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Siamo ormai arrivati alla IV Domenica di Avvento, l'ultima prima del Santo Natale. Le letture che la liturgia ci fa meditare ci aiutano a comprendere meglio il senso della festa del Natale: non siamo più soli dopo che il Figlio di Dio, assumendo la nostra natura umana, ha posto la Sua tenda in mezzo a noi.
Nella prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, vediamo come al desiderio di Davide di costruire un tempio, il Signore mediante il profeta Natan, risponde che sarà Lui stesso, il Signore, a costruire la sua casa, e la costruisce con pietre vive. Questa promessa si realizzerà con la nascita del Messia, dalla discendenza di Davide.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Romani, l’apostolo Paolo fa una lode a Dio, che ha finalmente rivelato il mistero di Gesù Cristo. Mistero per secoli e millenni rimasto avvolto nel silenzio, ma ora “manifestato mediante le scritture dei profeti”. Ciò che la prima lettura e il vangelo di oggi presentano in forma narrativa, diventano preghiera in questo scritto di Paolo
Nel Vangelo di Luca, che già abbiamo sentito proclamare nella solennità dell’Immacolata Concezione, l’angelo Gabriele rivela che il Messia atteso non sarà chiamato semplicemente figlio di Davide, ma Figlio di Dio e il suo regno non avrà mai fine, perchè non avrà i confini dei regni umani, ma attuerà la signoria di Dio su ogni realtà. Maria con il suo sì diventa la nuova Gerusalemme, al cui interno non c’è più un tempio di pietra, come era quello di Salomone, ma il tempio perfetto della carne di Cristo, Nel grembo di Maria si rivela in pienezza la presenza di Dio attraverso il Figlio. Su di lei, perciò “si stende l’ombra dell’Altissimo”. In Maria c’è Colui che è veramente rifugio, riparo e fortezza per l’intera umanità.
Dobbiamo sempre tenere in mente che la proposta dell’angelo a Maria è la stessa che la Parola di Dio fa a ciascuno di noi. Quando rispondiamo “Sì”, abbiamo la gioia di concepire l’inconcepibile, perché la sua Parola diventa vita in noi.

Dal secondo libro di Samuèle.
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te».
Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa.
Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».
2Sam 7,1-5, 8b-11, 16

I due Libri di Samuele costituiscono, con i successivi due libri dei Re, un'opera continua ed hanno lo scopo di tratteggiare la vicenda storica del popolo di Israele dalla fine dell'epoca dei Giudici fino alla fine della monarchia con l'invasione babilonese di Nabucodonosor: un arco di tempo di circa sei secoli. La redazione definitiva dell’intera opera risale al VI secolo a.C.
Il nome "Libri di Samuele" deriva dal fatto che un'opinione talmudica tardiva ne attribuiva la compilazione al profeta Samuele, il quale però occupa un ruolo di primo piano solo nei primi 15 capitoli del primo libro.
Il secondo libro di Samuele è dominato interamente dalla grandiosa figura del re Davide, nella sua grandezza di sovrano e di guerriero così come nelle sue miserie di uomo. Esso abbraccia un arco di tempo pari a quello dell'intero regno di Davide sulle dodici tribù, che tradizionalmente va dal 1010 fino al 970 a.C..In tutto comprende 24 capitoli, in cui si raccontano le vicende del re Davide, a partire dalla sua ascesa al trono fino alla morte.
In questo brano, uno dei fondamentali nell'Antico Testamento, vediamo che Davide, giunto all’apice del suo potere, quando ormai sono terminate le sue imprese militari, si rivolge al profeta Natan con queste parole: “Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”.
La sua idea probabilmente non aveva solo motivazioni religiose ma anche politiche: costruendo infatti un grande santuario in onore al Dio di Israele avrebbe reso più legittimo il suo regno e la sua dinastia.
Davide poteva essere visto dal popolo come un usurpatore del trono che apparteneva a Saul e alla sua famiglia: è naturale quindi che abbia cercato una legalizzazione del suo regno e della sua dinastia, non solo portando a Gerusalemme l’arca dell’alleanza, ma anche costruendo un grande santuario in onore del Dio di Israele.
Natan in un primo momento approva il progetto di Davide, ma subito dopo, in seguito a una visione, ritorna da lui per comunicargli quanto il Signore gli avesse detto. Per prima cosa gli comunica che Dio non ha bisogno di un santuario in muratura perchè Egli ha camminato accanto al Suo popolo e lo ha guidato abitando in una tenda, senza mai pretendere la costruzione di un tempio.
Poi fa osservare a Davide che è stato Dio stesso a sceglierlo, per questo lo ha protetto e ancora lo proteggerà, rendendolo grande e potente. Il Signore prosegue poi assicurando che darà un luogo stabile a Israele perché vi risieda e non sia più oppresso dai suoi nemici come all’epoca dei giudici. Davide quindi non ha bisogno di cercare un espediente per legittimare la sua regalità: Dio è totalmente dalla sua parte e di tutto il popolo che governa.
Il Signore, per bocca del profeta poi soggiunge:
“Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno”.
Giocando sul duplice significato del termine ebraico “bajît” (casa e casato), proprio nel momento in cui rifiuta la costruzione di una casa in proprio onore, Dio gli promette di dargli Lui stesso una casa, cioè una discendenza. Dio dunque conferisce a Davide e alla sua dinastia quella continuità che egli avrebbe voluto garantirsi costruendo un tempio al Signore.
Poi prevede l’immediato successore di Davide: Salomone. Sarà lui a costruire per il Signore quella casa che a Davide non è stato consentito di edificare. Queste parole, in contrasto con quanto detto precedentemente, che attribuiscono a Dio il desiderio di avere un tempio, sono probabilmente un’aggiunta successiva,fatta al tempo del regno di Salomone, allo scopo di legittimare la costruzione del tempio.
Il Signore prosegue : ”Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”.
Infine Dio assicura a Davide che punirà i re colpevoli ma non li ripudierà come aveva fatto con Saul, rimuovendolo dal trono e conclude:”La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”.
Con questa ripetizione la volontà di Dio viene confermata in modo irrevocabile.
Purtroppo la storia dei regni di Giuda e di Israele dovrà registrare molte infedeltà proprio da parte dei re, che porterà le due nazioni israelitiche alla rovina e poi alla scomparsa della stessa dinastia davidica (2Re 17,7-23). Nasce così l’attesa di un re, discendente di Davide, chiamato “Messia” che alla fine dei tempi dovrà portare la salvezza al suo popolo e a tutta l’umanità.
Il Signore più che essere inquadrato nello spazio sacro di un tempio, edificato anche in concorrenza con i santuari pagani delle altre nazioni, ama essere presente nella realtà più vicina all’uomo, cioè il tempo, la storia, espressa nella dinastia davidica dalla quale sarebbe fiorito il Messia. Alla casa materiale che Davide voleva progettare per il suo Dio si sostituisce la casa fatta di pietre vive, cioè di persone, che lo “adoreranno in spirito e verità” (v. Gv 4,23 ) .

Salmo 88 Canterò per sempre l’amore del Signore.
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo.
Stabilirò per sempre la tua discendenza,
di generazione in generazione edificherò il tuo trono».

Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Gli conserverò sempre il mio amore,
la mia alleanza gli sarà fedele».

Il salmo probabilmente è il frutto di più autori, tuttavia non va affatto smembrato, poiché rivela una “unità orante”. Il salmo cosi come si presenta pone come autore un re vilipeso, che va ricercato in Ioacaz (2Re 23,33-34). Il fatto che il salmo presenti una totalità di mura abbattute e di fortezze diroccate, impone di pensare ad una sequenza di rovesci militari subiti da Israele, certamente dalle armate assire ed Egiziane (2Re 18,13, 23,33).
Il salmo esordisce facendo memoria delle promesse di Dio a Davide e alla sua discendenza (2Sam 7,8s), prosegue poi inneggiando alla potenza di Dio, quindi, con estensione, ritorna sulle promesse fatte a Davide; infine manifesta lo sconcerto di fronte alla catastrofe che si è abbattuta su Israele nonostante tutte le promesse di stabilità riguardanti la discendenza di Davide.
Il salmista sottolinea lo scarto infinito tra Dio e gli dei concepiti dai pagani: “Chi sulle nubi è uguale al Signore”; come pure sottolinea la distanza infinita tra lui e la sua corte celeste: “Chi è simile al Signore tra i figli degli dei?”. Non manca poi il salmista di affermare l'unicità di Dio: “Tuoi sono i cieli, tua è la terra, tu hai fondato il mondo e quanto contiene”. D'obbligo poi la menzione della vittoria di Dio su Raab (nome di un mostro mitico personificante il caos primordiale), cioè sull'Egitto: “Tu hai ferito e calpestato Raab”. Il “consacrato”, cioè il re, è stato ripudiato da Dio: “Ti sei adirato contro il tuo consacrato; hai infranto l'alleanza con il tuo servo, hai profanato nel fango la sua corona”. Egli è ricoperto di ingiurie mentre dal faraone Necao, suo vincitore, è condotto prima a Ribla e poi in Egitto: “I tuoi nemici insultano, insultano i passi del tuo consacrato”.
Il re, che ha visto le mura della reggia abbattute, come pure le sue fortezze, è nella più acuta sofferenza e domanda a Dio fin quando tutto questo continuerà: “Fino a quando, Signore, ti terrai nascosto: per sempre? Arderà come fuoco la tua collera?”. Afflitto, chiede a Dio di ricordarsi che la sua vita è breve e che forse non potrà vedere neppure giorni di pace, e lo interroga sul perché ha creato l'uomo, visto che a volte sembra che non ci sia disegno di pace per lui: “invano forse hai creato ogni uomo?”. L'uomo è ben poca cosa, eppure Dio dispone che debba sopportare lungamente pene e disagi prima di ridargli giorni di pace e di gioia. Al salmista pare che Dio abbia delle lentezze nell'intervenire, visto anche che i tempi di Dio sorpassano spesso i brevi anni di un uomo: “Chi è l'uomo che vive e non vede la morte? Chi potrà sfuggire alla mano degli inferi?".
Ma certo il salmista non rimane fermo a questo - le lentezze di Dio, infatti, sono unicamente causate dalle lentezze degli uomini nel ritornare a lui -, poiché conclude il suo salmo benedicendo Dio: “Benedetto il Signore in eterno. Amen, amen”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Romani
Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi
nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo,
secondo la rivelazione del mistero,
avvolto nel silenzio per secoli eterni,
ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti,
per ordine dell’eterno Dio,
annunciato a tutte le genti
perché giungano all’obbedienza della fede,
a Dio, che solo è sapiente,
per mezzo di Gesù Cristo,
la gloria nei secoli. Amen.
Rm 16,25-27

San Paolo scrisse la lettera ai Romani da Corinto probabilmente tra gli anni 58-59. La comunità dei cristiani di Roma era già ben formata e coordinata, ma lui ancora non la conosceva. Forse il primo annuncio fu portato a Roma da quei “Giudei di Roma”, presenti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste e che accolsero il messaggio di Pietro e il Battesimo da lui amministrato, diventando cristiani. Nacque subito la necessità di avere a Roma dei presbiteri e questi non poterono che essere nominati a Gerusalemme. La Lettera ai Romani, che è uno dei testi più alti e più impegnativi degli scritti di Paolo, ed è la più lunga e più importante come contenuto teologico, è composta da 16 capitoli: i primi 11 contengono insegnamenti sull'importanza della fede in Gesù per la salvezza, contrapposta alla vanità delle opere della Legge; il seguito è composto da esortazioni morali. Paolo, in particolare, fornisce indicazioni di comportamento per i cristiani all'interno e all'esterno della loro comunità
Questo brano, con cui la lettera si conclude, è un canto di lode rivolto a Dio e ripercorre le motivazioni fondamentali dell'intervento di Dio nella storia dell'umanità. In particolare si riferisce al "mistero" divino, colto nella sua struttura di realtà prima nascosta e poi svelata.
“a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo,
secondo la rivelazione del mistero,avvolto nel silenzio per secoli eterni”
Dio è colui che può rendere sempre più forti i credenti, e lo ha fatto attraverso il Vangelo predicato da Paolo: è quindi attraverso la predicazione che si cresce e ci si rafforza nella fede. Ma questa buona notizia (Vangelo) altro non è che l'annuncio, la proclamazione di una persona, Gesù Cristo, con i Suoi gesti, le Sue parole, la Sua morte e la Sua risurrezione. Questa buona notizia e questo annuncio però erano un mistero, una realtà profonda che è rimasta nascosta per lunghissimi anni. Dopo questo lungo tempo però è stata rivelata.
“ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti,per ordine dell’eterno Dio,
annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede”
Tale manifestazione è avvenuta attraverso le scritture dei profeti, che avevano anticipato il mistero divino nascosto e non ancora del tutto rivelato. Questi profeti hanno agito per volere di Dio, il quale voleva ottenere la fede di tutte le genti. É una fede che si manifesta necessariamente attraverso l'obbedienza: solo chi ha fede, chi si poggia su Dio, è capace di essere obbediente e di compiere la Sua volontà.
“a Dio, che solo è sapiente,per mezzo di Gesù Cristo,la gloria nei secoli. Amen”
Con queste parole l’Apostolo conclude l canto di lode, la glorificazione di Dio, per questo splendido disegno di comunione e di salvezza.
Il brano è una stupenda lode liturgica che arriva a Dio per mezzo di Gesù Cristo, Colui per mezzo del quale la Parola si è pienamente rivelata.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Lc 1, 26-38

Il nostro cammino di Avvento termina con la narrazione dell'annuncio a Maria. L’evangelista Marco, che ci accompagna in quest’anno liturgico, non dedica nemmeno una riga alle vicende legate all'incarnazione e alla nascita di Gesù, quindi la Liturgia per accompagnare in modo coerente l'itinerario dell'Avvento, si può dire che“prende in prestito” una pagina dal vangelo di Luca.
L’evangelista “della tenerezza”, inizia così il suo racconto:“l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.”
L’angelo Gabriele, il cui nome derivante dall’ebraico significa “la forza di Dio” “Dio è forte”, viene mandato da Dio a Nazareth, che era allora un piccolo villaggio rurale della Galilea, ad una vergine , e al tempo stesso promessa sposa. Nell’ambiente di allora, e soprattutto in Galilea, una ragazza di poco più di dodici anni poteva essere già data in sposa, ma rimaneva per un certo tempo nella casa paterna, prima che il marito la portasse a vivere in casa sua. Non sorprende quindi che Maria sia designata contemporaneamente come promessa sposa e vergine. Del suo fidanzato (sposo) si dice semplicemente che portava il nome di Giuseppe, nome di uno dei grandi patriarchi di Israele, e che apparteneva alla casa di Davide, alla quale erano state fatte le grandi promesse messianiche,
L’angelo apparendo a Maria si rivolge a lei con l’usuale saluto greco: kaire, vale a dire “Rallègrati” e aggiunge un elogio inusuale, unico “piena di grazia: il Signore è con te”. Maria è dunque la donna “ricolma del favore di Dio”!
Questa espressione riguarda non tanto il momento del suo concepimento, ma il momento attuale, in cui Dio le conferisce una missione che fa di lei la Sua collaboratrice nella grande opera della redenzione. Il saluto dell’angelo esprime quindi la gioia messianica che esplode nei tempi nuovi che stanno ora iniziando, ma Maria è prima di tutto la figlia di Sion, la degna rappresentante del popolo eletto, che porta in sé il Messia.
Le parole che le sono rivolte la turbano, ma l’angelo la invita a non temere, dicendole:“hai trovato grazia presso Dio”, cioè Maria ha ottenuto il Suo favore perchè Dio vuole stabilire un rapporto particolare con lei per assegnarle un compito speciale nel Suo progetto di salvezza.
L’angelo glielo presenta con queste parole: “Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Queste parole alludono all’oracolo di Isaia (7,14): Maria è dunque la vergine di cui parla il profeta e suo figlio non sarà un semplice discendente della casa davidica, ma il Messia atteso per gli ultimi tempi. In sintonia con il testo ebraico dell’oracolo e in forza del ruolo di madre che le è assegnato, sarà lei che gli darà il nome.
Si tratta però non di un nome qualsiasi, ma di un nome deciso da Dio, nel quale è indicata la missione futura del bambino (Gesù = JHWH salva).
A differenza di Giovanni, il quale “sarà grande davanti al Signore”, egli sarà grande in senso assoluto, perchè sarà chiamato “figlio dell’Altissimo”. A lui infatti Dio conferirà il trono di suo padre Davide (V.2Sam 7,12), ma non si tratterà di un regno limitato nel tempo e nello spazio, bensì di un regno che durerà in eterno. Mentre Giovanni Battista sarà il profeta degli ultimi tempi e il precursore del Messia, il figlio di Maria sarà il Messia stesso, nel quale troverà il suo compimento definitivo il regno di Davide.
All’annunzio dell’angelo Maria risponde con una domanda: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo”. Letteralmente la domanda sembrerebbe simile in parte a quella di Zaccaria (“Come posso conoscere questo?”), ma mentre Zaccaria chiedeva ulteriori garanzie, Maria chiede spiegazioni sulle modalità in cui si realizzerà, dal momento che “non conosce uomo”.
Alla domanda di Maria l’angelo risponde “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”. Dopo aver rivelato che il nascituro sarà il Figlio dell’Altissimo, l’angelo spiega che questo appellativo è dovuto al fatto che lo Spirito santo interverrà in modo speciale nel momento stesso del suo concepimento.
Al termine del suo annunzio l’angelo rivela a Maria la gravidanza di Elisabetta, sua parente. Questo evento, tenuto gelosamente segreto dai diretti interessati, diventa il segno visibile che conferma l’autenticità della rivelazione dell’angelo. Esso infatti mostra nel modo più convincente che “nulla è impossibile a Dio”.
Alle parole dell’angelo Maria risponde: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Maria si rende così disponibile al progetto di Dio e ne diventa partecipe fino in fondo. Ella apre così la via all’intervento dello Spirito santo e rende possibile la nascita straordinaria del Figlio di Dio.
Luca, primo tra gli evangelisti, legge il destino di Maria nella prospettiva del ruolo salvifico di Gesù, presentandola come la nuova Eva, madre del Messia e di quella umanità rigenerata che da Lui prende origine. Ella è paragonata al nuovo tempio, all’arca dell’alleanza, nella quale Dio risiede con la Sua potenza per trasformare tutte le cose. Con la sua disponibilità Maria diventa anche il modello del credente che si abbandona al suo Dio, mettendosi al seguito di Gesù e adeguandosi fino in fondo alla logica della croce.

*****

“In questa domenica che precede immediatamente il Natale, ascoltiamo il Vangelo dell’Annunciazione.
In questo brano evangelico possiamo notare un contrasto tra le promesse dell’angelo e la risposta di Maria. Tale contrasto si manifesta nella dimensione e nel contenuto delle espressioni dei due protagonisti. L’angelo dice a Maria: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» .
È una lunga rivelazione, che apre prospettive inaudite. Il bambino che nascerà da questa umile ragazza di Nazareth sarà chiamato Figlio dell’Altissimo: non è possibile concepire una dignità più alta di questa. E dopo la domanda di Maria, con cui lei chiede spiegazioni, la rivelazione dell’angelo diventa ancora più dettagliata e sorprendente.
Invece, la risposta di Maria è una frase breve, che non parla di gloria, non parla di privilegio, ma solo di disponibilità e di servizio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
Anche il contenuto è diverso. Maria non si esalta di fronte alla prospettiva di diventare addirittura la madre del Messia, ma rimane modesta ed esprime la propria adesione al progetto del Signore. Maria non si vanta. E' umile, modesta. Rimane come sempre.
Questo contrasto è significativo. Ci fa capire che Maria è veramente umile e non cerca di mettersi in mostra. Riconosce di essere piccola davanti a Dio, ed è contenta di essere così. Al tempo stesso, è consapevole che dalla sua risposta dipende la realizzazione del progetto di Dio, e che dunque lei è chiamata ad aderirvi con tutta sé stessa.
In questa circostanza, Maria si presenta con un atteggiamento che corrisponde perfettamente a quello del Figlio di Dio quando viene nel mondo: Egli vuole diventare il Servo del Signore, mettersi al servizio dell’umanità per adempiere al progetto del Padre. Maria dice: «Ecco la serva del Signore»; e il Figlio di Dio, entrando nel mondo dice: «Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7.9). L’atteggiamento di Maria rispecchia pienamente questa dichiarazione del Figlio di Dio, che diventa anche figlio di Maria. Così la Madonna si rivela collaboratrice perfetta del progetto di Dio, e si rivela anche discepola del suo Figlio, e nel Magnificat potrà proclamare che «Dio ha innalzato gli umili» (Lc 1,52), perché con questa sua risposta umile e generosa ha ottenuto una gioia altissima, e anche una gloria altissima.
Mentre ammiriamo la nostra Madre per questa sua risposta alla chiamata e alla missione di Dio, chiediamo a lei di aiutare ciascuno di noi ad accogliere il progetto di Dio nella nostra vita, con sincera umiltà e coraggiosa generosità.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 24 dicembre 2017

Pubblicato in Liturgia

La liturgia di questa terza domenica di Avvento, più di tutte le altre, è all’insegna della gioia e ci invita perciò alla letizia, alla gioia di saper vicina la nascita del Salvatore che recherà a tutti una grande speranza.
Nella prima lettura, il profeta Isaia vede nel futuro un inviato di Dio sul quale riposa lo Spirito del Signore per inaugurare un tempo di grazia e portare il lieto annuncio ai miseri. Nella Sinagoga di Nazareth, Gesù proclamerà cinque secoli dopo il compimento di questa profezia.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Tessalonicesi l’apostolo Paolo li incoraggia a essere lieti e propone un vero e proprio codice di comportamento per tutta l’esistenza quotidiana: gioia, preghiera incessante, riconoscenza, impegno missionario, sapiente ricerca dei veri valori, purezza, e santità
Nel Vangelo di Giovanni, la sublime figura di Giovanni Battista ci ricorda di essere sempre vigili e pronti a superare la tentazione “originale”, sempre in agguato davanti alla nostra porta: metterci al posto di Dio. Egli, il più grande tra i nati di donna, presenta se stesso come continuatore della missione di Isaia e annuncia solennemente: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
La missione di Giovanni dovrebbe essere quella di ogni discepolo: proclamare al mondo il Signore e la Sua azione perchè è Cristo che deve crescere ed è l’annunciatore che deve diminuire, lasciando il Signore al centro della scena.

Dal libro del profeta Isaia
Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l’anno di grazia del Signore. …
Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza,
mi ha avvolto con il mantello della giustizia,
come uno sposo si mette il diadema
e come una sposa si adorna di gioielli.
Poiché, come la terra produce i suoi germogli
e come un giardino fa germogliare i suoi semi,
così il Signore Dio farà germogliare la giustizia
e la lode davanti a tutte le genti.
Is 61,1-2a, 10-11

Questo capitolo è tratto dalla terza parte del libro del Profeta Isaia,(Terzo Isaia o Trito Isaia – titolo dato ad un personaggio non identificato ritenuto discepolo spirituale del secondo Isaia).
E’ stato scritto verso la fine dell’esilio di Babilonia (537-520 a.C.) e contiene una raccolta di oracoli che si differenziano non solo da quelli della prima, ma anche da quelli della seconda parte del libro.
Il brano inizia con la descrizione dell’intervento divino: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione”.È stato quindi lo Spirito a compiere sul profeta il rito dell’unzione che per i re veniva fatto dal sommo sacerdote. Di conseguenza colui che si esprime con queste parole, si presenta non solo come una figura profetica, ma anche come un autorevole capo religioso che prefigura il futuro Messia di Israele.
Dopo aver dichiarato pubblicamente l’intervento dello Spirito, il profeta descrive il compito che gli è stato affidato: “mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri”.
Il profeta dovrà rivolgersi anche ai rimpatriati, tra i quali si verificano ancora situazioni simili a quelle da loro patite in esilio. Inoltre egli deve “fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, cioè ridare coraggio a persone deluse e depresse; infine il suo compito consiste nel “proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri”.
(Si erano manifestati in quel periodo fatti molto gravi tra i rimpatriati, alcuni infatti si erano indebitati fino al punto di vendersi come schiavi ai loro connazionali (Ne 5,1-13; Is 58,10). Tra di loro l’inviato di Dio dovrà eliminare le ingiustizie e le eccessive differenze sociali ed economiche , per fare di essi una comunità degna del suo Dio).
Infine il profeta indica come suo compito quello di “promulgare l’anno di misericordia del Signore” . Con queste parole si intende proclamare un giubileo straordinario. Quando il popolo ebraico era nella sua terra, ogni cinquant’anni celebrava la solennità del giubileo. Per questa occasione un araldo suonava il corno (in ebraico “jobel” che era un corno d'ariete, e questo termine ha dato origine alla parola giubileo) e annunziava che in quell’anno tutti gli schiavi dovevano essere liberati e i debiti condonati, la pace proclamata.
Il profeta si sente come quell’araldo e il giubileo che sta per inaugurarsi è destinato all’Israele dell’esilio babilonese. Il suo è un messaggio di speranza per i malati, è una promessa di liberazione per gli schiavi e i prigionieri è un appello alla consolazione per i poveri e per gli emarginati.
Il brano alla fine riprende l’inno conclusivo di ringraziamento a DIO:
“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”.
Il motivo di tanta gioia consiste nel fatto che la comunità ha fatto l’esperienza della salvezza, che si identifica essenzialmente con la giustizia, che è preziosa come il diadema dello sposo o i gioielli della sposa durante la cerimonia nuziale. La Vergine Maria ha fatto sue nel Magnificat le parole:”la mia anima esulta nel mio Dio”!
Infine il motivo della gioia viene così approfondito: “Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti”.
Il popolo viene immaginato come una terra in cui Dio fa germogliare non prodotti agricoli, ma la giustizia e la lode che si manifestano davanti a tutti i popoli.
L’alleanza perenne che Dio instaura con il Suo popolo consiste dunque in un rapporto sponsale, che comporta nel popolo un profondo rinnovamento interiore. Gli altri popoli assistono e sono anche loro, almeno in parte, coinvolti nella nuova situazione che si prospetta per Israele.
Impressiona come cinque secoli dopo, in una modesta sinagoga del villaggio di Nazareth, un’altra voce si leverà e ripeterà queste stesse parole citandole proprio dal rotolo di Isaia.
Gesù a quelle righe piene di speranza aggiungerò un commento folgorante fatto di una frase decisiva e scandalosa per gli uditori di quel sabato: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”Lc 4,21

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!
1Ts 5,16-24

La 1^ Lettera ai Tessalonicesi è probabilmente la più antica tra le lettere di S.Paolo e fu scritta dall’Apostolo all’inizio degli anni cinquanta. Paolo era stato a Tessalonica nel suo secondo viaggio (circa 20 anni dopo la morte di Gesù) e come spesso gli accadeva, era dovuto fuggire e pertanto aveva passato nella città poco tempo per svolgere una missione completa e approfondita (negli Atti 17,1-9 è riportato ciò che avvenne a Tessalonica). Paolo dunque è preoccupato della comunità che ha dovuto lasciare in fretta e manda Timoteo a constatare di persona come stavano le cose e le notizie positive che gli sono giunte lo rallegrano. Con questo stato d’animo scrive la sua lettera
Il brano che la liturgia ci presenta fa parte delle esortazioni che l’apostolo fa e che concludono le direttive su temi specifici. Dopo aver raccomandato ai tessalonicesi di avere rispetto per i responsabili della comunità, di correggere gli indisciplinati e incoraggiare i deboli, di non rendere male per bene, Paolo dopo li invita alla gioia e li esorta a far sì che questa gioia, che deve andare di pari passo con la preghiera, non venga mai meno, neppure in futuro.
Poi l’apostolo pone la sua attenzione sulle manifestazioni carismatiche della Chiesa e con tono deciso dichiara: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate i doni della profezia”.
Dal suo modo di esprimersi sembra che Paolo non si limiti a mettere in guardia circa un pericolo possibile, ma esorti a interrompere un comportamento deviante già in atto. È probabile che nella comunità di Tessalonica si fosse già verificata una repressione nei confronti dello slancio profetico suscitato dallo Spirito. L’apostolo, sapendo che in questo campo si possono commettere errori o restare confusi, esorta: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male”. Non ci dovrà essere perciò nessuna preclusione, ma neppure una indiscriminata accettazione di ciò che viene proposto, bensì una saggia verifica per fare ciò che è bene e astenersi da ogni male.
Infine Paolo pronunzia una preghiera di supplica e si rivolge al Dio della pace perché porti a compimento nei destinatari la sua opera santificatrice: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!”
La fiducia dei credenti non deve perciò avere la presuntuosa sicurezza di chi confida nelle proprie risorse, ma si deve basare unicamente sulla affidabilità del Padre.
Il tempo di Avvento ci mette quindi a confronto con l'azione di Dio che vuole "santificarci", e ci invita a corrispondere, a lasciarci trasformare, e soprattutto a non estrometterlo dalla nostra esistenza.

Dal vangelo secondo Giovanni
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose:
«Io sono voce di uno che grida nel deserto:
Rendete diritta la via del Signore,
come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Gv 1, 6-8,19-28

Il Vangelo di Giovanni, ossia il quarto Vangelo, fu scritto in greco, ed è alquanto differente dai tre Vangeli sinottici che riportano racconti, miracoli, parole di Gesù fino a darcene un aspetto familiare che tutti conosciamo. Si presenta come il frutto della testimonianza del "discepolo che Gesù amava”, ma oggi molti studiosi fanno spesso riferimento ad una scuola giovannea nella quale sarebbe maturata la redazione del vangelo tra il 60 ed il 100 e delle lettere attribuite all'apostolo.
E’ composto da 21 capitoli e come gli altri vangeli narra il ministero di Gesù. Anche se è notevolmente diverso dagli altri tre vangeli sinottici, sembra presupporre la conoscenza almeno del Vangelo di Marco, di cui riproduce talvolta espressioni particolari. Mentre i Vangeli sinottici sono più orientati sulla predicazione del Regno di Dio da parte di Gesù, il quarto vangelo approfondisce la questione dell'identità del Cristo, inserendo ampie parentesi teologiche.
Origene, scrittore di Alessandria d’Egitto del III secolo, uno dei primi e migliori commentatori di S.Giovanni, definisce così il lettore ideale di questo vangelo: “Nessuno può comprendere il senso del vangelo di Giovanni se non si è chinato sul petto di Gesù e non ha ricevuto da Gesù, Maria come madre”.
Il brano che la liturgia propone, presenta con i primi versetti del prologo, la figura di Giovanni: “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”. Giovanni è dunque il testimone che deve introdurre non solo Israele, ma tutta l’umanità alla fede al Dio dell’alleanza che si manifesta nel Suo “Verbo incarnato”. .
Poi c’è una serie di domande che i sacerdoti, mandati dai farisei, fanno a Giovanni il Battista. “«Tu, chi sei?». …Sei tu Elia. «Sei tu il profeta?». «…Che cosa dici di te stesso?». Perchè battezzi?".
Gli interlocutori vorrebbero subito definire e giudicare questo strano profeta che si agita e grida nel deserto al di là del Giordano; e sono dunque infastiditi dalle ripetute negazioni che il Battista oppone alle loro domande. Giovanni rifiuta così di identificarsi con una delle due figure, l’una messianica e l’altra profetica, la cui comparsa era attesa come immediata preparazione alla venuta finale di Dio.
I membri della delegazione non sono soddisfatti delle parole evasive di Giovanni e gli ripropongono la domanda, chiedendogli questa volta una risposta soddisfacente da riferire a coloro che li avevano inviati. ma egli risponde loro semplicemente applicando a sé il detto di Isaia (40,3) “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore,”
Secondo l’evangelista il Battista riconosce a se stesso la funzione dell’araldo, analoga a quella degli ignoti messaggeri che nel Deuteroisaia dovevano annunziare a Gerusalemme la fine dell’esilio e il ritorno degli esuli. Egli esclude così di essere uno dei mediatori escatologici attesi dai giudei, anzi nega qualsiasi importanza alla sua persona: ciò che conta è esclusivamente la sua missione.
Non soddisfatti, gli inviati di Gerusalemme pongono un’ultima domanda: “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”.
In risposta Giovanni afferma: “Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.
Affermando che la sua autorità deriva da un altro che si trova ormai in mezzo a loro, sebbene essi non lo conoscano, egli lo presenta come uno che viene “dopo” di lui, ma nonostante venga dopo di lui, è più importante di lui. Per indicare ciò, egli usa la stessa metafora a lui attribuita dai sinottici: egli non è neppure degno di svolgere nei suoi confronti il ruolo dello schiavo, al quale competeva il compito di slacciare i sandali del suo padrone.
Il brano mette in luce, con le parole stesse del Battista, già anticipate nel prologo, il ruolo che innegabilmente il Battista ha svolto nel preparare la venuta di Gesù.
Egli resta per tutti i tempi il testimone perfetto, modello di tutti coloro che, credendo in Gesù, lo presentano come l’unico capace di dare un senso pieno alla vita e alla storia umana.

*****

“Nelle scorse domeniche la liturgia ha sottolineato che cosa significhi porsi in atteggiamento di vigilanza e che cosa comporti concretamente preparare la strada del Signore. In questa terza domenica di Avvento, detta “domenica della gioia”, la liturgia ci invita a cogliere lo spirito con cui avviene tutto questo, cioè, appunto, la gioia. San Paolo ci invita a preparare la venuta del Signore assumendo tre atteggiamenti. Sentite bene: tre atteggiamenti. Primo, la gioia costante; secondo, la preghiera perseverante; terzo, il continuo rendimento di grazie. Gioia costante, preghiera perseverante e continuo rendimento di grazie.
Il primo atteggiamento, gioia costante: «Siate sempre lieti» , dice San Paolo. Vale a dire rimanere sempre nella gioia, anche quando le cose non vanno secondo i nostri desideri; ma c’è quella gioia profonda, che è la pace: anche quella è gioia, è dentro. E la pace è una gioia “a livello del suolo”, ma è una gioia. Le angosce, le difficoltà e le sofferenze attraversano la vita di ciascuno, tutti noi le conosciamo; e tante volte la realtà che ci circonda sembra essere inospitale e arida, simile al deserto nel quale risuonava la voce di Giovanni Battista, come ricorda il Vangelo di oggi .
Ma proprio le parole del Battista rivelano che la nostra gioia poggia su una certezza, che questo deserto è abitato: «In mezzo a voi – dice – sta uno che voi non conoscete». Si tratta di Gesù, l’inviato del Padre che viene, come sottolinea Isaia, «a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» (61,1-2). Queste parole, che Gesù farà sue nel discorso della sinagoga di Nazareth, chiariscono che la sua missione nel mondo consiste nella liberazione dal peccato e dalle schiavitù personali e sociali che esso produce. Egli è venuto sulla terra per ridare agli uomini la dignità e la libertà dei figli di Dio, che solo Lui può comunicare, e a dare la gioia per questo.
La gioia che caratterizza l’attesa del Messia si basa sulla preghiera perseverante: questo è il secondo atteggiamento. San Paolo dice: «Pregate ininterrottamente». Per mezzo della preghiera possiamo entrare in una relazione stabile con Dio, che è la fonte della vera gioia. La gioia del cristiano non si compra, non si può comprare; viene dalla fede e dall’incontro con Gesù Cristo, ragione della nostra felicità. E quanto più siamo radicati in Cristo, quanto più siamo vicini a Gesù, tanto più ritroviamo la serenità interiore, pur in mezzo alle contraddizioni quotidiane. Per questo il cristiano, avendo incontrato Gesù, non può essere un profeta di sventura, ma un testimone e un araldo di gioia. Una gioia da condividere con gli altri; una gioia contagiosa che rende meno faticoso il cammino della vita.
Il terzo atteggiamento indicato da Paolo è il continuo rendimento di grazie, cioè l’amore riconoscente nei confronti di Dio. Egli infatti è molto generoso con noi, e noi siamo invitati a riconoscere sempre i suoi benefici, il suo amore misericordioso, la sua pazienza e bontà, vivendo così in un incessante ringraziamento.
Gioia, preghiera e gratitudine sono tre atteggiamenti che ci preparano a vivere il Natale in modo autentico. Gioia, preghiera e gratitudine. Diciamo tutti insieme: gioia, preghiera e gratitudine [la gente in Piazza ripete] Un’altra volta! [ripetono]. In questo ultimo tratto del tempo di Avvento, ci affidiamo alla materna intercessione della Vergine Maria. Lei è “causa della nostra gioia”, non solo perché ha generato Gesù, ma perché ci rimanda continuamente a Lui.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 17 dicembre 2017

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche della prima domenica di Avvento, ci invitavano a vegliare, questa domenica invece ci esortano “a preparare la via del Signore” . Seguendo le indicazioni del profeta Isaia e di San Giovanni Battista cerchiamo di raddrizzare le vie del nostro cuore. Non importa se attorno a noi vediamo il deserto, se ci sembra che non funzioni niente, se ci sentiamo disorientati in questo tempo così oscuro. Fidiamoci di Dio! Con Lui possiamo fare tutto, anche ciò che prima ci sembrava impossibile!
Nella prima lettura, il profeta Isaia esorta al coraggio e alla speranza e annuncia agli ebrei deportati il ritorno in patria. Dio stesso ritorna a camminare con il suo popolo come il grande pastore d’Israele, e dietro a Lui, come un gregge il popolo eletto.
Nella seconda lettura san Pietro nella sua lettera ci invita alla preghiera e alla santità della vita nell’attesa del compimento della promessa del Signore: il suo ritorno definitivo.
Nel Vangelo di Marco, viene presentato Giovanni il Battista, che punta un indice verso l’ingresso decisivo del Signore nelle strade del mondo. Colpisce la forza con la quale proclama il suo messaggio, l’umiltà con la quale ripete che sta per venire uno infinitamente più potente e forte di lui, tanto che lui non si sente neanche degno di chinarsi per slegare i lacci dei suoi sandali. Il Battista, dichiarandosi indegno persino di compiere questo atto estremo di venerazione, riconosce nel Cristo una regalità altissima, quella stessa di Dio.

Dal libro del profeta Isaia
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda:
«Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Is 40,1-5, 9-11

Questo brano fa parte del Libro della Consolazione di Israele (capitoli 40-55) attribuiti ad un autore, rimasto anonimo, a cui è stato dato il nome di “secondo Isaia ” o “deutero Isaia ”. Probabilmente era un lontano discepolo del primo Isaia che visse a Babilonia insieme agli esiliati che, dalla sue profezie prendono speranza. Infatti a partire dal 550 a.C. compare un nuovo popolo, non semitico, i Persiani, sotto il comando del loro re: Ciro. Egli in 10 anni sottomette l’oriente e agli occhi dei popoli oppressi, deportati dai Babilonesi, egli appare come un liberatore. Il Deuteroisaia non si limita a presentarlo come lo strumento scelto da Dio per portare a termine il suo piano in favore di Israele, ma gli attribuisce prerogative tipiche dei re di Giuda, ponendolo così in una prospettiva “messianica”.
Il brano che la liturgia ci propone si apre con un oracolo nel quale Dio stesso esorta a “consolare” il Suo popolo. Le prime parole sono ripetute con insistenza:“Consolate, consolate il mio popolo”…
Il messaggio, che è un vero e proprio annuncio di gioia, è indirizzato direttamente a Gerusalemme, la città santa, personificazione del popolo giudaico. I messaggeri devono “parlare al cuore” di Gerusalemme per annunziarle che la sua esistenza è profondamente trasformata perché il Signore ha deciso di ripristinare quel legame d’amore che lo univa al Suo popolo.
Il motivo della consolazione di Gerusalemme sta nel fatto che:”la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”.
Il popolo che si era allontanato da Dio ha ormai scontato ampiamente la pena dovuta alla sua iniquità, ha ricevuto un doppio castigo per i suoi peccati, cioè in termini di sofferenza ha pagato un prezzo persino superiore alle sue colpe.
Il profeta comunica poi quanto dice “una voce”, cioè un anonimo messaggero di Dio ordina:
“Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio….”
Ciò significa che l’evento del ritorno richiederà un profondo cambiamento nella mentalità di tutti i giudei.
La fede di Israele in questo periodo è cambiata e dovrà ancora cambiare in profondità, coinvolgendo in questa trasformazione anche coloro che erano rimasti in patria e avevano continuato le attività dei loro padri.(Proprio l’incapacità da parte di costoro di accettare il nuovo, di cui i rimpatriati erano portatori, provocherà tutta una serie di tensioni che renderanno difficile la restaurazione del popolo di Dio).
Il ritorno degli esuli comporterà una meravigliosa rivelazione della gloria di Dio:
“Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato”.
Il termine “gloria” indica il fulgore che nell’immaginazione popolare accompagna la manifestazione di Dio. Vedere la gloria del Signore significa sperimentare in prima persona gli effetti dell’intervento divino. Ora la rivelazione della gloria di Dio sarà disponibile non solo agli israeliti, ma a tutti gli uomini e secondo il profeta nell’evento del ritorno saranno coinvolti tutti i popoli.
Vediamo ora nella narrazione un araldo che viene inviato con un compito specifico:
“Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! “
L’araldo, che deve annunziare a Gerusalemme e alle città di Giuda il ritorno del Signore alla testa degli esiliati, è descritto come “colui che annuncia liete notizie”. Da questa espressione tradotta in greco (euangelizomenos) “colui che evangelizza” deriverà il termine “vangelo”, con cui i primi cristiani designeranno la predicazione di Gesù.
Il Signore che ritorna è poi presentato con due immagini. La prima è quella del re potente e vittorioso, che ritorna dalla guerra portando con sé il bottino tolto ai nemici (e questo bottino è il popolo stesso che il Signore ha sottratto alla dominazione straniera).
La seconda immagine è quella del pastore che “fa pascolare il gregge” (V.Sal 23; Ez 34), “e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”.
Tutto il brano esprime meraviglia, gioia ed esaltazione per la svolta improvvisa che sta prendendo la storia della salvezza. Il messaggio fondamentale di questo carme è la fiducia nel Dio che dirige gli eventi della storia umana piegandoli a quelli che sono i Suoi piani di salvezza. Anche quando sembra che le vicende umane sfuggano al Suo controllo, Dio non rinunzia al Suo potere e non viene mai meno alle Sue promesse. L’importante per l’uomo è di saper vedere la Sua gloria quando si manifesta.

Salmo 85 (84) Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace per il suo popolo,
per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.

Il salmista ricorda come Dio ha ricondotto "hai ristabilito la sorte di Giacobbe" da Babilonia. I peccati commessi Dio li ha perdonati, mettendo fine alla sua grande ira.
Questa memoria del perdono di Dio alimenta nel salmista la fiducia che Dio perdonerà le mancanze del popolo, che, ritornato nella Giudea, dimostra tiepidezza nei confronti di Dio e per questo incontra sofferenze (Cf. Ag 1,7).
Il salmista, fortificato dal ricordo della misericordia di Dio, innalza quindi la sua supplica: ”Ritorna a noi, Dio nostra salvezza, e placa il tuo sdegno verso di noi".
Il salmista passa a considerare le profezie, ad ascoltare “cosa dice Dio”, e conclude che Dio presenta un futuro di pace “per chi ritorna a lui con fiducia”. Egli guarda ai tempi messianici, e può dire che “la sua gloria abiti la nostra terra” (Is 60,1s); e che “amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. “Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo”, quando verrà il Messia. La sua presenza farà si che “la nostra terra darà il suo frutto”, cioè il frutto di santità per il quale Israele è stato creato. Davanti al “bene” che Dio elargirà, cioè il Messia, “giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla seconda lettera di S.Pietro apostolo
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.
Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.
Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.
2Pt 3,8-14

La seconda lettera di Pietro è probabilmente l’ultimo scritto, in ordine di tempo, del Nuovo Testamento, e come la prima lettera, è tradizionalmente attribuita a San Pietro, ma molti esperti hanno ritenuto che sia stata scritta da un altro autore che aveva preso lo pseudonimo di Pietro. Probabilmente fu scritta in greco antico tra il 100 e il 160, da chi conosceva sia la Prima lettera che la lettera di Giuda, con lo scopo di esortare i credenti ad essere costanti nella pratica degli impegni connessi con la loro fede, e di denunciare gli spacciatori di dottrine pericolose che seminavano il disordine. Lo scritto è anche è una lezione importante per il cristianesimo che deve sapere accettare la durata della storia con la consapevolezza che tutto è provvisorio.
In questo brano l’autore preannunzia la venuta di falsi profeti che metteranno in dubbio la fine del mondo e la seconda venuta del Signore. Nei versetti precedenti non riportati dal brano liturgico, egli riafferma la fede tradizionale: “i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima Parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina dei malvagi” (v.7) Dopo questa premessa l'autore affronta l'obiezione riguardante il ritardo della parusia. Egli afferma: “Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno”. Il tempo ha davanti a Dio un valore completamente diverso da quello che ha davanti a noi, quindi davanti a Lui non ha senso il nostro calcolo del tempo perchè per Lui un giorno è come mille anni.. Poi parla sull’agire di Dio: “Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.” In questa frase si fa allusione al tema della pazienza di Dio per spiegare il ritardo con cui adempie le promesse. Questo comportamento inaspettato di Dio viene visto come espressione della sua pazienza nei confronti dei peccatori, ai quali vuole dare una possibilità di convertirsi prima del giudizio finale.
Poi c’è la descrizione delle modalità con cui si attuerà la fine del mondo: “Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.”Con un'immagine già familiare nel N.T. (Mt 24,43; Lc 12,39;1Ts 5,2), la venuta del giorno del Signore, cioè dell’evento finale e conclusivo della storia viene paragonata all’irruzione di un ladro: ciò significa che si tratta di un evento del tutto imprevedibile. Anzitutto i cieli passeranno “in un grande boato”: questo termine esprime il carattere agghiacciante della fine con il senso di orrore che essa ispira.
Gli “elementi, consumati dal calore si dissolveranno” ossia i quattro elementi cosmici:acqua, fuoco, aria, terra, oppure gli elementi celesti (costellazioni, sole, luna). Allora la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta.
È certamente una visione apocalittica vista non come un compimento della storia, ma come distruzione di un mondo caduto in preda di poteri satanici.
L’attesa della fine deve incidere profondamente sul comportamento dei credenti: “Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! “
Il ritardo con cui Dio attua le Sue promesse non deve provocare un rilassamento, ma al contrario invitare a condurre una vita improntata a santità e pietà. Alle prese col mondo in cui vivono i credenti non devono farsi abbagliare da esso dimenticando l’impegno che hanno preso nei confronti di Dio. Anzi con la loro attesa fiduciosa e solerte potranno contribuire addirittura ad abbreviare i tempi che li separano dall’evento finale.
I credenti però devono aspettare non tanto la fine, quanto piuttosto quello che verrà dopo: “Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” L'espressione “cieli nuovi e terra nuova” è tratta da Isaia (Is 65,17; 66,22) e sta per indicare una nuova creazione, che ha luogo dopo la distruzione del vecchio mondo peccatore. In questi cieli e terra nuovi sarà ormai prevalente la giustizia, che consiste in un'armonia, perfetta degli uomini tra loro, con Dio e con le cose. Tutte le ingiustizie di questa terra saranno allora definitivamente rimosse.
Al termine del brano c’è una breve esortazione: “Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”. Riferendosi a quanto detto prima l’autore riassume le sue esortazioni incitando chi legge a vivere in conformità all'attesa della parusia, con la piena comprensione del significato salvifico che ha il periodo di attesa, e con una coerenza di vita pratica più perfetta possibile.
L’autore di questo brano adotta senza dubbio le antiche idee apocalittiche circa la fine del mondo, immaginando che il mondo un giorno dovrà dissolversi in una specie di conflagrazione universale.
C’è da tener presente però che nei primi decenni del cristianesimo era molto forte l’idea che la fine del mondo sarebbe stata imminente. Di fronte alla delusione provocata dal “ritardo”, l’autore intende perciò tener viva nel cuore dei credenti la tensione escatologica. La parusia ci sarà e comporterà da una parte la distruzione di tutto quanto c'è adesso di difettoso e di malvagio, dall'altra un potenziamento all'infinito di tutto quello che è bene.
Per rendere comprensibile il significato dell’attesa, l’autore fa appello al concetto della pazienza di Dio: la lentezza con cui Dio manda avanti la storia della salvezza è solo apparente ed è dovuta alla complessità della Sua opera salvifica e soprattutto alla Sua intenzione di salvare tutti. Davanti a questa prospettiva, il cristiano, se vorrà essere coerente, dovrà tenere una condotta santa, in un atteggiamento di attesa intensa e continua per contribuire così anche allo sviluppo di tutto il piano di salvezza.

Dal vangelo secondo Marco
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Mc 1, 1-8

Questo brano ci riporta i primi versetti del vangelo di Marco che intende trasmettere alcune informazioni circa l’identità di Gesù e alcuni fatti che hanno caratterizzato l'inizio del suo ministero. Marco inizia il suo scritto con una breve frase che dà il titolo a tutta la sua opera:
“Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”.
Il termine “inizio” è lo stesso con cui si apre la Bibbia (Gen 1,1) e il Vangelo di Giovanni (Gv 1,1) e forse è stato scelto di proposito per presentare l’annunzio evangelico come una nuova creazione .
L’espressione “vangelo di Gesù” non significa tanto che la buona novella ha Gesù come oggetto, ma piuttosto che essa, è stata proclamata da Lui. Dopo il titolo dell’opera, Marco entra subito nel vivo del racconto presentando la predicazione di Giovanni il Battista e nello stesso tempo introduce la sua figura in un modo un po’ asciutto con una citazione biblica preceduta dall’indicazione del libro da cui è stata ricavata: “Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore,raddrizzate i suoi sentieri”
Anche se si dice che il testo citato è una profezia di Isaia, in realtà Marco ha inserito due brani diversi. Il primo è ricavato dal profeta Malachia, in cui il Signore stesso annunzia che sta per venire nel suo tempio per purificarlo e manda davanti a sé un messaggero che gli prepari la via (Ml 3,1); e subito dopo questo messaggero è identificato con Elia, il profeta escatologico atteso dai giudei.
Il secondo brano è ricavato dall’inizio del Deuteroisaia (Is 40,3), dove si dice che un anonimo messaggero (una “voce”) annunzia agli abitanti di Gerusalemme la venuta del Signore alla testa degli esuli che ritornano da Babilonia, e li invita a preparargli la strada nel deserto.
Anche questo scritto è interpretato da Marco in funzione della situazione che sta descrivendo: il deserto non è più il luogo in cui la via deve essere preparata, ma quello in cui si fa sentire la “voce”, che è quella di Giovanni che annuncia al popolo, come l’anonimo messaggero di Isaia , di preparare la via del Signore; ma subito dopo questo Signore non è più identificato con “il nostro Dio”, come nel testo di Isaia (40,3) , ma è designato con il pronome possessivo: “i suoi sentieri”. In questo modo ancora una volta l’evangelista dimostra di avere in mente Gesù, di cui Giovanni annunzia la venuta.
Le due profezie citate hanno per Marco un significato di vitale importanza: con esse egli vuole fare risaltare come in Giovanni si adempiano le attese di Israele
Dopo le due citazioni profetiche, l’evangelista presenta l’attività di Giovanni: “vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.”
Anche se non è indicato il deserto in cui operava Giovanni, si può dedurre che si tratti del deserto di Giuda, che si estende ad est di Gerusalemme fino al Giordano; ma il “deserto” ha qui una forte significato teologico, in quanto secondo le attese giudaiche era questo il luogo in cui il popolo eletto degli ultimi tempi avrebbe dovuto rifare il cammino dell’esodo sotto la guida di Dio.
Nel deserto Giovanni “battezzava” e “proclamava un battesimo di conversione …” egli richiedeva perciò un cambiamento di mentalità, e come diceva il profeta Geremia , un ritorno interiore al Dio dell’alleanza mediante l’obbedienza alla Sua volontà. (Ger 3,14). La conversione nel battesimo, consisteva in un bagno purificatore, simile a quelli compiuti frequentemente dai farisei e dagli esseni, o a quello che veniva amministrato ai pagani che si convertivano al giudaismo (proseliti); da queste abluzioni però il battesimo di Giovanni si distingueva in quanto era amministrato dall’inviato di Dio e doveva essere ricevuto una volta per tutte come segno di una conversione radicale e definitiva.
“Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.” Non vengono menzionati pellegrini provenienti dalla Galilea, dalla quale fra poco Gesù giungerà a farsi battezzare, o da altri territori: l’annunzio di Giovanni è dunque confinato, diversamente da quello di Gesù, al popolo dell’alleanza.
Marco riporta che “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico”. Questo strano abbigliamento, simile a quello dei profeti (V. Zc 13,4) e in particolare di Elia (V.2Re 1,8), sottolinea il ruolo profetico di Giovanni. Le cavallette e il miele selvatico, sono il cibo di cui potevano disporre gli abitanti del deserto ed è quindi un simbolo di austerità e di penitenza.
Marco dà una sintesi della predicazione di Giovanni riportando le sue parole: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”. Giovanni parla di uno che viene “dopo”di lui, ma pur arrivando dopo, egli è “più forte” di lui, e questo titolo nella Bibbia è riservato prima di tutto a Dio, le cui opere sono efficaci e non transitorie come quelle dell’uomo. Giovanni non si ritiene degno di “slegare i lacci dei suoi sandali”, un compito ritenuto tanto umile da non poter essere imposto neppure a uno schiavo ebreo, e il Battista, dichiarandosi indegno persino di compiere questo atto estremo di venerazione, riconosce nel Cristo una regalità altissima, quella stessa di Dio.
Ciò che Giovani Battista aveva amministrato sulle acque del Giordano dunque era un “battesimo nell’acqua”, espressione di una semplice purificazione dalle colpe, mentre il battesimo del Cristo, sarà nello Spirito Santo, nell’effusione della presenza e dell’azione di Dio all’interno dell’uomo che verrà totalmente trasformato in figlio, in una nuova creatura , in erede della gloria divina.

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“Domenica scorsa abbiamo iniziato l’Avvento con l’invito a vigilare; oggi, seconda domenica di questo tempo di preparazione al Natale, la liturgia ce ne indica i contenuti propri: è un tempo per riconoscere i vuoti da colmare nella nostra vita, per spianare le asperità dell’orgoglio e fare spazio a Gesù che viene.
Il profeta Isaia si rivolge al popolo annunciando la fine dell’esilio in Babilonia e il ritorno a Gerusalemme. Egli profetizza: «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore […]. Ogni valle sia innalzata”»
Le valli da innalzare rappresentano tutti i vuoti del nostro comportamento davanti a Dio, tutti i nostri peccati di omissione. Un vuoto nella nostra vita può essere il fatto che non preghiamo o preghiamo poco. L’Avvento è allora il momento favorevole per pregare con più intensità, per riservare alla vita spirituale il posto importante che le spetta. Un altro vuoto potrebbe essere la mancanza di carità verso il prossimo, soprattutto verso le persone più bisognose di aiuto non solo materiale, ma anche spirituale. Siamo chiamati ad essere più attenti alle necessità degli altri, più vicini. Come Giovanni Battista, in questo modo possiamo aprire strade di speranza nel deserto dei cuori aridi di tante persone.
«Ogni monte e ogni colle siano abbassati», esorta ancora Isaia. I monti e i colli che devono essere abbassati sono l’orgoglio, la superbia, la prepotenza. Dove c’è orgoglio, dove c’è prepotenza, dove c’è superbia non può entrare il Signore perché quel cuore è pieno di orgoglio, di prepotenza, di superbia. Per questo, dobbiamo abbassare questo orgoglio. Dobbiamo assumere atteggiamenti di mitezza e di umiltà, senza sgridare, ascoltare, parlare con mitezza e così preparare la venuta del nostro Salvatore, Lui che è mite e umile di cuore (cfr Mt 11,29). Poi ci viene chiesto di eliminare tutti gli ostacoli che mettiamo alla nostra unione con il Signore: «Il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore - dice Isaia - e tutti gli uomini insieme la vedranno» . Queste azioni però vanno compiute con gioia, perché sono finalizzate alla preparazione dell’arrivo di Gesù. Quando attendiamo a casa la visita di una persona cara, predisponiamo tutto con cura e felicità. Allo stesso modo vogliamo predisporci per la venuta del Signore: attenderlo ogni giorno con sollecitudine, per essere colmati della sua grazia quando verrà.
Il Salvatore che aspettiamo è capace di trasformare la nostra vita con la sua grazia, con la forza dello Spirito Santo, con la forza dell’amore. Lo Spirito Santo, infatti, effonde nei nostri cuori l’amore di Dio, fonte inesauribile di purificazione, di vita nuova e di libertà. La Vergine Maria ha vissuto in pienezza questa realtà, lasciandosi “battezzare” dallo Spirito Santo che l’ha inondata della sua potenza. Ella, che ha preparato la venuta del Cristo con la totalità della sua esistenza, ci aiuti a seguire il suo esempio e guidi i nostri passi incontro al Signore che viene.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 10 dicembre 2017

Pubblicato in Liturgia

Con questa prima Domenica di Avvento si apre il nuovo anno liturgico che nelle sue varie tappe sarà unito dalla lettura del Vangelo di Marco che vuole proporci un viaggio dello spirito nella storia e nel mistero di Gesù, passando dall’oscurità alla luce.
La Liturgia di questa domenica ci presenta:
Nella prima lettura, il profeta Isaia, che davanti alla desolazione del peccato, dell’ingiustizia e delle miserie che toccano il popolo, implora l’intervento di Dio chiedendogli di non lasciare andare in rovina la sua opera, ma di liberarla dall’oppressione del male.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, ringrazia Dio delle grazie ricevute dalla giovane comunità di Corinto, ed è certo che lo stesso Dio, che ha arricchito i corinzi di tanti doni, li aiuterà ad essere saldi e irreprensibili sino alla fine.
Nel Vangelo di Marco, Gesù ci invita a vegliare, ma la nostra attesa non deve divenire un’attesa di paura perchè essa riguarda non tanto l’incontro con il Signore, ma l’eventualità di non trovarsi preparati quando questo incontro si realizzerà. La vigilanza deve avere come base la necessità di vivere quotidianamente secondo i valori del Vangelo, annunziati da Gesù.
L’Avvento è il tempo della vigilanza, Vegliare in obbedienza al pressante invito di Gesù comporta non cedere alla stanchezza e stare all’erta per non lasciarsi ingannare dalle seduzioni del mondo.

Dal libro del profeta Isaia
Tu, Signore, sei nostro padre,
da sempre ti chiami nostro redentore.
Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie
e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?
Ritorna per amore dei tuoi servi,
per amore delle tribù, tua eredità.
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti.
Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo,
tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.
Mai si udì parlare da tempi lontani,
orecchio non ha sentito, occhio non ha visto
che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.
Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia
e si ricordano delle tue vie.
Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato
contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
Siamo divenuti tutti come una cosa impura,
e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia;
tutti siamo avvizziti come foglie,
le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.
Nessuno invocava il tuo nome,
nessuno si risvegliava per stringersi a te;
perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto,
ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.
Ma, Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci plasma,
tutti noi siamo opera delle tue mani.
Is 63,16-17.19; 64,2-7

La terza parte del libro di Isaia (capitoli 56-66) contiene una raccolta di oracoli che, per lo stile e lo sfondo storico, sono attribuiti ad un anonimo profeta del postesilio, al quale perciò è stato dato il nome di Trito (Terzo) Isaia. Alcuni hanno ritenuto che egli fosse un discepolo del Deuteroisaia, mentre altri hanno pensato a un profeta vissuto più di un secolo dopo di lui. Il profeta si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei ritornati da Babilonia a Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dalla infedeltà del popolo.
Il brano liturgico, che è una commovente e fiduciosa preghiera, una delle più belle dell’Antico Testamento, inizia con un’accorata invocazione:
“Tu, Signore, sei nostro padre,da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”.
Il profeta si rivolge direttamente a Dio con accenti di grande intensità facendo proprio il grido di tutta la comunità. Dio qui viene invocato come “Padre” e “redentore” in ebraico “go’el”. Il termine “go’el” sta ad indicare il parente prossimo che interviene in soccorso di chi si trova in una situazione di grande pericolo o necessità. (Sia nel momento dell’uscita dall’Egitto, sia in quello del ritorno dall’esilio JHWH ha assunto nei confronti di Israele il ruolo del go’el, liberandolo e acquistandolo per sé con le sue azioni prodigiose).
Il profeta nello stesso tempo rivolge a Dio un velato rimprovero: se Dio è padre e redentore, perché lascia che il suo popolo cammini lontano dalle sue vie? Perché lascia che il cuore di tutti si indurisca così da non temere più Lui, che è il padre e il redentore? E’ messa in evidenza con una intensità crescente la disperazione di Israele: non solo è stato distrutto il suo santuario, distrutto dai babilonesi nel 587, ma Israele ha la sensazione di essere stato abbandonato completamente da Dio.
Infine torna la richiesta pressante e accorata affinché Dio intervenga direttamente dall'alto:
“ Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti”.
I cieli chiusi sono un’immagine per indicare la mancanza di comunicazione tra Dio e il Suo popolo. La richiesta di un nuovo intervento di Dio evoca le immagini tipiche della teofania, quando DIO era disceso sul Sinai e il monte era stato scosso dal terremoto (Es 19,18).
Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo,tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti”. La preghiera prosegue con il ricordo degli interventi prodigiosi di Dio in favore di Israele. Di fronte alla manifestazione di DIO le nazioni hanno tremato perché Egli compiva cose terribili e inaudite, e commenta: “Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui”.
Anche qui si può notare un riferimento alla tradizione del Sinai dove viene affermata l’unicità di DIO: egli è l’unico che ha dimostrato una potenza così grande da liberare Israele (Es 20,3; Dt 6,4).
Da queste esperienze viene ricavato un principio generale circa il comportamento di Dio:
“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie”
Poi il profeta confessa a nome del popolo: “Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.
La preghiera non termina però con espressioni così disperate e alla fine ritorna il sentimento di fiducia: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
Come si era aperta, così la preghiera termina con l’attribuzione a DIO della qualifica di “Padre” (Avinu Malkeinu). Questa gli compete perché è stato Lui a plasmare Israele, perciò il popolo è per Lui come l’argilla su cui è intervenuto per dargli la vita. Su questo rapporto originario e indissolubile si basa la fiducia del popolo in un avvenire migliore. Ma ciò che interessa maggiormente il profeta è il ristabilimento della comunione con Dio. Le sventure materiali sono dolorose non in se stesse, ma perché sono viste come il segno della lontananza di Dio. Se Dio dà un segno della Sua presenza in mezzo al popolo, allora anche le prove non saranno più così insostenibili.
Dio in Gesù Cristo ha totalmente infranto il suo splendido isolamento, “è disceso” in mezzo a noi “ è andato incontro a quanti si ricordano delle sue vie”, ha svelato il Suo volto di “Padre” e di “redentore”. La rivelazione e l’incarnazione sono la testimonianza più reale di questo movimento di Dio senza il quale l’uomo resterebbe solitario in questo universo indifferente alle sue speranze, ai dolori, ai suoi misfatti.

Salmo 79 (80) Signore, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Il salmo venne scritto quando ancora l’arca non era distrutta, il che avvenne con la distruzione di Gerusalemme. Probabilmente è stato scritto dopo la presa di Samaria da parte dell’Assiro Sargon (721), e dopo che Gerusalemme, assediata dall’Assiro Sennacherib dopo la devastazione della Giudea, rimase indenne (701). Questo evento fece risaltare la potenza di Dio nel suo tempio di Gerusalemme, e rese sensibile la Samaria verso Gerusalemme, cosa che permetterà l’azione riformista di Giosia (640-609) anche in territorio Samaritano.
Il salmista è un pio Israelita delle tribù del nord (Samaria) che desidera che le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse siano benedette da Dio, la cui gloria sta sui cherubini dell’arca, posta nel tempio di Gerusalemme; desidera la fine dello scisma samaritano: “Seduto sui cherubini, risplendi davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci”.
A Dio, che guida Giuseppe “come un gregge”, il salmista chiede di manifestare nuovamente quella potenza che esercitò quando fece uscire “Giuseppe” dall’Egitto; intendendo per Giuseppe tutto Israele, finito in Egitto proprio a partire da lui (Gn 37,38).
Egli attraverso la bella immagine della vigna rievoca la storia di Israele: “Hai sradicato un vite dall’Egitto…”. Questa vite curata da lui ha esteso i suoi rami fino al Mediterraneo e fino al Libano: “La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli”. “Il fiume”, è l’Eufrate. Esso era lontano dalla Terra Promessa, ma indica fin dove giungeva l’influenza di Israele.
Il salmista è stordito di fronte alle sventure che si sono abbattute su Israele: “Signore, Dio degli eserciti, fino a quando fremerai di sdegno contro le preghiere del tuo popolo?”; “Perché hai aperto brecce nella sua città e ne fa vendemmia ogni passante ?”, ma non desiste dalla preghiera e invoca Dio, “Dio degli eserciti”, perché forte in battaglia per difendere i suo popolo: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell'uomo che per te hai reso forte”.
Il salmista riconosce la dinastia di Davide e ha la speranza che il re di Gerusalemme saprà risollevare le sorti di Israele, costui al presente era Ezechia (716-687): “Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte”, ma nel futuro sarà il Cristo. Quell’uomo reso forte è ora ogni pontefice, ogni vescovo, ogni sacerdote, ogni diacono, ogni fedele, che tutti sono uno, nell’uno che è la Chiesa, corpo mistico di Cristo, e che si adoperano per portare nel mondo la vera pace, cioè Cristo.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla 1^ lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
1 Cor 1,3-9

Paolo scrisse la prima lettera ai Corinzi durante la sua permanenza ad Efeso negli anni 54-55. E’ una delle più lunghe scritte dall’apostolo, paragonabile a quella dei Romani, ambedue infatti sono suddivise in 16 capitoli. Paolo si era deciso a scriverla dopo aver ricevuto notizie sulla comunità da parte di conoscenti della famiglia di Cloe e dopo che gli era anche pervenuta una lettera dagli stessi Corinzi. Corinto era un’importante grande città, (famosa per il suo porto), centro di cultura greca, dove si affrontavano correnti di pensiero e di religione molto differenti tra loro. Il contatto della fede cristiana con questa capitale del paganesimo, anche celebre per il rilassamento dei costumi, poneva nei neofiti numerosi e delicati problemi. Pur essendo passati solo pochi anni dalla sua fondazione, la comunità di Corinto si era dimostrata molto vivace e nello stesso tempo anche molto problematica.
In questo brano, in cui viene riportato l’inizio della lettera, Paolo comincia con il saluto: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!” in cui sono concentrati due stili, quello tipico del mondo ebraico “shalôm” (pace) e del mondo greco “chaire” (salve) poi continua con il rendimento di grazie:. “Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.”
In questa frase Paolo, riprendendo uno dei termini dell’augurio appena fatto, ringrazia Dio per aver conferito ai corinzi la sua “grazia” in forza della quale possono entrare in un rapporto personale e vissuto con Lui; Dio l’ha data loro per mezzo del Signore Gesù Cristo, avendoli inseriti in Lui come membra di un corpo. Questa grazia porta con sé non solo la salvezza, ma una ricchezza di doni che riguardano sia la “parola” che la “conoscenza”.
Poi Paolo continua esprimendo l’altro motivo di ringraziamento: “La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.
Tra i cristiani di Corinto si è molto rafforzata la “testimonianza di Cristo” ossia il Vangelo di Cristo, testimoniato dall’apostolo, ha messo radici profonde tra i corinzi. Di conseguenza essi non mancano ”di nessun carisma”, cioè di nessuno dei doni che lo Spirito conferisce a ciascuno per l’utilità comune . Al tema dei carismi l’apostolo dedicherà ben tre capitoli della sua lettera (cc. 12-14).
Ciò che i corinzi hanno già ricevuto lascia ben sperare anche per il futuro: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”. Paolo è dunque certo che lo stesso Dio, che ha arricchito i corinzi di tanti doni, li aiuterà ad essere saldi sino alla fine e irreprensibili “nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”: con queste parole egli identifica il “giorno del Signore” annunziato dai profeti con quello della manifestazione gloriosa di Gesù Cristo, alla quale i credenti si preparano fin d’ora mediante una vita santa.
In questa prospettiva la fine non suscita più sentimenti di paura, ma di fiducia. Con queste parole Paolo vuole rassicurare i suoi corrispondenti, facendo loro capire che con i forti richiami che farà , non intende certo dubitare dell’autenticità del loro cammino di fede.
L’apostolo conclude il ringraziamento affermando: “Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”
L’affermazione “degno di fede è Dio”, è uno dei pilastri su cui si poggia la fede biblica! È vero che l’uomo può allontanarsi da Dio, attirando su di sé sofferenze e insuccessi, ma nello stesso tempo Dio non può venire meno alle Sue promesse. Per il fatto che li ha “chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo,” Egli non li potrà mai abbandonare a se stessi, perciò se anche in qualcosa hanno sbagliato, non per questo devono sentirsi abbandonati da Dio.

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Mc 13, 33-37

Il Vangelo di Marco, che ci accompagnerà nella varie tappe di questo nuovo anno liturgico, è il primo dei Vangelo scritti, composto tra il 60 e il 70. E’ il più corto dei vangeli, (ha circa 11.230 parole) e a differenza di Matteo e Luca, non riporta alcuna informazione sulla vita di Gesù prima dell’inizio del Suo ministero; non vi è riportato neanche un accenno alla natività, né si fa menzione della genealogia di Gesù. Marco più che scrivere una biografia di Gesù, ha voluto attirare l’attenzione di chi legge il suo Vangelo sul mistero della persona del Cristo, sembra quasi che voglia porre il lettore di fronte all’avvenimento facendolo partecipare all’azione.
Questo brano, che è parallelo al Vangelo di Matteo, fa parte del così detto discorso escatologico. Gesù aveva fatto accenno prima al fico per indicare la necessità di saper discernere la venuta degli eventi finali, (vv. 28-29) sottolineando che essi sono imminenti, ma si attueranno secondo tempi che non sono noti a nessuno, neppure al Figlio. Gesù aveva concluso, nei versetti precedenti non riportati dal brano liturgico, invitando a stare attenti e vigilare per mantenersi sempre pronti e per far comprendere quanto sia importante il messaggio, suggella quanto ha detto con le parole: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Mc 13,31
Per sottolineare ancora la necessità dell’attesa vigilante, Gesù in questo brano fa ricorso a una similitudine: “È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.”
E una piccola parabola che ricorda la parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d'oro in Luca (Lc 19,12-13), ma con un diverso intento. Poiché il padrone ha dato un compito preciso a ciascun servo per cui ognuno deve stare attento per poter ricevere un giudizio positivo al suo ritorno. L'accenno al portiere ci riporta il verbo vegliare, parola chiave del nostro piccolo brano.
Dopo questa similitudine, Gesù conclude:”Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Questo versetto riporta le diverse veglie in cui i romani dividevano la notte, corrispondenti ai turni di guardia; il padrone di casa nel contesto di Marco potrebbe identificarsi con il Figlio dell'uomo, e il suo ritorno con il tempo del giudizio finale. Anche l'affermazione finale ”non vi trovi addormentati” ha un significativo rimando al racconto della passione (Mc 14,37.40.41) dove i discepoli si addormentano.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”
Tutto il capitolo, ma in particolare questi versetti finali, hanno l'intento di mantenere viva l'aspettativa del ritorno glorioso di Cristo, ma nello stesso tempo di frenare eccessive fantasie riguardo al come accadrà tale evento e al tempo in cui avverrà.
Gesù ci invita a vegliare, ma la nostra attesa non deve divenire un’attesa di paura perché essa riguarda non tanto l’incontro con il Signore, ma l’eventualità di trovarsi impreparati quando questo incontro si realizzerà. La vigilanza quindi ha per oggetto la necessità di vivere quotidianamente secondo i valori del Vangelo, annunziati da Gesù.
Sebbene la piena realizzazione di tutto questo avrà luogo solo alla fine dei tempi, essa è già presente nel cuore di ogni credente la cui vita deve svolgersi nella dimensione del “già” e del “non ancora”: quello che non si è ancora attuato nella sua pienezza, è presente già ora come risultato delle nostre scelte.

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“Oggi iniziamo il cammino dell’Avvento, che culminerà nel Natale. L’Avvento è il tempo che ci è dato per accogliere il Signore che ci viene incontro, anche per verificare il nostro desiderio di Dio, per guardare avanti e prepararci al ritorno di Cristo. Egli ritornerà a noi nella festa del Natale, quando faremo memoria della sua venuta storica nell’umiltà della condizione umana; ma viene dentro di noi ogni volta che siamo disposti a riceverlo, e verrà di nuovo alla fine dei tempi per «giudicare i vivi e i morti». Per questo dobbiamo sempre essere vigilanti e attendere il Signore con la speranza di incontrarlo. La liturgia odierna ci introduce proprio in questo suggestivo tema della vigilanza e dell’attesa.
Nel Vangelo Gesù esorta a fare attenzione e a vegliare, per essere pronti ad accoglierlo nel momento del ritorno. Ci dice: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento […]; fate in modo che giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati».
La persona che fa attenzione è quella che, nel rumore del mondo, non si lascia travolgere dalla distrazione o dalla superficialità, ma vive in maniera piena e consapevole, con una preoccupazione rivolta anzitutto agli altri. Con questo atteggiamento ci rendiamo conto delle lacrime e delle necessità del prossimo e possiamo coglierne anche le capacità e le qualità umane e spirituali. La persona attenta si rivolge poi anche al mondo, cercando di contrastare l’indifferenza e la crudeltà presenti in esso, e rallegrandosi dei tesori di bellezza che pure esistono e vanno custoditi. Si tratta di avere uno sguardo di comprensione per riconoscere sia le miserie e le povertà degli individui e della società, sia per riconoscere la ricchezza nascosta nelle piccole cose di ogni giorno, proprio lì dove il Signore ci ha posto.
La persona vigilante è quella che accoglie l’invito a vegliare, cioè a non lasciarsi sopraffare dal sonno dello scoraggiamento, della mancanza di speranza, della delusione; e nello stesso tempo respinge la sollecitazione delle tante vanità di cui trabocca il mondo e dietro alle quali, a volte, si sacrificano tempo e serenità personale e familiare. È l’esperienza dolorosa del popolo di Israele, raccontata dal profeta Isaia: Dio sembrava aver lasciato vagare il suo popolo lontano dalle sue vie (cfr 63,17), ma questo era un effetto dell’infedeltà del popolo stesso (cfr 64,4b). Anche noi ci troviamo spesso in questa situazione di infedeltà alla chiamata del Signore: Egli ci indica la via buona, la via della fede, la via dell’amore, ma noi cerchiamo la nostra felicità da un’altra parte.
Essere attenti e vigilanti sono i presupposti per non continuare a “vagare lontano dalle vie del Signore”, smarriti nei nostri peccati e nelle nostre infedeltà; essere attenti ed essere vigilanti sono le condizioni per permettere a Dio di irrompere nella nostra esistenza, per restituirle significato e valore con la sua presenza piena di bontà e di tenerezza. Maria Santissima, modello nell’attesa di Dio e icona della vigilanza, ci guidi incontro al suo figlio Gesù, ravvivando il nostro amore per Lui.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 3 dicembre 2017

Pubblicato in Liturgia

Con questa I domenica di Avvento si apre il nuovo anno liturgico e inizia con un invito che dà un senso di inquietudine: Vigilate! Tenetevi pronti!
Nella prima lettura, il profeta Isaia, considerando il giorno del Signore, predice che tutti i popoli si incammineranno da ogni angolo della terra verso il colle luminoso di Sion, verso Gerusalemme, la città santa.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Romani, dopo aver parlato prima e a lungo dell’agire salvifico di Dio in Cristo, invita i cristiani alla consapevolezza del momento. Il kairòs di Dio, cioè il momento in cui Dio agisce per la salvezza, impone al cristiano un preciso comportamento che si concretizza nella vigilanza, nel fare le opere della luce, e nell’essere operatori di pace e non di contese.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù ci esorta a vigilare in vista della fine dei tempi, del giudizio finale, infatti dice: tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo” Vigilare e operare bene significa fare la volontà del Padre, significa vivere le parole del Vangelo, prendersi cura del prossimo che avviciniamo, pregare e avere fede in Dio, riconoscendo la Sua presenza nella nostra vita, in modo da poter affrontare tutte le difficoltà che si presentano con calma e serenità. Questo modo di vivere l’attesa è l’elemento distintivo proprio del cristiano, che dovrebbe attendere e vivere il Natale non solo per “tradizione”, ma sentendolo con gioia come un incontro con il Signore che viene.

Dal libro del profeta Isaia
Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e si innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
“Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri”.
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
e delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione,
non impareranno più l'arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.
Is 2,1-3

Il profeta Isaia (Primo Isaia) iniziò la sua opera pubblica verso la fine del regno di Ozia, re di Giuda, attorno al 740 a.C, quando l'intera regione siro-palestinese era minacciata dall'espansionismo assiro. Isaia fu anche uno degli ispiratori della grande riforma religiosa avviata dal buon re Ezechia (715-687 a.C) che mise al bando le usanze idolatre e animiste che gli ebrei avevano adottato imitando i popoli vicini.
La prima parte del libro che porta il suo nome (cc. 1-39) contiene in gran parte oracoli che con una certa sicurezza sono stati da lui composti. Essa si apre con una serie di poemi composti nel 740-736, durante il periodo in cui Iotam era re di Giuda (Is 1-5). In essi, dopo una forte requisitoria contro il popolo ribelle, divenuto preda di una completa desolazione, il profeta prospetta la pace futura, a cui corrisponde l’abbassamento dei potenti di questo mondo. Vengono poi riportati altri oracoli riguardanti la situazione drammatica di Gerusalemme, con al termine l’annunzio della venuta di un “germoglio giusto”, che è messaggio tardivo di speranza per gli esuli in Babilonia (Is 3-4). Come conclusione della raccolta si trova il “canto della vigna”, seguito da una serie di minacce (Is 5).
Nel brano che abbiamo il profeta riporta una visione contenente un messaggio che riguarda Giuda e Gerusalemme. Nell’oracolo si prospetta per questo regno, in contrasto con la drammatica situazione descritta negli oracoli precedenti, un futuro meraviglioso: “Alla fine dei giorni,il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e si innalzerà sopra i colli,”. L’espressione “fine dei giorni “ indica un imprecisato momento della storia in cui il progetto divino giunge a compimento. Si tratta dunque di un evento che rappresenta la meta a cui è necessario orientarsi nel corso della storia. Esso giunge al termine di un processo di cui Dio è l’autore, ma che si attua progressivamente con la collaborazione umana.
Nell’ambiente siro-palestinese i tempietti delle divinità locali venivano costruiti sulle alture. Anche il Signore ha la Sua dimora sulla montagna di Sion, nel tempio costruito in Suo onore e il profeta immagina questa montagna come un luogo particolarmente saldo e decisamente più alto delle montagne circostanti.
“ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno:“Venite, saliamo sul monte del Signore,al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Tre volte all’anno tutti gli israeliti dovevano recarsi al tempio portando i loro doni (Es 23,17; 34,23) e secondo questo oracolo chi si mette in cammino verso la montagna sono tutte le “genti” e molti “popoli”.
Nel testo parallelo del profeta Michea viene riportato che le nazioni sono identificate come “coloro che camminano con i propri dèi”, quindi anche i pagani(Mi 4,5). Lo scopo di questo pellegrinaggio viene colto nelle parole di coloro che si mettono in cammino. Essi vanno al “tempio del Dio di Giacobbe perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. La salita dei popoli ha una ragione: “Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli.” Il desiderio delle nazioni viene esaudito: da Sion ossia da Gerusalemme, dal luogo in cui si trova il santuario, escono sia la “la legge” che “la parola» del Signore.
L’incontro con il Signore provoca una trasformazione radicale nei rapporti fra i popoli: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,e delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione,non impareranno più l'arte della guerra”. L’effetto del governo del Signore è la pace fra i popoli. Convertire le spade in aratri e le lance in falci è il risultato di un cambiamento di vita per tutti. In forza della parola del Signore le nazioni non solo rinunziano a farsi la guerra, ma trasformano le armi in strumenti con cui produrre ciò che è necessario per l’alimentazione della gente. La pace porta con sé un incremento del benessere anche materiale di tutti.
L’oracolo termina con un invito rivolto a Israele:”Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”. Implicitamente si dice che la promessa di pace potrà realizzarsi solo se coloro che hanno cominciato ormai a imparare dal Signore a lasciarsi guidare da Lui prenderanno veramente a cuore il camminare nel Suo insegnamento.
Questo oracolo è ripreso in Giovanni 4,22 dove Gesù parlando con la samaritana afferma che” la salvezza viene dai Giudei”, e in Luca 24,47 dopo la Sua resurrezione dice ai suoi discepoli che “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.”

Salmo 121- Andiamo con gioia incontro al Signore

Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore”.
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

E’ là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.

Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano insieme sicuri quelli che ti amano,
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i miei amici
Io dirò: « Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
Chiederò per te il bene.

Questo salmo era usato per i pellegrinaggi annuali a Gerusalemme. Probabilmente venne scritto dopo la ricostruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme al tempo del ritorno dall'esilio; infatti la grande gioia alla notizia che “Andremo alla casa del Signore”, presuppone un fatto straordinario, lungamente atteso, e non uno dei tre pellegrinaggi annuali prescritti dalla legge (Es 23,17; 34,23).
Lo stupore di fronte alla compattezza che presenta la città si apre alla lode di Dio: “Gerusalemme è costruita come città unita e compatta”. La città viene celebrata come il centro dell'unità religiosa per la presenza del tempio e come centro del governo civile: “E' là che salgono le tribù, le tribù del Signore (...) per lodare il nome del Signore. Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide”: benché politicamente non autonoma Gerusalemme è retta dalle leggi di Israele; la menzione di Davide dice che per l'Israelita Gerusalemme rimane legata a Davide, e quindi al futuro Messia.
Il salmista non manca di rivolgersi ai pellegrini invitandoli a pregare: “Chiedete pace per Gerusalemme”; e invoca pace su quanti la amano, cioè su quanti credono nel disegno di Dio su Gerusalemme. La pace invocata è quella che verrà portata dal Principe della pace.
A Gerusalemme si è formata la prima Chiesa particolare, che è stata la madre delle altre Chiese particolari, poiché il Vangelo è partito dalla comunità di Gerusalemme. Ma tutte le Chiese particolari, compresa quella di Gerusalemme, formano e sussistono nell'unica Chiesa di Cristo, che ha come vincolo di unità il successore di Pietro. Il pellegrinaggio dei popoli, delle dodici tribù della terra, trova il suo gioioso approdo alle “porte” della Gerusalemme messianica, pronta ad accogliere tutte le genti. La Gerusalemme messianica è la “civitas cristiana”, che ha come costitutivo fondante la Chiesa (Cf. Ap 21,9s).
Per la “civitas cristiana”, o società dell'amore, bisogna sempre pregare perché tragga costantemente dal Cristo la sua pace e la diffonda estendendosi a tutta la terra.
Il pellegrinaggio, tuttavia, non è cessato perché terminerà solo con l'ingresso nella Gerusalemme celeste.
Lo stupore di potere andare nella “casa del Signore” i cristiani lo hanno avuto nell'erezione delle prime basiliche a Roma, dopo le ondate di persecuzione per annullare la Chiesa.
Il primo stupore di fronte alla Gerusalemme messianica, o civiltà dell'amore, i cristiani lo hanno avuto quanto hanno visto il potere politico di Roma aprirsi a Cristo e alla Chiesa.
Ora il potere politico delle nazioni si sta sempre più chiudendo alla Chiesa, ma non si annullerà il germe della “civitas cristiana”; verrà infatti il giorno in cui su tutta la terra fiorirà la civiltà della verità e dell'amore.
Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo
Rm 13,11-14a

San Paolo scrisse la lettera ai Romani da Corinto probabilmente tra gli anni 58-59. La comunità dei cristiani di Roma era già ben formata e coordinata, ma lui ancora non la conosceva. Forse il primo annuncio fu portato a Roma da quei “Giudei di Roma”, presenti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste e che accolsero il messaggio di Pietro e il Battesimo da lui amministrato, diventando cristiani. Nacque subito la necessità di avere a Roma dei presbiteri e questi non poterono che essere istituiti a Gerusalemme. La Lettera ai Romani è uno dei testi più alti e più impegnativi degli scritti di Paolo perchè affronta grandi temi teologici: l'universalità e la gratuità del dono della salvezza che si ottiene per mezzo della fede in Cristo; la fedeltà di Dio; i rapporti tra giudaismo e cristianesimo; la libertà di aderire alla legge dello Spirito che dà vita.
In questo brano Paolo, dopo avere esortato a non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, fa una considerazione riguardante i tempi della salvezza: “questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”. Il credente deve praticare l’amore del prossimo consapevole del “momento speciale” (kairos) in cui sta vivendo. Come per chi dorme l’arrivo del mattino segna l’ora in cui deve ormai svegliarsi dal sonno, così per il credente il tempo attuale è quello in cui deve rendersi conto che la salvezza finale è ormai più vicina di quando ha aderito alla fede. Paolo si rifà qui alla convinzione, ampiamente diffusa tra i primi cristiani, secondo cui il ritorno del Signore fosse imminente (1Ts 4,13-18), e ogni momento che passava lo rendeva più vicino.
Il confronto del mattino che si avvicina viene poi ulteriormente sviluppato: “La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. Come coloro per i quali la notte sta ormai per passare devono disporsi alla giornata che comincia, così i credenti devono disfarsi delle “opere delle tenebre” e “rivestire le armi della luce”. Il paragone della notte che lascia il posto al giorno ispira a Paolo un’altra esortazione: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie” .
Il credente deve “comportarsi” onestamente, come in pieno giorno. Ciò significa l’abbandono degli atteggiamenti negativi che caratterizzano quelli che operano nelle tenebre. Questo comportamento negativo viene delineato mediante un piccolo elenco che comprende tre abbinamenti di vizi, che hanno come ambito la mancanza di autocontrollo (orge e ubriachezze), i rapporti sessuali (lussurie e impurità), i rapporti vicendevoli (litigi e gelosie): ad essi Paolo si è richiamato all’inizio della lettera descrivendo il comportamento dell’umanità lontana da Cristo (Rm 1,29-30).
I credenti non devono cedere di fronte ad essi, ma reagire in modo deciso e coerente:“Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo”. Rivestirsi del Signore Gesù Cristo (Gal 3,27) significa diventare una sola cosa con Lui, cioè partecipare pienamente alla Sua esperienza di morte e di risurrezione assumendo il Suo modo di pensare e il Suo comportamento: è questo il modo migliore per resistere alle lusinghe del male.
Il credente non è uno che è già arrivato alla meta, ma uno che si dirige quotidianamente verso di essa, lottando coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e le tentazioni che gli rendono difficile il cammino.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà portata via e l'altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo”.
Mt 24, 37-44

E’ la prima domenica di Avvento del ciclo A e il Vangelo di Matteo (il secondo per lunghezza, dopo quello di Luca), ci condurrà per tutto il percorso dell’anno liturgico.
E’ il primo dei Vangeli, non tanto per l’antichità, attribuita oggi al Vangelo di Marco, quanto per il suo strettissimo legame con l’Antico Testamento. Riporta infatti 43 citazioni veterotestamentarie, e presenta Gesù come il vero Messia che adempie le Scritture, e la Chiesa come il vero Israele. Il Vangelo di Matteo, è il frutto della predicazione dell’apostolo, ma la composizione definitiva appartiene alla sua scuola e si fa risalire intorno agli anni 80. Ambiente di origine sembra una comunità cristiana composta in maggioranza di cristiani giudei-convertiti, che attraversava un momento di particolare crisi e difficoltà.
Questo brano fa parte del discorso escatologico di Gesù, che si trova anche negli altri due vangeli sinottici. La liturgia riporta solo i versetti nei quali Matteo insiste sulla necessità della vigilanza, prendendo a tal fine come esempio il diluvio universale e altre situazioni della vita quotidiana.
Il paragone del diluvio è utilizzato da Gesù, non in quanto castigo per la corruzione prevalente al tempo di Noè, ma soltanto per il suo carattere improvviso e inatteso. Gli uomini di allora, inconsapevoli della tragica sorte che li attendeva, si preoccupavano solo di ciò che riguardava la loro sopravvivenza in tempi normali: mangiavano e bevevano, e si sposavano. Improvvisamente però, quando Noè entrò nell’arca, furono spazzati via dal diluvio. Poi l’altro paragone :… due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà portata via e l'altra lasciata è tratto dalla realtà quotidiana, dove a volte capitano disgrazie che colpiscono una persona e non un’altra, che si trova nello stesso luogo e nelle stesse condizioni. (L’immagine del “giorno del Signore” è stata immortalata dal profeta Amos in una e propria sceneggiata piena di tensione: è come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde.(Am5,19) Questo per far capire che il giorno del Signore è inevitabile: è il punto della storia in cui Dio entra in scena in modo decisivo e inaugura il suo regno di giustizia e di pace)
Gesù insiste poi dicendo: Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.
Questo: “cercate di capire”, ci fa pensare quanto Gesù ha a cuore la nostra sorte.. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo. Per rafforzare quanto detto prima, Gesù dice che il Figlio dell’uomo verrà nel momento in cui non si pensa: Dio ha i Suoi tempi che non sono quelli dell’uomo e viene quando meno lo si aspetta.
L’ora di cui parla Matteo richiama il giorno e il tempo di cui Paolo parla nella seconda lettura, non un semplice tempo cronologico, ma un kairos, il tempo che appartiene a Dio e in cui Dio agisce, rimane all’uomo nella sua libertà riconoscerlo vivendo la sua vita con impegno, perché all’interno anche della sua storia personale, maturi il progetto di Dio.

 

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“Oggi nella Chiesa inizia un nuovo anno liturgico, cioè un nuovo cammino di fede del popolo di Dio. E come sempre incominciamo con l’Avvento. La pagina del Vangelo ci introduce in uno dei temi più suggestivi del tempo di Avvento: la visita del Signore all’umanità. La prima visita – sappiamo tutti – è avvenuta con l’Incarnazione, la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme; la seconda avviene nel presente: il Signore ci visita continuamente, ogni giorno, cammina al nostro fianco ed è una presenza di consolazione; infine, ci sarà la terza, l’ultima visita, che professiamo ogni volta che recitiamo il Credo: «Di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». Il Signore oggi ci parla di quest’ultima sua visita, quella che avverrà alla fine dei tempi, e ci dice dove approderà il nostro cammino.
La Parola di Dio fa risaltare il contrasto tra lo svolgersi normale delle cose, la routine quotidiana, e la venuta improvvisa del Signore. Dice Gesù: «Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti»: così dice Gesù. Sempre ci colpisce pensare alle ore che precedono una grande calamità: tutti sono tranquilli, fanno le cose solite senza rendersi conto che la loro vita sta per essere stravolta. Il Vangelo certamente non vuole farci paura, ma aprire il nostro orizzonte alla dimensione ulteriore, più grande, che da una parte relativizza le cose di ogni giorno ma al tempo stesso le rende preziose, decisive. La relazione con il Dio-che-viene-a-visitarci dà a ogni gesto, a ogni cosa una luce diversa, uno spessore, un valore simbolico.
Da questa prospettiva viene anche un invito alla sobrietà, a non essere dominati dalle cose di questo mondo, dalle realtà materiali, ma piuttosto a governarle. Se, al contrario, ci lasciamo condizionare e sopraffare da esse, non possiamo percepire che c’è qualcosa di molto importante: il nostro incontro finale con il Signore: e questo è l’importante. Quello, quell’incontro. E le cose di ogni giorno devono avere questo orizzonte, devono essere indirizzate a quell’orizzonte. Quest’incontro con il Signore che viene per noi. In quel momento, come dice il Vangelo, «due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato» . È un invito alla vigilanza, perché non sapendo quando Egli verrà, bisogna essere sempre pronti a partire.
In questo tempo di Avvento, siamo chiamati ad allargare l’orizzonte del nostro cuore, a farci sorprendere dalla vita che si presenta ogni giorno con le sue novità. Per fare ciò occorre imparare a non dipendere dalle nostre sicurezze, dai nostri schemi consolidati, perché il Signore viene nell’ora in cui non immaginiamo. Viene per introdurci in una dimensione più bella e più grande.
La Madonna, Vergine dell’Avvento, ci aiuti a non considerarci proprietari della nostra vita, a non fare resistenza quando il Signore viene per cambiarla, ma ad essere pronti a lasciarci visitare da Lui, ospite atteso e gradito anche se sconvolge i nostri piani. “

Papa Francesco Parte dell’Omelia del 27 novembre 2016

Pubblicato in Liturgia

Il Natale ormai vicino già illumina questa quarta domenica di Avvento. Nelle letture liturgiche infatti si presentano le due figure fondamentali del grande evento di salvezza, Gesù e Maria.
Nella prima lettura, il profeta Michea, afferma che una partoriente, a Betlemme, piccolo villaggio di Giuda, sta per dare alla luce un nuovo Davide, re di pace e di gioia, fonte di una rinnovata armonia cosmica. Dio è fedele alle sue promesse.
Nella seconda lettura, l’autore della lettera gli Ebrei, afferma che Gesù Cristo si è offerto al Padre per compiere la Sua volontà: il valore della nostra esistenza, delle nostre preghiere, dei nostri sforzi si trova nel compiere questa volontà.
Nel Vangelo di Luca, si contempla l’incontro di Maria con la cugina Elisabetta. Il loro dialogo è un inno sull’accettazione della vita e del miracolo: è la celebrazione del miracolo della vita e dell’umiltà che aiuta ad individuarlo e difenderlo quotidianamente. L’incarnazione di Cristo è un miracolo, ma anche la nascita di ogni creatura umana è un miracolo, così come è un miracolo della grazia di Dio la rinascita di un’anima.

Dal libro del profeta Michèa
Così dice il Signore:
«E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!».
Mic 5,1-4°

Il profeta Michea era originario di Moroset, un piccolo villaggio a circa 35 km a sudovest da Gerusalemme. Visse nell’VIII secolo a.C., quasi duecento anni dopo la scissione fra le dieci tribù del nord, guidate da Geroboamo, e le due del sud, rimaste fedeli alla casa del re Davide.
Mentre il regno di Giuda, a vicende alterne, continuava a servire il Signore nel tempio di Gerusalemme, il regno del Nord, con capitale Samaria, era invece diventato un centro di sacerdoti idolatri e di pratiche pagane. Michea svolse la sua attività di profeta durante i regni di Iotam, Acaz ed Ezechia tra il 727 a.C. ed il 690 a.C., cioè prima e dopo la presa di Samaria nel 721 e forse fino all’invasione di Sennàcherib nel 701 a.C., un' epoca che vide "in piena azione" un altro grande profeta, Isaia ed anche Osea. Per la sua origine contadina, Michea è più simile al profeta Amos, di cui divide l’avversione alle grandi città, il linguaggio concreto e talvolta brutale, il gusto delle immagini rapide e dei giochi di parole.
Il libro che porta il suo nome, è composto da 7 capitoli e mostra che le parole del profeta sono articolate tra processo a Israele per le sue colpe (1,2-3,12) promesse a Sion (4,1-5,14), nuovo processo a Israele (6,1-7,7) e speranza finale che rimette nelle mani di Dio la salvezza (7,8-20). Michea, non si limita, ad accusare e condannare il peccato del popolo, ma si pone come tenace difensore della giustizia sociale e delle promesse di Dio.
La sicurezza in Dio, che mantiene le Sue promesse, apre gli occhi a un futuro di speranza. Questa speranza certa è legata al “resto” d’Israele che sopravvivrà alle possibili distruzioni umane.
Il messaggio di speranza che il profeta proclama è diretto all’annuncio del Messia, discendente di Davide, che dovrà nascere nella piccola e umile città di Betlemme (è il solo profeta che precisa il luogo della nascita e specifica Betlemme di Efrata in Giuda per distinguerla dall’altra Betlemme esistente ai suoi tempi)
Il brano che abbiamo riporta il celebre passo che è risuonato sette secoli dopo, che Michea le ha pronunciate, all’interno di un lussuoso palazzo di Gerusalemme, davanti ad un re ingiusto e violento, Erode: “E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele”.
Il profeta alludeva alla venuta del Messia e ai tempi messianici, in cui il "piccolo resto" d'Israele salvato da stragi e calamità dalla mano potente di Dio, tornerà là dove deve nascere l'Atteso delle genti: il Salvatore, e ciò avverrà quando “partorirà colei che deve partorire”
L’attenzione va posta innanzitutto su Betlemme (= città del pane) che il profeta riconosce tanto piccola, pur essendo tra i capoluoghi di Giuda. In questi versetti si può notare anche tratti di politica vera e propria. Il messia viene annunciato come nuovo dominatore in Israele, in opposizione ai capi politici e religiosi che a Gerusalemme si dimostrano incapaci di governare. Per di più, proprio questa città, così piccola e dunque di ben poca importanza, è messa in relazione con una donna: quella da cui dovrà nascere il Signore delle genti, Colui che pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Questo oracolo ha avuto allora, un sapore nuovo, e soprattutto ai poveri, ai giusti, agli stranieri dal cuore puro come i Magi, ha aperto un orizzonte di luce e di speranza, quell’orizzonte che oggi celebriamo e da cui siamo avvolti.

Salmo 79 - Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Il salmo venne scritto quando ancora l’arca non era distrutta, il che avvenne con la distruzione di Gerusalemme. Probabilmente è stato scritto dopo la presa di Samaria da parte dell’Assiro Sargon (721), e dopo che Gerusalemme, assediata dall’Assiro Sennacherib dopo la devastazione della Giudea, rimase indenne (701). Questo evento fece risaltare la potenza di Dio nel suo tempio di Gerusalemme, e rese sensibile la Samaria verso Gerusalemme, cosa che permetterà l’azione riformista di Giosia (640-609) anche in territorio Samaritano. Il salmista è un pio Israelita delle tribù del nord (Samaria) che desidera che le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse siano benedette da Dio, la cui gloria sta sui cherubini dell’arca, posta nel tempio di Gerusalemme; desidera la fine dello scisma samaritano: “Seduto sui cherubini, risplendi davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci”.
A Dio, che guida Giuseppe “come un gregge”, il salmista chiede di manifestare nuovamente quella potenza che esercitò quando fece uscire “Giuseppe” dall’Egitto; intendendo per Giuseppe tutto Israele, finito in Egitto proprio a partire da lui (Gn 37,38).
Egli attraverso la bella immagine della vigna rievoca la storia di Israele: “Hai sradicato un vite dall’Egitto…”. Questa vite curata da lui ha esteso i suoi rami fino al Mediterraneo e fino al Libano: “La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli”. “Il fiume”, è l’Eufrate. Esso era lontano dalla Terra Promessa, ma indica fin dove giungeva l’influenza di Israele. …..….
Il salmista riconosce la dinastia di Davide e ha la speranza che il re di Gerusalemme saprà risollevare le sorti di Israele, costui al presente era Ezechia (716-687): “Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte”, ma nel futuro sarà il Cristo. Quell’uomo reso forte è ora ogni pontefice, ogni vescovo, ogni sacerdote, ogni diacono, ogni fedele, che tutti sono uno, nell’uno che è la Chiesa, corpo mistico di Cristo, e che si adoperano per portare nel mondo la vera pace, cioè Cristo.
Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di Padre Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà».
Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Eb 10,5-10

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute.
Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica ..
Questo brano inizia riportando una citazione: “Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”.
Per dare maggiore forza all’affermazione precedente in cui sosteneva che Cristo ha offerto se stesso in sacrificio una volta per sempre, rendendo inutile il sistema dei sacrifici nel Tempio, ora l’autore cita il salmo 40,6-8. Questo salmo è molto adatto a descrivere l'offerta di Cristo e nessun altro brano del Nuovo Testamento lo utilizza. In questo salmo si dice appunto che il Signore non ha gradito sacrificio, cioè l'immolazione di animali, né altre offerte. Invece di accettare questi doni, il Signore ha preparato un corpo per il Cristo.
“Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato”
I profeti si erano spesso scagliati contro un culto solo esteriore, con l'offerta di beni materiali, fatto solo per ottenere il perdono dei peccati. Il sacrificio di Cristo è superiore a tutti i sacrifici e inaugura un nuovo modo di mettersi in relazione con il Signore.
“Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»”.
Cristo ha risposto dando la sua piena disponibilità a compiere la volontà di Dio. Di Lui è scritto nel rotolo del libro, cioè nei testi profetici, che parlano del Messia.
“Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge,”
In questi ultimi versetti si sottolinea ciò che è stato prima affermato. Il sacrificio degli animali e altre cose che venivano offerte, perché previste dalla Legge, non sono più gradite a Dio.
“soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo”.
Cristo viene a fare la volontà di Dio. Questo provoca una svolta fondamentale, vi è una sostituzione nei tipi di sacrificio.
“Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre”.
La volontà di Dio ci rende santi, attraverso l'offerta del corpo di Gesù Cristo, che è il vero atto sacerdotale: tutta l’esistenza di Gesù, è il grande atto di offerta. Egli togliendo il peccato, ha ristabilito il legame con Dio nella propria persona, nella propria esperienza viva. Ha fondato l’alleanza nuova, il popolo nuovo che può accostarsi a Dio.

Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Lc 1,39-45

Luca in questo brano del suo vangelo riporta la visita di Maria ad Elisabetta e inizia con una indicazione di tempo ed altri segni che legano il concepimento di Giovanni e quello di Gesù.
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.”
Luca sottolinea la prontezza di Maria nel rispondere alle esigenze della Parola di Dio. Ella esce di casa, da Nazareth per percorrere le montagne della Giudea facendo più di 100 km, con i mezzi che potevano esserci allora. La fretta di Maria è piena di significato sotto tutti i punti di vista: quando si manifesta negli eventi l’opera di Dio non si può rimanere inerti o pigri. Così fa Abramo quando corre a preparare per i tre ospiti, così fa Zaccheo quando scende dal sicomoro, così fanno i pastori quando si affrettano a Betlemme. Nel caso di Maria, poi, ella sa, per le parole dell’angelo, che la gravidanza insperata di Elisabetta ha qualcosa a che fare con la sua, che il prodigio operato nella sua anziana parente fa parte dello stesso disegno divino in cui lei stessa è coinvolta. È naturale perciò che Maria corra verso la casa di Zaccaria per comprendere meglio il mistero che la riguarda.”. Maria ed Elisabetta si conoscevano tutte e due. Erano parenti. Ma in questo incontro scoprono, l’una nell’altra, un mistero che non conoscevano ancora e che le riempie di molta gioia.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”!
La reazione del bambino precede quella della madre: egli sussultò nel suo grembo. L'evangelista utilizza per indicare la reazione del piccolo Giovanni il verbo greco della versione dei LXX di Gn 25,22-25 relativo ai figli di Rebecca, Esaù e Giacobbe, che si urtavano (così in ebraico) nel suo seno. Un segno di gioia che con lo Spirito santo di cui viene riempita Elisabetta, indica l'arrivo dei tempi messianici.
Il testo ci fa pensare anche che Giovanni ancor prima della nascita è profeta, perchè annuncia la presenza di Gesù (in questo caso alla madre), dimostrandosi suo precursore
“ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”
Finito il tempo del nascondimento, ora Elisabetta può gridare l’opera del Signore. Ogni maternità nella Bibbia è una benedizione, ma la maternità di Maria è unica e procura la più grande delle benedizioni. “Benedetta tu fra le donne...”. Per opera dello Spirito Santo Elisabetta comprende non solo che Maria è incinta, ma che il bambino che porta è fonte di benedizione. Maria è benedetta sopra tutte le altre donne a causa della benedizione che proviene dal frutto del suo grembo. Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (v. Ef 1,3).
“A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”
E’ un onore per Elisabetta ricevere Maria. Tale dichiarazione è sorprendente se si pensa che Elisabetta è più anziana e moglie di un sacerdote, mentre Maria non possiede alcun rango sociale ed è molto più giovane di lei. La frase di Elisabetta trova la sua giustificazione nel fatto che riconosce in Maria la madre del Messia.
Il titolo di Signore, che Elisabetta usa per indicare il bambino che Maria ha in seno, è uno dei principali titoli messianici attribuiti a Gesù nel Nuovo Testamento,
“Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.”
Letteralmente la traduzione è “ha saltellato” di gioia. Nella Bibbia si parla più di danza che di sussulto. In questo versetto abbiamo una specie di danza che Giovanni Battista compie nel seno di sua madre. Sua madre l’ha interpretata così, l’ha sentita come una danza, come un movimento gioioso. Giovanni sta vivendo il primo incontro con Gesù e gli rende testimonianza.
“E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Sono le parole di lode di Elisabetta che esaltano Maria a concludere questo brano. Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).
La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Maria è beata non perché ha generato fisicamente il Cristo, come intendeva la donna della folla, ma, come ha replicato Gesù, è beata perché è la credente che ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha messa in pratica.
Per questo Maria è figura dei credenti, dei cristiani, che sono beati perché credono alla parola di Dio che hanno ascoltato dalla bocca di Gesù. Ella infatti ha creduto e per questo è la vera madre del Signore.

 

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“Il Vangelo di questa domenica di Avvento pone in evidenza la figura di Maria. La vediamo quando, subito dopo aver concepito nella fede il Figlio di Dio, affronta il lungo viaggio da Nazaret di Galilea ai monti di Giudea per andare a visitare e aiutare Elisabetta. L’angelo Gabriele le aveva rivelato che la sua anziana parente, che non aveva figli, era al sesto mese di gravidanza. Per questo la Madonna, che porta in sé un dono e un mistero ancora più grande, va a trovare Elisabetta e rimane da lei tre mesi. Nell’incontro tra le due donne – immaginatevi: una anziana e l’altra giovane, è la giovane, Maria, che per prima saluta. Il Vangelo dice così: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta» . E, dopo quel saluto, Elisabetta si sente avvolta da grande stupore – non dimenticatevi questa parola: stupore. Lo stupore. Elisabetta si sente avvolta da grande stupore che risuona nelle sue parole: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» E si abbracciano, si baciano, gioiose, queste due donne: l’anziana e la giovane, ambedue incinte.
Per celebrare in modo proficuo il Natale, siamo chiamati a soffermarci sui “luoghi” dello stupore. E quali sono questi luoghi dello stupore nella vita quotidiana? Sono tre. Il primo luogo è l’altro, nel quale riconoscere un fratello, perché da quando è accaduto il Natale di Gesù, ogni volto porta impresse le sembianze del Figlio di Dio. Soprattutto quando è il volto del povero, perché da povero Dio è entrato nel mondo e dai poveri, prima di tutto, si è lasciato avvicinare.
Un altro luogo dello stupore - il secondo - in cui, se guardiamo con fede, proviamo proprio lo stupore è la storia. Tante volte crediamo di vederla per il verso giusto, e invece rischiamo di leggerla alla rovescia. Succede, per esempio, quando essa ci sembra determinata dall’economia di mercato, regolata dalla finanza e dagli affari, dominata dai potenti di turno.
Il Dio del Natale è invece un Dio che “scombina le carte”: Gli piace farlo! Come canta Maria nel Magnificat, è il Signore che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,52-53). Questo è il secondo stupore, lo stupore della storia.
Un terzo luogo dello stupore è la Chiesa: guardarla con lo stupore della fede significa non limitarsi a considerarla soltanto come istituzione religiosa, che lo è; ma sentirla come una Madre che, pur tra macchie e rughe – ne abbiamo tante! – lascia trasparire i lineamenti della Sposa amata e purificata da Cristo Signore. Una Chiesa che sa riconoscere i molti segni di amore fedele che Dio continuamente le invia. Una Chiesa per la quale il Signore Gesù non sarà mai un possesso da difendere gelosamente: quelli che fanno questo, sbagliano; ma sempre Colui che le viene incontro e che essa sa attendere con fiducia e gioia, dando voce alla speranza del mondo. La Chiesa che chiama il Signore: “Vieni, Signore Gesù!”. La Chiesa madre che sempre ha le porte spalancate e le braccia aperte per accogliere tutti. Anzi, la Chiesa madre che esce dalle proprie porte per cercare con sorriso di madre tutti i lontani e portarli alla misericordia di Dio. Questo è lo stupore del Natale!
A Natale Dio ci dona tutto Sé stesso donando il suo Figlio, l’Unico, che è tutta la sua gioia. E solo con il cuore di Maria, l’umile e povera figlia di Sion, diventata Madre del Figlio dell’Altissimo, è possibile esultare e rallegrarsi per il grande dono di Dio e per la sua imprevedibile sorpresa. Ci aiuti Lei a percepire lo stupore - questi tre stupori l’altro, la storia e la Chiesa - per la nascita di Gesù, il dono dei doni, il regalo immeritato che ci porta la salvezza. L’incontro con Gesù farà sentire anche a noi questo grande stupore. Ma non possiamo avere questo stupore, non possiamo incontrare Gesù se non lo incontriamo negli altri, nella storia e nella Chiesa.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 20 dicembre 2015

Pubblicato in Liturgia
Domenica, 09 Dicembre 2018 11:47

AVVISI PER L'AVVENTO 2018

1) RITIRO PARROCCHIALE D’AVVENTO
    14 DICEMBRE 2018
                                    ORE 18.00 – SANTO ROSARIO
                                  ORE 18.30 – S. MESSA
                                  ORE 19.10 – MEDITAZIONE – P. GIAN MATTEO ROGGIO
                                  ORE 19.45 – ADORAZIONE
                                  ORE 20.15 – BENEDIZIONE

2) INCONTRO DELLE FAMIGLIE DEI BATTEZZATI
    15 DICEMBRE SABATO ORE 12.00

3) INIZIA LA NOVENA DI NATALE
   16 DICEMBRE DOMENICA ORE 18.30

Pubblicato in Vita Parrocchiale

Mentre le letture della prima domenica di Avvento ci esortavano a vegliare, le letture di questa domenica ci esortano “a preparare la via del Signore”.
Nella prima lettura, il profeta Baruc, con tono poetico canta la speranza di tutto un popolo perchè alla miseria e alla schiavitù subentreranno la bontà e la libertà, all’umiliazione e alla tristezza, la gioia. Baruc rincuora così il popolo in esilio mostrando la via del ritorno preparata da Dio per il suo popolo derelitto.
Nella seconda lettura san Paolo, scrivendo la sua lettera ai Filippesi, li ringrazia per la collaborazione alla diffusione del Vangelo, e li incoraggia a crescere nell’amore attivo e fedele “per il giorno di Cristo”.
Nel Vangelo di Luca, viene presentato Giovanni il Battista, che predica un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, cioè n rito che apre il cuore e dispone la strada per la salvezza di Dio: Cristo suo Figlio e nostro unico salvatore. E’ Gesù che ci fa davvero lasciare le vesti del lutto, della tristezza e ci porta lo splendore della vita divina. Solo con Lui ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

Dal libro del Profeta Baruc
Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione,
rivèstiti dello splendore della gloria
che ti viene da Dio per sempre.
Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio,
metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno,
perché Dio mostrerà il tuo splendore
a ogni creatura sotto il cielo.
Sarai chiamata da Dio per sempre:
«Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura
e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti,
dal tramonto del sole fino al suo sorgere,
alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio.
Si sono allontanati da te a piedi,
incalzati dai nemici;
ora Dio te li riconduce
in trionfo, come sopra un trono regale.
Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni,
di colmare le valli livellando il terreno,
perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio.
Anche le selve e ogni albero odoroso
hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio.
Perché Dio ricondurrà Israele con gioia
alla luce della sua gloria,
con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.
Bar 5,1-9

Il Libro del profeta Baruc, che era stato segretario fedele del profeta Geremia,è contenuto nella Bibbia cristiana, ma non è stato accolto nella Bibbia ebraica. Il libro che è composto di 6 capitoli, (il sesto contiene una lettera di Geremia), sembra sia stato scritto direttamente in greco, e la seconda parte, forse, è stata ripresa da un originale in ebraico. Si ritiene comunque che il testo risalga agli anni 50 a.C, in un'epoca, comunque, di occupazione da parte dei Romani, come motivo di speranza per un Messia liberatore.
Il libro di Baruc ha il pregio di rivelare l’anima profondamente religiosa dei Giudei dispersi nel mondo e tuttavia rimasti in modo sorprendente, uniti al loro popolo. La loro fede testimonia un senso vivissimo del peccato nazionale; ai loro occhi, il passato d’Israele non è stato che una lunga infedeltà e la disfatta e la prigionia sono la conclusione e il giusto castigo di quella costante ribellione..
Il libro sin dall'introduzione evidenzia che Baruc scrisse questo libro a Babilonia, dopo la deportazione e che poi tornò a Gerusalemme per leggerlo nelle assemblee liturgiche
Il profeta in questo brano, con enfasi si rivolge a Gerusalemme per invitarla a terminare il lutto per la deportazione a Babilonia. “Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione,
rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre…”
Occorre cambiare abito, da quello del lutto a quello della gloria del Signore, al manto della Sua giustizia e alla corona di gloria, perché finalmente Gerusalemme potrà, di nuovo, essere chiamata per sempre da Dio «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Poi il profeta esorta la città santa, a stare in piedi sull’altura e guardare verso oriente dove sono riuniti i suoi figli nella notte, e deve poter credere che la Parola del Signore si compie perchè essi, i suoi figli, ritorneranno “dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio”. I suoi figli si erano allontanati a piedi, inseguiti dai nemici, ed ora è il Signore stesso che li riconduce come un sovrano vittorioso, e li porta con sé nella sfilata del trionfo, non come prigionieri di guerra, ma come figli liberati. La via del ritorno è una via facile, senza impedimenti, senza salite e discese, “Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. “
Il Signore riconduce “Israele con gioia. alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui”. Dio non mostra rancore per il peccato commesso dal suo popolo, ma è pieno di gioia perché Israele ha riconosciuto il suo peccato, a motivo dell'esperienza che ha fatto della misericordia e della giustizia di Dio.
Bellissimo il messaggio di speranza che si percepisce: di fronte all’infedeltà di Israele, resta immutabile la fedeltà di Dio. E’ il Signore che provoca la conversione e dà il perdono e l’alleanza rivivrà più bella di prima, un’alleanza che raccoglierà i figli dispersi in una Gerusalemme radiosa, città di Dio per sempre.

Salmo 125 - Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Il salmista faceva parte degli Israeliti rimasti in Palestina al tempo delle deportazioni babilonesi.
Egli esprime la gioia di tutti di fronte ai primi arrivi e invoca da Dio il ritorno di tutti i deportati, in moltitudine e velocità, cioè senza intoppi e stenti di viaggio, come, appunto, i torrenti del Negheb, cioè i torrenti della parte meridionale del territorio della tribù di Giuda.
L'evento del ritorno è un fatto del tutto straordinario che mette in luce la fedeltà di Dio per il suo popolo.
I popoli, cioè quelli facenti parte dell'impero Persiano, pur a modo loro, cioè senza diventare monoteisti, lo riconobbero. Diversamente si comportarono i popoli vicini, che si erano spinti con scorribande continue nei territori di Israele. Questi cercarono di sfaldare ogni tentativo di Israele di ridarsi una fisionomia stabile.
Il desiderio che i prigionieri ritornino è grande, ma bisogna nel frattempo creare le condizioni per facilitare i nuovi arrivi.
Il salmo per questo presenta una sentenza proverbiale come invito a non lesinare fatiche per la ricostruzione di Gerusalemme, il ripristino dei campi, dei villaggi; questo pur in mezzo alle difficoltà causate dall'ostilità dei vicini popoli: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia”.
Il salmo nel suo sensus plenior riguarda la liberazione dei popoli dal peso dell'ignoranza del vero Dio, dal peso delle divisioni e contrapposizioni.
Essi hanno ricevuto l'editto di liberazione nel sangue di Cristo. La Chiesa, sacramento di salvezza e di unità, deve fare conoscere il Liberatore dal peccato, sempre pronta ad accogliere nella gioia della comunione che la regge tutti coloro che accolgono Cristo e che già sono misteriosamente orientati a lui dall'azione dello Spirito Santo (Cf. 1Gv 1,3-4).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Filippesi
Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Fil 1,4-6.8,11

La lettera ai Filippesi è stata sicuramente scritta da Paolo mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, intorno agli anni 53-55, oppure a Roma (allora saremmo nel 62-63) .
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente negli Atti degli Apostoli (vv.16,12-40).
E’ stata la prima a nascere in Europa, e venne fondata verso il 51, durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo aveva deciso di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: “Passa in Macedonia e aiutaci”. Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia.
La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio, ma quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia.
In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione, dove essi erano detenuti, si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.
Che i cristiani di Filippi fossero in gran parte di origine pagana, lo si desume anche dal fatto che nella lettera Paolo non cita quasi mai l'A.T.. Non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo scrivendo vuole semplicemente informare i Filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano, che riporta l’inizio della lettera, Paolo come di consueto inizia con un ringraziamento:
“Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”.
Paolo è evidentemente soddisfatto per gli effetti che la sua predicazione ha avuto a Filippi: la comunità non solo è cresciuta salda e compatta, ma addirittura collabora con Paolo per la diffusione del Vangelo. I filippesi sin dal primo giorno, cioè dalla loro conversione (v. At 16,12-40) hanno sofferto per il Vangelo (Fil 1,29-30) e hanno dato la loro testimonianza (Fil 2,15-16) anche con aiuti materiali per sostenere Paolo che si trovava in carcere.
“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.
La lettera ai Filippesi è stata sicuramente scritta da Paolo mentre si trovava in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, intorno agli anni 53-55, oppure a Roma (allora saremmo nel 62-63) .
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente negli Atti degli Apostoli (vv.16,12-40).
E’ stata la prima a nascere in Europa, e venne fondata verso il 51, durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo aveva deciso di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: “Passa in Macedonia e aiutaci”. Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia.
La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio, ma quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia.
In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione, dove essi erano detenuti, si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.
Che i cristiani di Filippi fossero in gran parte di origine pagana, lo si desume anche dal fatto che nella lettera Paolo non cita quasi mai l'A.T.. Non vengono trattati grandi temi, né vengono risolte particolari questioni: l'apostolo scrivendo vuole semplicemente informare i Filippesi della sua situazione, ringraziarli per l'attenzione dimostrata nei suoi confronti ed esortarli a proseguire sulla via dell'amore evangelico.
In questo brano, che riporta l’inizio della lettera, Paolo come di consueto inizia con un ringraziamento:
“Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”.
Paolo è evidentemente soddisfatto per gli effetti che la sua predicazione ha avuto a Filippi: la comunità non solo è cresciuta salda e compatta, ma addirittura collabora con Paolo per la diffusione del Vangelo. I filippesi sin dal primo giorno, cioè dalla loro conversione (v. At 16,12-40) hanno sofferto per il Vangelo (Fil 1,29-30) e hanno dato la loro testimonianza (Fil 2,15-16) anche con aiuti materiali per sostenere Paolo che si trovava in carcere.
“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Dal vangelo secondo Luca
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Lc 3,1-6

In questo brano, l’evangelista Luca ci presenta la figura di Giovanni Battista. Ce lo presenta con una cornice storica ben precisa, che va pian piano restringendosi, fino a concentrarsi sulla persona di Giovanni, il figlio di Zaccaria. Non è comunque la prima volta che nel Vangelo di Luca si parla del Precursore del Signore. Due capitoli prima ce lo aveva presentato in un sussulto di gioia, mentre era ancora embrione nel grembo della madre, l'anziana Elisabetta, e come alla sua nascita gli fu dato il nome Giovanni, che significa "Dio ha avuto misericordia".
“Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,”
Luca apre il capitolo terzo con un ampio sguardo alla situazione politica universale, in cui si inserisce la vicenda di Giovanni. La narrazione, a prima vista marginale, fa emergere invece la sua importanza perchè egli infatti annuncia la venuta di Gesù in cui si compiono le promesse di salvezza di Dio al suo popolo: Egli si inserisce nel tempo per cambiare la storia.
Il riferimento primo è al regno di Roma e poi alla situazione politica della Palestina, nelle sue divisioni territoriali; Luca usa un’indicazione generica (tetrarca, derivato dal termine greco egemon); il suo scopo sembra quello di inserire la vicenda del profeta nella storia, così come avviene in diversi testi dell'A.T. (cfr. Ger 1,1-3; Ez 1,1-3; Os 1,1; Am 1,1), più che precisare temporalmente l'inizio del ministero di Giovanni.
“sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.”
Di fronte ai grandi della terra, enumerati con attenzione di storico, e alle autorità religiose in Israele (il sommo sacerdote Càifa e il potente predecessore, Anna, suo suocero), la grandezza di Giovanni deriva dal fatto che egli è chiamato da Dio. L'espressione usata la parola di Dio venne su Giovanni e la citazione di Zaccaria , ricorda la chiamata dei profeti, in particolare Geremia (v. Ger 1,1): attraverso di lui ora Dio entra nella storia.
Tale chiamata avviene nel deserto, un luogo di importanza più teologica che geografica, che separa Giovanni dall'Israele che si è allontanato da Dio.
“Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,”
Come gli altri evangelisti (Mc 1,4; Mt 3,1-2) anche Luca caratterizza la missione di Giovanni indicando la predicazione e il rito del battesimo; egli precisa che Giovanni si muove all'interno della regione del Giordano, sottolineando il suo ruolo di profeta più che di battezzatore.
Il battesimo di Giovanni è diverso dai riti simili presenti al tempo di Gesù: è ricevuto una sola volta, ed è amministrato dal profeta che svolge quindi un ruolo attivo e pubblico. Giovanni compie un segno di salvezza da parte di Dio, al di fuori dei riti ufficiali di espiazione previsti dal culto. Per Luca questo segno è una preparazione all'arrivo del Messia ed esprime un orientamento verso la salvezza che egli offrirà.
“com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate. “
Con una citazione del profeta Isaia (40,3-5) viene evidenziato meglio il compito di Giovanni. Il versetto è l'inizio del Deuteroisaia dove il profeta annuncia il ritorno dall'esilio come un nuovo esodo ed invita il popolo a preparare la via del ritorno. Preceduto dal Signore il popolo di Israele attraverserà il deserto su una via diritta. Per differenziare il Battista la citazione è stata adattata, mentre nel libro di Isaia il deserto è il luogo in cui la via viene preparata,.
Il testo si collega al brano tratto dal profeta Baruc, che abbiamo nella prima lettura, che parla anch'esso del ritorno dei deportati e di una via nuova in cui è possibile incontrare il Signore.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Solo Luca cita anche il v. 5 della profezia per rendere più ampio il suo orizzonte.
Il testo ha un collegamento anche con le parole di Simeone (Lc 2,30-32) sempre tratte dal Deuteroisaia. L'annuncio di Giovanni appare dunque caratterizzato in Luca dall'accento salvifico più che da quello penitenziale, sottolineando la vicinanza di Dio (in Cristo) non solo al suo popolo, ma ad ogni uomo.
Per concludere possiamo dire che la predicazione di Giovanni, aveva spinto a fare un serio esame di coscienza a molti dei suoi contemporanei, che ancora non avevano visto, con i loro occhi, Gesù, il Figlio di Dio, iniziare la Sua vita pubblica, e invita anche noi oggi a preparare la strada al Signore che viene, che “ritorna", con la fedeltà nelle piccole cose.
E’ con la testimonianza della nostra vita di veri credenti, che spianeremo la strada al Signore anche nel cuore degli altri fratelli rimasti delusi, increduli, tiepidi. La nostra testimonianza, infatti, sarà l'annuncio più efficace e credibile di come la Parola di Dio – una volta entrata dentro di noi – può trasformare un deserto arido in un "terreno fecondo", non soggetto alla “dittatura del relativismo " e spalancato alle necessità di quanti - come noi - cercano umilmente solo un po' d'amore!

 

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“In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia ci pone alla scuola di Giovanni il Battista, che predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». E noi forse ci domandiamo: “Perché dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da ateo diventa credente, da peccatore si fa giusto, ma noi non abbiamo bisogno, noi siamo già cristiani! Quindi siamo a posto”. E questo non è vero. Così pensando, non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione – che siamo cristiani, tutti buoni, che siamo a posto – che dobbiamo convertirci: dalla supposizione che, tutto sommato, va bene così e non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è proprio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù? E’ vero che sentiamo come sente Gesù? Per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a reagire senza animosità e a perdonare di cuore chi ci chiede scusa? Quanto difficile è perdonare! Quanto difficile! “Me la pagherai!”: questa parola viene da dentro! Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo esprimere la nostra fede, sappiamo farlo con coraggio e semplicità, senza vergognarci del Vangelo? E così possiamo farci tante domande. Non siamo a posto, sempre dobbiamo convertirci, avere i sentimenti che aveva Gesù.
La voce del Battista grida ancora negli odierni deserti dell’umanità, che sono – quali sono i deserti di oggi? - le menti chiuse e i cuori duri, e ci provoca a domandarci se effettivamente stiamo percorrendo la strada giusta, vivendo una vita secondo il Vangelo. Oggi come allora, egli ci ammonisce con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore!» . È un invito pressante ad aprire il cuore e accogliere la salvezza che Dio ci offre incessantemente, quasi con testardaggine, perché ci vuole tutti liberi dalla schiavitù del peccato. Ma il testo del profeta dilata quella voce, preannunciando che «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (v. 6). E la salvezza è offerta ad ogni uomo e ad ogni popolo, nessuno escluso, a ognuno di noi. Nessuno di noi può dire: “Io sono santo, io sono perfetto, io già sono salvato”. No. Sempre dobbiamo accogliere questa offerta della salvezza. E per questo l’Anno della Misericordia: per andare più avanti in questa strada della salvezza, quella strada che ci ha insegnato Gesù. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati per mezzo di Gesù Cristo, l’unico mediatore (cfr 1 Tm 2,4-6).
Pertanto ognuno di noi è chiamato a far conoscere Gesù a quanti ancora non lo conoscono. Ma questo non è fare proselitismo. No, è aprire una porta. «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16), dichiarava san Paolo. Se a noi il Signore Gesù ha cambiato la vita, e ce la cambia ogni volta che andiamo da Lui, come non sentire la passione di farlo conoscere a quanti incontriamo al lavoro, a scuola, nel condominio, in ospedale, nei luoghi di ritrovo? Se ci guardiamo intorno, troviamo persone che sarebbero disponibili a cominciare o a ricominciare un cammino di fede, se incontrassero dei cristiani innamorati di Gesù. Non dovremmo e non potremmo essere noi quei cristiani? Vi lascio la domanda: “Ma io davvero sono innamorato di Gesù? Sono convinto che Gesù mi offre e mi dà la salvezza?”. E, se sono innamorato, devo farlo conoscere. Ma dobbiamo essere coraggiosi: abbassare le montagne dell’orgoglio e della rivalità, riempire i burroni scavati dall’indifferenza e dall’apatia, raddrizzare i sentieri delle nostre pigrizie e dei nostri compromessi.
Ci aiuti la Vergine Maria, che è Madre e sa come farlo, ad abbattere le barriere e gli ostacoli che impediscono la nostra conversione, cioè il nostro cammino incontro al Signore. Lui solo, Gesù solo può dare compimento a tutte le speranze dell’uomo!”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 6 dicembre 2015

Pubblicato in Liturgia

Con questa prima Domenica di Avvento si apre il nuovo anno liturgico proclamato dal Vangelo di Luca con l’invito a “Vegliare in ogni momento”. Leggeremo quindi il mistero di Cristo seguendo la teologia filtrata dall’esperienza del terzo evangelista, che è molto vicino alla nostra sensibilità, perchè in un mondo che cerca sempre più la fratellanza universale, il messaggio di Luca è molto attuale. La Chiesa, come ci ricorda sempre papa Francesco, deve essere il luogo dell’accoglienza di tutti, specialmente dei poveri, dei peccatori, degli esclusi.
Nella prima lettura, il profeta Geremia annuncia che Dio sarà fedele alle Sue promesse: farà germogliare per Davide un germoglio giusto. Geremia precisa che il Messia sarà “germoglio di giustizia”; ed è la giustizia che garantisce l’equilibrio del singolo uomo, della famiglia e dei popoli. L’uomo giusto capisce gli altri, la famiglia che pratica la giustizia educa all’amore, i popoli, che godono ed esperimentano la giustizia, sono portatori di pace.
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, chiede di prepararci alla venuta di Cristo e ci esorta a crescere nell’amore vicendevole verso tutti.
Nel Vangelo di Luca, troviamo il discorso che Gesù pronuncia sulle ultime realtà. L’evangelista dice che il Messia si annuncia mentre sulla terra c’è “angoscia di popoli in ansia” e aggiunge di stare molto attenti, affinché i nostri cuori non siano appesantiti (e quindi distratti) dagli “affanni della vita”. Le parole del Vangelo, quanto mai attuali in questo periodo, ci suggeriscono di rimuovere lo stato di paura (che non possiamo non provare di fronte al persistente dissesto della vita sociale con fame, guerre, terrorismo e droga che dilagano) allo stato di vigilanza, di trasformare l’angoscia in inquietudine attiva.

Dal libro del profeta Geremia
«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.
In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra.
In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Ger 33,14-16

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.). Viene però accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico.
Geremia, profeta del dolore e della misericordia, che preannuncia più di ogni altro la figura di Gesù, rimane non solo per il suo popolo, ma per tutti i cristiani, un testimone della speranza. Egli è pure l’esempio di una incorruttibile fedeltà alla propria vocazione, qualunque siano le difficoltà.
Questo brano che la liturgia ci propone, è divenuto famoso per l’interpretazione messianica che la tradizione giudaica e cristiana gli hanno attribuito.
Il Signore tramite il suo profeta “mentre egli era ancora chiuso nell’atrio della prigione”, fa delle preziose rivelazioni che riguardano la restaurazione di Gerusalemme e la liberazione del suo popolo, dopo la catastrofe che s’abbatterà su di esso. “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.” Poi sulla traccia anche di una celebre profezia di Isaia (Is11,1) continua annunciando: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. Il germoglio è segno di vita, di futuro, di movimento, di speranza, quel discendente di Davide aprirà, quindi, un orizzonte nuovo verso cui va l’attenzione di tutto il popolo.
E’ Geremia stesso a dare il valore simbolico a quel ramoscello: “In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Queste tre parole unite insieme “Signore-nostra-giustizia” sembrano la formula magica che l’umanità ripete da secoli in tutte le lingue che sogna nelle sue attese, ma che da sola, con le proprie forze, non è riuscita mai a costruire nella storia.

 

Salmo 24 - A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà
per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme:
gli fa conoscere la sua alleanza.

Il salmista è pieno d’umiltà al ricordo delle sue numerose colpe della sua giovinezza. E’ sgomento alla vista che tanti suoi amici lo hanno tradito per un nulla. Uno screzio è bastato perché si mettessero contro di lui. Egli, piegato dal peso dei suoi peccati, domanda che Dio guardi a lui e non a quanto ha fatto non osservando “la sua alleanza e i suoi precetti”.
Si trova in grande difficoltà di fronte ad avversari che lo odiano in modo violento e lui non ha via di salvezza che quella del Signore.
Gli errori passati sono il frutto del suo abbandono della “via giusta”. Ora sa che “tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà”, cioè non portano a rovina, ma anzi danno prosperità, poiché la discendenza di chi teme il Signore “possederà la terra”. L’orante voleva affermarsi sugli altri agendo con spavalderia, con vie traverse, ed ecco che sconfessa tutto il suo passato, trattenendone però la lezione di umiltà, che gli ha dato.
Egli sa che non andrà deluso perché ha deciso di essere protetto da "integrità e rettitudine”, cioè dall’osservanza dell’alleanza stabilita da Dio con Israele. L’orante non pensa solo a se stesso, si sente parte del popolo di Dio, e invoca la liberazione di Israele dalle angosce date dai nemici. La liberazione dell’Israele di Dio, la Chiesa, cioè l’Israele fondato sulla fede in Cristo, non escludendo nella sua carità quello etnico basato sulla carne e sul sangue, per il quale la pace passerà dall’accoglienza del Principe della pace.
Commento di P.Paolo Berti

 

Dalla prima lettera di S.Paolo Apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.
Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più.
Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
1Ts 3,12.4,2

La Prima lettera ai Tessalonicesi è stata scritta da S.Paolo intorno al 50. E’ il più antico testo del Nuovo Testamento e si trova incluso già nelle prime raccolte di scritti cristiani. Lo scritto delinea la personalità di Paolo, evidenziando l’evoluzione nella quale egli passa dal confidare sulle proprie risorse, al fidarsi sempre più di Dio. La lettera è stata scritta in greco e indirizzata ai membri di una comunità cristiana fondata pochi mesi prima da Paolo a Tessalonica.
Il motivo per la composizione della lettera è stato per chiarire un insegnamento di Paolo ai suoi discepoli, sulla seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Paolo aveva affermato che ciò sarebbe accaduto presto, entro la fine della generazione corrente, e i suoi discepoli si erano interrogati sul destino di coloro che erano morti nel frattempo: a questi Paolo spiega che i morti sarebbero risorti e insieme ai vivi sarebbero andati incontro al Signore per unirsi a Lui.
La lettera si rivolgeva ad una comunità cristiana in buona parte costituita da persone provenienti dal paganesimo, per cui non ci sono riferimento a testi dell'A.T. e l'annuncio si concentra sulla risurrezione di Gesù e sulla liberazione dei credenti. Nella parte centrale Paolo si sofferma, in particolare, sulla natura dell'identità cristiana nei confronti dell'ambiente esterno: essa ha il suo fondamento nella fede, nella carità e nella speranza.
In questo brano Paolo, dopo aver chiesto a Dio, che gli conceda di ritornare a Tessalonica, intercede per i suoi interlocutori: “il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi” Anche se i tessalonicesi hanno dato prova di una fede operosa (v. 1,3), hanno ancora molta strada da fare e Paolo, nella sua preghiera di intercessione, augura loro di crescere e di sovrabbondare nell’amore vicendevole verso tutti. Come modello Paolo indica ancora una volta il suo stesso amore verso di loro, fatto di dedizione incondizionata e di cura premurosa.
Paolo fa poi un’altra richiesta che è collegata alla precedente, e ne indica la motivazione: “per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.
Il pensiero qui si rivolge al momento della seconda “venuta” del Signore Gesù, il quale sarà accompagnato dai suoi santi, cioè dalle schiere angeliche.
Paolo chiede a Dio, in vista di quell’evento, di rendere saldi e irreprensibili i loro cuori nella santità, che già hanno ricevuto nel battesimo. Ciò deve avvenire “davanti a Dio e Padre nostro”. Un vero amore fraterno, che si apre a tutti, anche a coloro che non fanno parte della comunità, rappresenta la migliore preparazione e la più solida garanzia per l’incontro decisivo dell’ultimo giorno. L’attesa della venuta finale di Cristo non consiste quindi in un pigro aspettare ma in un impegno costante per costruire rapporti nuovi basati sull’amore.
In questa preghiera, che chiude la prima parte della lettera, sono segnalati quegli atteggiamenti di amore, santità e irreprensibilità che costituiranno il tema della seconda parte.
Da questo punto, ossia dal capitolo 4 inizia la seconda parte della lettera, composta di esortazioni, ammonimenti, istruzioni, parole di conforto.
Paolo la introduce con queste parole:
Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più.
L’intenzione appare subito in apertura nella formula “vi preghiamo ed esortiamo nel Signore Gesù”. In stretto collegamento con quanto ha appena detto, Paolo esorta anzitutto i tessalonicesi a progredire nel cammino già intrapreso. Essi sanno come devono comportarsi e già si comportano così, perciò Paolo non deve far altro che invitarli a continuare nella strada intrapresa, incoraggiandoli a progredire sempre di più.
Poi aggiunge: “Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù”. Essi devono essere sempre consapevoli che le istruzioni che lui ha dato loro provengono sempre dal Signore. Dalle parole di Paolo possiamo comprendere che Dio non si serve dell’uomo come di uno strumento passivo; al contrario il fatto che Lui intervenga per primo serve a rafforzare nell’uomo l’esercizio della propria libertà e creatività.

 

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Lc21,25-28.34-36

Il Vangelo secondo Luca, che ci accompagnerà in questo terzo anno liturgico, è il terzo dei Vangeli (uno dei tre sinottici) ed è stato scritto in greco intorno agli anni 80-90, utilizzando il Vangelo secondo Marco. E’ suddiviso in 24 capitoli, e viene definito, dalla tradizione cristiana, come il Vangelo della misericordia, perchè ci riporta alcune celebri parabole come quella del figliol prodigo e quella del buon samaritano. E’ anche il Vangelo che pone un’enfasi speciale sulla preghiera, le azioni dello Spirito Santo, e sulla gioia. Secondo l'antica tradizione ecclesiastica, l'autore è San Luca, un collaboratore serio e fidato dell'apostolo Paolo, da lui menzionato, nella 2Tim4,11 e nella Col 4,14, viene chiamato “il caro medico”. Che Luca fosse medico lo si può dedurre anche dalla citazione che fa della sudorazione di sangue di Gesù, rarissimo fenomeno della ematidrosi, causata dalla intensa agonia spirituale che Gesù stava soffrendo.
In questo brano l’evangelista ci propone “il discorso sulle realtà ultime” che Gesù fa prima della Sua passione. Impressionano soprattutto le immagini tempestose e apocalittiche, tipiche di quei secoli e usate per indicare simbolicamente l’irruzione efficace di Dio nella storia confusa e tragica dell’uomo.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”.
Questi segni sono anzitutto di carattere cosmico e sono in parte paralleli a quelli che precedono la caduta di Gerusalemme (vv. 10-11). Gesù dice che avranno luogo nel sole, nella luna e nelle stelle, senza specificare, come fa in Marco, in che cosa consisteranno. Con essi ci saranno anche fenomeni terrestri, che consistono in un terribile sconvolgimento del mare e dei flutti (nel salmo 65,8 troviamo descrizioni analoghe) che genereranno angoscia e ansia in tutte le nazioni. Gli sconvolgimenti del cielo faranno presagire lo scatenarsi di qualcosa di terribile, provocando in tutti gli uomini un terrore tale da farli “morire per la paura”. Questi segni preannunciano l’evento escatologico: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”.
Questo evento viene descritto con chiaro riferimento alla visione del profeta Daniele (Dn 7,13), quasi con le stesse parole di Marco. Nella frase successiva però Luca si distacca da Marco in quanto, invece di accennare al raduno escatologico degli eletti (Mc 13,27), riporta un’esortazione:
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
Le cose che cominceranno ad accadere sono i segni cosmici che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo; vedendole i discepoli dovranno cambiare completamente il loro atteggiamento: dopo essere stati oppressi dal peso terribile delle persecuzioni, essi dovranno ora risollevarsi ed alzare la testa perché si avvicina la loro liberazione.
Per i seguaci di Cristo gli sconvolgimenti che precederanno la venuta del personaggio celeste non dovranno essere causa di terrore, ma di speranza, perché preludono a un evento che segnerà il loro trionfo.
Dopo aver preannunziato la venuta finale del Figlio dell’uomo, presentandola come un evento di liberazione, Luca riporta l’appello alla vigilanza, ed utilizza anche lui come similitudine la parabola del fico come invito a saper riconoscere i segni dei tempi.
Nell’esortazione alla vigilanza, Luca però si allontana dal testo di Marco, e riporta così le parole di Gesù: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Luca, convinto che la fine del mondo non è vicina, qui accentua la necessità che, nel prolungarsi dell’attesa, i discepoli di Gesù non si lascino sopraffare da dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita.
Queste parole ci suggeriscono di legare lo stato di paura e di angoscia (che non possiamo non provare di fronte al persistente dissesto della vita sociale con fame, guerre, terrorismo e droga che dilagano in ogni parte del mondo) allo stato di vigilanza, trasformando l’angoscia in inquietudine attiva.
Diversamente da Marco, che termina il discorso con l’invito alla vigilanza, e da Matteo, che richiama l’idea del giudizio, Luca conclude il discorso con un invito alla preghiera “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.
Per Luca la vigilanza a cui i credenti sono chiamati, consiste in un atteggiamento costante di preghiera. Per lui la preghiera è veramente il segno caratteristico della presenza cristiana nel mondo. Certamente la preghiera non si sostituisce all’azione volta a rendere presente il vangelo nel mondo mediante la testimonianza esplicita e l’impegno per opporsi alla corruzione dilagante, tuttavia rappresenta senza dubbio l’atteggiamento fondamentale del credente il quale, ponendosi ogni momento di fronte al suo Signore, trova in Lui la luce e la forza per attuare nella storia il Suo progetto di salvezza.

 

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“Oggi la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, …. Il primo Tempo di questo itinerario è l’Avvento, formato, nel Rito Romano, dalle quattro settimane che precedono il Natale del Signore, cioè il mistero dell’Incarnazione. La parola «avvento» significa «venuta» o «presenza». Nel mondo antico indicava la visita del re o dell’imperatore in una provincia; nel linguaggio cristiano è riferita alla venuta di Dio, alla sua presenza nel mondo; un mistero che avvolge interamente il cosmo e la storia, ma che conosce due momenti culminanti: la prima e la seconda venuta di Gesù Cristo. La prima è proprio l’Incarnazione; la seconda è il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Questi due momenti, che cronologicamente sono distanti – e non ci è dato sapere quanto –, in profondità si toccano, perché con la sua morte e risurrezione Gesù ha già realizzato quella trasformazione dell’uomo e del cosmo che è la meta finale della creazione. Ma prima della fine, è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni, dice Gesù nel Vangelo di san Marco (cfr Mc 13,10). La venuta del Signore continua, il mondo deve essere penetrato dalla sua presenza. E questa venuta permanente del Signore nell’annuncio del Vangelo richiede continuamente la nostra collaborazione; e la Chiesa, che è come la Fidanzata, la promessa Sposa dell’Agnello di Dio crocifisso e risorto (cfr Ap 21,9), in comunione con il suo Signore collabora in questa venuta del Signore, nella quale già comincia il suo ritorno glorioso.
A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: «I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando». Dunque, sobrietà e preghiera. E l’apostolo Paolo aggiunge l’invito a «crescere e sovrabbondare nell’amore» tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità. In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte. «In quei giorni – annuncia il profeta Geremia – Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia». La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio.
La Vergine Maria incarna perfettamente lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio al prossimo. Lasciamoci guidare da lei, perché il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un po’ il suo regno di amore, di giustizia e di pace.”
Benedetto XVI Angelus 23 settembre 2012

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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