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Le letture liturgiche di questa domenica ci portano a domandarci : a chi è riservata la salvezza? A pochi eletti prescelti esclusivamente dalla libera iniziativa di Dio o all'intera umanità?.
Nella prima lettura, presa dall’ultima pagina del libro del profeta Isaia, ci dice che tutti i popoli della terra non devono sentirsi estranei nella Gerusalemme dello spirito perché là c’è un libro su cui anche i loro nomi sono stati scritti personalmente da Dio stesso.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, l’autore ci dice che anche la prova dolorosa, che sul momento provoca tristezza, può essere il segno dell’amore del Padre, che al figlio prepara un premio grande di pace e di giustizia.
Nel Vangelo di Luca, alla domanda sul numero dei salvati, Gesù non dà una risposta diretta, ma espone le condizioni indispensabili per conseguire la salvezza. La “porta stretta” sta a significare la via della rinuncia al proprio egoismo con un impegno serio e costante. Non basta aver “mangiato e bevuto” l’eucaristia, o ascoltato e fatto catechesi o propaganda religiosa, è la scelta di un’intera vita di fede e di amore che fa spalancare le porte del regno. Là entreranno gli ultimi, persino i “lontani” giusti, i veri operatori di pace e di giustizia, i veri fedeli.

Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro supèrstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros,Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme - dice il Signore -, come i figli d’Israele portano l'offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti e levìti, dice il Signore”.
Is 66,18-21

Questo brano appartiene al "Terzo Isaia" (TritoIsaia capitoli 56-66), il profeta della situazione successiva al ritorno dall'esilio. E’ stato composto con ogni probabilità in un periodo che precede le guerre maccabaiche, e dimostra una grande apertura universalistica: JHWH è il Dio di tutte le nazioni e si serve dei giudei sparsi in mezzo alle nazioni per farsi conoscere anche da loro. Il brano inizia con un oracolo in cui Dio stesso dice che cosa sta per fare: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro supèrstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros,Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle genti.”
Richiamandosi all’annunzio della venuta di DIO per giudicare il mondo, il testo sottolinea che la condanna dei popoli non costituisce l’unico scopo dell’intervento divino. Il Signore viene anzitutto per radunare tutti i popoli e promette anche a loro che vedranno la Sua gloria, cioè avranno anche loro accesso alla salvezza. L’elenco dei popoli, ricavata da Ezechiele, contiene nomi che risvegliano l’immaginazione di terre lontane e lingue diverse. Ciò serve a situare la promessa in un grandioso scenario geografico che rievoca l’universalità delle genti. Vengono nominate Tarsis, (località non ben definita, a volte associata a Tharros in Sardegna o Tertesso nella Spagna meridionale) , Put che è situata in Egitto, Lud in Asia Minore, Mesech, Ros e Tubal vicino al mar Nero e infine la Grecia e in particolare le colonie Ionie sulla costa occidentale dell’Asia Minore e delle isole. Queste nazioni non hanno sentito parlare di JHWH e non sono ancora venute a contatto con Lui.
L’autore spiega poi quale sarà la conseguenza dell’intervento divino: Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme - dice il Signore -, come i figli d’Israele portano l'offerta in vasi puri nel tempio del Signore. In questo versetto si riprende l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni a Gerusalemme e al tempio. È questa una delle idee centrali del Terzo Isaia (60,1-22; 62,1-9), che preannunzia la venuta a Gerusalemme delle nazioni straniere che portano i loro doni all’unico vero Dio.
Qui invece le nazioni non portano doni materiali, ma riconducono alla loro terra tutti i giudei che erano ancora dispersi in tutte le parti del mondo.
Infine Dio indica ciò che intende fare: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti e levìti…”.
Questa conclusione è piuttosto rivoluzionaria in quanto indica il superamento di un sacerdozio che apparteneva unicamente al popolo di Israele ed in particolare della casta sacerdotale. Ormai tutti potranno essere ammessi al servizio del tempio, anche se appartengono a popolazioni straniere che per diritto non potevano entrare neppure nei cortili più interni del tempio.

Salmo 116 - Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore

Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti,cantate la sua lode.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore

E’ impossibile dimenticare il Salmo 117(116), il più breve del Salterio (17 parole nell’originale ebraico, delle quali solo 9 rilevanti), dopo aver ascoltato lo stupendo “Laudate Dominum” in fa minore presente nei “Vespri solenni di un confessore” di Mozart (1780)…
Il mini-inno è una miniatura puntuale del genere letterario innico. Tipico è l’invitatorio alla lode: Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti,cantate la sua lode. Segue il contenuto dell’inno che è introdotto in ebraico da un “Kî “perchè”, contenuto espresso attraverso i due attributi divini fondamentali, tipici della teologia biblica dell’alleanza, hesed, l’”amore” e ‘emet, la“fedeltà”.
Questi due vocaboli sono in pratica un’endiadi per esaltare l’eterna fedeltà amorosa di Dio, nonostante i tradimenti dell’uomo.

Commento tratto da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio". È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli;e qual è il figlio che non è corretto dal padre?
Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
Eb 12,5-7, 11-13

In questo brano l’autore della lettera agli ebrei affronta il tema che la sofferenza ha in un cammino di fede. Prima analizzando la sofferenza come correzione, cita dei versetti tratti dal libro dei proverbi (3,11-12), dice
"Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio".:e commenta “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre”.
Questo comportamento di Dio con i suoi fedeli è descritto alla luce di quelli che erano i metodi educativi di allora, secondo i quali un padre, proprio perché ama i propri figli, li educa con castighi di vario tipo. Forse l’autore ha in mente il tema di Gesù, il Figlio, che proprio attraverso quello che patì imparò l’obbedienza (Eb 5,8). Dopo aver esposto la sua tesi sull’importanza della correzione, l’autore fa una sua ulteriore riflessione: “Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.”
La sofferenza, anche vista come una correzione ispirata dall’amore paterno di Dio, non fa certo piacere anche se la sua importanza e il suo significato si capiscono solo dopo, quando se ne vedono i frutti, che consistono nella pace e nella giustizia.
Infine egli conclude: “Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” L’esortazione contenuta in questi due versetti è ispirata a Isaia (35,3,) quando il profeta si rivolgeva agli ebrei esuli in Babilonia per annunziare loro la prossimità della salvezza e la possibilità di ritornare nella loro terra; e al Libro dei Proverbi (4,26) in cui è riportata una massima sapienziale che invita alla prudenza e all’impegno:
”Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie siano ben rassodate”.
Questo brano è faticoso da tradurre nel quotidiano, per cui è opportuno riconoscere che solo in un contesto di fedeltà assoluta, sulla linea di Gesù, le sofferenze che accompagnano l'esistenza dei credenti possono diventare un’occasione per purificare la fede da illusione e interessi superficiali e per scoprire un nuovo rapporto con Dio come Padre. In breve, le prove possono diventare espressione e strumento della “pedagogia” divina solo per chi ha fatto una scelta di fedeltà a Dio che trova in Gesù la sua fonte e il suo modello ideale.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete: Allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi”.
Lc 13, 22-30

Si può subito notare che questo brano, tratto dal Vangelo di Luca, soprattutto se messo in relazione con lo stesso episodio raccontato da Matteo, risente chiaramente della polemica sul rigetto dei Giudei e l’ammissione dei pagani nella Chiesa.
Il testo racconta che Gesù mentre è in cammino verso la città santa, si dedica all’insegnamento nelle città e nei villaggi in cui passa. Luca riferisce che un tale interpella Gesù facendogli una domanda provocatoria: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Il modo in cui questa domanda è formulata presuppone che Gesù si sia espresso in termini tali da far pensare che effettivamente il numero dei salvati sia esiguo, infatti poco prima egli aveva usato l’immagine del “piccolo gregge” e aveva paragonato il regno a un granello di senapa e a un pugno di lievito. Gesù non risponde direttamente alla domanda sul numero dei salvati, ma rivolge loro un’esortazione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno” e poi aggiunge : Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Questa frase costituisce in Matteo la conclusione della parabola delle vergini prudenti e delle vergini stolte mentre in Luca la stessa frase viene fatta dire al padrone che chiude la porta di casa lasciando fuori alcune persone che bussano e insistono per entrarvi. Luca precisa ulteriormente il pensiero di Gesù riportando un’altra frase Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.
Da queste parole appare che Gesù si identifica con il padrone di casa e coloro che sono rimasti fuori sono persone che pensano di avere il diritto di entrare nella sala. In Matteo questo diritto si fonda sul fatto che nel suo nome hanno profetato, hanno cacciato demoni e hanno fatto miracoli. Secondo Luca la loro comunione con Gesù si riduce al fatto che essi hanno mangiato e bevuto davanti a Lui ed Egli ha predicato nelle piazze dei loro villaggi. Sembra quindi che, mentre per Matteo si tratta di discepoli non coerenti con le esigenze del vangelo, secondo Luca gli esclusi sono i giudei che hanno ascoltato la sua predicazione e non si sono convertiti. È probabile dunque che Luca riporti la frase nel suo significato originario, in funzione cioè dell’ambiente in cui Gesù predicava, mentre Matteo l’avrebbe adattata a una problematica interna alla prima comunità. Luca dunque ha inteso attualizzare l’insegnamento di Gesù per i discepoli del suo tempo.
Coloro che, in qualità di discepoli hanno familiarità con il Signore e ne ascoltano gli insegnamenti si potrebbero porre anche adesso una domanda cruciale: “Noi cristiani ci salveremo?” Le parole di Gesù danno sempre una risposta a chi sa ascoltare: L’essere cristiani non è il mezzo magico di salvezza, perchè la salvezza viene dall’incontro dello sforzo umano con il dono di Dio.

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“L’odierna pagina evangelica ci esorta a meditare sul tema della salvezza. L’evangelista Luca racconta che Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e durante il percorso viene avvicinato da un tale che gli pone questa domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Gesù non dà una risposta diretta, ma sposta il dibattito su un altro piano, con un linguaggio suggestivo, che all’inizio forse i discepoli non capiscono: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Con l’immagine della porta, Egli vuol far capire ai suoi ascoltatori che non è questione di numero – quanti si salveranno - , non importa sapere quanti, ma è importante che tutti sappiano quale è il cammino che conduce alla salvezza.
Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo.
Gesù oggi ci rivolge, ancora una volta, un pressante invito ad andare da Lui, a varcare la porta della vita piena, riconciliata e felice. Egli aspetta ciascuno di noi, qualunque peccato abbiamo commesso, per abbracciarci, per offrirci il suo perdono. Lui solo può trasformare il nostro cuore, Lui solo può dare senso pieno alla nostra esistenza, donandoci la gioia vera. Entrando per la porta di Gesù, la porta della fede e del Vangelo, noi potremo uscire dagli atteggiamenti mondani, dalle cattive abitudini, dagli egoismi e dalle chiusure. Quando c’è il contatto con l’amore e la misericordia di Dio, c’è il cambiamento autentico. E la nostra vita è illuminata dalla luce dello Spirito Santo: una luce inestinguibile!
Vorrei farvi una proposta. Pensiamo adesso, in silenzio, per un attimo alle cose che abbiamo dentro di noi e che ci impediscono di attraversare la porta: il mio orgoglio, la mia superbia, i miei peccati. E poi, pensiamo all’altra porta, quella spalancata dalla misericordia di Dio che dall’altra parte ci aspetta per dare il perdono.
Il Signore ci offre tante occasioni per salvarci ed entrare attraverso la porta della salvezza. Questa porta è l’occasione che non va sprecata: non dobbiamo fare discorsi accademici sulla salvezza, come quel tale che si è rivolto a Gesù, ma dobbiamo cogliere le occasioni di salvezza. Perché a un certo momento «il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta», come ci ha ricordato il Vangelo. Ma se Dio è buono e ci ama, perché chiuderà la porta a un certo punto? Perché la nostra vita non è un videogioco o una telenovela; la nostra vita è seria e l’obiettivo da raggiungere è importante: la salvezza eterna.
Alla Vergine Maria, Porta del Cielo, chiediamo di aiutarci a cogliere le occasioni che il Signore ci offre per varcare la porta della fede ed entrare così in una strada larga: è la strada della salvezza capace di accogliere tutti coloro che si lasciano coinvolgere dall’amore. È l’amore che salva, l’amore che già sulla terra è fonte di beatitudine di quanti, nella mitezza, nella pazienza e nella giustizia, si dimenticano di sé e si donano agli altri, specialmente ai più deboli."
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 21 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

La liturgia di questa domenica ci propone delle letture non facili da comprendere che ci potrebbero lasciare un po’ sconcertati.
Nella prima lettura, vediamo come il profeta Geremia, anticonformista e paladino della verità, non ha timore di continuare a smascherare le ipocrisie, anche a costo della propria vita.
Nella seconda lettura, l’autore della lettera Ebrei, ricorda che Cristo “si sottopose alla croce, disprezzando il disonore” e che “ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” perché gli uomini non si perdessero d’animo.
Nel Vangelo di Luca, Gesù dà un messaggio radicale ed esigente: i Cristiani, autentici seguaci di Cristo, potranno essere posti di fronte ad una scelta, che data la loro libertà, provocherà non la pace, ma la divisione anche nelle proprie famiglie. Dovranno decidersi, anche a costo di incomprensioni: chi persisterà avrà la forza di sopportare ostilità se porrà la sua fiducia in Lui che porterà a compimento la sua opera aiutandoli a non cadere nello scoraggiamento

Dal libro del profeta Geremìa
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».
Ger 38,4-6.8-10

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T. a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
Questo brano riporta gli avvenimenti dell’anno 588 in cui i Babilonesi sospesero l’assedio a Gerusalemme per fronteggiare l’Egitto, ma Geremia si rifiuta di dire che "tutto stava andando bene", come avrebbero voluto i consiglieri potenti del re Sedecìa. Essi consideravano Geremia un pericolo per la nazione solo perché non li sosteneva, facendo così traballare il loro potere. Arrivano a chiedere al re di mettere “a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Di fronte a queste accuse il re risponde: “Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi”. Allora i capi dell’esercito gonfi di presunzione presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna in cui non c’era acqua ma fango …” In questa cisterna melmosa, simbolo della morte e del regno dei morti Geremìa affondò nel fango, fisicamente, psicologicamente e simbolicamente.
Ci volle tutta l'onestà e l'intelligenza del consigliere regale Etiope, Ebed-Mèlec per convincere Sedecìa e ordinargli di tirar fuori il “profeta dalla cisterna prima che muoia”.
Geremia mostra in modo concreto quanto soffre chi vuole rimanere fedele a Dio e in questo richiama vivamente la figura di Gesù sofferente e crocifisso. Ma per l'intervento di uno straniero etiope, Geremia è tirato fuori da una cisterna: richiamo velato alla risurrezione vera di Gesù.

Salmo 39 - Signore, vieni presto in mio aiuto
Ho sperato, ho sperato nel Signore
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,
dal fango della palude;
ha stabilito i miei piedi sulla roccia,
ha reso sicuri i miei passi.
Ma io sono povero e bisognoso:
di me ha cura il Signore.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore:
mio Dio, non tardare.

Il salmo inizia con una lode a Dio per la liberazione da grandi difficoltà. E’ una lode piena di giubilo, di forza, di annuncio della bontà del Signore. Il salmista è giunto ad una grande intimità con Dio, e Dio gli ha posto “sulla bocca un canto nuovo”. Egli con uno sguardo lieto verso il futuro afferma che “molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore”. Egli crede che tutta la terra conoscerà il tempo della pace.
Egli presenta la beatitudine dell’uomo che rimane col Signore e “e non si volge verso chi segue gli idoli”, di coloro che si credono autosufficienti e seguono così la menzogna. Il salmista nel suo giubilo ricorda le opere del Signore fatte a favore del suo popolo: “Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore”.
Egli afferma che il culto a Dio non è una semplice ritualità, ma deve scaturire dal cuore, da un vero amore a Dio, che si esprime nell’obbedienza alla sua parola. Egli ha capito - “gli orecchi mi hai aperto” - come il culto al tempio, senza l’obbedienza del cuore, disgusta Dio: “Sacrificio e offerta non gradisci”. “Gli orecchi mi hai aperto”, è traduzione che legge l’ebraico “karatta”, “forato”, come “aperto”. Questa lettura si collega a 1Samuele 9,15 e a Isaia 50,5 ed è stata promossa da autorevoli esegeti (Podechard e Dorme).
Ha capito perché ha ascoltato la Scrittura (Il rotolo del libro), e quindi ha obbedito alla Parola la quale lo ha illuminato sul vero culto da rendere a Dio. L’orecchio è organo dell’ascoltare, ma qui è pure simbolo dell’obbedire.
L’espressione “gli orecchi mi hai aperto”, si trova con versione diversa nella traduzione greca detta dei LXX : “un corpo invece mi hai preparato”. Questa versione è poi entrata nella lettera agli Ebrei (10,5), che dipende quanto a citazioni del Vecchio Testamento dalla traduzione dei LXX. La spiegazione di questa diversità va ricercata in una deficienza introdotta da un copista nel manoscritto, o più manoscritti di derivazione, a disposizione dei LXX, i quali dovettero superare l’incertezza letteraria con un pensiero teologico, affermando che nell’adorazione a Dio, nel vero culto a Dio, tutto l’uomo entra in gioco; il corpo deve essere sottomesso con decisa volontà ai comandamenti di Dio. I sacrifici, gli olocausti del tempio, sono un appello “al sacrificio, all’olocausto”, di dominio del proprio corpo. Sulla base di questo pensiero teologico i LXX fecero la loro traduzione; e questa è entrata nella lettera agli Ebrei riguardo l’Incarnazione.
Il salmista ha letto che nella Legge (Il rotolo del libro) è comandato di fare la volontà di Dio, che è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; dunque non un culto dove sia assente il cuore, dove il senso non sia dominato, dove non ci sia obbedienza alla Parola, e non amore verso i fratelli. Egli dice: “su di me è scritto”; poiché “Il rotolo del libro” non chiede solo l’adesione della collettività, ma innanzi tutto l’adesione personale.
Fare la volontà di Dio è il desiderio intimo del salmista.
Egli nel giubilo non si dimentica del dovere di annunciare agli altri quanto Dio ha fatto per lui: “Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea”.
E il suo giubilo scaturisce dall’umiltà; perciò non è euforia. Egli, umile, si dichiara colpevole davanti a Dio, e chiede a lui sostegno per sostenere e uscire dai mali che lo circondano: “La tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre, poiché mi circondano mali senza numero”.
Anche se “povero e bisognoso”, il salmista non dubita affatto che Dio ha cura di lui e perciò termina il salmo con un grande atto di fiducia: “Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare”
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.
Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Eb 12,1-4

L’autore della lettera agli Ebrei, dopo aver presentato i testimoni della fede citando i nomi dei primi patriarchi, ora espone l’atteggiamento che deve avere il cristiano.
Il brano sin dai primi versetti ci fa immaginare una scena grandiosa uno stadio gremito di grandi testimoni della fede, dove il cristiano è in procinto di entrare in gara. “ anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti”,
Il cristiano deve innanzitutto spogliarsi di tutto ciò che può renderlo meno agile nella gara, soprattutto il peccato, poi non deve più accontentarsi di guardare ai santi antichi, ma deve fissare lo sguardo sull’unico e vero modello della corsa e della vita cristiana, Gesù, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”.
Il tema ricorrente di questo brano è la perseveranza. La fede per essere veramente tale deve dimostrare di poter sfidare il tempo e le difficoltà. Insieme alla perseveranza c'è anche il tema della gara sportiva che è rappresentata da una corsa che noi stiamo disputando e che dobbiamo vincere.
“Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio”.
Nella nostra corsa siamo circondati dall'esempio dei nostri progenitori nella fede, quelli elencati nel capitolo 11, ma soprattutto abbiamo davanti Gesù. Egli si distingue dai testimoni della fede perché ne è l'autore e perfezionatore. Il capo a cui tutti sono chiamati a guardare. Egli è capo in quanto origine della fede, modello ideale, guida del cammino salvifico che si attua nella fede, è anche l’attuazione di questa fede, la sua immagine conclusiva che porta a compimento il suo processo salvifico attraverso la croce.
Riprendendo il tema della gara l’autore afferma anche che Gesù ha sostenuto una competizione sportiva e in vista della gioia che avrebbe raggiunto, si sottopose liberamente al sacrificio della croce, passando anche attraverso il disonore, pur di conquistare il premio che infatti ha raggiunto.
“Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo”.
I cristiani quando devono sopportare delle difficoltà a causa della fede, devono pensare a Lui, al Suo esempio e questo li sosterrà nel cammino. Gesù per primo ha dovuto sopportare l'ostilità dei peccatori, cioè dei suoi nemici, di quanti non vollero accettare le sue parole..
“Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.”
Questa frase dà inizio ad un altro tema che l'autore porta avanti, ma si può legare a quanto detto precedentemente.
Per i cristiani, tentati di cedere alla stanchezza o scoraggiamento di fronte alle prove, è importante pensare alle sofferenze che ha sopportato Cristo. La perseveranza di Gesù è stata fortemente messa alla prova dai Suoi persecutori, ma non per questo Egli è venuto meno alla Sua scelta, perciò anche i Suoi seguaci devono imparare a non lasciarsi andare alla stanchezza e allo sconforto. L’impegno nella fede deve dunque consistere non solo nel tirarsi fuori da un mondo dominato dal peccato, ma nel lottare con tutte le proprie forze, anche fino all’effusione del sangue, contro le strutture del male presenti nel mondo, pur sapendo che la liberazione definitiva avverrà solo alla fine dei tempi.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Lc 12,49-53

Questo brano fa ancora parte del discorso di Gesù sulla fiducia in Dio. Dopo il discorso sul distacco dai beni terreni, la fiducia nella provvidenza e l’attesa del Signore che viene (12,32-48) il brano che la liturgia ci presenta ha come tema la “sfida del tempo presente” ed inizia con toni molto forti, enigmatici da mettere in crisi :
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! “
Gesù ha davanti a sé la Sua missione: gettare fuoco sulla terra ed è nell'attesa che Dio lo accenda.
Il fuoco è chiaramente il simbolo della parola di Dio come lo aveva annunciato il profeta Geremia “Ecco io farò delle mie parole come un fuoco sulla tua bocca(Ger 5,14) e si riferisce anche alla predicazione di Gesù destinata a portare grande frutto. Nel contesto attuale il fuoco può rappresentare la venuta nel giorno di Pentecoste dello Spirito (At 2,3) che, dopo la prova dolorosa della passione-morte di Gesù, spingerà i discepoli ad annunziare il vangelo in tutto il mondo
“Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”
In questo versetto Gesù parla di un battesimo che deve ricevere e l’immersione di Gesù nel battesimo indica la Sua morte imminente: è l’immersione nel destino di sofferenza e di morte, che lo attende a Gerusalemme, dove è diretto.
Poi Luca attribuisce a Gesù un altro detto il più provocatorio che Gesù abbia mai pronunciato:
“Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”.
Questa affermazione di Gesù è sconcertante, per uno che era venuto a portare la pace tra gli uomini!
Certamente, Gesù ha aperto alle persone che accoglievano il suo messaggio, un rapporto nuovo con Dio e con loro stesse, nello stesso tempo però l'annuncio di Gesù avviene in un mondo dove esiste il male, il rifiuto, l'odio.
E proprio l'accoglienza o meno della Sua parola provocherà inevitabili separazioni fra gli uomini.
L'utopia di una pace priva di dolori e di prove non è per questo mondo. La missione del Messia non è di trasformare come per magia il cuore degli uomini. Gesù chiaramente si aggancia a un filone biblico e giudaico di tipo apocalittico: le tribolazioni e i dissensi attesi per gli ultimi tempi, segno della fine prossima. La divisione tra gli uomini che caratterizza gli ultimi tempi era stata preannunciata in particolare dal profeta Michea (7,6)
“D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”.
Gesù qui dice che questa divisione può passare anche dentro la famiglia … e purtroppo sappiamo che questo è vero, ma sappiamo anche che molto spesso la fede riunisce la famiglia in una unità e concordia più bella e profonda.
Facciamo certo fatica a pensare ad un Gesù angosciato! Gesù è quel fuoco che si è acceso sulla terra. Il fuoco di un amore che arde e non si consuma, ma dobbiamo anche tenere presente che Gesù era Dio ma anche uomo...e la sensazione di angoscia è tipicamente umana. Gesù è consapevole che dovrà passare attraverso le onde della sofferenza e della morte per la salvezza degli uomini, ma Lui berrà tutto il Suo calice amaro come una resa totale e incondizionata al progetto del Padre.
Dobbiamo ammettere che questo breve brano di Vangelo ci lascia un po’ sconcertati. Ma il Vangelo è anche questo: non rendere la nostra vita facile, ma suscitarci dei continui interrogativi, delle inquietudini che non ci possono lasciare tranquilli. Gesù come uomo-Dio ha provato anche Lui angoscia e sarà proprio Lui che ci aiuterà a superare le nostre!

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“Il Vangelo di questa domenica fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso – il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
In questo momento, penso anche con ammirazione soprattutto ai numerosi sacerdoti, religiosi e fedeli laici che, in tutto il mondo, si dedicano all’annuncio del Vangelo con grande amore e fedeltà, non di rado anche a costo della vita. La loro esemplare testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di burocrati e di diligenti funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’ardore di portare a tutti la consolante parola di Gesù e la sua grazia. Questo è il fuoco dello Spirito Santo. Se la Chiesa non riceve questo fuoco o non lo lascia entrare in sé, diviene una Chiesa fredda o soltanto tiepida, incapace di dare vita, perché è fatta da cristiani freddi e tiepidi. Ci farà bene, oggi, prendere cinque minuti e domandarci: “Ma come va il mio cuore? È freddo? È tiepido? È capace di ricevere questo fuoco?” Prendiamoci cinque minuti per questo. Ci farà bene a tutti.
E chiediamo alla Vergine Maria di pregare con noi e per noi il Padre celeste, affinché effonda su tutti i credenti lo Spirito Santo, fuoco divino che riscalda i cuori e ci aiuta ad essere solidali con le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli. Ci sostenga nel nostro cammino l’esempio di San Massimiliano Kolbe, martire della carità, di cui oggi ricorre la festa: egli ci insegni a vivere il fuoco dell’amore per Dio e per il prossimo.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 14 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

La solennità dell’assunzione in cielo della Beata Vergine Maria – anima e corpo - è un dogma solennemente proclamato da Pio XII il 1 novembre 1950. “Per capire l'Assunzione - ha detto Papa Benedetto XVI “dobbiamo guardare alla Pasqua, , il grande Mistero della nostra Salvezza, che segna il passaggio di Gesù alla gloria del Padre attraverso la passione, la morte e la risurrezione. Maria che ha generato il Figlio di Dio nella carne, è la creatura più inserita in questo mistero, redenta fin dal primo istante della sua vita, e associata in modo del tutto particolare alla passione e alla gloria del suo Figlio. L'Assunzione al Cielo di Maria è pertanto il mistero della Pasqua di Cristo pienamente realizzato in Lei. Ella è intimamente unita al suo Figlio risorto, vincitore del Peccato e della morte, pienamente conformata a Lui”. (Angelus 15 agosto 2012)
Nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Apocalisse, incontriamo l’immagine simbolica di una donna che partorisce un figlio maschio. E’ facile per noi riconoscere in lei Maria che dà alla vita il Signore Gesù. Tuttavia, anche nell’Apocalisse l’immagine si amplifica, per diventare simbolo della Chiesa, che con il suo impegno testimonia nella storia la presenza del Figlio di Dio. Egli è rapito in cielo per renderci partecipi della sua vittoria sulla morte. La donna continuerà a combattere con noi nel deserto, ma condividendo già la gloria di Dio, ci mostra quale sarà l’esito finale della lotta: tutto, anche la morte, sarà posto sotto i piedi di suo Figlio.
Con la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di S.Paolo ai Corinzi, possiamo comprendere di più come l’assunzione al cielo di Maria è il frutto della risurrezione di Cristo, che è la “primizia” dei risorti. Maria anticipa il destino di gloria promesso a “quelli che sono di Cristo”.
Nel Vangelo, Luca ci presenta la visita premurosa di Maria alla cugina Elisabetta. Alla lode della cugina, Maria risponde con un gioioso cantico divenuto la preghiera dei poveri del Signore, la grande lode di ringraziamento per la presenza in mezzo a noi, deboli, poveri, ma credenti, del Signore Salvatore.

Dal libro dell’Apocalisse di S.Giovanni apostolo
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo».
Ap 11,19a – 12,1-6ª.10ab

Il libro dell'Apocalisse, che è stato scritto dall’Apostolo Giovanni o da un suo discepolo nell’Anno 95, quando si trovava in esilio all’isola di Patmos, si compone di 22 capitoli. E’ la rivelazione di Gesù Cristo come Egli è, (da qui il nome Apocalisse=rivelazione) il Signore dei signori, il Re dei re, il quale si riappropria di ciò che gli appartiene: la terra.
Anche nel linguaggio comune si è sentito parlare del "settimo sigillo", questo perché nell'Apocalisse la prima serie di giudizi è dettata dall'apertura di sette sigilli.
In Israele ai tempi dell'Antico Testamento l'atto di proprietà veniva redatto, quindi arrotolato e sigillato, in caso di contestazione l'atto di proprietà veniva aperto.
Ecco, Cristo nell'Apocalisse apre i sigilli perché ha deciso di riprendere possesso della terra.
L'Apocalisse è il libro della Bibbia che completa le informazioni profetiche rispetto al piano di Dio. Descrive in modo molto dettagliato gli eventi futuri dell'umanità. In sostanza l'ultimo libro della Bibbia, forse il più importante per quanto riguarda le profezie e la comprensione del piano di Dio, è diviso in cinque parti:
1. Capitoli da 1 a 3. Lettera alle sette chiese dell'Asia, Dio usa Giovanni, l'autore del libro, per rivelare alla Chiesa le cose che dovranno avvenire.
2. Capitoli 4 e 5. L'affermazione dell'autorità divina di Cristo sulla terra.
3. Capitoli da 6 a 19. Il periodo di sette anni della Tribolazione, descritta attraverso gli eventi ed i giudizi, periodo che inizia con l'apertura del primo sigillo, il cavallo bianco cavalcato dall'Anticristo, con l'arco senza le frecce, prende il potere senza fare la guerra, il cavallo bianco sembra significare che abbia usurpato il ruolo di Cristo. Il periodo termina con Gesù che viene cavalcando un cavallo bianco, seguito dai suoi eserciti, non ci sarà battaglia, viene posta fine alla Tribolazione.
4. Capitolo 20. Il regno dei mille anni governato da Gesù Cristo, al termine dei quali ci sarà l'ultima ribellione dell'umanità, l'apertura dei libri ed il giudizio universale relativo a quelli che non hanno la salvezza di Cristo.
5. Capitoli 21 e 22. La vita eterna con Dio con dei nuovi cieli e la nuova terra, il compimento finale del Piano di Dio.
Questo brano, che la liturgia ci presenta, tratto dal capitolo 12, si può dire è la pagina più bella dell’Apocalisse:
«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle...».
L’intero capitolo è dominato anche da un altro “segno”, quello di un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra, ed è tutto intarsiato di allusioni a testi biblici.
Sono state date nel tempo numerose e valide interpretazioni, la più comune è quella che identifica nella donna, Maria che genera il Cristo. In realtà il pensiero di Giovanni è probabilmente orientato in altra direzione. La donna simboleggia anche il popolo di Dio, prima l’antico Israele, da cui Gesù ha preso carne, l’altro il nuovo Israele, la Chiesa, corpo di Cristo. Entrambi sono alle prese con le persecuzioni del dragone, cioè di Satana, qui descritto con simboli del dominio. Il bimbo maschio, dato alla luce dalla Donna, è evidentemente il Messia, visto nella sua realtà storica.
In questo testo sia S.Agostino che S.Bernardo hanno visto nella Donna dell’Apocalisse il simbolo di Maria, come altri testi sacri che richiamano il mistero della Chiesa, possono essere applicati alla Vergine Maria, in quanto il vero mistero che la circonda, s’inserisce nel mistero della Chiesa e insieme lo illumina, come lo ha sottolineato il Concilio Vaticano II.

Salmo 44 - Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re stanno fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio,
dimentica il tuo popolo
e la casa di tuo padre.
Il re è invaghito della la tua bellezza.
E’ lui il tuo Signore: rendigli omaggio.

Dietro a lei le vergini sue compagne
Condotte in gioia ed esultanza;
guidate in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.

Questo salmo per essere compreso ha bisogno di una precisazione teologica. I re di dinastia davidica erano delle figure del futuro re, il Messia. Così il salmo guarda al futuro Messia mentre celebra le nozze di un re d’Israele. Le lodi che lo scriba presenta al re hanno come ultimo traguardo il Cristo.
Le nozze sono quelle tra Salomone e la figlia del re di Tiro. Non esiste nella storia biblica o extrabiblica una menzione di queste nozze, ma si sa che Davide e poi Salomone ebbero stretti contatti d’amicizia con il re di Tiro circa la costruzione del Tempio, e del resto nel salmo si parla di Tiro, e della “figlia del re”.
Il salmista è uno scriba che ha composto un poema di lode e lo recita davanti al re. Le sue lodi sono splendide, non protocollari, egli celebra nel re il futuro Messia. Tutte le nozze del re Salomone con la figlia del re di Tiro, diventano figura della azioni future del Messia e in questo senso pieno vanno lette.
Lo scriba è pieno di gioia, lodando il re sa di compiere un atto che termina nella lode a Dio.
Il re è detto “il più bello tra i figli dell’uomo”. Bello di una bellezza divina il Cristo. Sulle sue “labbra è diffusa la grazia”, cioè la parola sapiente, la giustizia nel governare, la promozione dell’osservanza alla Legge. “Dio ti ha benedetto per sempre”, perché non ritirerà mai il suo favore alla casa di Davide (2Sam 7,12).
Lo scriba invita il re, chiamato prode, a cingersi la spada al fianco per combattere i suoi nemici, che vogliono ostacolare il suo lottare (“cavalca”) per la causa “della verità, della mitezza e della giustizia”. Così Cristo avanzerà nel mondo per mezzo della verità - lui la Verità -, della mitezza e della giustizia. Egli colpirà alla fine i suoi nemici con la spada della sua condanna (Ps 2,9; Ap 19,15).
Lo scriba afferma che il trono del re dura per sempre, poiché esso è destinato al futuro Messia. Il re è chiamato Dio, perché fa le veci di Dio, ma sarà veramente Dio nel futuro Messia.
“Scettro di rettitudine è il tuo scettro regale”, dice lo scriba. "Di rettitudine" perché fondato sulla Legge, che ha per sostanza l’amore.
Egli, il re, è stato consacrato tale “con olio di letizia”, a preferenza dei suoi uguali, cioè dei suoi fratelli discendenti di Davide. Cristo sarà consacrato re per opera dello Spirito Santo nel Giordano, sarà lui consacrato re tra tutti i discendenti di Davide (Lc 1,32); egli che sarà riconosciuto per la fede nella sua realtà di Figlio di Dio.
Le vesti del re emanano profumi, secondo l’uso orientale. Il profumo indica l’amabilità della persona. C’è festa attorno a lui: “Da palazzi d’avorio ti rallegri il suono di strumenti a corda”. Palazzi d’avorio perché ricchi di mobili intarsiati d’avorio. E’ la festa per lui. E’ la celebrazione della grandezza che ha ricevuto da Dio. Cristo è ben degno che dalle regge dei re si innalzi la celebrazione della sua grandezza, che sorpassa all’infinito ogni grandezza (Cf. Fil 2,9).
Lo scriba fa menzione dell’harem del re, fatto di figlie di re, segno della influenza tra i popoli. I popoli si sono alleati con lui dando a lui le figlie dei re. Ma alla destra del re c’è la regina. Questa regina viene dai pagani. E’ la figlia del re di Tiro, ma è invitata a lasciare ogni ricordo del suo popolo e della sua casa. Così la Chiesa viene anche dai pagani. E i pagani porteranno al Cristo le loro ricchezze: “Gli abitanti di Tiro portano doni”. Mentre “i più ricchi del popolo (Israele)” cercano il favore del re.
Certo Israele si aprirà a Cristo e i più ricchi di dottrina in Israele cercheranno di essere graditi al Re dei re, e ne guarderanno il volto pronti ad obbedire alla sua parola.
La regina è presentata in tutto il suo splendore; è la donna che l’Apocalisse presenta avvolta nel sole (12,1).
Le “vergini, sue compagne”, che facevano corolla alla figlia del re di Tiro, entrano anch’esse nel palazzo regale, diventando partecipi della sua gioia.
Il salmista alla fine della sua composizione guarda decisamente al futuro Messia. Ai suoi padri, cioè ai capi delle dodici tribù d’Israele succederanno “i tuoi figli”, cioè i dodici apostoli, che saranno, nel loro essere a fondamento della Chiesa, capi di tutta la terra.
La grandezza, la gloria del Cristo sarà ricordata da tutte le generazioni; e tutti i popoli lo “loderanno in eterno, per sempre”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.
Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.
Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
E’ necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi
1Cor 15,20-27

Paolo scrisse intorno al 53 a.C., da Efeso, questa 1^ lettera ai Corinzi, che è considerata una delle più importanti dal punto di vista dottrinale. Vi si trovano infatti informazioni e decisioni su numerosi problemi cruciali del Cristianesimo primitivo, sia per la sua "vita interna": purezza dei costumi, svolgimento delle assemblee religiose e celebrazione dell'eucaristia, uso dei carismi, sia per i rapporti con il mondo pagano.
Nell’ultimo capitolo della lettera Paolo, rispondendo a problemi che gli avevano posto, affronta il tema della risurrezione finale dei credenti. Nella prima parte egli dimostra la sua tesi sulla risurrezione finale (vv. 1-34), nella seconda (vv. 35-53) ne illustra invece le modalità; egli conclude la sua esposizione con un inno di lode a Cristo vincitore della morte (vv. 54-58).
Il rifiuto della risurrezione dei credenti porterebbe all’assurdo di negare di conseguenza anche la risurrezione stessa di Cristo. Ma questo metterebbe in crisi la loro fede stessa perciò Paolo riafferma il punto centrale di questa fede:
”Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”
Per Paolo la risurrezione di Cristo è una primizia non solo perché precede la risurrezione di tutti i credenti, ma anche e soprattutto perché ne è il modello e la causa. Il concetto di “primizia” viene ulteriormente elaborato da Paolo alla luce della concezione biblica secondo cui i membri di un gruppo formano una sola cosa con colui che ne è il capo e che li rappresenta. Rifacendosi a questa concezione Paolo afferma in due frasi disposte in modo parallelo che, come la morte è originata da un uomo, altrettanto deve essere per la risurrezione; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo.
In quanto solidale con Adamo l’umanità fa fin d’ora l’esperienza della morte mentre la risurrezione dai morti invece per ora si è attuata solo in Cristo. La risurrezione finale dei credenti è dunque una conseguenza della comunione con Cristo, di cui la solidarietà in Adamo appare solo come una realtà negativa ormai passata.
A questo punto l’apostolo sente di dover fare una precisazione circa i tempi della salvezza. Egli afferma: “Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo”
Tra la risurrezione di Cristo, che è un evento già attuato, e quella dei credenti, che avrà luogo alla fine, c’è non solo una diversità di tempo, ma anche di “ordine”. Questa diversità proviene dal fatto che Cristo è la “primizia”: la Sua risurrezione prelude perciò a quella dei credenti, la quale però avrà luogo solo “alla sua venuta”, cioè al momento del Suo ritorno glorioso.
Nella seconda parte del brano Paolo collega strettamente il regno di Cristo con il regno di Dio, mettendo in luce il loro avvicendarsi nel piano della salvezza. Egli ritiene che con la risurrezione di Cristo abbia avuto inizio il Suo regno messianico, che deve durare fino alla fine, quando egli “consegnerà il regno a Dio Padre” e ciò non avverrà però prima che Egli abbia “ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza”. Paolo sottolinea espressamente che l’ultimo nemico ad essere annientato sarà proprio la morte, la cui sconfitta avrà luogo appunto mediante la risurrezione dei morti. Se Cristo non fosse capace di eliminarla, non sarebbe veramente il Signore nel quale la comunità professa la sua fede.
L’apostolo infine precisa (nel versetto successivo non riportato nel brano): “Quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche il Figlio sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” da questo “tutto” è escluso colui che gli ha sottomesso ogni cosa, cioè il Padre.
Nella prospettiva di Paolo l’attesa della risurrezione finale implica quindi la lotta, insieme con Cristo, contro tutte le realtà negative che condizionano la vita umana, quali l’ingiustizia, la violenza, lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
È proprio la speranza della risurrezione, in quanto implica una salvezza che abbraccia tutte le cose create, che spinge il credente a non chiudersi nel suo individualismo, ma ad impegnarsi affinché il mondo nuovo promesso da Gesù cominci ad apparire già ora nel corso della storia.

Dal vangelo secondo Luca
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! che devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio;
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”.
Maria rimase con lei circa tre mesi,poi tornò a casa sua.
Lc 1, 39-56

In questo brano Luca sembra dipingere a parole l’episodio della Visitazione, che è il mistero della comunicazione muta di due donne diverse per età, ambiente, caratteristiche.
Maria ha saputo dall’angelo che Elisabetta, “che tutti dicevano sterile” aspettava un bambino. A questa notizia ella decide immediatamente di recarsi da lei: “In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda”. La fretta con cui Maria intraprende questo viaggio rispecchia la sua fede e la sua completa disponibilità al piano divino. Per recarsi da Elisabetta Maria attraversa una delle regioni montagnose che circondano Gerusalemme e raggiunge una “città di Giuda” che la tradizione individua con il villaggio di Ein Karim, a 6 Km ad ovest di Gerusalemme.
“Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”
Con la discesa dello Spirito su Elisabetta si attua la promessa dell’angelo a Zaccaria: sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre (Lc 1,15). Per bocca di sua madre è lo stesso Giovanni che dà inizio al suo compito profetico di annunziare la venuta del Messia, infatti proprio sotto l’azione dello Spirito Elisabetta
esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”
La frase ispirata di Elisabetta è una duplice benedizione. Anzitutto ella dichiara Maria “benedetta tra le donne”, cioè dotata di una benedizione superiore a quella delle altre donne. E soggiunge: che devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.” Per la prima volta Gesù viene designato qui come “Signore” e ciò sotto l’influsso dello Spirito.
Infine Elisabetta conclude: E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Mentre Zaccaria non aveva avuto fede (Lc. 1,20), Maria ha creduto alla parola di Dio, come aveva fatto Abramo (Gen 15,6). La storia, guidata da Dio sotto il segno della Provvidenza, trova in lei il suo compimento. A queste parole il cuore di Maria si apre alla gioia ed ella rende grazie a Dio pronunziando un inno che, dalla parola iniziale nella traduzione latina, viene chiamato «Magnificat».
Nei primi versetti Maria dice:”L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.”Maria si rivolge a Dio come suo «salvatore» e gli esprime la sua esultanza e la sua lode per i benefici di cui l’ha colmata. Il primo motivo di questa esultanza consiste nel fatto che ha guardato l'umiltà della sua serva. cioè ha operato una scelta preferendo proprio colei che, per la sua “umiltà” può essere paragonata a una serva. E come serva si era già dichiarata Maria nella risposta all’angelo nell’evento dell’annunciazione
In questo brano Luca sembra dipingere a parole l’episodio della Visitazione, che è il mistero della comunicazione muta di due donne diverse per età, ambiente, caratteristiche.
Maria ha saputo dall’angelo che Elisabetta, “che tutti dicevano sterile” aspettava un bambino. A questa notizia ella decide immediatamente di recarsi da lei: “In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda”. La fretta con cui Maria intraprende questo viaggio rispecchia la sua fede e la sua completa disponibilità al piano divino. Per recarsi da Elisabetta Maria attraversa una delle regioni montagnose che circondano Gerusalemme e raggiunge una “città di Giuda” che la tradizione individua con il villaggio di Ein Karim, a 6 Km ad ovest di Gerusalemme.
“Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”
Con la discesa dello Spirito su Elisabetta si attua la promessa dell’angelo a Zaccaria: sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre (Lc 1,15). Per bocca di sua madre è lo stesso Giovanni che dà inizio al suo compito profetico di annunziare la venuta del Messia, infatti proprio sotto l’azione dello Spirito Elisabetta
esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”
La frase ispirata di Elisabetta è una duplice benedizione. Anzitutto ella dichiara Maria “benedetta tra le donne”, cioè dotata di una benedizione superiore a quella delle altre donne. E soggiunge: che devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.” Per la prima volta Gesù viene designato qui come “Signore” e ciò sotto l’influsso dello Spirito.
Infine Elisabetta conclude: E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Mentre Zaccaria non aveva avuto fede (Lc. 1,20), Maria ha creduto alla parola di Dio, come aveva fatto Abramo (Gen 15,6). La storia, guidata da Dio sotto il segno della Provvidenza, trova in lei il suo compimento. A queste parole il cuore di Maria si apre alla gioia ed ella rende grazie a Dio pronunziando un inno che, dalla parola iniziale nella traduzione latina, viene chiamato «Magnificat».
Nei primi versetti Maria dice:”L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.”Maria si rivolge a Dio come suo «salvatore» e gli esprime la sua esultanza e la sua lode per i benefici di cui l’ha colmata. Il primo motivo di questa esultanza consiste nel fatto che ha guardato l'umiltà della sua serva. cioè ha operato una scelta preferendo proprio colei che, per la sua “umiltà” può essere paragonata a una serva. E come serva si era già dichiarata Maria nella risposta all’angelo nell’evento dell’annunciazione

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“Nell’odierna solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il santo popolo fedele di Dio esprime con gioia la sua venerazione per la Vergine Madre. Lo fa nella comune liturgia e anche con mille differenti forme di pietà; e così si avvera la profezia di Maria stessa: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata» . Perché il Signore ha innalzato l’umile sua serva. L’assunzione in cielo, in anima e corpo, è un privilegio divino accordato alla Santa Madre di Dio per la sua particolare unione con Gesù. Si tratta di una unione corporale e spirituale, iniziata dall’Annunciazione e maturata in tutta la vita di Maria attraverso la sua partecipazione singolare al mistero del Figlio. Maria sempre andava con il Figlio: andava dietro a Gesù e per questo noi diciamo che è stata la prima discepola.
L’esistenza della Madonna si è svolta come quella di una comune donna del suo tempo: pregava, gestiva la famiglia e la casa, frequentava la sinagoga... Ma ogni azione quotidiana era sempre compiuta da lei in unione totale con Gesù. E sul Calvario questa unione ha raggiunto l’apice, nell’amore, nella compassione e nella sofferenza del cuore. Per questo Dio le ha donato una partecipazione piena anche alla risurrezione di Gesù. Il corpo della Santa Madre è stato preservato dalla corruzione, come quello del Figlio.
La Chiesa oggi ci invita a contemplare questo mistero: esso ci mostra che Dio vuole salvare l’uomo intero, cioè salvare anima e corpo. Gesù è risorto con il corpo che aveva assunto da Maria; ed è asceso al Padre con la sua umanità trasfigurata. Con il corpo, un corpo come il nostro, ma trasfigurato. L’assunzione di Maria, creatura umana, ci dà la conferma di quale sarà il nostro destino glorioso. Già i filosofi greci avevano capito che l’anima dell’uomo è destinata alla felicità dopo la morte. Tuttavia, essi disprezzavano il corpo – considerato prigione dell’anima – e non concepivano che Dio avesse disposto che anche il corpo dell’uomo fosse unito all’anima nella beatitudine celeste. Il nostro corpo, trasfigurato, sarà lì. Questo – la «risurrezione della carne» – è un elemento proprio della rivelazione cristiana, un cardine della nostra fede.
La realtà stupenda dell’Assunzione di Maria manifesta e conferma l’unità della persona umana e ci ricorda che siamo chiamati a servire e glorificare Dio con tutto il nostro essere, anima e corpo. Servire Dio soltanto con il corpo sarebbe un’azione da schiavi; servirlo soltanto con l’anima sarebbe in contrasto con la nostra natura umana. Un grande padre della Chiesa, verso gli anni 220, Sant’Ireneo, afferma che «la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio» (Contro le eresie, IV, 20, 7). Se avremo vissuto così, nel gioioso servizio a Dio, che si esprime anche in un generoso servizio ai fratelli, il nostro destino, nel giorno della risurrezione, sarà simile a quello della nostra Madre celeste. Ci sarà dato, allora, di realizzare pienamente l’esortazione dell’apostolo Paolo: «Glorificate Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6,20), e lo glorificheremo per sempre in cielo.
Preghiamo Maria perché, con la sua materna intercessione, ci aiuti a vivere il nostro cammino quotidiano nella speranza operosa di poterla raggiungere un giorno, con tutti i Santi e i nostri cari, tutti in paradiso.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 15 agosto 2018

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci invitano a riflettere sulla dimensione dell’attesa che è parte costitutiva ed essenziale della vita cristiana. Nell’attesa del Signore dobbiamo evitare la frenesia del fare e la freddezza dell’attesa. Il Signore ci invita alla vigilanza attiva facendo il bene in ogni luogo ed in ogni occasione che ci si presenta.
La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, fa memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto, e ricorda le promesse fatte da Dio ai Padri. In forza di questa fede nella parola di Dio i figli di Israele vivono nella sicurezza e nella speranza della salvezza
La seconda lettura, tratta dalla lettera Ebrei, presenta la fede modellata dai patriarchi antichi. “La fede” – sottolinea l’autore – “è fondamento delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono”. La fede dà dunque una grande sicurezza che l’uomo acquisisce attraverso il tentativo di conoscere “le cose che non si vedono” e il tentativo di realizzare “le cose che si sperano” .
Nel Vangelo di Luca, Gesù completa l’insegnamento sulla condotta del cristiano nei confronti dei beni di questo mondo. Le parole di Gesù su questo tema sono in un primo tempo generali e valevoli per tutti i discepoli: ignorando il tempo della venuta del Signore, il discepolo deve tenersi sempre pronto. Ma l’intervento del solerte Pietro, fa si che il Signore applichi i principi enunciati alla condizione di coloro che sono i capi della comunità. A costoro che hanno ricevuto di più Dio richiederà di più nel giorno del giudizio.
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Dal libro della Sapienza
La notte [della liberazione]
fu preannunciata ai nostri padri,
perché avessero coraggio,
sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
Il tuo popolo infatti era in attesa
della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari,
così glorificasti noi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto
e si imposero, concordi, questa legge divina:
di condividere allo stesso modo
successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.
Sap 18, 6-9

Il Libro della Sapienza è stato utilizzato dai Padri fin dal II secolo d.C. e, nonostante esitazioni e alcune opposizioni, è stato riconosciuto come ispirato allo stesso titolo dei libri del canone ebraico. E’ stato scritto in greco, caso unico in tutto l’Antico Testamento, ad Alessandria d’Egitto tra il 20 a.C. e il 38 d.C. probabilmente da Filone o da un suo discepolo. Si presenta come opera di Salomone (in greco infatti il testo si intitola “Sapienza di Salomone”) ed è composto da 19 capitoli.
L'autore si esprime come un re e si rivolge ai re come suoi pari. Si tratta però di un espediente letterario, per mettere questo scritto, come del resto il Qoelet o il Cantico dei Cantici, sotto il nome di Salomone il più grande saggio d’Israele.
L’autore in questa opera si preoccupa di insegnare la vera sapienza, quella necessaria per condurre una vita retta, non quella scienza che si può acquistare vivendo e pensando, ma una sapienza che viene da Dio. Ogni sapienza divina, di fatto, ha rivelato, guidando magistralmente la storia del popolo eletto, che la vera felicità appartiene agli amici di Dio. In altre parole, non scoprono il senso della vita se non coloro cui il Signore lo rivela.
L’Autore stimolato dall’ambiente circostante, ci dona un primo abbozzo di filosofia religiosa che s’unisce a una bella meditazione di fede cui la liturgia si è spesso ispirata. All’incrocio dell’Antica Alleanza e dell’ellenismo si può affermare che il libro della Sapienza prepara Giudei e Greci alla venuta di Gesù Cristo.
In questo brano l’autore richiama il preannunzio della Pasqua fatto ai patriarchi: “Quella notte fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”.
Con queste parole egli interpreta la notte pasquale come il compimento di una parola già annunciata ai patriarchi (Gn 15,13-14). Alle promesse fatte ai patriarchi fa riscontro l'attesa del popolo: “Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”.
L’attesa dunque è duplice: della salvezza per i giusti e della rovina per i nemici. Sullo sfondo vi è già l'evento pasquale, che riguarda non più l'epoca patriarcale, bensì l’ultimo tempo del soggiorno in Egitto.
L’autore definisce gli israeliti come “tuo popolo” e “giusti”. Nel linguaggio biblico “popolo” è un appellativo quasi esclusivo di Israele, ma ciò che lo determina è lo stretto rapporto con Dio. È in questa particolare relazione con Dio che Israele in quanto popolo nasce, è qualificato e trova la sua vera identità. L'appellativo “i giusti” a partire da Sap 10,20 fino alla fine si riferisce sempre a Israele, ma si tratta di un Israele ideale, sistematicamente contrapposto agli egiziani e si identifica storicamente con la figura del giusto dei primi capitoli del libro. È questo popolo che, nonostante la persecuzione, Dio glorifica, cioè lo conduce al successo. Infine la chiamata e la glorificazione di Israele sono ulteriormente precisate nella descrizione della celebrazione pasquale: “I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri”.
L’autore rilegge dunque la Pasqua alla luce dell'alleanza, facendola diventare il momento dell'unità, dove attorno all‘alleanza e alla circoncisione il popolo ritrova la sua vera identità.
In questo brano la storia di Israele, da Abramo fino ai tempi dell’autore, viene riletta in chiave di salvezza, cioè come frutto di un intervento costante di Dio che si manifesta soprattutto nella celebrazione pasquale. Questa era stata promessa ai patriarchi, si è realizzata nel contesto dell’esodo e continua ad essere celebrata come espressione di un dono divino. Nella Pasqua Dio si mostra sempre disponibile a intervenire in favore del Suo popolo, glorificandolo e chiamandolo a sé. L’intervento divino comporta la punizione dei suoi avversari, ma questa non rappresenta lo scopo dell’iniziativa divina: essa è semplicemente l’altra faccia della medaglia, cioè la conseguenza non voluta della salvezza donata a Israele. La fede di questo popolo consiste dunque nella certezza che Dio non lo abbandona mai, nonostante le dolorose traversie della storia.

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Il salmo comincia con un’esortazione alla gioia. Infatti la tentazione della tristezza è sottile, porta l’anima a stancarsi nel perseverare nel bene e, alla fine, a rivolgersi al male come fonte sicura di consolazioni.
La tristezza non s’accompagna con la lode, ma con la lamentosità, e dunque bisogna mantenersi nella gioia per lodare il Signore, e del resto lodare il Signore mantiene nella gioia, quella vera, che non è euforia, ma realtà dell’amore.
Il salmista esorta ad allontanarsi dalla tristezza accompagnando la lode con la cetra, con l’arpa a dieci corde. La lode sia canto. Canto che nasce dall’amore, dal cuore, da un cuore puro. Non canto di bella voce, ma canto di bel cuore. “Cantate un canto nuovo”, esorta il salmista; il che vuol dire che il canto sia nuovo nell’amore. Si potranno usare le stesse parole, ma il canto sarà sempre nuovo se avrà la novità dell’amore. Non c’è atto d’amore che non possa dirsi nuovo se fatto con tutto il cuore.
“Con arte”, bisogna suonare, nell’esultanza e non nell’esaltazione.
Il salmista dice il perché della lode a Dio; perché “retta è la parola del Signore”, cioè non mente, costruisce, guida, dà luce, dà pace e gioia. E ogni opera sua è segnata dalla fedeltà all’alleanza che egli ha stabilito col suo popolo.
Egli ama il diritto e la giustizia, cioè la pace tra gli uomini, la comunione della carità, il rispetto dei diritti dell’uomo.
Egli ha creato le cose come dono all’uomo, per cui ogni cosa ha una ragione d’amore: “dell'amore del Signore è piena la terra”.
La creazione procede dal suo volere, dalla sua Parola. Tutte le cose sono state create con un semplice palpito del suo volere.
Le stelle, che nella volta celeste si muovono (moto relativo al nostro punto di vista) come schiere. Le acque del mare sono ferme come dentro un otre: esse non possono dilagare sulla terra. Nelle cavità profonde della terra ha confinato parimenti le acque abissali, che sfociano in superficie nelle sorgenti. Esse sono chiuse (“chiude in riserve gli abissi ”), e non diromperanno sulla terra unendosi a quelle dei mari e del cielo per sommergere la terra (Cf. Gn 1,6-10; 7,11).
Il salmista proclama il suo amore a Dio a tutta la terra, invitando tutti gli uomini a temere Dio, cioè a temere di offenderlo perché egli è infinitamente amabile. Gli abitanti del mondo tremino davanti a lui, perché misericordioso, ma è anche giusto giudice e non lascia impunito chi si ribella a lui. Egli è l’Onnipotente perché: “parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto”.
I popoli, le nazioni, che vogliono costruirsi senza di lui non avranno che sconfitta. I loro progetti sono vani, non avranno successo. Al contrario il disegno salvifico ed elevante del Signore rimane per sempre. Nessuno lo può arrestare. Esso procede dal suo cuore, cioè dal suo amore - “i progetti del suo cuore” - e rimane per sempre, per tutte le generazioni.
Il salmista poi celebra Israele; il nuovo Israele, quello che ha come capo Cristo, e del quale Israele un giorno farà parte (Rm 11,15).
Nessuno sfugge allo sguardo del Signore: “guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini”. E lui sa ben vedere il cuore dell’uomo poiché lui l’ha creato, e sa “comprendere tutte le sue opere”, perché sa vedere il merito o il demerito sulla base dell’adesione all’orientamento al bene del cuore, e alla grazia che egli dona.
La sua grazia è la forza dell’uomo nelle situazioni di difficoltà. L’uomo non deve credere di salvarsi dalle catastrofi sociali perché possiede cavalli, ma deve rivolgersi a Dio, che può “liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Il salmista, unito ai giusti, esprime una dolce professione di fede in Dio, una dolce speranza in lui: “L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo”; conclude poi con un’ardente invocazione: “Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
Eb 11,1-2, 8-19

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute. Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica .
Nella prima parte della lettera si descrive il ruolo di Cristo nel piano di Dio (1,5 - 2,18) e nella seconda parte si presenta Gesù come sommo sacerdote (3,1 - 5,10). La salvezza da lui portata è delineata nella parte centrale della lettera (5,11 - 10,39) e dopo (11,1 - 12,13), l’autore affronta il tema della risposta che la comunità deve dare a questa salvezza. Questa risposta consiste essenzialmente nella fede perseverante, mediante la quale si ha accesso ai beni che il sacrificio di Cristo ha acquistati.
In questo brano l’autore inizia con un’affermazione solenne:
La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.
In questa espressione la fede è presentata come la certezza di ottenere un giorno quelle realtà che, proprio perché non si vedono, sono oggetto di speranza. In altre parole l’autore intende affermare che il credente è colui che non si ferma alle realtà visibili e materiali, ma si orienta con piena fiducia verso beni futuri (trascendenti), non ancora visibili ma attestati dalla parola di Dio e quindi sicuramente disponibili.
Nella parte che il brano liturgico non riporta, l’autore ricorda i nomi di patriarchi pre-abramitici poi presenta; Abramo, Sara, Isacco e Giacobbe. L’esperienza di Abramo mostra chiaramente che la fede, vissuta come apertura a un futuro che Dio promette, consiste in un rapporto personale con Lui, in forza del quale è possibile superare la precarietà e la miseria di una vita segnata inesorabilmente dalla morte.
È così che Abramo. proprio per aver accettato per fede la morte del figlio, ottiene una specie di risurrezione anticipata, che troverà compimento nella risurrezione di Cristo e di coloro che crederanno in Lui. La fede dei patriarchi è quindi solo una prefigurazione della fede di cui godono i credenti in Cristo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Lc 12, 32-48

Questo brano fa ancora parte dell’ampio discorso di Gesù sulla fiducia in Dio. Dopo la parabola del ricco stolto e l'invito ad arricchire davanti a Dio, il lungo brano di oggi si divide in due parti. La prima prosegue e conclude il discorso sul distacco dai beni terreni, iniziato nel vangelo della scorsa domenica, e ribadisce che per il cristiano Dio deve avere il primato su tutto. La seconda parte verte su un tema tipico della tradizione cristiana e di Luca: la vigilanza.
Luca scrive il suo vangelo in un momento in cui la venuta in gloria del Signore Gesù, ritenuta imminente nei primi tempi della comunità cristiana, risulta sempre più lontana, con il conseguente rischio di un affievolimento dell'attesa o addirittura della dimenticanza. Ebbene – come viene detto attraverso le tre parabole del brano dette appunto "della vigilanza" - occorre essere sempre all'erta, pronti, come se il Signore potesse sopraggiungere da un momento all'altro.
L'introduzione del brano è ricca di tenerezza: Gesù invita a non temere, chiamando i suoi amici "piccolo gregge". Gesù si rivolge ad un gregge piccolo ma illuminato e sostenuto dallo Spirito, e usa immagini un po' distanti, che non indicano un'attesa positiva: il servo che attende il padrone; la casa che attende il ladro. Colpisce subito l’immagine del padrone che parte e affida la sua casa ai servi dimostrando di non avere sospetti e di avere piena fiducia in loro. Dio è come questo padrone che ha un cuore colmo di amore e ci affida la casa, le persone, il mondo. Dio non smetterà mai di avere fede nell'uomo e Gesù commenta: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli….”
Non è certo facile stare svegli, non è un fatto dovuto e tanto meno un obbligo. Quell'attesa fino all'alba però ha il potere di emozionare e sorprendere Dio. Genera infatti in Lui una reazione quasi esagerata, sorprendente, perché accade l'impensabile: Dio da padrone diventa servitore.. è Gesù che lo dice “in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.”
Possiamo perciò con questo dedurre che Dio non è il Padrone dei padroni, bensì è il servitore della vita.
Con una domanda Pietro interrompe la serie delle parabole: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Pietro, sembra pensare ancora a qualche privilegio, avendo abbandonato ogni cosa per andare con Gesù (Mt 19,27). Gesù aiuta a maturare la coscienza di Pietro rispondendo indirettamente con la parabola del “buon amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito” e continua affermando “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così” .
Con l’intervento di Pietro, portavoce degli apostoli e rappresentante dell'autorità ecclesiale, Luca vuole chiarire chi siano i destinatari dell'insegnamento della parabola: sono tutti i credenti, ma in modo speciale i responsabili della comunità ai quali Luca dedica la parabola dell’amministratore fedele che rappresenta tutti i capi delle comunità.
A costoro che hanno ricevuto di più, Gesù dice: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”. Ossia Dio chiederà molto a colui a cui ha dato molto, perché i carismi ricevuti sono doni da tenere per sé, ma da amministrare a favore degli altri.
“Alla fine della vita”, dice S. Giovanni della Croce, “saremo giudicati sull'amore” . Sono queste parole che ci fanno comprendere meglio il desiderio di Dio: Egli ci dà molto, perché potremo essere in grado di portare molto frutto, un frutto che rimanga.
Il primo frutto che il Signore attende da noi è la conversione, è il compiere opere di giustizia.
Nell’Apocalisse, nelle Lettere alle Chiese, le prime parole che Egli rivolge a ognuna di esse sono: “Conosco le tue opere”. Non dice: “Conosco il tuo cuore”, perché ci sono molti che si professano credenti, ma conducono poi una vita apparentemente onesta, ma falsa, e sono anche in grado di dichiarare: “la mia coscienza è apposto” e chiamano Dio come testimone concludendo: “Dio conosce il mio cuore”.
Ora Dio guarda sì il nostro cuore, le nostre intenzioni, ma guarda anche le nostre opere!

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“Nell’odierna pagina del Vangelo, Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma». E’ un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.
L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» : è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.
La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli. La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 7 agosto 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica sono quanto mai attuali perchè contribuiscono a dimensionare i nostri problemi, proponendoci valori più alti che danno più senso e significato alla vita.
La prima lettura, tratta dal libro del Qoelet, riporta i versetti celeberrimi che tutti ad orecchio conoscono “Vanità delle Vanità…tutto è vanità”. Le cose della terra non danno sicurezza, sfumano in un attimo, ed è vano, alla luce della fede contare su di esse.
Nella seconda lettura, San Paolo continuando la sua lettera ai Colossesi, ci ricorda che nel battesimo è avvenuta in noi una profonda trasformazione: il modo di vivere che abbiamo “rivestito” è quello stesso di Cristo e pertanto dobbiamo rivolgerci alle “cose di lassù”. Non possiamo tornare a vivere da idolatri, assolutizzando i beni di questo mondo.
Nel Vangelo, Luca racconta di come Gesù, per far comprendere come le ricchezze siano passeggere, racconta la parabola del ricco stolto, che dopo un abbondante raccolto, si preoccupava solo di come doveva conservarlo. Il possesso dei beni terreni è in realtà illusorio: perchè ci si illude di possederli, ma in fondo non si possiedono ed è la morte che rivela in modo evidente questa verità. Gesù non vuole inculcare in chi lo ascolta il timore di una morte improvvisa, ma indicare che il fondamento sicuro dell’esistenza è Dio solo. In Lui acquista significato anche l’uso delle cose, per se stesse buone se non saranno più strumento di divisione, ma di comunione. L’uomo non le deve tenere egoisticamente per sé, ma trasformale in “mezzi” d’amore.

Dal libro del Qoèlet
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.
Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!
Qo 1,2; 2,21-23

Il libro del Qoèlet, o Ecclesiaste è stato scritto in ebraico intorno al 250 a.C , quando la Palestina, sottomessa ai Tolomei (successori di Alessandro Magno) cominciava a sentire l’influsso ellenistico. La presentazione che porta la firma di Salomone, è solo un espediente letterario per dare più valore al testo, che è stato scritto da un pio giudeo, rimasto anonimo, che riporta le parole di un saggio. (Qoèlet vuol dire uomo che ha da dire una parola forte come predicatore, oratore sapiente) Il discorso di Qoèlet è di volta in volta solenne, travolgente, intimo, confidenziale, vivace, calmo, propenso a sintetizzare il pensiero in un proverbio, in un detto. Il libro presenta un Salomone disilluso nelle sue molte esperienze di ricerca della felicità, ma pur vincente, pronto a dire parole che hanno il sapore di una consegna del meglio di sé.
Lo scopo generale del libro è stato quello di aiutare gli Israeliti a non lasciarsi afferrare dal benessere proposto dalla cultura ellenistica in cui si trovavano al tempo del dominio dei Tolomei.
Il libro ha avuto anche lo scopo di non far guardare con nostalgia al tempo in cui Israele era politicamente grande con Salomone, perché Salomone afferma che il nucleo della pace, del godere giustamente delle cose presenti, sta nel vivere alla presenza di Dio, a cui seguirà la ricompensa eterna nell’aldilà.
La frase iniziale del brano è quella in cui si compendia tutta la riflessione dell’autore: “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità” Essa è una dichiarazione di principio: tutto è “vanità” e questo termine significa propriamente “vapore, che si disperde nell’aria”, “alito” e designa qualcosa di vuoto, effimero, senza consistenza. Qui l’autore dice per la prima volta, il suo nome, Qoèlet, che riappare altre sei volte nel seguito del libro (1,2.12; 7,27; 12,8.9.10) . Dopo aver affermato di essere giunto al punto di disperare in cuor suo per tutta la fatica che aveva sostenuto sotto il sole, ne dà questo motivo: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male". Se uno si impegna a fondo nella vita, può ottenere dei buoni risultati in campo materiale, ma alla morte, tutto quello che ha accumulato non gli serve più, anzi deve lasciarlo magari a uno che invece non ha saputo impegnarsi nella vita e non ha messo da parte nulla. L’autore aggiunge ancora un’altra sua considerazione: Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! Anche durante la sua vita, l’uomo paga il suo successo in campo economico con preoccupazioni e affanni, al punto tale che perde persino la possibilità di riposare nella notte.
Qoèlet conclude che anche questo è una grande vanità, perché sacrifica per le cose materiali quel poco di piacere che potrebbe avere in questa vita.
L’insegnamento di Qoèlet è concreto; si svolge, come in questo brano, a considerare le situazioni della vita. L’autore può sembrare, ad un osservatore poco attento, un pessimista, ma non è affatto così; è solo uno che è alla continua ricerca e meditazione su ciò che lo circonda.
Il libro contribuì certamente a mantenere aperti gli Israeliti all’attesa messianica, intesa come attesa di Colui che avrebbe portato luce dall’alto.
Questo libro è importante anche per noi cristiani per non finire, sottoposti alle tante pressioni del mondo di oggi e a correre dietro al vento... Ci ricorda le cose terrene, ci fa percepire il loro limite, e invitandoci al distacco da esse, prepara in un certo senso la via ai “beati i poveri” del vangelo.

Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Il salmo illustra la condizione precaria della vita dell'uomo esposta alle sofferenze del quotidiano unitamente a quelle dei rivolgimenti storici causati per le lotte di potere. Il salmista procede con un tono sapienziale, rischiarato dalla consapevolezza della brevità dei giorni dell'uomo. Questa consapevolezza è tanto importante che egli la invoca per tutti gli uomini: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.
La composizione del salmo molto probabilmente è avvenuta nel tempo di pace relativa quando Antioco V ridiede la libertà religiosa ad Israele (163 a.C.).
Il salmista si rivolge a Dio come rifugio di Israele. Rifugio certo, perché Dio non è una creazione dell'uomo, egli, infatti, da sempre esiste: “Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, o Dio”; "Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato".
Il salmista ha il vivo ricordo di tracotanti superbi entrati nel tempio di Gerusalemme credendo di affermarsi su Dio: Tolomeo III e Tolomeo IV erano entrati nel tempio offrendo sacrifici ai loro dei (ca. 220-221 a.C.); Antioco IV Epifane lo saccheggiò e vi fece sacrifici a Giove (ca. 169-167 a.C).
Ma l'uomo è un nulla di fronte a Dio, che per l'antico peccato lo fa ritornare polvere (Gn 3,19): “Tu fai ritornare l'uomo in polvere”. L'ira di Dio travolge i superbi: “Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l'erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca”; “Sì, siamo distrutti dalla tua ira”; “Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera”.
L'ira di Dio è rivolta a portare l'uomo al ravvedimento. E' saggezza sapere che la collera di Dio non è una finta, ma una realtà dura che incombe sui ribelli. E' saggezza temere la collera di Dio e non sfidarla, come già fece il faraone (Es 9,30): “Chi conosce l'impeto della tua ira e, nel timore di te, la tua collera?”.
Il salmista si colloca tra tutti gli uomini, ma anche presenta fin dall'inizio la sua appartenenza ad Israele: “Signore, tu sei stato per noi un rifugio...”; e per Israele invoca pace e gioia dopo giorni e anni di afflizione: “Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!...Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti".
Commento di P.Paolo Berti .

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Colossési
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.
Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
Col 3,1-5, 9-11

Paolo, continuando la sua lettera ai Colossesi, dopo aver chiarito il vero senso del battesimo, in questo brano passa a considerarlo nella realtà della vita di ogni giorno. Per l’apostolo l’etica del cristiano non è altro che coerenza alla nuova realtà presente in lui per la solidarietà con la vita del risorto, afferma infatti: se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio.
L’esistenza del cristiano qui in terra ha già in sé un tocco misterioso e divino: è, infatti, già comunione ineffabile con il Cristo glorioso e, attraverso Lui, con il Padre infatti afferma: …la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.“ Paolo ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta, e sottolinea che solo quando egli verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anch’essi parteciperanno alla Sua gloria.
Nonostante siano già morti e risuscitati con Cristo, i credenti devono ancora portare a termine il loro passaggio attraverso la morte, senza del quale non possono ottenere pienamente la nuova vita in Cristo.
Paolo poi ammonisce: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria …”
Quaggiù sulla terra tutto questo ora non appare e rimane celato ai nostri occhi umani perchè viviamo il già e il non ancora. Sarà la parusia a svelare un giorno, nel giorno di Cristo Gesù, la portata arcana che la vita dei cristiani aveva già in questo mondo.
Negli ultimi versetti riportati in questo brano. Paolo ricorda che ci siamo svestiti dell’uomo vecchio con tutti i suoi errori, e ora viviamo rivestiti dell’uomo nuovo, che si rinnova continuamente per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
Questo stato però non è raggiunto una volta per tutte, ma deve continuamente essere ricercato, puntando a una conoscenza sempre più approfondita di Dio per diventare simili a lui. La vita cristiana si distingue dunque per il suo dinamismo interno, che porta ad approfondire sempre più il rapporto con Dio.
Questa crescita nella fede ha una conseguenza comunitaria: Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
Nella comunità, l’ideale da raggiungere è l’unità, che presuppone la rimozione di tutte le barriere che dividono le persone in vista di una vera uguaglianza. Questa unità sarà un giorno la particolarità dell’umanità rinnovata. Essa però deve essere anticipata nella vita della comunità, che diventa così un segno efficace della potenza di Dio che opera nella storia umana.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Lc 12, 13-21

Questo brano tratto dal Vangelo di Luca fa parte della lunga descrizione del viaggio di Gesù, dalla Galilea fino a Gerusalemme, in cui l’evangelista mette la maggior parte delle informazioni che è riuscito a raccogliere su Gesù e che non si trovano negli altri vangeli.
Il brano inizia riportando una richiesta che uno della folla fa a Gesù: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Il problema è attuale anche oggi, la distribuzione dell’eredità tra i familiari sopravissuti è una questione delicata e, molte volte, è occasione di dispute e di tensioni interminabili. C’è da tener presente però che a quel tempo, l’eredità aveva anche a che fare con l’identità delle persone (1 Re 21,1-3) e con la sopravvivenza (Nm 27,1-11). Il problema maggiore era la distribuzione delle terre tra i figli del defunto padre. Con una famiglia grande, c’era il pericolo che l’eredità si dividesse in piccoli pezzi di terra che non avrebbero più potuto garantire la sopravvivenza di tutti. Per questo, onde evitare il disfacimento dell’eredità e mantenere vivo il nome della famiglia, il primogenito riceveva il doppio degli altri figli (Dt 21,17). Gesù risponde: ”O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Rifiutando così il ruolo di mediatore e li ammonisce dicendo: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
La cupidigia, l'accumulo dei beni materiali, l'eredità, la fama, il potere, non entrano nella scala dei valori di Gesù, poiché, quando il guadagno occupa il cuore, l’uomo non sa come distribuire l’eredità con equità e con pace. Poi Gesù racconta una parabola per aiutare le persone a riflettere sul senso della vita:
“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?”
L’uomo ricco appare davvero ossessionato per suoi beni che erano aumentati improvvisamente per il raccolto abbondante. Pensa solo a costruire magazzini più grandi per raccogliere “tutto il grano e i suoi beni”. Non è la prima volta che nel Vangelo ritroviamo qualcuno che “ragiona tra sé”. Spesso capita se avanziamo la pretesa di essere nel giusto anche dinanzi a Dio. Il ragionare tra sé non porta alla condivisione del cuore, ma a trasformare la benedizione in maledizione: il dono di Dio, la Sua benedizione diviene qui strumento di morte. Quest’uomo è stato fortunato e, nella sua fortuna, ha scelto la solitudine, la crescita del proprio io.
“ Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”.
Questo ricco si stava preparando un comodo programma di vita, ma evidentemente privo di amore!
La parabola del ricco “stolto” condanna proprio questo assurdo comportamento; egli ricorda che i beni, lungamente agognati, non liberano dalla morte, ma addirittura compromettono la vita perché privano della tranquillità e soprattutto impoveriscono il cuore impedendogli di aprirsi verso gli altri nella carità e nell’amore.
Gesù continua commentando: “Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”.
Il Signore lo definisce “stolto” perché quest’uomo non ha capito la vita perché non l’ha vissuta. In realtà quello che lui ha vissuto è un suo sogno personale, la realtà della vita non l’ha certo compresa e non l’ha accettata giustamente. Perché la vita dell’uomo non si fonda sull’avere, non si riduce all’avere, ma è dono da accogliere con riconoscenza e con gioia nella grazia del Signore.
Il protagonista della parabola era così impegnato a farsi ricco che non ha avuto né il tempo né l’energia per arricchire davanti a Dio. Questo ricco della parabola si è illuso di aumentare i suoi guadagni e non si è accorto di ciò che stava perdendo.
“Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.
Gesù chiarisce questo concetto poco dopo, nello stesso Vangelo di Luca: " fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.(Lc 12, 33-34).
Il pensiero della morte, inevitabile per tutti, poveri e ricchi, è importante per scoprire il vero senso della vita. Rende tutto relativo, poiché mostra ciò che perisce e ciò che rimane.
Chi cerca solo di avere e dimentica l’essere, perde tutto nell’ora della morte. Quest'uomo ricco aveva dimenticato l'essenziale: nessuno è padrone della propria vita come dei propri beni, perché, pensiamoci bene, tutto ci è stato dato in prestito, tutto, e per prima cosa la vita che dobbiamo restituire, a Chi ce l’ha donata con tanto di interessi!
Ci dobbiamo rendere conto che la felicità non sta nel possesso dei beni, ma di mettere a frutto ciò che abbiamo su questa terra, finché ci stiamo, amando Dio e il nostro prossimo come noi stessi.

 

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“Il Vangelo di questa domenica ci richiama l’assurdità di basare la propria felicità sull’avere. Il ricco dice a se stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni…riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli dice: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai accumulato, di chi sarà? (cfr Lc 12,19-20).
Cari fratelli e sorelle, la vera ricchezza è l’amore di Dio condiviso con i fratelli. Quell’amore che viene da Dio e fa che noi lo condividiamo tra noi e ci aiutiamo tra noi. Chi ne fa esperienza non teme la morte, e riceve la pace del cuore. Affidiamo questa intenzione, l’intenzione di ricevere l’amore di Dio e condividerlo con i fratelli, all’intercessione della Vergine Maria.”

Papa Francesco Angelus 4 agosto 2013

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci aiutano a comprendere quanto sia forte il potere della preghiera che è il dono più grande che ci è stato dato. La preghiera è un colloquio tra l’uomo e Dio e non sempre ha bisogno di parole, perché non bisogna confondere la preghiera con le preghiere: l’incontro con Dio può avvenire anche nel più completo silenzio.
La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci riporta lo stupendo dialogo tra Dio e Abramo che implora la salvezza di Sòdoma e Gomorra, in un crescendo di ardite richieste: si cercano i giusti per salvare i peccatori.
Nella seconda lettura, San Paolo nella sua lettera ai Colossesi, afferma che Gesù Cristo, con la sua morte e risurrezione ci ha liberato dal peso dei nostri peccati e con Lui siamo diventati nuove creature
Nel Vangelo, Luca introduce come sfondo una richiesta avanzata da un discepolo che chiede a Gesù di insegnare loro a pregare. La preghiera del Padre nostro che Gesù propone chiarisce molto bene che si prega non solo per noi stessi, ma per il prossimo e nella misura che noi perdoniamo agli altri saremo perdonati. Poi Gesù racconta due parabole per esemplificare la fiducia totale che l’orante deve avere nei confronti di Dio Padre. Dio non è un estraneo indifferente, a Lui ci si può rivolgere con l’audacia e la serenità che si ha con una persona amata, avendo la certezza che nessuno può amarci più di Lui.

Dal libro della Genesi
In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».
Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».
Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
Gn 18,20-32

Questo brano è il proseguimento della scena di domenica scorsa in cui dopo la bella ospitalità che Abramo aveva offerto ai suoi ospiti, la promessa di un figlio era divenuta certa: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Nel momento del congedo Abramo accompagna i tre ospiti verso il monte da dove si poteva vedere il panorama di Sodoma, la regione prospera dove risiedeva il nipote Lot.
Qui inizia il brano liturgico la cui scena si carica di tensione e paura. Dio parla ad Abramo come ad un amico fedele confidandogli i suoi propositi: “Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave…” dalle città di Sodoma e Gomorra sale a Dio come un respiro un grido di peccato e di ingiustizia. Troviamo un’immagine dalle caratteristiche umane quando Dio continua dicendo: Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere”
Ma Abramo, consapevole della tragedia imminente, apre una specie di trattativa con Dio per allontanare la distruzione finale. Il dialogo stupendo tra Dio ed Abramo, che implora la salvezza di Sodoma e Gomorra è un crescendo di ardimento in cui quasi si percepisce come il cuore di Abramo sia pieno di emozione: è molto titubante all'inizio, poi man mano la sua preghiera diventa più intensa, pressante, profonda perché ha compreso la disponibilità del Signore a voler perdonare più che punire.. In sei tappe i giusti richiesti passano da 50 a 10, mentre ogni volta Abramo inizia la sua richiesta con parole sempre più umili e nello stesso tempo ardite. “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci”. Si può notare che nella sua trattativa Abramo non osa abbassare al di sotto di 10 il numero dei giusti, forse perchè sentiva che dei veri giusti non c’erano, ma il numero 10 era anche il numero minimo per costituire nell’ebraismo una comunità .


Nota
Troveremo circa mille anni dopo, che Dio parlando a Geremia (5,1) si dichiara disposto a perdonare a Gerusalemme, se vi trovasse almeno un solo giusto: “Percorrete le vie di Gerusalemme,osservate bene e informatevi,cercate nelle sue piazze se trovate un uomo,uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele,e io le perdonerò, dice il Signore”.
E’ in Isaia (c.53) diventa realtà che un solo giusto (il Servo del Signore) può salvare tutto il popolo.

Salmo 137 Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;
contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

Il salmista ringrazia Dio per avere ascoltato la sua preghiera e avergli usato misericordia. La tradizione parla del re Davide, ma più probabilmente si tratta di Ezechia dopo la clamorosa liberazione di Gerusalemme dall'assedio degli Assiri (2Re 19,35): “Hai reso la tua promessa più grande del tuo nome”.
Egli vuole cantare la sua lode al cospetto di Dio, rifiutando ogni adesione agli idoli: "Non agli dèi, ma a te voglio cantare".
Dio ha risposto alla sua supplica rendendolo più forte di fronte ai sui nemici: “Hai accresciuto in me la forza”.
Il salmista professa la sua fede nel futuro messianico che vedrà “tutti i re della terra” lodare il Signore. Sarà quando “ascolteranno le parole della tua bocca”, dove per “bocca” si deve intendere il futuro Messia.
I re, i popoli, celebreranno le vie del Signore annunciate dal Messia.
Il salmista ha grande fiducia in Dio, affinché la sua missione di re abbia successo: "Il Signore farà tutto per me". Il salmista termina invocando: “Non abbandonare l'opera delle tue mani”, cioè la dinastia di Davide.
Noi crediamo che giungerà il tempo della “civiltà dell'amore”, quando i popoli e i potenti che li governano, si apriranno a Cristo. Ogni cristiano deve adoperarsi per questo tempo con la forza (“hai accresciuto in me la forza”) che sgorga dalla partecipazione Eucaristica.
La nostra battaglia non è contro nemici fatti di carne e sangue, come ci dice san Paolo (Ef 6,12), ma “contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male”, cioè contro i demoni.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo,con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.
Col 2,12-14

Continuando la sua lettera ai Colossesi, Paolo dopo aver affermato che in Gesù abita tutta la pienezza della divinità ed essi hanno avuto parte alla sua pienezza, che fa di Lui il capo di ogni principato e di ogni potestà (Col 2,9-10) e continuando sottolinea che in lui essi hanno ricevuto non una circoncisione fatta da mano di uomo mediante la spogliazione del corpo di carne, cioè la circoncisione fisica, ma la vera circoncisione di Cristo (Col 2,11), egli spiega in questo brano in che cosa consiste la circoncisione di Cristo:
“con Cristo sepolti nel battesimo,con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.”
Diversamente dalla circoncisione fisica, la “circoncisione di Cristo” ha luogo in rapporto con Cristo e in unione con Lui. Essa consiste nel battesimo, che è presentato da Paolo, nella polemica contro i giudaizzanti, come la vera circoncisione (Fil 3,3).
Paolo riprende questa immagine definendo il battesimo come un essere sepolti con Cristo, cioè come una partecipazione alla Sua morte, e come una risurrezione con Lui.
Gli effetti del battesimo vengono così descritti “Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.
Prima di diventare cristiani, i pagani erano morti a causa delle loro colpe e della loro incirconcisione. L’idea qui espressa si riferisce chiaramente a Gal 2,15 dove Paolo definisce così la differenza tra giudei e gentili: “Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno”.
Al termine del brano, nell’ultima parte omessa dalla liturgia “avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo”, Paolo afferma che così facendo Dio ha spogliato i principati e le potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo.*
Con la sua morte in croce e la sua resurrezione, Gesù ha aperto dunque nuove prospettive che non hanno più nulla a che fare con la legge e con il peccato.
* Nota:
Dietro la legge ebraica, Paolo scorge, secondo una vecchia tradizione, le potenze angeliche ( Gal 3,19+). Esse avevano usurpato, nello spirito dell’uomo (cf. v 18), l’autorità del creatore. Sopprimendo con la croce di Suo Figlio il sistema della legge, Dio ha sottratto a queste potenze lo strumento del loro dominio; esse appaiono ormai sottomesse al Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Lc 11,1-13

Gesù continua il suo cammino verso Gerusalemme, e dopo l'episodio di Marta e Maria, in cui è stata sottolineata
l'importanza dell'ascolto della Parola di Gesù, Luca inizia un nuovo capitolo in cui dà alcuni insegnamenti di tipo diverso.
Il primo riguarda la preghiera e ci viene proposto in questo brano che la liturgia propone. Gesù insegna ai suoi a pregare attraverso la preghiera del Padre nostro che è la versione più breve rispetto a quella di Matteo che tutti conosciamo a memoria. ( Il fatto che ci siano due versioni del Padre Nostro ci fa capire che Gesù non ha dato una preghiera fissa, con parole precise, come facevano tutti i rabbini del tempo, ma alcuni punti su cui orientarsi.) Poi vi è la colorita parabola dell'amico importuno seguita dall'esortazione ad insistere nella preghiera, per chiedere in particolare il dono dello Spirito Santo.
“Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Non conosciamo il nome del discepolo (forse perchè ognuno di noi si possa sentire coinvolto in prima persona) che aveva atteso che Gesù finisse di pregare per farsi avanti e chiedergli a nome degli altri: “Signore, insegnaci a pregare..“ Sul modo di pregare anche Giovanni Battista istruiva i suoi seguaci, per cui il richiedente attendeva un insegnamento vivo, carico di esperienza.
“Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno;
La paternità di Dio su Israele era già un dato assodato nella tradizione biblica e giudaica. Almeno dalla fine del I sec. a.C., Dio viene invocato con il titolo “Padre nostro” nella preghiera delle Diciotto Benedizioni, recitata quotidianamente dal giudeo. Nella cultura palestinese, la parola “padre” include non solo una nota di intimità , ma anche di sovranità. Dio è Padre in quanto Creatore, Signore del popolo che Egli ha scelto. E proprio come tale DIO dimostra il suo amore misericordioso verso Israele, dichiarandosi pronto a perdonare le sue infedeltà.
Con “sia santificato il tuo nome”, chi recita il Padre Nostro viene invitato ad aderire al grande disegno finale di Dio con piena disponibilità alla Sua volontà di salvezza. La santificazione del Nome del Padre trova le sue radici in Ez 36,20-22: «Io ho avuto riguardo del mio Nome Santo che gli Israeliti avevano profanato fra le genti presso le quali sono andati.... Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio Nome Santo...
Il verbo “sia santificato il tuo nome” è al passivo e ha per soggetto reale Dio. Quindi non si chiede che l'uomo rispetti il nome di Dio, ma che il Padre stesso faccia in modo che Egli sia riconosciuto Santo dagli uomini. Il “nome” sta per Dio stesso, Egli cessa di essere inaccessibile, in quanto si rivolge verso l'uomo, si rivela e si comunica a lui.
Con “venga il tuo regno” si esprime la prima domanda. Dio sarà riconosciuto Santo quando manifesterà la sua sovranità piena e definitiva, promessa per la fine dei tempi. Questo intervento finale di Dio coinvolge fin d'ora tutto l'uomo. Non si può desiderare sinceramente la venuta del Regno e il compimento del suo disegno senza conformarsi, fin d'ora e totalmente, alle esigenze della Sua volontà.
“dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”
Le tre domande che appartengono alla seconda parte del Padre Nostro si interessano dei bisogni dell'uomo nella sua esistenza attuale e vanno capite nella linea delle prime due.
La prima domanda concerne il pane, come nutrimento in generale, anzi tutto ciò che viene incontro ai bisogni materiali della vita di ogni discepolo che chiede ogni giorno ciò che gli serve, che non ha una situazione stabile e si trova nella condizione di chi ha lasciato tutto per seguire concretamente Gesù.
“e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,” ..
Con Gesù è arrivato il tempo della salvezza, in cui Dio offre agli uomini il suo perdono che viene sperimentato come una nuova comunione con il Padre e come forza liberatrice che rende l'uomo capace di amare a sua volta gli altri, senza misura.
Scaturisce quindi per l'uomo perdonato la possibilità e l'esigenza di perdonare sempre, di adottare verso gli altri il comportamento che Dio ha avuto verso di lui: solo allora il perdono divino sarà definitivo.
La preghiera del Padre Nostro termina con un grido di aiuto: e non abbandonarci alla tentazione”cioè non permettere che soccombiamo nella prova. Non è che si preghi Dio di non indurci a fare del male, ma gli si chiede di non permettere che la prova sia tanto grande da avere il sopravvento definivo su di noi.
“Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli….
Nella prima parabola, c’è la storia di un uomo a cui gli si è presentato un ospite nel bel mezzo della notte, ma non ha nulla da offrirgli, (cosa penosa per un orientale dato che l'ospitalità è una caratteristica importante per la loro cultura). Allora va da un suo amico e, anche se sa di procurargli un bel fastidio, non se ne preoccupa e lo fa lo stesso. Con questa parabola dell’amico importuno, Gesù ci invita a rivolgerci a Dio come ad un amico, anche in modo insistente persino fastidioso.
“Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.”
La parabola si conclude con un gruppo di detti sulle caratteristiche della preghiera efficace. L'invito a pregare viene formulato con tre immagini di uguale significato: chiedere, cercare, bussare. Sono verbi già usati nell'AT e nel giudaismo per parlare della preghiera. L'immagine del bussare ricorda inoltre il comportamento dell'amico importuno che prima abbiamo visto. Poi Gesù continua portando altri esempi:
“Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?” Si tratta di due piccole similitudini con costruzione simile a quella dell'amico importuno. Il comportamento del padre umano nei confronti del figlio deve far capire quello di Dio riguardo al discepolo che chiede.
L'accostamento uovo/scorpione (che è comprensibile nell’ambiente palestinese perché lo scorpione di quelle zone è bianco e quando si chiude assomiglia ad un uovo), vuole sottolineare il contrasto tra la domanda del figlio e la risposta del padre che dà cose nocive.
Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Se dunque l'uomo benché cattivo (cioè pieno di difetti) darà necessariamente cose buone ai propri figli, quanto più Dio che è il nostro Padre non ci darà mai nulla che possa nuocerci.
Forse noi siamo bloccati da esempi terreni di padri e di madri indegni di portare questo nome, e non ci rendiamo conto fino a che punto possa arrivare l’amore di Dio che è Padre sì, ma è anche Madre. Per bocca del profeta Isaia Dio ce lo dice: Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Is 49,15
Allora dobbiamo entrare in confidenza con Lui imparare a chiedere anche se non sempre Dio risponde come noi vorremmo. Capita che a volte bussiamo e Lui ci apre delle porte e ci invita a percorrere delle strade che non avremmo mai avuto coraggio di percorrere, ma in quella strada Lui si fa nostro compagno di viaggio e ci aiuta a percorrere un cammino, che da soli non avremmo mai neanche osato percorrere.

 

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“Il Vangelo di questa domenica si apre con la scena di Gesù che prega da solo, in disparte; quando finisce, i discepoli gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» ; ed Egli risponde: «Quando pregate, dite: “Padre…”» . Questa parola è il “segreto” della preghiera di Gesù, è la chiave che Lui stesso ci dà perché possiamo entrare anche noi in quel rapporto di dialogo confidenziale con il Padre che ha accompagnato e sostenuto tutta la sua vita.
All’appellativo “Padre” Gesù associa due richieste: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno». La preghiera di Gesù, e quindi la preghiera cristiana, è prima di tutto un fare posto a Dio, lasciandogli manifestare la sua santità in noi e facendo avanzare il suo regno, a partire dalla possibilità di esercitare la sua signoria d’amore nella nostra vita.
Altre tre richieste completano questa preghiera che Gesù insegna, il “Padre Nostro”. Sono tre domande che esprimono le nostre necessità fondamentali: il pane, il perdono e l’aiuto nelle tentazioni.
Non si può vivere senza pane, non si può vivere senza perdono e non si può vivere senza l’aiuto di Dio nelle tentazioni. Il pane che Gesù ci fa chiedere è quello necessario, non il superfluo; è il pane dei pellegrini, il giusto, un pane che non si accumula e non si spreca, che non appesantisce la nostra marcia. Il perdono è, prima di tutto, quello che noi stessi riceviamo da Dio: soltanto la consapevolezza di essere peccatori perdonati dall’infinita misericordia divina può renderci capaci di compiere concreti gesti di riconciliazione fraterna. Se una persona non si sente peccatore perdonato, mai potrà fare un gesto di perdono o di riconciliazione. Si comincia dal cuore dove ci si sente peccatore perdonato. L’ultima richiesta, «non abbandonarci alla tentazione», esprime la consapevolezza della nostra condizione, sempre esposta alle insidie del male e della corruzione. Tutti conosciamo cosa è una tentazione!
L’insegnamento di Gesù sulla preghiera prosegue con due parabole, con le quali Egli prende a modello l’atteggiamento di un amico nei confronti di un altro amico e quello di un padre nei confronti di suo figlio. Entrambe ci vogliono insegnare ad avere piena fiducia in Dio, che è Padre. Egli conosce meglio di noi stessi le nostre necessità, ma vuole che gliele presentiamo con audacia e con insistenza, perché questo è il nostro modo di partecipare alla sua opera di salvezza. La preghiera è il primo e principale “strumento di lavoro” nelle nostre mani! Insistere con Dio non serve a convincerlo, ma a irrobustire la nostra fede e la nostra pazienza, cioè la nostra capacità di lottare insieme a Dio per le cose davvero importanti e necessarie. Nella preghiera siamo in due: Dio e io a lottare insieme per le cose importanti.
Tra queste, ce n’è una, la grande cosa importante che Gesù dice oggi nel Vangelo, ma che quasi mai noi domandiamo, ed è lo Spirito Santo. “Donami lo Spirito Santo!”. E Gesù lo dice: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» . Lo Spirito Santo! Dobbiamo chiedere che lo Spirito Santo venga in noi. Ma a che serve lo Spirito Santo? Serve a vivere bene, a vivere con sapienza e amore, facendo la volontà di Dio. Che bella preghiera sarebbe, in questa settimana, che ognuno di noi chiedesse al Padre: “Padre, dammi lo Spirito Santo!”.
La Madonna ce lo dimostra con la sua esistenza, tutta animata dallo Spirito di Dio. Ci aiuti lei a pregare il Padre uniti a Gesù, per vivere non in maniera mondana, ma secondo il Vangelo, guidati dallo Spirito Santo.”
Papa Francesco Parte dell’ Angelus del 24 luglio 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come filo conduttore il tema dell’ospitalità: quali atteggiamenti noi cristiani dobbiamo tenere nei confronti dell’ospitalità e dell’accoglienza?
La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci propone un vivace racconto dell’incontro tra Abramo e i tre messaggeri divini. Abramo corre e si affretta a dare disposizioni a Sara e al servo per una degna accoglienza. Anche quando i tre ospiti sono a mensa egli non sta seduto, ma in piedi, in atteggiamento di disponibilità al servizio.
Nella seconda lettura, San Paolo nella sua lettera ai Colossesi, afferma che l’imitazione di Cristo e l’impegno missionario e pastorale hanno fatto di lui il vero apostolo del Vangelo. Anche le sofferenze sono divenute per lui un motivo di gioia perché le accetta come compimento dei patimenti di Cristo.
Nel Vangelo, Luca rievoca l’incontro di Gesù con Marta e Maria nella loro accogliente casa. I comportamenti delle due sorelle rappresentano due modi di servire Dio (con le opere e la preghiera, con l’azione e la contemplazione, con il servizio e l’adorazione), entrambi apprezzabili; ma il brano mette in guardia contro l’attivismo che non lascia spazio alla meditazione: la fede si nutre di amore e verità.

Dal libro della Genesi
In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.
Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».
Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.
Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».
Gen 18, 1-10a

Il Libro della Genesi è il primo libro del Pentateuco (cinque libri; in origine tutti in un unico rotolo: la Torà) e tratta delle origini dell’universo, del genere umano, del peccato originale, della storia dei patriarchi prediluviani, della chiamata di Abramo fino alla morte di Giacobbe. È stato scritto in ebraico e, secondo gli esperti, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. Nei primi 11, dei suoi 50 capitoli, descrive la cosiddetta "preistoria biblica" (creazione, peccato originale, diluvio universale), e nei rimanenti la storia dei patriarchi, Abramo, Isacco,Giacobbe-Israele e di Giuseppe, le cui vite si collocano nel vicino oriente del II millennio a.C. (attorno al 1800-1700 a.C).
Questo brano ci presenta il Signore che appare al suo amico Abramo e lo fa in incognito, sotto forma di tre viandanti anonimi che si trovano a passare vicino alle querce di Mamre, dove Abramo si era accampato.
E' un racconto misterioso che, inizialmente, si svolge nella normalità di viandanti accaldati e spersi in un deserto assolato. Mentre Abramo si riposa nell'ora più calda del giorno, all'ombra della tenda, egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui.,
Tutta lo scena cambia, prende movimento: Abramo si preoccupa di offrire ospitalità nel modo più immediato e più sontuoso possibile. Provvede subito all'acqua fresca, al lavaggio dei piedi e a far accomodare gli sconosciuti all'ombra. Poi li prega di pazientare e provvederà ad un boccone di pane ed a un ristoro possibile. Sempre Abramo non solo ordina ed organizza per la cucina, a Sara chiede di impastare pane fresco ma il quantitativo è enorme: tre sea di fior di farina (circa 50 kg) e lui stesso sceglie un "vitello tenero e buono", ordinando poi di prepararlo e cuocerlo. Si può notare come Abramo sia più che attento a dare disposizioni e anche quando i tre ospiti sono a mensa egli non sta seduto, ma è in piedi , in atteggiamento di disponibilità al servizio delle esigenze degli sconosciuti e affettuoso.
Di fronte all'accoglienza ed alla gratuità gli sconosciuti rispondono con una promessa: " Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio (da notare i cambi da singolare a plurale e vice versa). Il riso di Sara (che non abbiamo nel brano proposto) è un simbolo dell’incredulità umana, che impedisce di collaborare fino in fondo con il progetto divino, in quanto questo sembra essere in contraddizione con ostacoli umanamente insuperabili. Dio scende nel suo popolo ed offre la vita gratuitamente. Il popolo d'Israele si svilupperà sulla promessa di Dio e sulla ospitalità di Abramo.
Anche il popolo santo della Chiesa si svilupperà con il dono di Dio che si fa anonimo e piccolo e si costituisce come un popolo accogliente della Parola del Signore e dei Suoi progetti.
Dio mangia alla tavola di Abramo, Gesù mangia la Sua cena alla tavola di amici: l'ospitalità prende la forma di un banchetto. E un banchetto ci è rimasto come momento di un popolo che si raduna insieme, a messa, e costruisce il progetto di un futuro di pace avendo come commensale, misteriosamente, Gesù sempre vivo.

Salmo 14 - Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.

Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua.

Non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.

Non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.

Il salmista considera le condizioni necessarie per abitare nella tenda del Signore, e dimorare sul suo santo monte. Ne risulta una preghiera piena di propositi e di sentita, seppur implicita, invocazione per poterli attuare e mantenere.
La tenda del Signore sul santo monte è il tempio, dove nel “santo dei santi” c’era l’arca dell’alleanza con la presenza tra i cherubini della gloria di Jahwéh. Questo salmo noi lo recitiamo guardando alla reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. Per dimorare col cuore nella tenda, cioè rimanere nel raggio dell’Eucaristia, è necessaria una vita secondo il Vangelo. L’espressione “Ai suoi occhi è spregevole il malvagio”, va spogliata della tentazione del disprezzo. E’ solo un non vedere il malvagio come un modello da imitare. Noi dobbiamo separare il peccato dal peccatore, per non cadere nell’errore di giudicare e condannare, benché egli sia ben riconoscibile quale peccatore (Mt 7,20): “Dai loro frutti dunque li riconoscerete”. Onorare chi teme il Signore è, per viceversa, stimarne l’esempio, imitarne il comportamento; è un rispetto profondo poiché Dio è presente - inabitazione - nel cuore del giusto.
Chi agisce con rettitudine rimane nel raggio dell’Eucaristia e da essa trae la forza per rimanervi con sempre maggiore intensità d’amore. Egli “resterà saldo per sempre”.
Commento di P. Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.
Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi.
A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.
Col 1, 24-28

Continuando la sua lettera ai Colossesi, dopo aver proclamato uno dei più begli inni dedicati al mistero di Cristo, e aver ricordato ai Colossesi che la riconciliazione attuata dal Signore Gesù si è attuata anche nei loro confronti, che erano "stranieri e nemici, intenti alle opere cattive” ora sono invece chiamati a presentarsi "santi, immacolati e irreprensibili" al cospetto di Dio, per cui devono rimanere "fondati e fermi nella fede" e non allontanarsi dal Vangelo che è stato loro proclamato, Paolo afferma con tono deciso che egli è diventato ministro di questo mistero nascosto da secoli e non può non testimoniarlo attraverso la realtà della croce che egli stesso soffre a vantaggio della Chiesa, corpo mistico di Cristo. Con commozione afferma infatti: sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Paolo soffre a causa del lavoro apostolico, ma è felice di questo perché ha uno scopo: con il suo lavoro e le sue fatiche, contribuisce a diffondere e a rafforzare la fede in Cristo.
Questo versetto è stato oggetto di approfondite riflessioni da parte di molti teologi poiché a un prima lettura potrebbe sembrare che la morte e la risurrezione di Cristo non siano complete in sé, non abbiano abbastanza valore da realizzare la riconciliazione dell'umanità con Dio. In realtà la parola “patimenti” non significa la sofferenza salvifica sopportata da Cristo per la nostra salvezza, bensì le sofferenze, le tribolazioni che la Chiesa deve sopportare e sempre sopporterà per la sua testimonianza.
Quindi Paolo partecipando di queste sofferenze aiuta e sostiene la fatica di tutta la Chiesa ed afferma: Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. In forza della sua vocazione Paolo è diventato ministro, cioè servitore della Chiesa. Egli ha un mandato specifico: portare a compimento la Parola di Dio e la Parola non è altro che il mistero nascosto che è stato rivelato e che adesso per volere di Dio è stato rivelato a un gruppo di privilegiati. Il mistero è unico e ha in Cristo il suo punto focale, non riguarda più il futuro, ma adesso viene rivelato ai credenti e si realizza nella Chiesa, attraverso l'annuncio del Vangelo. A questi credenti che hanno aderito a questo mistero “ Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.
A tutto questo dunque si impegna Paolo, egli annuncia, ammonisce e istruisce i Colossesi (e noi oggi) impegnando ogni sapienza, perché c'è un cammino che ogni persona deve percorrere per diventare un uomo perfetto in Cristo. L'annuncio del Vangelo quindi non si ferma alla semplice proclamazione della parola, ma continua trasformando il modo di vivere e di essere di ogni creatura

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Lc 10 , 38-42

Nella parte dedicata al viaggio di Gesù verso Gerusalemme, Luca ha affrontato il tema della sequela e lo ha presentato riportando il comandamento dell’amore e la susseguente parabola del buon samaritano per chiarire ulteriormente il modo di Gesù di intendere l'amore di Dio e del prossimo. Per evitare forse che ci si lasci influenzare troppo dall’aspetto della sequela, Luca riporta l’episodio di Marta e Maria, in cui si mette in luce il primato dell'ascolto. E’ il solo evangelista a riportarlo.
Il brano si apre riportandoci alla situazione in cui si svolge il fatto e ai suoi protagonisti: “mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria”.
Non è indicato il nome del villaggio in cui Gesù è entrato. Ad accoglierlo vi sono Marta e Maria, due sorelle di cui non si parla altrove nei Sinottici: esse però sono ricordate nel quarto vangelo in occasione della risurrezione di Lazzaro, il quale è identificato come loro fratello (Gv 11,1-44), e dell'unzione a Betania (Gv 12,1-11). Da questi dati si dovrebbe dedurre che il villaggio in questione è Betania.
Le due donne accolgono Gesù con grande premura e affetto, ed assumono immediatamente due diversi atteggiamenti: Maria “ seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. . Marta invece era distolta per i molti servizi.”
Maria assume l’atteggiamento tipico del discepolo che ascolta gli insegnamenti del maestro, Marta invece si comporta come una persona molto attiva, che si dà da fare per onorare l’ospite. Esse appaiono così come simbolo di due atteggiamenti che sono portati spontaneamente ad assumere coloro che accolgono Gesù come amico e maestro, quello dell’ascoltare e quello del fare.
C’è da immaginare l’agitazione di Marta quando pensando di non farcela, invece di richiamare direttamente la sorella, si rivolge a Gesù, :”Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
Nelle sue parole si può notare una sfumatura di rimprovero nei confronti di Gesù, per questa ragione pensa che solo il Signore sia in grado di ordinare a Maria di compiere il proprio dovere.
Gesù risponde con un velato rimprovero e le sue parole restano una verità fondamentale per la vita della Chiesa di tutti i tempi: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose”. Gesù la chiama per nome due volte, un po’ per familiarità un po’ per ridestare in lei un’attenzione maggiore per ciò che le sta dicendo: una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.” Gesù non condanna Marta o elogia Maria, ma alla sorella “affaccendata”, vuole dire che è pericoloso l’affanno eccessivo, carico di preoccupazione e di ansia.
In questo episodio dinanzi al diverso modo di comportarsi delle due sorelle, qualcuno ha voluto vedere il dilemma: preghiera o azione? Ma Gesù sembra che voglia dare significato all’efficientismo cristiano: non è efficiente chi fa tanto, ma chi lo fa sentendo Dio dentro di sé! Il lavoro non è in contrasto con la preghiera, né l’azione con la contemplazione, ma in tutto ci vuole un discernimento di valori: ascoltare per fare meglio, in sintesi vivere come Marta con il cuore di Maria. In questa dimensione cade anche il dilemma di tante persone, prese dalle occupazioni che diventano preoccupazioni eccessive, e che non trovano il tempo per pregare. Invece Gesù ci dice che è bello riempire di Dio la nostra vita e le cose che facciamo! La preghiera, lo sguardo in Alto, deve aiutarci a prendere respiro e a dare a ciò che facciamo il respiro di Dio, per non rimanere sommersi negli affanni quotidiani, e poi trovarsi dinanzi a Dio con le mani vuote. E’ di vitale importanza comprendere che l’uomo, e in particolare il cristiano, non si misura dinanzi a Dio per quello che fa, ma per quello che è, il suo essere deve riempire il suo fare!

Nota:
Sicuramente l’evangelista anche qui avrà voluto mettere in risalto l'atteggiamento innovatore di Gesù nei confronti delle donne, in contrasto con la mentalità e la prassi giudaica del tempo, che impediva alle donne la partecipazione alla lettura della Torah. Sappiamo proprio da Luca che Gesù aveva scelto anche alcune di loro come sue discepole e ad esse aveva rivolto il suo insegnamento (V. 8,1-3). Il comportamento di Gesù verso le donne contribuì fortemente ad eliminare la discriminazione tra i due sessi in seno alla Chiesa, dove le donne assunsero presto un ruolo rilevante con l'esercizio di vari ministeri. Purtroppo, man mano che ci si è allontanati nel tempo dall’esperienza storica di Gesù, la rigida discriminazione nei confronti delle donne, tipica di una società patriarcale, è stata nuovamente introdotta nella chiesa e caldeggiata molto da Papa Francesco.

 

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“Nel Vangelo odierno l’evangelista Luca racconta di Gesù che, mentre è in cammino verso Gerusalemme, entra in un villaggio ed è accolto a casa di due sorelle: Marta e Maria. Entrambe offrono accoglienza al Signore, ma lo fanno in modi diversi. ,Maria si mette seduta ai piedi di Gesù e ascolta la sua parola invece Marta è tutta presa dalle cose da preparare; e a un certo punto dice a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» . E Gesù le risponde: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Nel suo affaccendarsi e darsi da fare, Marta rischia di dimenticare - e questo è il problema - la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso. Si dimentica della presenza dell’ospite. E l’ospite non va semplicemente servito, nutrito, accudito in ogni maniera. Occorre soprattutto che sia ascoltato.
Ricordate bene questa parola: ascoltare! Perché l’ospite va accolto come persona, con la sua storia, il suo cuore ricco di sentimenti e di pensieri, così che possa sentirsi veramente in famiglia. Ma se tu accogli un ospite a casa tua e continui a fare le cose, lo fai sedere lì, muto lui e muto tu, è come se fosse di pietra: l’ospite di pietra. No. L’ospite va ascoltato. Certo, la risposta che Gesù dà a Marta – quando le dice che una sola è la cosa di cui c’è bisogno – trova il suo pieno significato in riferimento all’ascolto della parola di Gesù stesso, quella parola che illumina e sostiene tutto ciò siamo e che facciamo. Se noi andiamo a pregare - per esempio - davanti al Crocifisso, e parliamo, parliamo, parliamo e poi ce ne andiamo, non ascoltiamo Gesù! Non lasciamo parlare Lui al nostro cuore. Ascoltare: questa è la parola-chiave. Non dimenticatevi! E non dobbiamo dimenticare che nella casa di Marta e Maria, Gesù, prima di essere Signore e Maestro, è pellegrino e ospite. Dunque, la sua risposta ha questo primo e più immediato significato: “Marta, Marta, perché ti dai tanto da fare per l’ospite fino a dimenticare la sua presenza? - L’ospite di pietra! - Per accoglierlo non sono necessarie molte cose; anzi, necessaria è una cosa sola: ascoltarlo - ecco la parola: ascoltarlo -, dimostrargli un atteggiamento fraterno, in modo che si accorga di essere in famiglia, e non in un ricovero provvisorio”.
Così intesa, l’ospitalità, che è una delle opere di misericordia, appare veramente come una virtù umana e cristiana, una virtù che nel mondo di oggi rischia di essere trascurata. Infatti, si moltiplicano le case di ricovero e gli ospizi, ma non sempre in questi ambienti si pratica una reale ospitalità. Si dà vita a varie istituzioni che provvedono a molte forme di malattia, di solitudine, di emarginazione, ma diminuisce la probabilità per chi è straniero, emarginato, escluso di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo: perché è straniero, profugo, migrante, ascoltare quella dolorosa storia. Persino nella propria casa, tra i propri familiari, può capitare di trovare più facilmente servizi e cure di vario genere che ascolto e accoglienza. Oggi siamo talmente presi, con frenesia, da tanti problemi - alcuni dei quali non importanti - che manchiamo della capacità di ascolto. Siamo indaffarati continuamente e così non abbiamo tempo per ascoltare. E io vorrei domandare a voi, farvi una domanda, ognuno risponda nel proprio cuore: tu, marito, hai tempo per ascoltare tua moglie? E tu, donna, hai tempo per ascoltare tuo marito? Voi genitori, avete tempo, tempo da “perdere”, per ascoltare i vostri figli? o i vostri nonni, gli anziani? – “Ma i nonni dicono sempre le stesse cose, sono noiosi…” – Ma hanno bisogno di essere ascoltati! Ascoltare. Vi chiedo di imparare ad ascoltare e di dedicarvi più tempo. Nella capacità di ascolto c’è la radice della pace.
La Vergine Maria, Madre dell’ascolto e del servizio premuroso, ci insegni ad essere accoglienti e ospitali verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. “
Papa Francesco Parte dell’ Angelus del 17 luglio 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come filo conduttore la vera conversione che operando in noi ci trasforma in creature nuove. Ci si apre alla carità quando si scopre dentro di noi il piacere di fare il bene senza mettere cautele e senza frontiere, senza limiti e senza fini personali.
Nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio,
si afferma che la parola del Signore è molto vicina, è nella bocca e nel cuore di ognuno. La fedeltà non è compito impossibile, ma alla portata di tutti. Vera saggezza per Israele è osservare i comandi e i decreti di Dio.
Nella seconda lettura, San Paolo nella suo Inno Cristologico inviato ai Colossesi esalta la figura di Cristo, il suo primato e la sua funzione nella creazione e nella ri-creazione dell’uomo.
Nel Vangelo, Luca con la parabola del buon samaritano mette a fuoco l’amore cristiano, che si esprime in azioni e in parole e ci insegna che non basta credere, occorre tradurre la fede in opere nella vita quotidiana, incominciando dalle piccole cose, dai piccoli gesti.

Dal libro del Deuteronòmio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te,né troppo lontano da te.
Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».
Dt 30,10-14

Il libro del Deuteronomio, secondo la tradizione ebraica e molte confessioni religiose cristiane, sarebbe stato scritto da Mosè, ma molti esegeti moderni ritengono che tutto il Pentateuco sia in realtà una raccolta di vari scritti di epoche diverse, formatasi nel periodo post-esilico. Per quanto riguarda il Deuteronomio almeno la parte centrale, si pensa che sia stata composta da un movimento profetico sorto intorno all‘VIII-VII Sec. a.C., nel periodo della conquista assira, ed alla seguente riforma del re Giosia. Si presenta come il testamento di Mosè, la raccolta cioè delle ultime sue disposizioni che avrebbe espresso poco prima della sua morte, quando ormai il popolo, radunato nelle steppe di Moab, sta per iniziare il suo ingresso nella terra promessa. Questo testo fa parte del terzo e ultimo discorso attribuito a Mosè.
Il versetto con cui inizia il brano “Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima” è staccato dai seguenti e fa corpo con la parte precedente dove si afferma che qualunque possa essere la condotta di Israele, Dio accorderà sempre il Suo perdono se c’è un sincero pentimento. Dopo il versetto iniziale nel brano si prospetta un avvenire gioioso che avrà luogo quando Israele obbedirà a tutti i comandamenti del Signore e si convertirà a Lui con tutto il cuore e con tutta l’anima. Si apre così un’epoca in cui si manifesterà il vero significato della legge di Dio. A proposito di questa legge si dice: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te,né troppo lontano da te”. La legge di Dio non è dunque una realtà estranea all’uomo, difficile da capirsi e quindi imposta dall’esterno, anche se con l’autorità stessa di Dio.
Per chiarire il suo pensiero, l’autore nega che il comandamento di Dio si trovi in due luoghi lontani e inaccessibili, cioè nel cielo o al di là del mare. Per quanto riguarda il cielo egli afferma: “Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Se il comando di Dio fosse nell’alto dei cieli, difficilmente si troverebbe qualcuno capace di andarlo a prendere, e così sarebbe impossibile eseguirlo. Anche a proposito del mare egli dice: “Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Dopo aver negato che il comandamento di Dio si trovi in luoghi lontani e inaccessibili, l’autore conclude: “Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. In questo versetto non si parla più di comandamento, ma di “parola”: questo termine era usato nella tradizione sinaitica per designare i singoli comandamenti del decalogo (Es 20,1). Qui invece indica l’unico comandamento di cui solo la circoncisione del cuore permette l’osservanza, cioè l’amore di Dio.
In realtà non si tratta di un comandamento in senso proprio, ma di un’ispirazione che viene da Dio e si fa sentire nel profondo del cuore, in modo tale che il credente sia portato a osservarla spontaneamente.

Salmo 18 - I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.

Il salmista ha sperimentato nella sua vita quanto sia giusta la legge del Signore, tanto che fa gioire il cuore.
La legge, i suoi comandi, sono limpidi, perché non oscurano gli occhi portandoli a veder in modo malvagio le cose, ma li liberano dalle oscurità per dare loro la capacità di un luminoso vedere la bellezza delle cose,che inneggiano al Creatore e servono l’uomo.
“Il timore del Signore è puro”, perché non è come quello di chi teme la punizione perché colpevole, ma è il timore puro di chi teme di giungere a rattristare Dio con la disobbedienza alla legge d’amore verso lui e verso gli altri.
Il salmista comincia a focalizzarsi sull’effetto della legge su di lui; di lui che è piccolo, ma che è istruito dai giudizi di Dio, che sono contenuti nella legge, poiché Dio giudica gli uomini con quella legge.
Il salmista è consapevole di avere tante mancanze di cui non si rende pienamente conto: le “inavvertenze”. Di queste chiede a Dio perdono. Egli, infatti, anche se osserva la legge non reputa per niente di osservarla perfettamente e sa che sta nell’orgoglio la ragione di una scarsa osservanza. Orgoglio che se non dominato conduce l’uomo al grande peccato, cioè al peccato di una grande e palese disobbedienza alla legge.
Per ultimo, il salmista, chiede a Dio che ascolti, nella sua bontà misericordiosa, la sua preghiera che sgorga da un cuore retto e non doppio, consapevole di non poter nascondere nulla a Dio: “Davanti a te i pensieri del mio cuore”.
Infine, il salmista, sigilla la sua preghiera dicendo: “Signore, mia roccia e mio redentore”. “Mia rupe”, perché è la sua difesa dai suoi nemici (I nemici sono innanzi tutto i demoni Cf. Ef 6,12); ed è “mio redentore”, perché con la sua legge e la sua grazia lo ha strappato dal buio dell’ignoranza e del peccato.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Colossési
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile,
primogenito di tutta la creazione,
perché in lui furono create tutte le cose
nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio,primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza
e che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.
Col 1,15-20

La Lettera ai Colossesi, è stata scritta da S.Paolo durante la sua prigionia a Roma, attorno al 62; (altri esperti sostengono che l’autore della lettera sia un suo discepolo e che l’abbia scritta dopo la morte dell’Apostolo (64-67), verso fine I secolo). Probabilmente Paolo non si era mai recato a Colosse, che era allora una piccola città dell’entroterra dell’Asia minore (circa 124 km a nord di Efeso) e il Vangelo era stato portato lì da alcuni missionari da Efeso, fra questi Èpafra, al quale Paolo dà la sua approvazione all’inizio della lettera (1,7).
La lettera è composta da 4 capitoli contenenti meditazioni teologiche su Gesù, la Chiesa, la salvezza per grazia, ed infine alcune , esortazioni di condotta morale.
Il brano riporta il celebre inno cristologico, che inizia con una ampia formula di ringraziamento, poi Paolo esprime mediante un dittico il primato di Cristo:
Nell’ordine della creazione naturale:
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Poi nell’ordine della “ricreazione” soprannaturale, cioè dal punto di vista salvifico
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Il soggetto è Cristo preesistente, sempre però considerato nella persona storica ed unica del Figlio di Dio fatto uomo. E’ proprio questo essere concreto ed incarnato che è detto immagine di Dio, perchè riflette in una natura umana e visibile l’immagine di Dio-invisibile. E’ questo Cristo incarnato che può essere detto primogenito di tutta la creazione e che gode di un primato unico . Nell’ordine poi della salvezza, egli può essere considerato il capo della Chiesa, perchè è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, ed è Colui che ha unito a sé tutte le cose.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Lc 10 , 25-37

La parabola molto conosciuta, quella del Buon Samaritano, l’evangelista Luca la inserisce nel cosiddetto capitolo missionario che inizia con Gesù che designa altri settantadue discepoli e li manda in missione. Chi segue veramente Cristo deve sentirsi missionario del suo Vangelo, ed essere missionari significa anche farsi samaritani per gli altri.
Il brano inizia dalla domanda avanzata da un dottore della Legge, che per mettere alla prova Gesù chiese: : “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”.
Il dottore con questa domanda voleva controllare se Gesù impartisse insegnamenti contrari alla legge e alla tradizione e trarne motivo di accusa. Gesù, ancora una volta, non cade nel tranello e risponde:.
“Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Gesù sa che colui che pone la domanda è un esperto della legge, che conosce benissimo la risposta. Ecco perché, facendo ricorso ad una dialettica antica, risponde ponendo a sua volta due domande, lasciando così pronunciare la risposta al suo interlocutore. Le domande, poste da Gesù, sembrano simili, ma non lo sono; una cosa è “Cosa c’è scritto nella legge” e un’altra è “Come leggi”, cioè come si interpreta quello che c’è scritto.. Lo scriba rispose: : "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore... e il prossimo tuo come te stesso“. Lo scriba risponde citando il cosiddetto Shemà Israel…, professione di fede del pio israelita. La risposta mette insieme versetti del Deuteronomio (6,5) e del Levitico (19,18).. Come si può notare, Luca evita di ripetere il verbo amerai, questo perché si tratta di un solo precetto che se anche porta verso obiettivi distinti questi non diversi. Amare Dio e amare il prossimo è la stessa cosa; l’uno non è possibile senza l’altro.
Gesù allora disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai” condividendo la risposta del dottore.
“Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?”.
Il dottore poteva essere soddisfatto, ma non arrende e pone una nuova domanda sempre per mettere Gesù in difficoltà. Il problema che assilla questo esperto della legge è capire chi è il prossimo. In quel tempo c’era una discussione intorno a chi dovesse essere considerato, per un israelita, suo prossimo: i più generosi arrivavano a considerare prossimo i connazionali, i parenti e i proseliti; altri restringevano il campo, escludendo il nemico personale, chi non apparteneva al proprio partito e la pensava diversamente, come facevano i farisei. Quindi la domanda era importante. Gesù risponde raccontando la parabola:
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto ” Di quest’uomo sappiamo che stava tornando da Gerusalemme ed era diretto a Gerico. Si può notare che sta facendo un cammino a ritroso rispetto a Gesù, che sta andando a Gerusalemme (Lc 9,51). Gerico è la città più bassa della terra, è ad oltre 300 metri sotto il livello del mare, quindi indica un luogo di morte, va controcorrente rispetto a Cristo, ma addirittura si allontana anche da Gerusalemme, luogo della presenza di Dio.
L’immagine di quest’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico, che giace mezzo morto pieno di ferite, a cui viene portato via tutto, è l’emblema dell’isolamento del dolore. Egli rimane solo con il peso insostenibile del male.
“Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre”. Il sacerdote è il custode della Legge e il levita è l’addetto al culto. Questi lo vedono e gli girano intorno e continuano per la loro strada, con totale indifferenza; vedono, ma non provvedono.
Alla luce di quanto era contemplato nei loro regolamenti si può dire che il sacerdote e il levita pensano che l’uomo sia morto e non potevano toccare un cadavere, altrimenti si sarebbero contaminati; stavano andando a prestare il loro culto nel tempio e quindi dovevano sottrarsi all’impurità. Essi, quindi preferiscono il culto, il loro servizio religioso, all’esercizio della carità. Questi hanno paura di contaminarsi per questo non si compromettono!
“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione.”
I samaritani non appartenevano del tutto al popolo di Dio: addirittura erano considerati dai giudei quasi eretici; eppure proprio uno di loro riconosce l’uomo nel bisogno e si china su di lui. Egli dimostra un amore spontaneo e disinteressato, tenero e servizievole, personale ed efficace. Il samaritano, come il sacerdote e il levita, vede, ma a differenza loro, si commosse.
“Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura”
Il samaritano non solo va verso l’uomo, lo vede e si commuove, ma anche si china su di lui per curarlo, versando vino per purificare le ferite e olio per lenirle. Egli si sporca le mani, non ha paura di contaminarsi.
Il samaritano che si china è immagine di Dio che si china sulle ferite dell’uomo. Dio in Gesù Cristo si è chinato, cioè è sceso al nostro livello, ha svuotato completamente se stesso assumendo una condizione di schiavo diventando simile agli uomini (Fil 2,7).
“lo portò in un albergo e si prese cura di lui” La locanda rappresenta la Chiesa, dove Gesù vuole riunire quanti sono feriti dalla vita. È bello pensare la Chiesa, come dice Papa Francesco, come ad un ospedale da campo dopo una battaglia in cui è' inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto" ”. Si nota che il Samaritano non rivolge alcuna parola al mal capitato; nemmeno chiede il perché di quello che è successo e questo ci fa capire che l’amore non ha bisogno di esprimersi con le parole; che il dolore non chiede ragioni. Il silenzio del buon Samaritano è un amore che non ha bisogno di parole!
“Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. I due denari impegnati dal samaritano rappresentano ciò che serve per vivere bene in attesa che il Signore ritorni. I Padri della Chiesa vedono ciò che Gesù lascia per la nostra salvezza: Sacra Scrittura e i Sacramenti; questi sono strumenti di grazia che aiutano nel cammino verso di Lui.
Gesù termina l’esposizione della sua parabola con una domanda: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.
Gesù ha capovolto, dunque, la domanda iniziale: la questione vera non è più “«Chi è il mio prossimo?”, ma “A chi posso farmi prossimo?”. Sapere chi è il prossimo, senza farsi prossimo non serve a molto. Questo il grande insegnamento finale di Gesù!
“Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così”
In questo caso la parola “compassione” racchiude due concetti propri di Dio: fedeltà e solidarietà. Dio è fedele all’uomo quando è a lui solidale, quando cioè viene in aiuto alle sue esigenze. È questa la compassione che Gesù vuole: fedeltà a Dio è solidarietà verso i bisognosi.
Lo scriba questo l’ha compreso bene! Gesù quindi conferma la sua risposta e lo invita a fare altrettanto.
Solo chi soffre con chi soffre vive la carità; le ferite della vita non cercano spiegazione ma condivisione e compassione ed è questa compassione che Dio ci ha rivelato in Cristo.

 

*****

“Oggi la liturgia ci propone la parabola detta del “buon samaritano”, tratta dal Vangelo di Luca . Essa, nel suo racconto semplice e stimolante, indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo noi stessi, ma gli altri, con le loro difficoltà, che incontriamo sul nostro cammino e che ci interpellano. Gli altri ci interpellano. E quando gli altri non ci interpellano, qualcosa lì non funziona; qualcosa in quel cuore non è cristiano. Gesù usa questa parabola nel dialogo con un dottore della legge, a proposito del duplice comandamento che permette di entrare nella vita eterna: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi.. “Sì – replica quel dottore della legge – ma, dimmi, chi è il mio prossimo?”.
Anche noi possiamo porci questa domanda: chi è il mio prossimo? Chi devo amare come me stesso? I miei parenti? I miei amici? I miei connazionali? Quelli della mia stessa religione?... Chi è il mio prossimo?
E Gesù risponde con questa parabola. Un uomo, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, è stato assalito dai briganti, malmenato e abbandonato. Per quella strada passano prima un sacerdote e poi un levita, i quali, pur vedendo l’uomo ferito, non si fermano e tirano dritto. Passa poi un samaritano, cioè un abitante della Samaria, e come tale disprezzato dai giudei perché non osservante della vera religione; e invece lui, proprio lui, quando vide quel povero sventurato, «ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite […], lo portò in un albergo e si prese cura di lui» ; e il giorno dopo lo affidò alle cure dell’albergatore, pagò per lui e disse che avrebbe pagato anche tutto il resto.
A questo punto Gesù si rivolge al dottore della legge e gli chiede: «Chi di questi tre – il sacerdote, il levita, il samaritano – ti sembra sia stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». E quello naturalmente - perché era intelligente - risponde: «Chi ha avuto compassione di lui» . In questo modo Gesù ha ribaltato completamente la prospettiva iniziale del dottore della legge – e anche la nostra! –: non devo catalogare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è. Dipende da me essere o non essere prossimo - la decisione è mia -, dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile. E Gesù conclude: «Va’ e anche tu fa’ così» . Bella lezione! E lo ripete a ciascuno di noi: «Va’ e anche tu fa’ così», fatti prossimo del fratello e della sorella che vedi in difficoltà. “Va’ e anche tu fa’ così”. Fare opere buone, non solo dire parole che vanno al vento. Mi viene in mente quella canzone: “Parole, parole, parole”. No. Fare, fare. E mediante le opere buone che compiamo con amore e con gioia verso il prossimo, la nostra fede germoglia e porta frutto. Domandiamoci – ognuno di noi risponda nel proprio cuore – domandiamoci: la nostra fede è feconda? La nostra fede produce opere buone? Oppure è piuttosto sterile, e quindi più morta che viva? Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto? Sono di quelli che selezionano la gente secondo il proprio piacere? Queste domande è bene farcele e farcele spesso, perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia. Il Signore potrà dirci: Ma tu, ti ricordi quella volta sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Quell’uomo mezzo morto ero io. Ti ricordi? Quel bambino affamato ero io. Ti ricordi? Quel migrante che tanti vogliono cacciare via ero io. Quei nonni soli, abbandonati nelle case di riposo, ero io. Quell’ammalato solo in ospedale, che nessuno va a trovare, ero io.
Ci aiuti la Vergine Maria a camminare sulla via dell’amore, amore generoso verso gli altri, la via del buon samaritano.
Ci aiuti a vivere il comandamento principale che Cristo ci ha lasciato. E’ questa la strada per entrare nella vita eterna.”

Papa Francesco Parte dell’ Angelus del 3 luglio 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture che la liturgia di questa domenica ci presenta richiamano la missionarietà di tutta la Chiesa e non solo di alcuni suoi membri. L’invio in missione dei discepoli da parte di Gesù coinvolge oggi la Chiesa intera, non solo alcuni suoi membri:tutti possono essere missionari, tutti possono sentire quella chiamata di Gesù e andare avanti e annunciare il Regno!
Nella prima lettura, il profeta Isaia dopo il ritorno dall’esilio, ricorda agli sfiduciati la promessa divina: Gerusalemme sarà una città di prosperità e di gioia; in essa Dio si presenterà come consolatore del suo popolo. La pace, cioè la prosperità, la benedizione, è per coloro che l’aspettano e accolgono il vangelo.
Nella seconda lettura, San Paolo concludendo la sua lettera ai Galati, parla ancora di coloro che annunciano un altro vangelo e afferma che per lui non c’è altro vanto che la croce di Cristo. Solo la croce infatti, e chi la vive nella propria vita, può abbattere ciò che è vecchio e donare al mondo una nuova vita, che è fatta di unità e di pace.
Nel Vangelo, Luca ci racconta che Gesù sceglie settantadue collaboratori e li manda davanti a sé. Spiega prima loro che nel campo di Dio c’è crisi di operai, non di lavoro. E comanda di pregare “il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! “ Questi discepoli dovranno avere la mitezza dell’agnello, essere liberi da ogni peso, e legami terreni, portare pace e annunciare la venuta del Regno di Dio.
Il risultato è sorprendente e i discepoli pieni di gioia al ritorno riferiscono che anche i demòni sono sottomessi. Gesù partecipa alla loro gioia perchè vede che il potere di Satana sta per incrinarsi, ma li esorta a rallegrarsi soprattutto perchè i loro nomi sono scritti nei cieli».

Dal libro del profeta Isaìa
Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia
tutti voi che per essa eravate in lutto.
Così sarete allattati e vi sazierete
al seno delle sue consolazioni;
succhierete e vi delizierete
al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba.
La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi»
Is 66,10-14c

Questo brano appartiene al "Terzo Isaia" (TritoIsaia) (capitoli 56-66), il profeta della situazione successiva al ritorno dall'esilio babilonese. Dopo l’editto di Ciro che autorizzava il ritorno dall’esilio e la ricostruzione di Gerusalemme, il profeta vede di nuovo la città della storia della salvezza avvolta dall’amore di Dio e rivolge il suo messaggio agli israeliti impegnati a ricostruire la comunità religiosa di Gerusalemme.
Il profeta si presenta come l’inviato dello Spirito del Signore per annunciare la buona notizia ai poveri e a prendersi cura dei disperati (61,1). Davanti al problema del rifiuto e del disprezzo nei confronti degli stranieri, alcuni suoi scritti rivelano un atteggiamento eccezionalmente aperto verso di loro, accetta addirittura che partecipino al culto insieme alla comunità (56,3-7). In altri invece annuncia un giudizio tremendo contro le nazioni straniere (63,1-6; 66,14-16; 66,24). A partire dal c. 60, emerge una svolta impressionante: se prima abbondavano gli oracoli di giudizio e di castigo, ora sono le promesse di salvezza a caratterizzare i suoi interventi. I cc. 63-64 sono una meditazione sulla storia come luogo della rivelazione di Dio, e nei cc. 65-66 (da cui è preso il nostro brano liturgico) si avverte un clima pieno di speranza e gioia. Israele ha un valido motivo per sperare in un futuro migliore: Dio non abbandonerà il suo popolo. Alla fine del libro, la prospettiva si universalizza come mai in precedenza: tutti i popoli formano con Israele una grande comunità cultuale e liturgica: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”
I versetti del brano liturgico sono un vero inno di gioia per la rinascita di Gerusalemme. Anzitutto il profeta invita coloro che amano la città santa a rallegrarsi con lei. L’invito è rivolto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, soprattutto quelli che erano desolati e depressi per la situazione di rovina in cui era caduta la città. Ora tutto è cambiato, la città è risorta, ed essi devono rallegrarsi. Gerusalemme è immaginata come una madre che allatta i suoi figli, li riempie di consolazione e li inonda della sua gloria.
L’abbondanza di cui gode la città non è frutto del lavoro dei suoi abitanti, ma il segno di una benevolenza divina che raggiunge abbondantemente tutti i suoi abitanti. Infatti essa deriva direttamente da Dio, il quale farà scorrere verso di essa, come un fiume ricco d’acqua, la pace, e con questa la gloria delle genti
Viene qui ripreso un tema tipico del Terzo Isaia che descrive il futuro radioso di Gerusalemme come l’arrivo dei gentili che, in pellegrinaggio, si recano al tempio per adorare il Dio di Israele portando con sé in dono tutti i loro beni (Is 60,1-22). Ritorna poi nuovamente l’immagine della madre che allatta i suoi figli, li porta in braccio, li fa sedere sulle sue ginocchia e li accarezza. Questa volta il soggetto non è più direttamente la città, ma Dio stesso che ha profuso in essa i suoi doni. Nei confronti degli abitanti di Gerusalemme, Dio è come una madre che consola i suoi figli, e lo fa proprio nella città in cui vivono. Infine Dio fa' una solenne promessa: “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”.
Si può notare come in un momento nel quale in primo piano si trova la preoccupazione per la ricostruzione del tempio, questo brano va veramente contro corrente. In esso l’accento viene posto non sull’edificio materiale, ma sulla nascita di un popolo fedele a Dio. Senza di esso il tempio non ha ragione di esistere. Non si tratta però dell’effetto di un’iniziativa umana, ma di un’opera compiuta direttamente da Dio. Solo Dio infatti può dare vita a un popolo. Si tratta quindi di un dono straordinario, di fronte al quale non c’è altro da fare che rallegrarsi con animo grato perchè la nascita di una comunità giusta e santa, prospera e pacifica, è un vero miracolo di Dio. La nascita di una tale comunità è una cosa meravigliosa e inattesa, è questa la speranza che il Terzo Isaia coltiva e mantiene viva tra i giudei rimpatriati a Gerusalemme.

Salmo 65 - Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto
la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Il salmo è stato scritto nel postesilio, come è facile ricavare dalla menzione di grandi prove nazionali:
“Ci hai purificati come si purifica l’argento (…). Hai fatto cavalcare uomini sopra le nostre teste (…), poi ci hai fatto uscire verso l'abbondanza”. L’universalismo del salmo è espresso nell’invito a tutta la terra a dare gloria a Dio. Il salmista anima poi il gruppo orante che lo attornia a presentare a Dio il desiderio che sia celebrato in tutta la terra: “Dite a Dio: ”. Il salmista riprende il suo invito a tutte le genti, invitandole ad avvicinarsi ad Israele per udire le grandi opere che Dio ha compiuto per il suo popolo, compresa la liberazione da Babilonia: “Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini. Egli cambiò il mare in terra ferma…”. Dio ha piegato i nemici del suo popolo, compresi i babilonesi: “contro di lui non si sollevino i ribelli”. Il salmista ancora invita i popoli a lodare Dio: “Popoli, benedite il nostro Dio, fate risuonare la voce della sua lode…”. Poi il salmista si rivolge direttamente a Dio facendo memoria della catastrofe della deportazione a Babilonia: “O Dio, tu ci hai messi alla prova; ci hai purificati come si purifica l’argento (…). Hai fatto cavalcare uomini sopra le nostre teste (…), poi ci hai fatto uscire verso l'abbondanza”. Il cavalcare uomini sopra le teste era una efferatezza egizia, assira, babilonese e poi anche persiana. I vinti venivano legati e calpestati dai carri dei vincitori. Il salmista, dopo essersi rivolto a Dio nella memoria dei grandi avvenimenti della nazione, che sente suoi per appartenenza, si riferisce a Dio come persona singola, che ha una sua storia di dolore, e che nell’angoscia ha pronunciato voti. Questi voti li assolverà perché è stato beneficato da Dio secondo il suo desiderio espresso nella preghiera, ma anche secondo la giustizia di Dio: “Se nel mio cuore avessi cercato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato”.
Il salmo, che noi recitiamo in Cristo, ci collega alla grande storia di Israele, alla quale siamo stati innestati per mezzo di Cristo (Cf. Rm 11,24), il quale è la ragione di ogni liberazione, di ogni grazia che viene dal Padre. Noi entriamo nelle sue chiese non offrendo sacrifici di montoni, capri e tori, ma il sacrificio di noi stessi, in unione al sacrificio del Cristo presente sugli altari (Cf. Ps 39,7). Perfettamente nostra è l’invocazione a tutte le genti a venire e vedere. A vedere in noi, nella Chiesa, la grande opera della redenzione.
commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Galati
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.
Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.
D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
Gal 6,14-18

Il brano liturgico è tratto dall’epilogo della lettera ai Galati nella quale Paolo traduce in termini esortativi le sue riflessioni sulla giustificazione per mezzo della fede e non delle opere. L’Apostolo inizia l’epilogo facendo notare che esso è scritto di sua mano, forse per sottolineare quanto lui tenga a quanto dice. Poi Paolo si lascia andare e torna ad accusare coloro che vogliono imporre ai Galati la circoncisione e questo per vari motivi di interesse personale, e il brano inizia sottolineando che, diversamente da quanto facevano i suoi avversari, il suo vanto consiste:
“nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”. In altre parole, aderendo pienamente alla fede a Gesù crocifisso, egli ha rotto radicalmente con il mondo e con tutti i suoi desideri accettandone tutte le conseguenze in termini di sofferenze e di persecuzioni.
Paolo poi prosegue sottolineando che “Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura”. Con questa espressione, egli indica il nuovo rapporto con Dio, proprio dei tempi escatologici, che si consegue in forza della fede in Cristo (v. 2Cor 5,17). Paolo ribadisce dunque ciò che già prima aveva affermato: quello che importa non è la circoncisione, ma “la fede che opera per mezzo dell’amore” (Gal 5,6). A tutti coloro che condividono questo principio egli assicura quella pace e quella misericordia che saranno le prerogative dell’ “Israele di Dio”.
Egli conclude con una severa ammonizione:
“D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.
Le “stigmate di Gesù” non sono certo le ferite dei chiodi nelle mani e nei piedi, che sono state prerogativa di alcuni santi della storia cristiana, come S.Francesco d’Assisi e S.Pio, ma le conseguenze, visibili sul suo corpo, delle sofferenze e delle persecuzioni subite a causa di Cristo. Sono queste stigmate che per lui prendono il posto del marchio impresso nella carne dalla circoncisione (Gal 5,11). Nessuno dunque ha il diritto di porre ostacoli alla sua opera apostolica, accusandolo e denigrandolo presso le comunità da lui fondate.
Dopo aver così fortemente riaffermato l’autenticità delle sue scelte, Paolo giunge ai saluti: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
In questa formula, si può facilmente intravedere l’affetto che l’apostolo conserva ai Galati essi restano per lui fratelli, con i quali vuole condividere fino in fondo la grazia di Gesù Cristo.

Dal vangelo secondo Luca
[In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.] Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Lc 10, 1-12, 17-20

In questo brano del Vangelo, Luca ci racconta che Gesù, in cammino verso Gerusalemme, chiama a condividere la sua predicazione, altri settantadue discepoli, e il testo precisa:, " designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” . Il n.72 è sicuramente simbolico e in questo caso viene preso per sottolineare l’aspetto universale della missione dato che la tradizione giudaica contemplava nel n. 72 tutte le nazioni pagane sparse per il mondo.
Poi Gesù fa le sue raccomandazioni e dice: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! “ L’immagine della messe ormai matura richiama il giorno del giudizio finale e la prospettiva è dunque escatologica: la fine è ormai vicina e Gesù cerca dei collaboratori che lo aiutino a raccogliere il popolo di Israele e condurlo incontro al suo Dio. Poi Gesù dà istruzioni sull’equipaggiamento dei discepoli missionari e prospetta loro anche l’eventualità del rifiuto: Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
Al rifiuto da parte di una città i discepoli devono reagire scuotendo sui responsabili la polvere dei loro piedi. L’atto di scuotere la polvere dei piedi equivale a un gesto profetico che indica l’esclusione dalla salvezza escatologica e la minaccia della condanna nel giudizio. La mancata adesione al vangelo comporta nel giorno del giudizio finale una sorte peggiore di quella toccata alla città di Sodoma, prototipo nell’A.T. della città maledetta da Dio per i suoi peccati.
Luca descrive il ritorno dei settantadue discepoli che tornarono pieni di gioia e dicevano: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». E’ evidente che ciò che più rallegra gli inviati è la sottomissione dei demoni.
Luca vede la missione essenzialmente come una liberazione dell’uomo dalle forze sataniche del male che secondo la mentalità corrente si rendevano palesi nelle malattie. In risposta a quanto riferiscono i discepoli Gesù commenta: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
La visione della caduta di satana risente del linguaggio apocalittico del tempo: in Is 14,12 la sconfitta del re di Babilonia viene immaginata come la caduta di Lucifero, la stella del mattino.
Con questa immagine Gesù dichiara che, con la venuta del regno di Dio, che ha iniziato a esercitare la sua azione mediante la sua opera, le potenze del male sono private del loro dominio sull’umanità. Egli aggiunge: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi” Il potere conferito da Gesù si esercita su serpenti e scorpioni, che rappresentano le forze del male che si oppongono a loro e su ogni potenza del nemico senza esserne danneggiati.
Questa espressione è ricavata dal Salmo 91,13 che era stato citato esplicitamente da satana in occasione della tentazione di Gesù nel deserto (Lc 4,10-11).
Pur avendo ricevuto tale potere, i discepoli non devono rallegrarsi per questo, ma piuttosto perché i loro nomi sono scritti nei cieli cioè perché ad essi è riservato come ricompensa il regno di Dio.
Ciò che conta non è il risultato dell’azione evangelizzatrice, ma lo spirito con cui è portata a termine.
Alla fine di ogni esperienza missionaria c’è la celebrazione universale della gloria di Dio e della salvezza del mondo: ma il cammino di questa esperienza (che si identifica con la nostra esperienza quotidiana di testimoni cristiani) è un cammino complesso e difficile. Gesù continua a ricordarci che: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai” … sono parole che oggi, in tempi di scarse vocazioni e di crescente egoismo e individualismo, risultano chiarissime e allarmanti. Quando poi Gesù dice: “ vi mando come agnelli in mezzo a lupi” ricorda a tutti che il cristiano sta dalla parte della mansuetudine, e deve farsi messaggero di pace in una società che non smette di esaltare i conflitti e il proprio tornaconto.

*****

“L ’odierna pagina evangelica, tratta dal capitolo decimo del Vangelo di Luca , ci fa capire quanto è necessario invocare Dio, «il signore della messe, perché mandi operai per la sua messe». Gli “operai” di cui parla Gesù sono i missionari del Regno di Dio, che Egli stesso chiamava e inviava «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Loro compito è annunciare un messaggio di salvezza rivolto a tutti. I missionari annunziano sempre un messaggio di salvezza a tutti; non solo i missionari che vanno lontano, anche noi, missionari cristiani che diciamo una buona parola di salvezza. E questo è il dono che ci dà Gesù con lo Spirito Santo. Questo annuncio è dire: «E’ vicino a voi il Regno di Dio» , perché Gesù ha “avvicinato” Dio a noi; Dio si è fatto uno di noi; in Gesù, Dio regna in mezzo a noi, il suo amore misericordioso vince il peccato e la miseria umana.
E questa è la Buona Notizia che gli “operai” devono portare a tutti: un messaggio di speranza e di consolazione, di pace e di carità. Gesù, quando manda i discepoli davanti a sé nei villaggi, raccomanda loro: «Prima dite: “Pace a questa casa!”. […] Guarite i malati che vi si trovano» . Tutto questo significa che il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!
Con quale spirito il discepolo di Gesù dovrà svolgere questa missione? Anzitutto dovrà essere consapevole della realtà difficile e talvolta ostile che lo attende. Gesù non risparmia parole su questo! Gesù dice: «Vi mando come agnelli in mezzo a lupi». Chiarissimo. L’ostilità è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno. Per questo, l’operaio del Vangelo si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali, come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo. Questo significa abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù.
Quella del cristiano nel mondo è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso; essa richiede tanta generosità e soprattutto lo sguardo e il cuore rivolti in alto, per invocare l’aiuto del Signore. C’è tanto bisogno di cristiani che testimoniano con gioia il Vangelo nella vita di ogni giorno. I discepoli, inviati da Gesù, «tornarono pieni di gioia».
Quando noi facciamo questo, il cuore si riempie di gioia. E questa espressione mi fa pensare a quanto la Chiesa gioisce, si rallegra quando i suoi figli ricevono la Buona Notizia grazie alla dedizione di tanti uomini e donne che quotidianamente annunciano il Vangelo: sacerdoti - quei bravi parroci che tutti conosciamo -, suore, consacrate, missionarie, missionari… E mi domando - sentite la domanda -: quanti di voi giovani che adesso siete presenti oggi nella piazza, sentono la chiamata del Signore a seguirlo? Non abbiate paura! Siate coraggiosi e portare agli altri questa fiaccola dello zelo apostolico che ci è stata data da questi esemplari discepoli.”
Papa Francesco Parte dell’ Angelus del 3 luglio 2016

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica ci aiutano a porre la nostra attenzione sulla sequela di Gesù: seguire il Signore è percorrere la sua stessa strada.
La prima lettura, tratta dal primo dei Re, il profeta Elia gettando il suo mantello sulle spalle del discepolo Eliseo, lo invita a seguirlo e lo riveste del suo stesso ministero profetico. Eliseo accetta e per lui si aprirà per sempre l’orizzonte nuovo, luminoso, ma anche tormentato della missione profetica.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo afferma che con Cristo siamo stati chiamati a libertà, e la libertà del cristiano dà la capacità di portare a compimento la legge e di mettersi al servizio del prossimo. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
Nel Vangelo, San Luca ci fa comprendere che chi intende mettersi alla sequela di Gesù non deve più guardare al passato, ma è chiamato ad occuparsi di nuova vita. Deve perciò tagliare i legami con le idee vecchie e con gli interessi individuali, essere disposto a tutto, e avere il coraggio, di andare anche controcorrente.

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il Signore disse a Elìa: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto».
Partito di lì, Elìa trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.
1Re19,16b, 19-21

Il primo libro dei re, come il secondo, è un testo contenuto sia nella Bibbia ebraica (Tanakh, dove sono contati come un testo unico) che in quella cristiana. Sono stati scritti entrambi in ebraico e secondo molti esperti, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte, in particolare della cosiddetta fonte deuteronomista del VII secolo a.C., integrata da tradizioni successive. E’ composto da 22 capitoli descriventi la morte di Davide, Salomone, la scissione del Regno di Israele dal Regno di Giuda, il ministero del Profeta Elia (nel nord) e i vari re di Israele e Giuda, eventi datati attorno al 970-850 a.C..
Il ciclo di Elia (1Re 17,1 - 22,54; 2Re 1) rappresenta, insieme a quello di Eliseo, il nucleo centrale dei due libri dei Re, di cui mette chiaramente in luce il carattere profetico.
Riepilogando l’antefatto del brano che la liturgia ci propone, sappiamo che dopo il sacrificio del Carmelo (1Re 18,16-46), il profeta Elia, perseguitato da Gezabele, moglie di Acab, si reca al monte Oreb. Durante il cammino nel deserto è sostenuto da Dio, come Israele al tempo dell’esodo, con un pane e un’acqua miracolosi (1Re 19,1-8). Dopo aver camminato quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, egli giunge al monte della rivelazione, dove Dio gli appare non nell’uragano, nel terremoto o nei lampi, ma “nel mormorio di un vento leggero” e questo significa che anche Elia, come Mosè, riceve la parola di Dio, non però mediante i fenomeni esterni della teofania, bensì nell’intimo del suo cuore, “pieno di zelo per il Signore”.
Sul monte Oreb Dio affida ad Elia tre compiti il cui scopo è quello di preparare le persone che scateneranno il castigo divino sul popolo peccatore (1Re 19,15-16). Per prima cosa dovrà consacrare Cazael come re di Damasco (2Re 8,7-15); in seguito dovrà ungere Ieu come re di Israele (2Re 9,1-13); infine dovrà ungere come suo successore Eliseo figlio di Safat (1Re 19,19-21). Elia non sarà dunque solo nella sua adesione incondizionata a DIO! Di ritorno dall’Oreb, Elia adempie per primo il terzo dei compiti che gli erano stati affidato, la chiamata di Eliseo.
Il testo liturgico si apre con l’ordine dato da DIO ad sull’Oreb: “Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto”. La scena dell’incontro di Elia con Eliseo si svolge probabilmente nel villaggio stesso in cui viveva Eliseo, Abel-Mecola. Eliseo è intento a un impegnativo lavoro agricolo, infatti: “arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo”. Al vederlo, “Elìa, gli gettò addosso il suo mantello”.
La sacralità del mantello di Elia apparirà in seguito, nella scena del congedo di Elia da Eliseo (2Re 2,8.l3-14), dove sono attribuite a esso proprietà miracolose. Il gesto di Elia però non ha un carattere miracoloso, e neppure indica un passaggio di poteri da Elia al nuovo discepolo. Questi due significati del mantello appariranno in occasione della dipartita di Elia. Qui invece si tratta di un segno di appropriazione, con il quale Dio prende possesso di un uomo per conferirgli una missione. Eliseo comprende immediatamente il significato del gesto di Elia infatti lascia subito i buoi e corre dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa gli risponde: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te».
Da quel momento la vita di Eliseo, contadino di Abel-Mecolà, villaggio della Transgiordania, è stravolta. Gli è stato consentito solo il congedo ufficiale dal suo nucleo familiare attraverso un pasto d’addio cotto proprio con gli attrezzi dell’aratro, che erano il simbolo della sua antica professione. Poi per Eliseo, si aprirà per sempre l’orizzonte nuovo, luminoso, ma anche tormentato della missione profetica
La chiamata di Eliseo dà un’idea dell’origine e della radicalità della vocazione profetica. Infatti non è Eliseo che si mette a disposizione di Dio e neppure Elia che decide di chiamarlo al suo servizio, ma è Dio stesso che dà a Elia il compito di andarlo a cercare e di coinvolgerlo nella missione di guida spirituale del popolo.

Salmo 15 - Sei tu, Signore, l’ unico mio bene.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Il salmista si rivolge a Dio con pace avendo eletto il Signore, quale suo rifugio. Non mancano a lui le difficoltà, gli avversari violenti. Senza l’unione con lui ogni cosa non sarebbe più per lui un bene. Egli ama i santi, i giusti; nel compimento messianico che è la Chiesa, i fratelli in Cristo. Egli si sente in forte comunione con loro, e trova forza da questo. Gli empi, che incalzano costruendo e affermando idoli, non lo sgomentano perché la sua vita è nelle mani di Dio, e niente per lui sarebbe sulla terra un bene senza il sommo bene, che è Dio: “Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene”. L’orante considera come Dio lo aiuta e conforta e come per lui questo sia tutto. La sorte (il sorteggio) (Cf. Gd 17,1; Nm 26,55; ecc.) che assegnò un tempo i vari territori ai casati di Israele, ora è violata dall’ingiustizia dei dominatori idolatri, ma questo fa comprendere meglio all’orante che la vera sua sorte la sua vera sicurezza e forza è proprio il Signore, che gli dà pace e letizia: “Signore è mia parte di eredità e mio calice”. L’orante non tiene per se tutto questo, ma lo partecipa ai fratelli per un nutrirsi reciproco di luce. Non ha odio per gli empi e non li esclude dalla volontà salvifica di Dio: sono essi stessi ad escludersi da questa volontà con “le loro libagioni di sangue”, cioè i loro crimini, vero culto del male. Il salmista è certo che Dio non lo abbandonerà negli inferi una volta lasciata la terra: “non abbandonerai la mia vita negli inferi”. Ed egli sa che “il tuo Santo”, cioè il Cristo (Cf. At 13,35), avrà - ha avuto - vittoria sulla corruzione della tomba. Il salmista sa che percorrendo giorno dopo giorno “il sentiero della vita”, giungerà all’eterna dolcezza del cielo, alla destra di Dio, che è espressione letteraria indicante il glorioso essere con Dio. In assoluta eccellenza è Cristo che nella gloria è alla destra del Padre.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Galati
Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.
Gal 5,1. 13-18

Paolo, scrive la lettera ai Galati tra il 50 e il 57 durante il suo terzo viaggio, probabilmente da Efeso o da Macedonia, per controbattere ad una predicazione fatta da alcuni ebrei cristiani, dopo che l'apostolo aveva lasciato la comunità, i quali avevano convinto alcuni Galati che l'insegnamento di Paolo era incompleto e che la salvezza richiedeva il rispetto della Legge di Mosè, in particolare della circoncisione. Paolo condanna tale orientamento, proclamando la libertà dei credenti e la salvezza per mezzo della fede. La lettera è importante anche perchè si trovano delle informazioni storiche sulla vita di Paolo prima della conversione, sulla sua conversione, sugli anni successivi, i suoi rapporti con Pietro, con Gerusalemme, con Barnaba.
Paolo in questo brano inizia la sua esortazione con una frase che è tutto un programma: “Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”
Dobbiamo tener presente che nel mondo ebraico la libertà era concepita come un dono di Dio, che dopo aver liberato il Suo popolo dalla schiavitù degli egiziani, lo aveva unito a sé mediante l’alleanza e gli aveva dato la Sua legge: lo scopo della legge infatti era quello di creare tra gli israeliti quello spirito di fratellanza e di solidarietà in forza del quale la libertà sarebbe diventata la prerogativa di tutti. In questa prospettiva essi consideravano il codice mosaico come il dono più grande che Dio aveva fatto al suo popolo e la chiamavano “legge di libertà”.
Per Paolo è la liberazione ottenuta da Cristo che dà la libertà piena, infatti egli vede proprio nella liberazione dalla legge il punto di partenza di un cammino serio e impegnativo verso la libertà piena. Ciò si comprende solo ricordando che per lui il termine “legge”, designava un semplice elenco di precetti che l’uomo, con le sue sole forze, doveva compiere per rendersi gradito a Dio. In altre parole la legge, staccata dall’azione liberatrice di Dio, era diventata una pura norma incapace di dare la vita all’uomo peccatore, e come tale era paragonabile al pedagogo che controlla il bambino finché sopraggiunge il maestro (v.3,25) . Solo Cristo ha potuto togliere di mezzo la legge così intesa, in quanto ha liberato l’uomo dal suo peccato e lo ha fatto diventare figlio di Dio.
Nei versetti non riportati dal brano liturgico (vv. 2-12) Paolo aveva messo in guardia i galati nei confronti della circoncisione e di tutto ciò che essa comporta, cioè la pratica di tutta la legge. Coloro che cercano di imporla loro vogliono separarli da Cristo, e così facendo li pongono su una strada sbagliata. Essi devono dunque decidere se stare dalla sua parte o da quella dei suoi avversari. Ma devono anche sapere che nel primo caso scelgono la libertà, mentre nel secondo, pur pensando di fare proprie le prerogative del popolo eletto, scelgono in realtà un regime di schiavitù che svuota il vangelo del suo contenuto essenziale: la croce di Cristo. Il punto che l’apostolo vuole fare capire con chiarezza è uno solo: se egli si contrappone ai giudaizzanti, non è per difendere la sua autorità di apostolo, ma per garantire la verità e l’autenticità del vangelo. I galati possono rifiutare le sue direttive, ma così facendo abbandonano Cristo e rinunziano alla sua grazia.
Nel brano liturgico Paolo afferma: Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
I credenti non solo sono stati liberati, ma sono chiamati alla libertà: la libertà dunque non è solo un dono, ma anche un impegno. Questa libertà però non deve diventare un alibi per vivere secondo la carne, (cioè vivere senza regole e principi morali, in cui ogni cosa che si desidera è permessa), al contrario l’essere diventati liberi deve spingerli a mettersi a servizio gli uni degli altri nell’amore.
Tutta la legge si riassume infatti nel precetto che impone di amare il prossimo come se stessi. Paolo non predica dunque l’abolizione della legge in quanto tale, ma solo la liberazione da una legge concepita come una norma oggettiva da praticare con le proprie forze.
Purtroppo i galati non sono su questa strada, infatti l’apostolo li ammonisce dicendo: “Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!“ Essi vorrebbero praticare la legge, ma intanto vengono meno proprio al suo comandamento fondamentale, e così facendo si distruggono a vicenda.
Paolo passa poi a spiegare come la libertà dalla legge diventi effettiva solo in forza dello Spirito:”Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne.”
Per evitare di cedere ai desideri della carne, ossia ai desideri mondani, che sono all’origine di un comportamento peccaminoso, contrario alle esigenze della legge, il credente deve camminare secondo lo Spirito, cioè lasciarsi guidare dalla potenza di Dio che si manifesta nella sua azione.
Questo concetto lo approfondisce in questo modo:
“La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”.
Con il termine “carne” Paolo qualifica l’uomo peccatore nel senso che ponendo se stesso egoisticamente al centro di tutte le cose, trasgredisce anche il comandamento del Decalogo “non desiderare” che rappresenta anch’esso, come il comandamento dell’amore, la sintesi di tutti i precetti divini.
Paolo infine conclude: “Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.”
Colui che si lascia guidare dallo Spirito non ha più desideri mondani. La vittoria sul desiderio mondano, e quindi la possibilità di amare i fratelli, dipende dunque essenzialmente dal dono dello Spirito.
In questo testo Paolo mette con forza l’accento sulla libertà in quanto dono che viene fatto da Cristo al credente. Questa consiste fondamentalmente nell’eliminazione di un rapporto servile con la legge.
Paolo sottolinea però con chiarezza che questa libertà non consiste nel fare i propri comodi, ma nell’osservare il precetto fondamentale dell’amore, in cui tutta la legge è riassunta.
Ma la pratica dell’amore non è una cosa che competa all’uomo se prima non ha accettato in se stesso il dono dello Spirito. Solo lo Spirito infatti è capace di sostituire i desideri del mondo con altri desideri che portano all’amore e al dono di sé (questo concetto lo tratta ancora in Rm 5,5; 8,1-4).
Questo dono ha origine fondamentalmente dall’esempio di Cristo, dalla Sua totale dedizione al Padre e ai fratelli. Solo chi assume lo Spirito di Gesù, che è anche lo Spirito di Dio, può essere veramente libero nella pratica dell’amore verso i fratelli.

Dal vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
Lc 9, 51-62

Questo brano è tratto dalla seconda parte del vangelo di Luca, che viene denominata “La Salita verso Gerusalemme”.
Il brano inizia con una frase emblematica “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” e precisa che “mandò messaggeri davanti a sé”. Si può notare un riferimento a Malachia (Ml 3,1) dove Dio invia un angelo a preparare la sua venuta nel tempio di Gerusalemme e Luca interpreta questo incarico come l’invio di messaggeri ufficiali davanti al Messia per preparargli la strada verso Gerusalemme, dove avrebbe portato a termine la Sua missione.
Gli inviati “si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.” C’è da tener presente che i samaritani erano i nemici tradizionali dei giudei e spesso ne ostacolavano il passaggio nella loro regione, per questo di solito i giudei evitavano di passare nel loro territorio.
Luca e Giovanni (Lc 4,1-42, Gv 4,1-42) sono i soli a menzionare il passaggio di Gesù in questo territorio.
“Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò.”
Da questo episodio si rivela il carattere impulsivo e vendicativo dei figli di Zebedeo, e può comprendere perchè Gesù diede loro il soprannome di Boanèrghes, cioè figli del tuono.
“E si misero in cammino verso un altro villaggio.”
Può darsi che Gesù visto il rifiuto dei Samaritani abbia deviato il suo cammino, prendendo la strada che per giungere a Gerusalemme attraversa la Perea. L'interesse di Luca in questa sezione è però soprattutto di presentare Gesù in “viaggio”, non importa quindi precisare di quale altro villaggio si tratti.
Dopo l’episodio dei samaritani Luca inserisce tre scene di vocazione.
Nella prima scena, a un certo punto si presenta a Gesù un tale che gli dichiara la sua ferma decisione di seguirlo dovunque egli vada. La risposta di Gesù è significativa:”Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Prima di decidersi a seguire Gesù bisogna riflettere seriamente, perché si tratta di una scelta che implica privazioni, rischi, mancanza di sicurezze terrene, per cui una vita comoda e tranquilla non si addice a chi intende mettersi al Suo seguito.
Nella seconda scena è Gesù che rivolgendosi ad un altro dice : «Seguimi!». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». C’è da tenere presente che nella società ebraica non c’era solo il compito di adempiere a tutti i doveri connessi con la sepoltura del padre, ma anche di assisterlo nell’ultimo periodo della sua vita.
Già Eliseo aveva chiesto di poter salutare i genitori prima di seguire Elia (1Re 19-20), ed è possibile che Luca vi si ispiri; ma ora il futuro discepolo domanda una proroga per un motivo ben più grave: il sacrosanto dovere di provvedere alla sepoltura del padre, richiesto dal quarto comandamento della legge e considerato un'importante opera di misericordia.. A questo riguardo Gesù esprime il suo pensiero con un’affermazione paradossale, formulata in perfetto stile semitico, uno stile che usa toni forti e dichiarazioni esplosive: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Mettendosi al seguito di Gesù il discepolo ha scelto la “vita” e non deve più immischiarsi in faccende che riguardano coloro che sono ancora spiritualmente “morti”. Gesù considera quindi la sequela come un impegno talmente decisivo e radicale da far passare in secondo ordine persino gli obblighi più importanti e i legami familiari più stretti.
L’ultima scena riguarda un tale che prendendo lui stesso l’iniziativa si rivolge a Gesù dicendogli: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Costui si impegna a seguirlo, ma prima chiede di potersi accomiatare da quelli di casa sua. Ma Gesù risponde: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
L’aratro, simbolo del lavoro abbandonato da Eliseo, diventa segno del nuovo lavoro dell’apostolo “coltivatore” (chiamando i primi discepoli Gesù aveva parlato di pescatori di uomini) Ma c’è un’altra differenza più rilevante, tra queste scene di vocazione: nella chiamata per il Regno proposta da Cristo non c’è spazio per il “congedo da quelli di casa”.
Chi intende mettersi alla sequela di Gesù non guarda più al passato, è chiamato ad occuparsi di nuova vita; taglia i legami con le idee vecchie e con gli interessi individuali; deve essere mobile, disposto ad avventurarsi nel territorio del rinnovamento e della perfezione, affronta il rischio della novità, ama l’azzardo della libertà, il cui conseguimento è per lui fondamento di uno spirito di servizio e di solidarietà.

 

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“Il Vangelo di questa domenica mostra un passaggio molto importante nella vita di Cristo: il momento in cui – come scrive san Luca – «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme». Gerusalemme è la meta finale, dove Gesù, nella sua ultima Pasqua, deve morire e risorgere, e così portare a compimento la sua missione di salvezza.
Da quel momento, dopo quella “ferma decisione”, Gesù punta dritto al traguardo, e anche alle persone che incontra e che gli chiedono di seguirlo, dice chiaramente quali sono le condizioni: non avere una dimora stabile; sapersi distaccare dagli affetti umani; non cedere alla nostalgia del passato.
Ma Gesù dice anche ai suoi discepoli, incaricati di precederlo sulla via verso Gerusalemme per annunciare il suo passaggio, di non imporre nulla: se non troveranno disponibilità ad accoglierlo, si proceda oltre, si vada avanti. Gesù non impone mai, Gesù è umile, Gesù invita. Se tu vuoi, vieni. L’umiltà di Gesù è così: Lui invita sempre, non impone.
Tutto questo ci fa pensare. Ci dice, ad esempio, l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla. Gesù, nella sua esistenza terrena, non era, per così dire, “telecomandato”: era il Verbo incarnato, il Figlio di Dio fatto uomo, e a un certo punto ha preso la ferma decisione di salire a Gerusalemme per l’ultima volta; una decisione presa nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con Lui!
Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo cammino. E Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole noi cristiani liberi come Lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio. Gesù non vuole né cristiani egoisti, che seguono il proprio io, non parlano con Dio; né cristiani deboli, cristiani, che non hanno volontà, cristiani «telecomandati», incapaci di creatività, che cercano sempre di collegarsi con la volontà di un altro e non sono liberi. Gesù ci vuole liberi e questa libertà dove si fa? Si fa nel dialogo con Dio nella propria coscienza. Se un cristiano non sa parlare con Dio, non sa sentire Dio nella propria coscienza, non è libero, non è libero.
Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza. Ma attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace... Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele.
Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella propria coscienza, un recente esempio meraviglioso. Il Papa Benedetto XVI ci ha dato questo grande esempio quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore. E questo esempio del nostro Padre fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire.
La Madonna, con grande semplicità, ascoltava e meditava nell’intimo di se stessa la Parola di Dio e ciò che accadeva a Gesù. Seguì il suo Figlio con intima convinzione, con ferma speranza. Ci aiuti Maria a diventare sempre più uomini e donne di coscienza, liberi nella coscienza, perché è nella coscienza che si dà dialogo con Dio; uomini e donne, capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione.”

Papa Francesco Parte dell’ Angelus del 30 giugno 2013

Pubblicato in Liturgia
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