gesù ha davanti a sé la Sua missione: gettare fuoco sulla terra ed è nell'attesa che Dio lo accenda.
Il fuoco è chiaramente il simbolo della parola di Dio come lo aveva annunciato il profeta Geremia “Ecco io farò delle mie parole come un fuoco sulla tua bocca(Ger 5,14) e si riferisce anche alla predicazione di Gesù destinata a portare grande frutto. Nel contesto attuale il fuoco può rappresentare la venuta nel giorno di Pentecoste dello Spirito (At 2,3) che, dopo la prova dolorosa della passione-morte di Gesù, spingerà i discepoli ad annunziare il vangelo in tutto il mondo
“Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”
In questo versetto Gesù parla di un battesimo che deve ricevere e l’immersione di Gesù nel battesimo indica la Sua morte imminente: è l’immersione nel destino di sofferenza e di morte, che lo attende a Gerusalemme, dove è diretto.
Poi Luca attribuisce a Gesù un altro detto il più provocatorio che Gesù abbia mai pronunciato:
“Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”.
Questa affermazione di Gesù è sconcertante, per uno che era venuto a portare la pace tra gli uomini!
Certamente, Gesù ha aperto alle persone che accoglievano il suo messaggio, un rapporto nuovo con Dio e con loro stesse, nello stesso tempo però l'annuncio di Gesù avviene in un mondo dove esiste il male, il rifiuto, l'odio.
E proprio l'accoglienza o meno della Sua parola provocherà inevitabili separazioni fra gli uomini.
L'utopia di una pace priva di dolori e di prove non è per questo mondo. La missione del Messia non è di trasformare come per magia il cuore degli uomini. Gesù chiaramente si aggancia a un filone biblico e giudaico di tipo apocalittico: le tribolazioni e i dissensi attesi per gli ultimi tempi, segno della fine prossima. La divisione tra gli uomini che caratterizza gli ultimi tempi era stata preannunciata in particolare dal profeta Michea (7,6)
“D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”.
Gesù qui dice che questa divisione può passare anche dentro la famiglia … e purtroppo sappiamo che questo è vero, ma sappiamo anche che molto spesso la fede riunisce la famiglia in una unità e concordia più bella e profonda.
Facciamo certo fatica a pensare ad un Gesù angosciato! Gesù è quel fuoco che si è acceso sulla terra. Il fuoco di un amore che arde e non si consuma, ma dobbiamo anche tenere presente che Gesù era Dio ma anche uomo...e la sensazione di angoscia è tipicamente umana. Gesù è consapevole che dovrà passare attraverso le onde della sofferenza e della morte per la salvezza degli uomini, ma Lui berrà tutto il Suo calice amaro come una resa totale e incondizionata al progetto del Padre.
Dobbiamo ammettere che questo breve brano di Vangelo ci lascia un po’ sconcertati. Ma il Vangelo è anche questo: non rendere la nostra vita facile, ma suscitarci dei continui interrogativi, delle inquietudini che non ci possono lasciare tranquilli. Gesù come uomo-Dio ha provato anche Lui angoscia e sarà proprio Lui che ci aiuterà a superare le nostre!

****

“Il Vangelo di questa domenica fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso – il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
In questo momento, penso anche con ammirazione soprattutto ai numerosi sacerdoti, religiosi e fedeli laici che, in tutto il mondo, si dedicano all’annuncio del Vangelo con grande amore e fedeltà, non di rado anche a costo della vita. La loro esemplare testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di burocrati e di diligenti funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’ardore di portare a tutti la consolante parola di Gesù e la sua grazia. Questo è il fuoco dello Spirito Santo. Se la Chiesa non riceve questo fuoco o non lo lascia entrare in sé, diviene una Chiesa fredda o soltanto tiepida, incapace di dare vita, perché è fatta da cristiani freddi e tiepidi. Ci farà bene, oggi, prendere cinque minuti e domandarci: “Ma come va il mio cuore? È freddo? È tiepido? È capace di ricevere questo fuoco?” Prendiamoci cinque minuti per questo. Ci farà bene a tutti.
E chiediamo alla Vergine Maria di pregare con noi e per noi il Padre celeste, affinché effonda su tutti i credenti lo Spirito Santo, fuoco divino che riscalda i cuori e ci aiuta ad essere solidali con le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli. Ci sostenga nel nostro cammino l’esempio di San Massimiliano Kolbe, martire della carità, di cui oggi ricorre la festa: egli ci insegni a vivere il fuoco dell’amore per Dio e per il prossimo.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 14 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci invitano a riflettere sulla dimensione dell’attesa che è parte costitutiva ed essenziale della vita cristiana. Nell’attesa del Signore dobbiamo evitare la frenesia del fare e la freddezza dell’attesa. Il Signore ci invita alla vigilanza attiva facendo il bene in ogni luogo ed in ogni occasione che ci si presenta.
La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, fa memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto, e ricorda le promesse fatte da Dio ai Padri. In forza di questa fede nella parola di Dio i figli di Israele vivono nella sicurezza e nella speranza della salvezza
La seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, presenta la fede modellata dai patriarchi antichi. “La fede” – sottolinea l’autore – “è fondamento delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono”. La fede dà dunque una grande sicurezza che l’uomo acquisisce attraverso il tentativo di conoscere “le cose che non si vedono” e il tentativo di realizzare “le cose che si sperano” .
Nel Vangelo di Luca, Gesù completa l’insegnamento sulla condotta del cristiano nei confronti dei beni di questo mondo. Le parole di Gesù su questo tema sono in un primo tempo generali e valevoli per tutti i discepoli: ignorando il tempo della venuta del Signore, il discepolo deve tenersi sempre pronto. Ma l’intervento del solerte Pietro, fa si che il Signore applichi i principi enunciati alla condizione di coloro che sono i capi della comunità. A costoro che hanno ricevuto di più Dio richiederà di più nel giorno del giudizio.
.

Dal libro della Sapienza
La notte [della liberazione]
fu preannunciata ai nostri padri,
perché avessero coraggio,
sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
Il tuo popolo infatti era in attesa
della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari,
così glorificasti noi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto
e si imposero, concordi, questa legge divina:
di condividere allo stesso modo
successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.
Sap 18, 6-9

Il Libro della Sapienza è stato utilizzato dai Padri fin dal II secolo d.C. e, nonostante esitazioni e alcune opposizioni, è stato riconosciuto come ispirato allo stesso titolo dei libri del canone ebraico. E’ stato scritto in greco, caso unico in tutto l’Antico Testamento, ad Alessandria d’Egitto tra il 20 a.C. e il 38 d.C. probabilmente da Filone o da un suo discepolo. Si presenta come opera di Salomone (in greco infatti il testo si intitola “Sapienza di Salomone”) ed è composto da 19 capitoli.
L'autore si esprime come un re e si rivolge ai re come suoi pari. Si tratta però di un espediente letterario, per mettere questo scritto, come del resto il Qoelet o il Cantico dei Cantici, sotto il nome di Salomone il più grande saggio d’Israele.
L’autore in questa opera si preoccupa di insegnare la vera sapienza, quella necessaria per condurre una vita retta, non quella scienza che si può acquistare vivendo e pensando, ma una sapienza che viene da Dio. Ogni sapienza divina, di fatto, ha rivelato, guidando magistralmente la storia del popolo eletto, che la vera felicità appartiene agli amici di Dio. In altre parole, non scoprono il senso della vita se non coloro cui il Signore lo rivela.
L’Autore stimolato dall’ambiente circostante, ci dona un primo abbozzo di filosofia religiosa che s’unisce a una bella meditazione di fede cui la liturgia si è spesso ispirata. All’incrocio dell’Antica Alleanza e dell’ellenismo si può affermare che il libro della Sapienza prepara Giudei e Greci alla venuta di Gesù Cristo.
In questo brano l’autore richiama il preannunzio della Pasqua fatto ai patriarchi: “Quella notte fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”.
Con queste parole egli interpreta la notte pasquale come il compimento di una parola già annunciata ai patriarchi (Gn 15,13-14). Alle promesse fatte ai patriarchi fa riscontro l'attesa del popolo: “Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”.
L’attesa dunque è duplice: della salvezza per i giusti e della rovina per i nemici. Sullo sfondo vi è già l'evento pasquale, che riguarda non più l'epoca patriarcale, bensì l’ultimo tempo del soggiorno in Egitto.
L’autore definisce gli israeliti come “tuo popolo” e “giusti”. Nel linguaggio biblico “popolo” è un appellativo quasi esclusivo di Israele, ma ciò che lo determina è lo stretto rapporto con Dio. È in questa particolare relazione con Dio che Israele in quanto popolo nasce, è qualificato e trova la sua vera identità. L'appellativo “i giusti” a partire da Sap 10,20 fino alla fine si riferisce sempre a Israele, ma si tratta di un Israele ideale, sistematicamente contrapposto agli egiziani e si identifica storicamente con la figura del giusto dei primi capitoli del libro. È questo popolo che, nonostante la persecuzione, Dio glorifica, cioè lo conduce al successo. Infine la chiamata e la glorificazione di Israele sono ulteriormente precisate nella descrizione della celebrazione pasquale: “I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri”.
L’autore rilegge dunque la Pasqua alla luce dell'alleanza, facendola diventare il momento dell'unità, dove attorno all‘alleanza e alla circoncisione il popolo ritrova la sua vera identità.
In questo brano la storia di Israele, da Abramo fino ai tempi dell’autore, viene riletta in chiave di salvezza, cioè come frutto di un intervento costante di Dio che si manifesta soprattutto nella celebrazione pasquale. Questa era stata promessa ai patriarchi, si è realizzata nel contesto dell’esodo e continua ad essere celebrata come espressione di un dono divino. Nella Pasqua Dio si mostra sempre disponibile a intervenire in favore del Suo popolo, glorificandolo e chiamandolo a sé. L’intervento divino comporta la punizione dei suoi avversari, ma questa non rappresenta lo scopo dell’iniziativa divina: essa è semplicemente l’altra faccia della medaglia, cioè la conseguenza non voluta della salvezza donata a Israele. La fede di questo popolo consiste dunque nella certezza che Dio non lo abbandona mai, nonostante le dolorose traversie della storia.

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Il salmo comincia con un’esortazione alla gioia. Infatti la tentazione della tristezza è sottile, porta l’anima a stancarsi nel perseverare nel bene e, alla fine, a rivolgersi al male come fonte sicura di consolazioni.
La tristezza non s’accompagna con la lode, ma con la lamentosità, e dunque bisogna mantenersi nella gioia per lodare il Signore, e del resto lodare il Signore mantiene nella gioia, quella vera, che non è euforia, ma realtà dell’amore.
Il salmista esorta ad allontanarsi dalla tristezza accompagnando la lode con la cetra, con l’arpa a dieci corde. La lode sia canto. Canto che nasce dall’amore, dal cuore, da un cuore puro. Non canto di bella voce, ma canto di bel cuore. “Cantate un canto nuovo”, esorta il salmista; il che vuol dire che il canto sia nuovo nell’amore. Si potranno usare le stesse parole, ma il canto sarà sempre nuovo se avrà la novità dell’amore. Non c’è atto d’amore che non possa dirsi nuovo se fatto con tutto il cuore.
“Con arte”, bisogna suonare, nell’esultanza e non nell’esaltazione.
Il salmista dice il perché della lode a Dio; perché “retta è la parola del Signore”, cioè non mente, costruisce, guida, dà luce, dà pace e gioia. E ogni opera sua è segnata dalla fedeltà all’alleanza che egli ha stabilito col suo popolo.
Egli ama il diritto e la giustizia, cioè la pace tra gli uomini, la comunione della carità, il rispetto dei diritti dell’uomo.
Egli ha creato le cose come dono all’uomo, per cui ogni cosa ha una ragione d’amore: “dell'amore del Signore è piena la terra”.
La creazione procede dal suo volere, dalla sua Parola. Tutte le cose sono state create con un semplice palpito del suo volere.
Le stelle, che nella volta celeste si muovono (moto relativo al nostro punto di vista) come schiere. Le acque del mare sono ferme come dentro un otre: esse non possono dilagare sulla terra. Nelle cavità profonde della terra ha confinato parimenti le acque abissali, che sfociano in superficie nelle sorgenti. Esse sono chiuse (“chiude in riserve gli abissi ”), e non diromperanno sulla terra unendosi a quelle dei mari e del cielo per sommergere la terra (Cf. Gn 1,6-10; 7,11).
Il salmista proclama il suo amore a Dio a tutta la terra, invitando tutti gli uomini a temere Dio, cioè a temere di offenderlo perché egli è infinitamente amabile. Gli abitanti del mondo tremino davanti a lui, perché misericordioso, ma è anche giusto giudice e non lascia impunito chi si ribella a lui. Egli è l’Onnipotente perché: “parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto”.
I popoli, le nazioni, che vogliono costruirsi senza di lui non avranno che sconfitta. I loro progetti sono vani, non avranno successo. Al contrario il disegno salvifico ed elevante del Signore rimane per sempre. Nessuno lo può arrestare. Esso procede dal suo cuore, cioè dal suo amore - “i progetti del suo cuore” - e rimane per sempre, per tutte le generazioni.
Il salmista poi celebra Israele; il nuovo Israele, quello che ha come capo Cristo, e del quale Israele un giorno farà parte (Rm 11,15).
Nessuno sfugge allo sguardo del Signore: “guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini”. E lui sa ben vedere il cuore dell’uomo poiché lui l’ha creato, e sa “comprendere tutte le sue opere”, perché sa vedere il merito o il demerito sulla base dell’adesione all’orientamento al bene del cuore, e alla grazia che egli dona.
La sua grazia è la forza dell’uomo nelle situazioni di difficoltà. L’uomo non deve credere di salvarsi dalle catastrofi sociali perché possiede cavalli, ma deve rivolgersi a Dio, che può “liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Il salmista, unito ai giusti, esprime una dolce professione di fede in Dio, una dolce speranza in lui: “L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo”; conclude poi con un’ardente invocazione: “Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
Eb 11,1-2, 8-19

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute. Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica .
Nella prima parte della lettera si descrive il ruolo di Cristo nel piano di Dio (1,5 - 2,18) e nella seconda parte si presenta Gesù come sommo sacerdote (3,1 - 5,10). La salvezza da lui portata è delineata nella parte centrale della lettera (5,11 - 10,39) e dopo (11,1 - 12,13), l’autore affronta il tema della risposta che la comunità deve dare a questa salvezza. Questa risposta consiste essenzialmente nella fede perseverante, mediante la quale si ha accesso ai beni che il sacrificio di Cristo ha acquistati.
In questo brano l’autore inizia con un’affermazione solenne:
La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.
In questa espressione la fede è presentata come la certezza di ottenere un giorno quelle realtà che, proprio perché non si vedono, sono oggetto di speranza. In altre parole l’autore intende affermare che il credente è colui che non si ferma alle realtà visibili e materiali, ma si orienta con piena fiducia verso beni futuri (trascendenti), non ancora visibili ma attestati dalla parola di Dio e quindi sicuramente disponibili.
Nella parte che il brano liturgico non riporta, l’autore ricorda i nomi di patriarchi pre-abramitici poi presenta; Abramo, Sara, Isacco e Giacobbe. L’esperienza di Abramo mostra chiaramente che la fede, vissuta come apertura a un futuro che Dio promette, consiste in un rapporto personale con Lui, in forza del quale è possibile superare la precarietà e la miseria di una vita segnata inesorabilmente dalla morte.
È così che Abramo. proprio per aver accettato per fede la morte del figlio, ottiene una specie di risurrezione anticipata, che troverà compimento nella risurrezione di Cristo e di coloro che crederanno in Lui. La fede dei patriarchi è quindi solo una prefigurazione della fede di cui godono i credenti in Cristo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Lc 12, 32-48

Questo brano fa ancora parte dell’ampio discorso di Gesù sulla fiducia in Dio. Dopo la parabola del ricco stolto e l'invito ad arricchire davanti a Dio, il lungo brano di oggi si divide in due parti. La prima prosegue e conclude il discorso sul distacco dai beni terreni, iniziato nel vangelo della scorsa domenica, e ribadisce che per il cristiano Dio deve avere il primato su tutto. La seconda parte verte su un tema tipico della tradizione cristiana e di Luca: la vigilanza.
Luca scrive il suo vangelo in un momento in cui la venuta in gloria del Signore Gesù, ritenuta imminente nei primi tempi della comunità cristiana, risulta sempre più lontana, con il conseguente rischio di un affievolimento dell'attesa o addirittura della dimenticanza. Ebbene – come viene detto attraverso le tre parabole del brano dette appunto "della vigilanza" - occorre essere sempre all'erta, pronti, come se il Signore potesse sopraggiungere da un momento all'altro.
L'introduzione del brano è ricca di tenerezza: Gesù invita a non temere, chiamando i suoi amici "piccolo gregge". Gesù si rivolge ad un gregge piccolo ma illuminato e sostenuto dallo Spirito, e usa immagini un po' distanti, che non indicano un'attesa positiva: il servo che attende il padrone; la casa che attende il ladro. Colpisce subito l’immagine del padrone che parte e affida la sua casa ai servi dimostrando di non avere sospetti e di avere piena fiducia in loro. Dio è come questo padrone che ha un cuore colmo di amore e ci affida la casa, le persone, il mondo. Dio non smetterà mai di avere fede nell'uomo e Gesù commenta: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli….”
Non è certo facile stare svegli, non è un fatto dovuto e tanto meno un obbligo. Quell'attesa fino all'alba però ha il potere di emozionare e sorprendere Dio. Genera infatti in Lui una reazione quasi esagerata, sorprendente, perché accade l'impensabile: Dio da padrone diventa servitore.. è Gesù che lo dice “in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.”
Possiamo perciò con questo dedurre che Dio non è il Padrone dei padroni, bensì è il servitore della vita.
Con una domanda Pietro interrompe la serie delle parabole: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Pietro, sembra pensare ancora a qualche privilegio, avendo abbandonato ogni cosa per andare con Gesù (Mt 19,27). Gesù aiuta a maturare la coscienza di Pietro rispondendo indirettamente con la parabola del “buon amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito” e continua affermando “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così” .
Con l’intervento di Pietro, portavoce degli apostoli e rappresentante dell'autorità ecclesiale, Luca vuole chiarire chi siano i destinatari dell'insegnamento della parabola: sono tutti i credenti, ma in modo speciale i responsabili della comunità ai quali Luca dedica la parabola dell’amministratore fedele che rappresenta tutti i capi delle comunità.
A costoro che hanno ricevuto di più, Gesù dice: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”. Ossia Dio chiederà molto a colui a cui ha dato molto, perché i carismi ricevuti sono doni da tenere per sé, ma da amministrare a favore degli altri.
“Alla fine della vita”, dice S. Giovanni della Croce, “saremo giudicati sull'amore” . Sono queste parole che ci fanno comprendere meglio il desiderio di Dio: Egli ci dà molto, perché potremo essere in grado di portare molto frutto, un frutto che rimanga.
Il primo frutto che il Signore attende da noi è la conversione, è il compiere opere di giustizia.
Nell’Apocalisse, nelle Lettere alle Chiese, le prime parole che Egli rivolge a ognuna di esse sono: “Conosco le tue opere”. Non dice: “Conosco il tuo cuore”, perché ci sono molti che si professano credenti, ma conducono poi una vita apparentemente onesta, ma falsa, e sono anche in grado di dichiarare: “la mia coscienza è apposto” e chiamano Dio come testimone concludendo: “Dio conosce il mio cuore”.
Ora Dio guarda sì il nostro cuore, le nostre intenzioni, ma guarda anche le nostre opere!

*****

“Nell’odierna pagina del Vangelo, Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma». E’ un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.
L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» : è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.
La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli. La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 7 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia
Pagina 3 di 10

Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

Parrocchia Nostra Signora de La Salette
Piazza Madonna de La Salette 1 - 00152 ROMA
tel. e fax 06-58.20.94.23
e-mail: email
Settore Ovest - Prefettura XXX - Quartiere Gianicolense - 12º Municipio
Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
Affidata a: Missionari di Nostra Signora di «La Salette» (M.S.)
 

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice! Accetta i cookie per chiudere avviso. Per saperne di più riguardo ai cookie utilizzati e a come cancellarli, guarda il regolamento Politica sulla Privacy.

Accetto i cookie da questo sito