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Domenica, 09 Maggio 2021 13:16

VI Domenica di Pasqua - Anno B - 9 maggio 2021

Le letture liturgiche di questa sesta domenica di Pasqua ci aiutano a cogliere ancora una volta l’amore di Cristo e hanno come filo conduttore l’amore verso Dio e verso il prossimo
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci riporta l’episodio del battesimo del centurione romano che è il primo frutto della predicazione del vangelo ai pagani. Nel centurione è simboleggiato ogni uomo, senza distinzione di razza, popolo o nazione, chiamato all’amicizia con Dio e alla salvezza.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Giovanni, sottolinea l’infinito amore di Dio nei confronti dell’umanità, che ferita dal peccato, ha sperimentato la salvezza operata da Cristo. Una redenzione gratuita compiuta da Gesù nel segno del suo amore.
Nel Vangelo di Giovanni, nei discorsi dell’ultima cena Gesù parla con passione e con insistenza dell’amore, che è la grande rivelazione del Vangelo: amore del Padre celeste per il Figlio, del Figlio per il Padre nello Spirito Santo, di Cristo per noi e di noi per Cristo e i nostri fratelli.

Dagli Atti degli Apostoli
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anche io sono un uomo!».
Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio.
Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
At 10,25-26.34-35.44.48

Luca dopo aver riportato negli Atti il martirio di Stefano, la conversione dell’etiope da parte di Filippo e la “folgorazione” di Paolo sulla via di Damasco, in questo brano , ci presenta Pietro che si accinge ad “entrare nella casa di Cornelio” .
Nei primi versetti del capitolo 10, da dove è tratto questo brano, Luca ci descrive cosi questo personaggio “C’era in Cesarèa un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte Italica, uomo pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio”.(At.10.1-2)
Cornelio dunque aveva accettato le credenze e i principi morali del giudaismo, senza però arrivare alla circoncisione con tutti gli obblighi legali che essa comportava. Il racconto prosegue descrivendo Cornelio che durante la preghiera delle tre riceve una visione di un angelo, che lo invita a chiamare Pietro, che si trovava a Giaffa.
Pietro, a sua volta, a Giaffa, riceve una visione che lo invita ad accettare l’invito di un pagano, Cornelio.
Questo brano descrive il momento in cui Pietro sta per entrare “nella casa di Cornelio che gli andò subito incontro si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anche io sono un uomo!»”.
Pietro poi prende coscienza e dice: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.
Pietro si rende conto cioè che attraverso la parola, che egli ha sentito in prima persona, è invitato a superare le esteriorità e i formalismi, anche quelli della legge ebraica che a lui era stata insegnata, e pervadeva tutta la sua cultura e il suo modo di agire.
“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola”.
Pietro ora si rende conto che non può rifiutare il Battesimo a chi ha già ricevuto l’effusione dello Spirito Santo. E’ lo Spirito Santo il personaggio principale di questo racconto. E qui Luca vuole sottolineare soprattutto l’iniziativa di Dio per rompere il cerchio che imprigiona il Vangelo entro il mondo giudaico.
Nel corso degli eventi, raccontati negli Atti e nelle Lettere, si capisce come Pietro sia stato il primo ad accogliere i pagani, poi sarà Paolo ad istruirli, come avvocato dei pagani e apostolo delle genti.
Quando parliamo di amore, dobbiamo essere convinti anche noi oggi che Dio non fa discriminazioni o preferenze, ama tutti noi cristiani e non cristiani, e ci ama tutti nel modo a noi più appropriato, non ci ama in serie, conosce ognuno di noi fino in fondo, nulla di noi a Lui è nascosto.
A tutti Dio dà la possibilità di esistere e di salvarsi, a prescindere da quanto ciascuno fa o non fa nella propria vita.
Se qualcuno ritiene di essere più vicino a Dio, ciò non vuol dire che gli sia stato concesso un privilegio speciale, ma che è stato chiamato a svolgere un servizio speciale in favore degli altri. Se Dio facesse preferenza per qualcuno non sarebbe più Dio.

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Il tempo della composizione di questo salmo è probabilmente quello del postesilio. Il motivo del suo invito ad un “canto nuovo” non è però ristretto al solo ritorno dall'esilio, ma nasce da tutti gli interventi di Dio per la liberazione di Israele dagli oppressori e dai nemici.
E' Dio stesso che, come prode guerriero, ha vinto i suoi nemici, che sono gli stessi nemici di Israele: “Gli ha dato vittoria la sua destra”.
Il “canto nuovo” celebra le “meraviglie” di Dio, tuttavia è aperto al futuro messianico, che abbraccerà tutti i popoli.
“La sua salvezza”, mostrata ai popoli per mezzo di Israele, ridonda già su di loro: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio”. Il Signore è colui che viene, che viene costantemente a giudicare la terra; e che verrà nel futuro per mezzo dell'azione del Messia, al quale darà il potere di giudicare nell'ultimo giorno la terra: “Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine”.
Ogni episodio di liberazione il salmo lo vede come preparazione della diffusione a tutte le genti della salvezza del Signore. E' una salvezza universale che tocca anche il creato, che deve fremere di fronte agli eventi finali che lo sconvolgeranno: “Frema il mare...”; ma anche esultare, perché sarà sottratto dalla caducità introdotta da Adamo (Cf. Rm 8,19): “I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne”.
Noi, in Cristo, recitiamo il salmo nell'avvento messianico. La salvezza di Dio, quella che ci libera dal peccato - male supremo - è quella donataci per mezzo di Cristo. La giustizia che si è mostrata a noi è Cristo, che per noi è morto e ci ha resi giusti davanti al Padre per mezzo del lavacro del suo sangue. Dio, è il Dio che viene (Cf. Ap 1,7; 4,8) per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, che presenta Cristo, nostra salvezza e giustizia.
Commento” di P. Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Giovanni apostolo
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
1Gv 4,7-10

L’evangelista Giovanni nella sua lettera, dopo aver affrontato temi come: l'essere figli di Dio che nasce dall'amore; Gesù come vittima di espiazione, in questo brano che ha ispirato Benedetto XVI per la sua prima splendida Enciclica “Deus Caritas est”, afferma che Dio è amore e tutto il piano di salvezza, da Lui ideato e realizzato, non ha altro fine che l'amore.
Si può dire che tutta la teologia dell’amore si sviluppa nei pochi versetti di questo brano che riesce a darci la comprensione più profonda del cristianesimo.
“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio”. Come cristiani dobbiamo saperci amare gli uni gli altri, l'amore è veramente una cosa straordinaria perché viene da Dio, è una particolarità di coloro che provengono da Dio e Lo conoscono.
“Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”.
Non puoi conoscere Dio e non amare. Dio è l'amore fatto persona, una Sua qualità fondamentale,
“In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”.
Il nostro Dio anche se vive nella Sua dimensione divina, si è voluto manifestare all'umanità, mandando Suo Figlio per attuare il piano della salvezza che si realizza attraverso l'incarnazione! L'amore di Dio Padre ha come meta il bene della nostra vita, una vita libera dalla morte e dalla sofferenza.
“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”.
Il Padre, ci ha amati per primo e ha dato a noi la grazia cioè il dono di poter amare. Egli amandoci per primo, ha stabilito con noi un’alleanza eterna. L’incarnazione infatti è stata il suo legame eterno con l’umanità. Non ci ha amato per primo una sola volta, all’inizio, ma sempre, ogni giorno, ogni momento, ci ama per primo!
Noi possiamo attingere da questo Suo amore la forza per amare a nostra volta Dio, il nostro prossimo, e per ottenere il perdono ogni volta che abbiamo mancato di farlo.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Gv 15, 9-17

Anche questo brano, come quello di domenica scorsa, fa parte dei “discorsi di addio” che Giovanni pone nella cornice dell’ultima cena. Gesù continuando il Suo discorso dopo l’allegoria della vite e dei tralci, mette in luce come tutta la vita dei discepoli dipenda dal rapporto che hanno con Lui, il loro Maestro: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”
Il Padre ama teneramente il Figlio, tanto da formare con Lui un solo essere, e per questo gli ha dato in mano ogni cosa. Con lo stesso amore con cui è amato dal Padre, Gesù ama i discepoli. Perciò li esorta a rimanere nel Suo amore: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”.
Gesù ha dimostrato il Suo amore verso il Padre osservando i Suoi comandamenti. Anche discepoli potranno essere coinvolti in questo amore che unisce il Padre e il Figlio a patto però che osservino i Suoi “comandamenti”. Non si tratta tuttavia di osservare una serie di prescrizioni, ma di essere partecipi di quell’amore che Dio vuole diffondere nel mondo. Il Padre è la sorgente dell’amore, che si trasmette nel Figlio e dal Figlio nei discepoli, che a loro volta devono comunicarlo ai fratelli.
Dalla loro unione vitale con Gesù scaturisce per i discepoli l’esperienza della gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Accogliendo la Sua rivelazione, i discepoli sono stati purificati dai peccati e resi partecipi della sua comunione di vita con il Padre, che è sorgente della pace e della gioia più piena. Gesù spiega poi che partecipando all’amore del Padre e del Figlio i discepoli imparano ad amarsi tra loro: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”.
L’amore che unisce Gesù al Padre non è solo il modello, ma anche il fondamento dell’amore che unisce i discepoli tra di loro. Amore e obbedienza sono reciprocamente dipendenti perchè l’amore “comandato” da Gesù non è un sentimento generico, ma impegno concreto e radicale.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Gesù ha dimostrato l’amore più grande perché ha donato la propria vita per i Suoi amici e i discepoli devono fare altrettanto per i fratelli. Poi Gesù continua affermando: “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.”
Il concetto di amicizia viene spesso utilizzato nell’AT per indicare il rapporto con Dio a proposito di Abramo ( Gen 18,17), di Mosè (Es 33,11) e di coloro che abitano con la Sapienza ( Sap 7,27-28).
Qui si evidenzia che l’osservanza del Suo comandamento è una conseguenza dell’amicizia che li lega a Lui. Gesù non può più chiamarli servi perché ha rivelato loro tutto quello che ha udito dal Padre. Solo agli amici vengono confidati i segreti di famiglia, mentre i servi ne sono tenuti all’oscuro.
Ora, Gesù ha svelato ai discepoli, in quanto Suoi amici, i segreti più intimi di Dio, rendendoli partecipi della vita divina.
Gesù approfondisce ulteriormente questo concetto partendo dal tema dell’elezione:
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.
Il rapporto di amicizia che lega i discepoli al Maestro non dipende da una loro scelta spontanea, ma è frutto del dono gratuito e della libera iniziativa di Gesù, che li ha “scelti per sé” e li “ha costituiti” per associarli intimamente alla Sua vita e per farli prosecutori della Sua opera. Inoltre Gesù assicura che il Padre concederà loro quanto essi chiederanno nel Suo nome.
In quanto amici, i discepoli ricevono da Gesù la rivelazione dei segreti di Dio.
Gesù è il massimo rivelatore non solo perché ha manifestato la natura di Dio, ma perché ha dato un volto umano a Dio, nella Sua natura più profonda, che è l’amore.
Per Giovanni il vangelo consiste essenzialmente nella manifestazione dell’Amore di Dio per mezzo della persona di Gesù. In questa rivelazione, colta e ritrasmessa dai discepoli, sta la proposta cristiana di salvezza.
Come i primi discepoli anche noi oggi dobbiamo “andare” uscendo dal Cenacolo dell’ultima Cena, dal circolo, un po’ ristretto, delle nostre chiese, e delle nostre case, per incamminarci lungo le strade del mondo ad annunziare quella Parola e a comunicare quell’amore che Gesù ha acceso e rende sempre vivo nei nostri cuori.

 

****************

 

“In questo tempo pasquale la Parola di Dio continua a indicarci stili di vita coerenti per essere la comunità del Risorto. Tra questi, il Vangelo di oggi presenta la consegna di Gesù: «Rimanete nel mio amore» rimanere nell’amore di Gesù. Abitare nella corrente dell’amore di Dio, prendervi stabile dimora, è la condizione per far sì che il nostro amore non perda per strada il suo ardore e la sua audacia. Anche noi, come Gesù e in Lui, dobbiamo accogliere con gratitudine l’amore che viene dal Padre e rimanere in questo amore, cercando di non separarcene con l’egoismo e con il peccato. E’ un programma impegnativo ma non impossibile.
Anzitutto è importante prendere coscienza che l’amore di Cristo non è un sentimento superficiale, no, è un atteggiamento fondamentale del cuore, che si manifesta nel vivere come Lui vuole. Gesù infatti afferma: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». L’amore si realizza nella vita di ogni giorno, negli atteggiamenti, nelle azioni; altrimenti è soltanto qualcosa di illusorio. Sono parole, parole, parole: quello non è l’amore. L’amore è concreto, ogni giorno. Gesù ci chiede di osservare i suoi comandamenti, che si riassumono in questo: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» .
Come fare perché questo amore che il Signore risorto ci dona possa essere condiviso dagli altri? Più volte Gesù ha indicato chi è l’altro da amare, non a parole ma con i fatti. È colui che incontro sulla mia strada e che, con il suo volto e la sua storia, mi interpella; è colui che, con la sua stessa presenza, mi spinge a uscire dai miei interessi e dalle mie sicurezze; è colui che attende la mia disponibilità ad ascoltare e a fare un pezzo di strada insieme. Disponibilità verso ogni fratello e sorella, chiunque sia e in qualunque situazione si trovi, incominciando da chi mi è vicino in famiglia, nella comunità, al lavoro, a scuola… In questo modo, se io rimango unito a Gesù, il suo amore può raggiungere l’altro e attirarlo a sé, alla sua amicizia.
E questo amore per gli altri non può essere riservato a momenti eccezionali, ma deve diventare la costante della nostra esistenza. Ecco perché siamo chiamati, per esempio, a custodire gli anziani come un tesoro prezioso e con amore, anche se creano problemi economici e disagi, ma dobbiamo custodirli. Ecco perché ai malati, anche se nell’ultimo stadio, dobbiamo dare tutta l’assistenza possibile. Ecco perché i nascituri vanno sempre accolti; ecco perché, in definitiva, la vita va sempre tutelata e amata dal concepimento al suo naturale tramonto. E questo è amore.
Noi siamo amati da Dio in Gesù Cristo, che ci chiede di amarci come Lui ci ama. Ma questo non possiamo farlo se non abbiamo in noi il suo stesso Cuore.
L’Eucaristia, alla quale siamo chiamati a partecipare ogni domenica, ha lo scopo di formare in noi il Cuore di Cristo, così che tutta la nostra vita sia guidata dai suoi atteggiamenti generosi. La Vergine Maria ci aiuti a rimanere nell’amore di Gesù e a crescere nell’amore verso tutti, specialmente i più deboli, per corrispondere pienamente alla nostra vocazione cristiana.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 6 maggio 2018

Pubblicato in Liturgia
Venerdì, 30 Aprile 2021 15:40

V Domenica di Pasqua - Anno B - 2 maggio 2021

Le letture liturgiche di questa quinta domenica di Pasqua sottolineano come deve essere l’unione tra Cristo e i suoi discepoli, di ogni tempo e di ogni luogo.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci riporta come la comunità di Gerusalemme è testimone della profonda trasformazione di Paolo che, da persecutore dei cristiani, Gesù risorto ha chiamato a essere annunciatore del Vangelo. Vediamo che grazie a Barnaba, Paolo è accolto dai capi della comunità e riesce a dissipare i timori che vedevano ancora in lui il persecutore, e annuncia il Vangelo ai giudei di lingua greca, suoi precedenti amici, ora divenuti acerrimi nemici, che però tentano di ucciderlo.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Giovanni, afferma che l’amore fraterno è ciò che conduce alla pace e Dio non è un giudice severo, che applica solo la giustizia, ma un padre pieno di amore, che si prende cura di ciascuno di noi suoi figli. .
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come la “vera” vite, forse con un’allusione alla “falsa vite”, cioè all’albero pieno di foglie, ma che produce solo uva selvatica e amara, Gesù si proclama la vera vite perchè il Suo sangue sottoforma di vino, sarà uno dei canali principali di trasmissione della vita a noi Suoi tralci

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
At 9,26-31

Dopo aver narrato l’evangelizzazione della Samaria e la conversione di un eunuco etiope per opera di Filippo, Luca racconta la conversione-vocazione di Saulo di Tarzo (9,1-19), che dopo la folgorazione sulle vie di Damasco, ha dato inizio ad una nuova vita, cambiando anche nome e col nome di Paolo, egli sarà il grande teologo, il principale missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani e il protagonista del racconto degli Atti a partire dal capitolo 12.
Il brano liturgico, non riporta tutto il racconto della vocazione di Paolo, ma ci narra la sua prima visita alla comunità di Gerusalemme. Nei versetti precedenti il brano, è scritto che subito dopo il suo battesimo Paolo si era fermato per un po’ di tempo con i cristiani di Damasco, presentandosi nelle sinagoghe e annunziando che Gesù è “il Figlio di Dio”. I suoi ascoltatori si erano naturalmente meravigliati e si domandavano: “Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?” (v. 21). E ancora: Paolo “frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo (v. 22).
L’oratoria di Paolo sarà stata sicuramente irresistibile fatta “di una sapienza ispirata”, che ricorda quella del primo martire Stefano (v.6,10), e come nel suo caso suscitò una reazione violenta. Infatti dopo in po’ di giorni i Giudei fecero un complotto per ucciderlo. È questa la prima manifestazione di un odio profondo con cui Paolo si scontrerà per tutto il resto della sua vita.
A differenza di Stefano però Paolo non si lascia cogliere di sorpresa, perché “i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta”.. (vv. 24-25).
Da questo punto inizia il brano liturgico in cui Luca ci racconta che Paolo “venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo”. Paolo si reca a Gerusalemme, il luogo da cui era partito, per cercare di entrare a far parte della comunità dei discepoli, ma essi reagiscono con incredulità e paura “non credendo ancora che fosse un discepolo”.
La questione è più che logica: il ricordo della persecuzione che Paolo aveva effettuata nei loro confronti doveva essere ancora vivo. Barnaba, che godeva la stima e la fiducia della comunità, tanto che gli Apostoli al suo nome originario di Giuseppe, avevamo aggiunto il soprannome di Bàrnaba, che significa “figlio della consolazione o dell’esortazione”, a motivo della sua innata indole di saper dire la parola giusta per consolare e incoraggiare i fratelli a compiere il bene, difende la causa di Saulo davanti agli apostoli raccontando loro che durante il viaggio a Damasco, Paolo aveva visto il Signore che gli aveva parlato e “in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù.”
In seguito all’intervento di Barnaba, Paolo entra a far parte della comunità di Gerusalemme infatti Luca riporta che “andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore” mostrando anche qui lo stesso coraggio che aveva avuto a Damasco nell’annunziare il nome del Signore.
Dopo questa presentazione, Paolo ebbe contatto soprattutto con Pietro (come lo ricorda lui stesso nella lettera ai Galati 3,18), ma non mancò di predicare Gesù agli Ellenisti, quei Giudei della diaspora, con i quali egli aveva congiurato contro Stefano.
Lo scontro fu duro e gli ex amici decisero di farlo fuori, ma i fratelli quando lo vennero a sapere lo condussero a Cesarea, e da lì “lo fecero partire per Tarso”, la sua città natale dove rimase fino all’anno 46.
Del periodo che egli trascorre a Tarso non viene detto nulla né da lui nei suoi scritti, né da Luca che ritornerà a parlare di Paolo in occasione della visita che gli farà Barnaba per condurlo ad Antiochia. (v.11,25). La nota finale di Luca è molto significativa: “La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa…”
“Era in pace! ” Paolo con la passione che lo animava, dava l’impressione di cercare lo scontro; gli Apostoli, pur annunciando la Parola con franchezza e coraggio, hanno sempre evitato lo scontro diretto e cercavano di convivere con gli irriducibili del popolo. È nella pace infatti che la Chiesa “si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.”
Luca, coglie ancora l’occasione per sottolineare che La Chiesa cammina con Cristo nella storia unicamente perché è sostenuta dalla potenza dello Spirito Santo.

Salmo 21 A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!

Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra;
davanti a te si prostreranno
tutte le famiglie dei popoli.

A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.

Ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».

Non c'è cristiano che non conosca la forza sconvolgente delle battute iniziali di questa celebre lamentazione, gridate da Gesù agonizzante: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46).
Un testo di grande desolazione striato dal sangue e dalle lacrime, segnato da immagini «bestiali» di sapore prettamente orientale (tori, leoni, mastini, bufali), affidato in filigrana alla raffigurazione di un corpo dalle ossa slogate, dal cuore molle come cera, dalla gola simile a creta riarsa, dal respiro affannato, dalle mani e dai piedi feriti... Attorno, il silenzio di Dio e l'ostilità degli uomini che già si spartiscono l'eredità, convinti di essere di fronte a un maledetto (v. 19). Ed invece, all'improvviso, ecco la svolta: «Esaudito, esaudito mi hai!» (v. 22). E il lamento si trasforma in inno di ringraziamento festoso (vv. 23-27) e in cantico al Signore, re dell'universo (vv. 28-29). Dalla disperazione alla speranza, dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione:«Ecco l’opera del Signore!».
commento tratto da “I Salmi” di David Maria Turoldo e Gianfranco Ravasi

Dalla prima lettera di S.Giovanni Apostolo
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
1Gv 3,18-24

L’Apostolo Giovanni nei capitoli 3 e 4 della sua prima lettera, ci presenta le tre condizioni per vivere da figli di Dio.
La prima è quella di rompere definitivamente con il peccato, la seconda, quella che troveremo nel brano di oggi, di osservare i comandamenti, soprattutto quello della carità. La terza è il guardarsi dagli anticristi e dalla mentalità del mondo.
Il brano inizia con l’esortazione: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Tenendo presente il versetto precedente in cui diceva “se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” possiamo comprendere che l'apostolo ci esorta a esprimere un amore attivo, non solo a parole. Sono i fatti che manifestano la verità dell'amore!
Poi continua: “In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri.” Se qualcuno dimostra la sua carità con i gesti concreti di amore e solidarietà è sicuro che la sua fede è solida e non si lascerà confondere da coloro che predicano una fede diversa.
“Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.” Questa osservazione è probabilmente scaturita forse dalla paura di non aver capito bene il messaggio di Dio, ma è consolante sapere che Dio è più grande del nostro cuore e lo possiamo constatare verificando il risultato delle nostre opere di bene.
“Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio” , vale dire il cuore non può rimproverarci nulla se abbiamo amore verso gli altri. E questa sensazione liberandoci dagli scrupoli rafforza la fiducia in Dio e ci fa sentire in comunione con Lui!
“e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”. Se siamo in comunione con Dio, vivendo della Sua stessa capacità di amore, possiamo chiedere qualsiasi cosa, ed come figli obbedienti Egli ci viene incontro nelle nostre richieste.
“Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato.”
Questi sono i Suoi comandamenti. Il primo e più importante è quello di avere fede, di credere nel nome di Suo Figlio. Nella mentalità semitica il nome è tutta quanta la persona, la sua forza, la sua vera natura e credere nel nome è credere nella persona stessa. L'altro comandamento è quello di amarci gli uni gli altri. Questo è uno dei motivi più importanti e ricorrenti degli scritti di Giovanni.
Nei versetti finali del brano “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato“ si percepisce ancora un significato più profondo, perchè in “dimorare-rimanere” nel significato originale, si trovano più sfumature che fanno pensare all’intimità, alla fedeltà, alla comunione.
Inoltre si comprende in modo più chiaro che questo “dimorare-rimanere” nasce e si alimenta in un dialogo, in una reciprocità. Infatti noi “dimoriamo” in Dio proprio perchè Lui per primo ha scelto di venire a”dimorare” in noi. E il nostro dimorare in Lui significa “osservare il Suo comandamento”, cioè credere nel nome del Figlio Suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri, come Lui ci ha amato. In questa comunione reciproca c'è anche lo Spirito che ci permette di vivere e operare secondo la volontà di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Gv 15, 1-8

L’evangelista Giovanni nella seconda parte del suo vangelo, riporta, prima del racconto della passione, tre discorsi di addio che Gesù avrebbe pronunziato in occasione dell’ultima cena.
In essi Gesù presenta il tema del Suo ritorno al Padre e delle conseguenze che esso avrà nella vita dei Suoi discepoli. Nel secondo di questi discorsi sottolinea la necessità dell’unione vitale con Lui, che deve essere rafforzata dai discepoli praticando il comandamento dell’amore vicendevole.
Il brano si apre con la dichiarazione di Gesù: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.”
Qui troviamo un’immagine classica della Bibbia, quella della vite, l’albero simbolico della prosperità e della gioia messianica, segno di Israele fedele e infedele.(v.Isaia 5,1-7 cantico della vigna o il salmo 80 o la parabola della vigna di Marco 12,1-11).
In quanto vite, Gesù è dotato di tralci che sono oggetto delle cure del vignaiolo: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. I tralci rappresentano tutti coloro che, entrando in comunione con Gesù, diventano membri del nuovo popolo di Dio. In quanto vignaiolo, il Padre taglia i rami infruttuosi e pota quelli che danno frutto: i primi sono i credenti che non operano in sintonia con Cristo, e quindi si distaccano da Lui, mentre gli altri sono coloro che gli rimangono fedeli, ma non per questo sono dispensati da prove e sofferenze, perché solo attraverso queste possono progredire nel rapporto con Lui e con il Padre.
L’allegoria della vigna si sviluppa poi mediante una serie di esempi e di esortazioni.
Anzitutto Gesù osserva rivolgendosi ai suoi discepoli: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”. Lo stretto rapporto che fa dei discepoli un’unica cosa con il Maestro scaturisce dalla Sua parola che dimora in essi e li purifica, realizzando così gli oracoli profetici della nuova alleanza (v. Ger 31,33-34). Questi discepoli non devono quindi temere di andare incontro a potature anche dolorose, perchè tutte queste sofferenze renderanno più salda la loro fede.
Gesù perciò rivolge loro questo invito: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.
Il Signore si attende dalla Sua vigna che produca frutto (v. Is 5,4.7) e questo si può realizzare nell’obbedire alla Sua volontà, vivendo “secondo i suoi statuti “ osservando e “mettendo in pratica le mie leggi.” (v. Ez 36,27).
Separandosi da Gesù il discepolo perde la possibilità stessa di produrre i frutti dell’amore e si dissecca come un ramo staccato dal tronco. La possibilità di fare frutto dipende dunque esclusivamente dal rapporto che i discepoli hanno con il loro Maestro.
Chiaramente non viene escluso l’impegno personale, ma esso è fruttuoso solo se deriva dalla piena comunione con Lui e dall’assimilazione di quei valori che hanno ispirato la Sua esistenza umana.
Gesù afferma ancora : “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Il ramo che non produce frutto non può restare collegato con la vite: perciò il Padre lo taglia e lo getta nel fuoco.
Con questa espressione si attribuisce a Dio, in sintonia con il linguaggio biblico, quella che è semplicemente una conseguenza dell’operare umano.
Alla fine del brano si riprende il tema del collegamento tra vite e tralci in funzione della preghiera: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.”
La preghiera del discepolo è efficace solo nella misura in cui resta in comunione con Cristo, perché solo così i suoi desideri sono in piena sintonia con quelli del Padre.
Gesù infine conclude “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. L’unione dei discepoli con Gesù non è altro che il prolungamento dell’amore che unisce il Padre e il Figlio: da esso derivano quei frutti che “glorificano” il Padre perché testimoniano la Sua opera efficace e continua per la salvezza di tutta l’umanità.
Rimanere uniti a Cristo per portare frutto è dunque la sfida del Vangelo di oggi, e portare frutto è sostanzialmente amare. amare con un amore pieno, perfetto: con lo stesso amore con cui Lui ci ha amato e ci ama.

 

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“La Parola di Dio, anche in questa quinta Domenica di Pasqua, continua a indicarci la strada e le condizioni per essere comunità del Signore Risorto. Domenica scorsa era messo in risalto il rapporto tra il credente e Gesù Buon Pastore. Oggi il Vangelo ci propone il momento in cui Gesù si presenta come la vera vite e ci invita a rimanere uniti a Lui per portare molto frutto
La vite è una pianta che forma un tutt’uno con i tralci; e i tralci sono fecondi unicamente in quanto uniti alla vite. Questa relazione è il segreto della vita cristiana e l’evangelista Giovanni la esprime col verbo “rimanere”, che nel brano odierno è ripetuto sette volte. “Rimanere in me”, dice il Signore; rimanere nel Signore.
Si tratta di rimanere con il Signore per trovare il coraggio di uscire da noi stessi, dalle nostre comodità, dai nostri spazi ristretti e protetti, per inoltrarci nel mare aperto delle necessità degli altri e dare ampio respiro alla nostra testimonianza cristiana nel mondo. Questo coraggio di uscire da sé e inoltrarci nelle necessità degli altri nasce dalla fede nel Signore Risorto e dalla certezza che il suo Spirito accompagna la nostra storia. Uno dei frutti più maturi che scaturisce dalla comunione con Cristo è, infatti, l’impegno di carità verso il prossimo, amando i fratelli con abnegazione di sé, fino alle ultime conseguenze, come Gesù ci ha amato. Il dinamismo della carità del credente non è frutto di strategie, non nasce da sollecitazioni esterne, da istanze sociali o ideologiche, ma nasce dall’incontro con Gesù e dal rimanere in Gesù. Egli per noi è la vite dalla quale assorbiamo la linfa, cioè la “vita” per portare nella società un modo diverso di vivere e di spendersi, che mette al primo posto gli ultimi.
Quando si è intimi con il Signore, come sono intimi e uniti tra loro la vite e i tralci, si è capaci di portare frutti di vita nuova, di misericordia, di giustizia e di pace, derivanti dalla Risurrezione del Signore. È quanto hanno fatto i Santi, coloro che hanno vissuto in pienezza la vita cristiana e la testimonianza della carità, perché sono stati veri tralci della vite del Signore. Ma per essere santi «non è necessario essere vescovi, sacerdoti o religiosi. […] Tutti noi, tutti, siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova» (Esort. ap. Gaudete et exultate .14). Tutti noi siamo chiamati ad essere santi; dobbiamo essere santi con questa ricchezza che noi riceviamo dal Signore risorto. Ogni attività – il lavoro e il riposo, la vita familiare e sociale, l’esercizio delle responsabilità politiche, culturali ed economiche – ogni attività, sia piccola sia grande, se vissuta in unione con Gesù e con atteggiamento di amore e di servizio, è occasione per vivere in pienezza il Battesimo e la santità evangelica.
Ci sia di aiuto Maria, Regina dei Santi e modello di perfetta comunione con il suo Figlio divino. Ci insegni Lei a rimanere in Gesù, come tralci alla vite, e a non separarci mai dal suo amore. Nulla, infatti, possiamo senza di Lui, perché la nostra vita è Cristo vivo, presente nella Chiesa e nel mondo.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 29 aprile 2018

 

Pubblicato in Liturgia

La quarta domenica di Pasqua ritorna ogni anno come giornata del Buon Pastore e della Vocazione, in particolare quella sacerdotale e religiosa. Le letture che la liturgia ci offre sono pervase dal simbolismo carico di risonanze del pastore che a noi spesso sfuggono perchè il pastore nell’antico Oriente non era solo la guida del gregge, ma il compagno di vita in modo totale, pronto a condividere con le sue pecore la sete, le marce, il sole infuocato, il freddo notturno.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca ci presenta ancora Pietro, che dopo aver guarito lo storpio, risponde ai suoi accusatori per affermare che questo miracolo è stato compiuto nel nome di Gesù Cristo. Solo nel Cristo risorto c’è speranza per l’umanità.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, Giovanni, dopo aver considerato che ogni ristiano nella sua realtà concreta di individuo è in comunione con il Padre e il Figlio, qui afferma che è realmente figlio di Dio e oggetto dell’amore del Padre. Questa realtà, che non può essere capita da coloro che non conoscono Dio, apre alla speranza della rivelazione totale di ciò che siamo.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù viene presentato come il Buon Pastore che a differenza del mercenario, il quale, svolgendo il suo compito solo per ottenere un salario, di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore, Gesù è invece il vero pastore, conosce le pecore per nome una per una e per loro è disposto a dare la vita. Tra i credenti e Gesù-buon Pastore intercorre una comunione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isolamento creato dalle pecore ribelli. Anzi Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estende fino a pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
At 4,8-12

Dopo la Pentecoste e la guarigione dello storpio, Pietro che aveva parlato al popolo nel portico di Salomone, viene arrestato insieme a Giovanni. Dopo una notte in carcere, entrambi vengono condotti al Sinedrio, il supremo Consiglio giudaico. Di fronte a questo tribunale vengono interrogati dai sommi sacerdoti, i quali vogliono sapere con quale potere e in nome di chi hanno fatto quel miracolo. Allora Pietro pieno di Spirito santo, inizia il suo discorso rifacendosi alla situazione concreta che ha determinato il suo arresto e quello di Giovanni. Pietro riconosce prima i presenti come “capi del popolo e anziani”, intendendo così rivolgersi attraverso loro a tutto il popolo che essi rappresentano. Egli ricorda poi il motivo per cui lui e Giovanni si trovano di fronte a loro: essi vengono “interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato”.È importante che egli indichi la guarigione avvenuta con il verbo “salvare”, lasciando così intuire come l’azione risanatrice da lui esercitata vada oltre la guarigione fisica e riguardi tutta la persona. Subito dopo Pietro afferma che la guarigione dell’infermo è avvenuta “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno che essi hanno crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti”. Egli qui dà a Gesù il titolo di Cristo e lo qualifica come il Nazareno. In tal modo egli mette in luce il suo collegamento con le promesse fatte al suo popolo in forza di un progetto divino.
Dopo questa proclamazione riassuntiva Pietro afferma che Gesù “è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo”. C’è una chiaro riferimento al salmo 118,22 nel quale, mediante il simbolismo della pietra scartata e poi diventata il fondamento di tutto l’edificio, si vuole indicare un evidente fallimento, a cui fa seguito un imprevedibile successo. In esso Pietro vede dunque, come è riportato anche in altri passi del N.T. (Mt 21,42; Ef 2,20;1Pt 2,6-7), una prefigurazione della morte e della risurrezione di Gesù. Con questo riferimento egli mostra che questi due eventi non si sono attuati come conseguenza di una fatalità imprevista, ma corrispondono al piano di Dio preannunziato nelle Scritture.
Pietro conclude con una dichiarazione di fede: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”. La guarigione dello storpio è dunque solo il segno di una salvezza che Gesù ha attuato con la Sua morte e risurrezione e che Lui soltanto può donare a tutta l’umanità. Con questa affermazione Pietro pone Gesù al centro del piano salvifico di Dio, che riguarda l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Gesù è dunque l’esempio più chiaro e significativo di una logica divina che opera non attraverso i potenti di questo mondo, ma attraverso gli ultimi, gli emarginati, i disprezzati.
Gesù ha vissuto la Sua passione rappresentando tutti i sofferenti di ogni tempo e di ogni luogo, e con la Sua risurrezione ha manifestato l’opera meravigliosa di Dio che li riabilita e dà loro la vita.

Salmo 117 (118) La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nei potenti.

Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,
perché sei stato la mia salvezza.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.

Il salmo è stato composto per essere recitato con cori alterni e da un solista. Esso celebra una vittoria contro nemici numerosi.
Probabilmente è stato scritto al tempo di Giuda Maccabeo dopo la vittoria su Nicanore e la purificazione del tempio di Gerusalemme (1Mac7,33; 2Mac 10,1s) (165 a.C). Si è condotti a questa collocazione storica, a preferenza di quella del tempo della ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia (445 a.C), dal fatto che si parla di “grida di giubilo e di vittoria”, che sono proprie di una vittoria militare. Inoltre le “tende dei giusti” non possono essere né le case, né le capanne di frasche per la festa delle Capanne, ma le tende di un accampamento militare.
Il salmo inizia con l'invito a celebrare l'eterna misericordia di Dio. A questo viene invitato tutto il popolo: “Dica Israele il suo amore è per sempre"; i leviti e i sacerdoti: “Dica la casa di Aronne”; i “timorati di Dio”: “Dicano quelli che temono il Signore” (Cf. Ps 113 B).
Il solista - storicamente Giuda Maccabeo – presenta come Dio lo ha aiutato dandogli la forza, nella confidenza in lui, di sfidare i suoi nemici.
Egli non ha confidato, né intende confidare, in alleanze con potenti della terra, che lo avrebbero trascinato agli idoli, ma ha confidato nel Signore. Era circondato dal fronte compatto delle genti vicine asservite al dominio dei Seleucidi, ma “Nel nome del Signore le ho distrutte". L'urto contro di lui era stato forte, ma aveva vinto nel nome del Signore: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”. “Cadere” significa cedere all'idolatria.
Egli sa che deve continuare la lotta, ma è fiducioso nel Signore: “Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. “Le opere del Signore” sono la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai e la conquista della Terra Promessa.
Il solista, che è alla testa di un corteo chiede che gli vengano aperte le porte del tempio purificato dopo le profanazioni di Nicanore per “ringraziare il Signore”: “Apritemi le porte della giustizia...”.
“La pietra scartata dai costruttori”, è Giuda Maccabeo e i suoi, scartati da tanti di Israele che si erano fatti conquistare dai costumi ellenistici (1Mac 1,11s). Tale pietra per la forza di Dio era diventata “pietra d'angolo”, per Israele.
“Questo è il giorno che fatto il Signore”; il giorno della vittoria, del ripristino del culto nel tempio, è dovuto al Signore. Per noi cristiani quel giorno è il giorno della risurrezione; della vittoria di Cristo contro il male.
Il corteo viene invitato a disporsi con ordine fino all'altare: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare”.
Il salmo si conclude ripetendo l'invito a celebrare la misericordia del Signore.
Il salmo è messianico nel senso che esso profeticamente riguarda il Cristo: (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Rm 9,23; 1Pt 2,7).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Giovanni apostolo
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
1Gv 3,1-2

Giovanni nella sua prima lettera , che ha come destinatari tutti i pagani della comunità dell’Asia Minore, che si sono convertiti al Cristianesimo, si prefigge lo scopo di richiamare le comunità cristiane all'amore fraterno e di metterle in guardia verso i falsi maestri (gnostici ed eretici), che negavano l’incarnazione di Gesù Cristo (v. 2,18-19); alla comunione con Dio e con Suo Figlio, che si realizza con la verità (v.1,6), l'obbedienza (v.2,3) , la purezza (v.3,3) la fede (v.3,23; 4,3;5,5) e l'amore che è il cuore della dottrina del suo messaggio.
Il questo brano l’apostolo inizia con la consueta esortazione: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”
Per i destinatari di questa lettera era una cosa fuori dal normale essere considerati figli di Dio!. Rinati in Dio con il battesimo, essi erano chiamati a camminare in una nuova vita! Noi oggi siamo abituati ad un simile linguaggio, ma dobbiamo immaginare come potevano recepirlo allora. Nel battesimo la persona è realmente rigenerata fino a diventare un "figlio di Dio". La sua vita terrena è superata perchè viene accolto nella comunità di vita con Dio. Certo il "mondo", che nella sue tenebre non ha saputo riconoscere il Figlio di Dio, non sarà capace nemmeno di conoscere quanti aderendo a Lui sono stati resi a loro volta figli.
Giovanni continua con enfasi il suo messaggio: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
In questo versetto si può cogliere una certa tensione tra l'oggi e il futuro dei figli di Dio. Ora viviamo una situazione un po' nascosta, perché non si sa bene come saremo quando Cristo si manifesterà nella gloria
Una cosa sola però sappiamo: saremo simili a Lui, ricolmi di gloria e di felicità perché lo vedremo così come Lui è: faccia a faccia! Questa anticipazione della gloria futura ci può bastare.
Il desiderio dei credenti è quello di vedere il Signore, la Sua gloria e la Sua bellezza ci investirà completamente e noi parteciperemo di questa gloria.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Gv 10,11-18

Questo brano tratto dal Vangelo di Giovanni, che è l’unico evangelista che ci racconta la parabola del Buon Pastore, ci riporta il discorso di Gesù iniziato nei versetti precedenti (meditati nella IV domenica di Pasqua – anno A) in cui parlava della triste situazione del gregge per colpa dei pastori (c’è un chiaro riferimento a quanto dice il profeta Ezechiele 30,1-10 e Geremia 23,1-3) e poi dell’annuncio che Dio fa di reggere come pastore il Suo popolo mediante un nuovo pastore. Gesù dichiara: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Al buon pastore si contrappone il mercenario, il quale, svolgendo il suo compito solo per ottenere un salario, di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore.
Il suo comportamento dà maggior risalto, per contrasto, a quello opposto del buon pastore.
Gesù si attribuisce di nuovo la qualifica di “buon pastore” e la spiega partendo dal rapporto che egli instaura con le Sue pecore affermando “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.” Tra il pastore e le pecore si instaura quindi un intimo rapporto di conoscenza reciproca, come comunione profonda di vita. Il verbo “conoscere”, usato quattro volte in questo contesto, indica l’amore di Gesù per i Suoi discepoli, che ha come fondamento e modello l’amore reciproco tra Lui e il Padre. In altre parole Gesù non intende semplicemente spiegare il rapporto che lo lega a coloro che credono in Lui, ma presentando il Suo rapporto con il Padre, ne indica anche l’origine. Infine Gesù ribadisce: “io do la mia vita per le pecore”.
La morte di Gesù rappresenterà l’espressione massima del Suo amore e la manifestazione suprema della bontà sconfinata del Padre verso l’umanità intera.
Gesù prosegue affermando che egli ha altre pecore che non sono di questo recinto: “anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore “.
Quest’ultima parte introduce il tema della salvezza universale: le altre pecore sono i pagani che entreranno a far parte della comunità messianica. Anche loro ascolteranno la “voce” di Gesù, cioè crederanno in Lui.
Gesù continua parlando dei suoi rapporti con il Padre: “il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo”, e subito aggiunge: “Nessuno me la toglie: io la do da me stesso”.
Con queste parole sottolinea la libertà con cui ha accettato la morte: non è il Padre che, come nei Vangeli sinottici, “consegna” il Figlio, ma è Gesù stesso che “dona” la Sua vita con decisione libera e autonoma. Ma come ha il “potere” di donare la propria vita, così ha pure il potere di riprenderla!
La morte di Gesù è strettamente legata alla Sua risurrezione, tanto da formare un unico atto salvifico.
Il deporre per poi riprendere la propria vita rappresenta per Gesù l’obbedienza a un comando che ha ricevuto dal Padre, ma qui è evidente che la volontà del Padre coincide esattamente con la decisione presa da Gesù.
Con queste parole sottolinea la libertà con cui ha accettato la morte: non è il Padre che, come nei Vangeli sinottici, “consegna” il Figlio, ma è Gesù stesso che “dona” la Sua vita con decisione libera e autonoma. Ma come ha il “potere” di donare la propria vita, così ha pure il potere di riprenderla! La morte di Gesù è strettamente legata alla Sua risurrezione, tanto da formare un unico atto salvifico.
Il dare per poi riprendere la propria vita rappresenta per Gesù l’obbedienza a un comando che ha ricevuto dal Padre, ma qui è evidente che la volontà del Padre coincide esattamente con la decisione presa da Gesù.
Giovanni qui ci presenta Gesù come Colui che attua la promessa riguardante la venuta escatologica di DIO come unico Pastore del Suo popolo: Gesù infatti è Colui che lo rappresenta in questa Sua funzione in forza della Sua morte e risurrezione. Nella Sua disponibilità a dare la Sua vita per coloro che credono in Lui si manifesta non solo il Suo amore per l’umanità, ma anche l’amore del Padre per il Figlio e da Lui si estende a tutti coloro che lo accolgono.
I veri credenti in Gesù Cristo partecipano della stessa libertà di cui è dotato il loro pastore. Essi non lo seguono perché obbligati, ma perché sono entrati nella Sua mentalità, nel Suo modo di vivere, e non potrebbero concepire la propria vita senza di Lui.

 

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“La Liturgia di questa quarta Domenica di Pasqua prosegue nell’intento di aiutarci a riscoprire la nostra identità di discepoli del Signore Risorto. Negli Atti degli Apostoli, Pietro dichiara apertamente che la guarigione dello storpio, operata da lui e di cui parla tutta Gerusalemme, è avvenuta nel nome di Gesù, perché «in nessun altro c’è salvezza» . In quell’uomo guarito c’è ognuno di noi – quell’uomo è la figura di noi: noi siamo tutti lì –, ci sono le nostre comunità: ciascuno può guarire dalle tante forme di infermità spirituale che ha – ambizione, pigrizia, orgoglio – se accetta di mettere con fiducia la propria esistenza nelle mani del Signore Risorto. «Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno – afferma Pietro – costui vi sta innanzi risanato» Ma chi è il Cristo che risana? In che cosa consiste l’essere risanati da Lui? Da che cosa ci guarisce? E attraverso quali atteggiamenti?
La risposta a tutte queste domande la troviamo nel Vangelo di oggi, dove Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» . Questa autopresentazione di Gesù non può essere ridotta a una suggestione emotiva, senza alcun effetto concreto! Gesù risana attraverso il suo essere pastore che dà la vita. Dando la sua vita per noi, Gesù dice a ciascuno: “la tua vita vale così tanto per me, che per salvarla do tutto me stesso”. È proprio questo offrire la sua vita che lo rende Pastore buono per eccellenza, Colui che risana, Colui che permette a noi di vivere una vita bella e feconda.
La seconda parte della stessa pagina evangelica ci dice a quali condizioni Gesù può risanarci e può rendere la nostra vita gioiosa e feconda: «Io sono il buon pastore – dice Gesù – conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» . Gesù non parla di una conoscenza intellettiva, no, ma di una relazione personale, di predilezione, di tenerezza reciproca, riflesso della stessa relazione intima di amore tra Lui e il Padre. È questo l’atteggiamento attraverso il quale si realizza un rapporto vivo con Gesù: lasciarci conoscere da Lui. Non chiudersi in sé stessi, aprirsi al Signore, perché Lui mi conosca. Egli è attento a ciascuno di noi, conosce in profondità il nostro cuore: conosce i nostri pregi e i nostri difetti, i progetti che abbiamo realizzato e le speranze che sono andate deluse. Ma ci accetta così come siamo, anche con i nostri peccati, per guarirci, per perdonarci, ci guida con amore, perché possiamo attraversare sentieri anche impervi senza smarrire la via. Ci accompagna Lui.
A nostra volta, noi siamo chiamati a conoscere Gesù. Ciò implica un incontro con Lui, un incontro che susciti il desiderio di seguirlo abbandonando gli atteggiamenti autoreferenziali per incamminarsi su strade nuove, indicate da Cristo stesso e aperte su vasti orizzonti. Quando nelle nostre comunità si raffredda il desiderio di vivere il rapporto con Gesù, di ascoltare la sua voce e di seguirlo fedelmente, è inevitabile che prevalgano altri modi di pensare e di vivere che non sono coerenti col Vangelo. Maria, la nostra Madre ci aiuti a maturare una relazione sempre più forte con Gesù. Aprirci a Gesù, perché entri dentro di noi. Una relazione più forte: Lui è risorto. Così possiamo seguirlo per tutta la vita. In questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni Maria interceda, perché tanti rispondano con generosità e perseveranza al Signore che chiama a lasciare tutto per il suo Regno.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 22 aprile 2018

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa domenica, sotto varie forme ci danno il messaggio del risorto che ci invita ad andare oltre ogni incredulità.
Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro è al suo secondo discorso che tiene nel portico del Tempio, e dopo aver ricordato il mistero pasquale – la vita di Gesù Cristo morto e risorto - invita al pentimento e alla conversione.
Nella seconda lettura, nella sua prima lettera, l’apostolo Giovanni, afferma che Gesù Cristo si fa nostro avvocato rivelandoci la forza del suo perdono che cancella tutti i nostri peccati. Osservare la parola di Gesù significa anche osservare i suoi comandamenti : “Chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”
Nel Vangelo, Luca ci presenta un’altra apparizione del Risorto che incontra l'incredulità dei discepoli ma Gesù li invita a toccare il suo corpo glorificato, e propone anche di mangiare con loro. Su questa esperienza poggia sicura la loro fede e sulla loro prima testimonianza si basa la nostra testimonianza di oggi.
I fratelli ortodossi nel tempo pasquale, si salutano dicendo: “Cristo è risorto” e l’altro risponde “E’ risorto in verità” . E’ una bella abitudine radicata nella gente, e noi cattolici dovremmo farla nostra, ma non solo a parole, ma anche con la nostra vita. Tutto passa, sia i momenti belli che quelli difficili e dolorosi, ma chi rimane è Lui, che con la Sua morte e resurrezione, è divenuto l’unico sostegno in mezzo a tante difficoltà, incertezze e pericoli.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni.
Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».
At 3,13-15.17-19

Nei versetti precedenti questo brano, viene riportata la guarigione miracolosa di un uomo storpio fin dalla nascita che veniva portato ogni giorno presso la porta del tempio detta “Bella” a chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Anche a Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, lo storpio domandò l’elemosina. “Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: “Guarda verso di noi”. Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio”. At3,2-9
Nell’ introduzione al suo discorso l’Apostolo fa riferimento a questa guarigione, ma solo per dire che essa non doveva venire attribuita a particolari poteri suoi e del suo compagno Giovanni. Inizia quindi il suo discorso cominciando dalla glorificazione di Gesù dopo la Sua morte ed afferma che “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù..” Con queste parole Pietro riassume quanto aveva detto più a lungo nel giorno di Pentecoste (2,22-32). La designazione di JHWH come il Dio dei padri viene spesso riportata negli Atti e contiene in sé una sintesi di tutta la storia passata di Israele: lo stesso Dio che un giorno ha scelto Abramo e la sua discendenza, ha operato meraviglie nella persona di Gesù. Qui Gesù viene definito “servo”, per cui c’è un voluto riferimento al protagonista dei quattro carmi del “Servo di JHWH” contenuti nel Deuteroisaia. Come avviene in questo carme, Pietro anticipa l’annunzio della glorificazione di Gesù per poi accennare alla Sua morte. Egli lo fa rivolgendosi direttamente agli ascoltatori e accusandoli di averlo “consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo”.
Pietro evidenzia il fatto che Pilato aveva tentato di liberare Gesù concedendogli la grazia, che veniva data normalmente a un detenuto in occasione della Pasqua, mentre la folla aveva chiesto la liberazione di Barabba.
Dopo aver messo in luce la responsabilità dei presenti, Pietro sottolinea l’assurdità di quanto essi hanno compiuto: “voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino” e così facendo hanno ucciso “l’autore della vita ”.
L’appellativo di “giusto” attribuito a Gesù si riferisce ancora all’espressione del quarto carme del Servo (Is 53,11: “il giusto mio servo giustificherà molti”), mentre la santità è una prerogativa che compete a Dio stesso.
Con l’espressione “autore” della vita Pietro non vuole mettere qui Gesù sullo stesso piano di Dio, attribuendogli il ruolo di “creatore” della vita, ma semplicemente designarlo come colui che, ad immagine di Mosè, “porta alla vita”.
Per Pietro è importante sottolineare la scandalosa contrapposizione tra la grazia data a chi ha tolto la vita e l’uccisione di Colui che invece porta alla la vita.
Pietro prosegue affermando che Dio non ha abbandonato alla morte il santo e il giusto, l’autore della vita, ma l’ha risuscitato dai morti: riabilitandolo così agli occhi di tutti. Siccome però il fatto non poteva essere conosciuto dai presenti, Pietro aggiunge: “noi ne siamo testimoni”.
Con queste parole è riassunta in breve la testimonianza dei primi discepoli, ai quali Gesù si è fatto vedere dopo la Sua risurrezione.
Poi Pietro cerca di attenuare l’accusa fatta a chi lo ascoltava di aver ucciso l’autore della vita dicendo: “io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi..”. Ma proprio attraverso il loro crimine Dio ha compiuto quanto aveva fatto sapere per bocca di tutti i profeti, i quali avevano preannunziato la morte di Cristo.
In questo modo Pietro trasmette, senza portare alcun riferimento biblico, l’idea che Gesù era il Cristo promesso da Dio e che la Sua morte era stata preannunziata nelle Scritture.
Poi c’è l’esortazione finale: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”.
Per gli ascoltatori di Pietro questa conversione ha come scopo l’eliminazione dei “peccati”, non solo di quello compiuto uccidendo il santo e il giusto, ma di tutti i peccati che li tengono lontani da Dio.
Luca dà questa lettura della vicenda di Gesù alla luce delle Scritture perché ritiene che sia pienamente comprensibile da parte dei giudei che, dopo essere stato coinvolti nella condanna dell’inviato di Dio, si possano sentire ora invitati a superare la loro ignoranza e ad accoglierlo come Colui da cui dipende la venuta della salvezza finale.

Salmo 4 - Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Quando t’invoco, rispondimi,
Dio della mia giustizia!
Nell’angoscia mi hai dato sollievo;
pietà di me, ascolta la mia preghiera.

Sappiatelo,
il Signore fa prodigi per il suo fedele
Il Signore mi ascolta quando lo invoco

Molti dicono:
«Chi ci farà vedere il bene,
se da noi, Signore,
è fuggita la luce del tuo volto?».

In pace mi corico e subito di addormento,
perchè tu solo,Signore,
fiducioso mi fai risposare.

Il salmista guarda al triste spettacolo della durezza dei cuori, delle azioni di chi si avventura nelle strade della menzogna, e ne è insidiato. Il Signore gli è venuto in aiuto liberandolo dalle angosce allargandogli il cuore con la speranza, ma rimane ancora nel pericolo di essere travolto dagli ingiusti e chiede a Dio che esaudisca la sua preghiera.
Accerchiato dalle loro astuzie trova la forza di guardarli in faccia e di ammonirli dicendo loro l’inutilità del loro agire, poiché il Signore lo difenderà da loro. Li esorta pure, nella sua carità, a cambiare vita, a riflettere.
Il salmista ha nelle orecchie le parole degli scettici, che nell’incalzare delle azioni degli empi dicono: “Chi ci farà vedere il bene?”. Ma la fede del salmista è salda e invoca su tutti il suo sguardo di benevolenza.
Poi il salmista si rivolge a Dio con gratitudine per la gioia, la pace, la protezione, che gli ha comunicato.
Il salmo ha diversi passaggi d’animo. Da una preghiera ricca di supplica, che invoca pietà, il salmista passa ad una sfida-esortazione agli empi nella certezza dell’aiuto di Dio. Poi passa ad esortare gli empi al bene. Quindi rigetta lo scetticismo di tanti confermandosi nella fiducia in Dio: “In pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare”.
La recita di questo salmo, che deve essere fatta in Cristo, il perfetto orante dei salmi, deve seguirne docilmente i passaggi
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Giovanni apostolo
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
1 Gv 2,1-5a

Questo brano tratto dalla prima lettera di Giovanni è tratto dal secondo capitolo. Nel primo Giovanni aveva dichiarato che tutto quello che ha visto e udito, cioè il Verbo della vita, lo vuole annunciare anche a noi per farci entrare nella comunione con loro, ossia con la comunità cristiana. E questa comunione si estende anche al Padre e al Figlio Suo Gesù Cristo.
Il brano che la liturgia ci propone è in sintonia con l’annuncio di remissione dei peccati proclamato da Pietro, nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli
“Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.
Il perdono viene qui rappresentato in una scena magistrale. Sopra di noi c’è la figura di Dio che è giudice giusto delle ingiustizie umane; noi siamo di fronte a Lui, schiacciati dai nostri ripetuti peccati e umiliati dalle nostre infedeltà. Ma accanto a noi si accosta e si erge in nostra difesa un avvocato “Gesù Cristo, il giusto”.
Qui Gesù, è visto come avvocato che ci difende davanti a possibili accuse. Solitamente l'accusatore non è Dio, ma il diavolo, che fa venire scrupoli, dubbi, inutili sensi di colpa. Gesù è il solo giusto davanti a Dio e Lui solo ci difende e ci permette di essere liberi dal nostro peccato. Gesù può fare questo perché è stato la vittima di espiazione per i nostri peccati. E' lui l'Agnello che è stato immolato una volta per tutte per salvare non solo il suo popolo, ma tutto il mondo, prigioniero del male e della morte.
“Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti”.
Si tratta di una conoscenza profonda, una vera esperienza, non una conoscenza superficiale, ma profonda, di cuore, che esige da parte nostra un atteggiamento di conversione fatta di pentimento per le nostre colpe e di impegno per una vera conoscenza di Dio, che si attua nella pratica dei suoi comandamenti, nello sforzo generoso di comportarsi come Gesù si è comportato.
Giovanni prosegue affermando: “Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.”
La Parola di Dio, non è tanto un messaggio culturale, quanto una proposta di vita, e la conoscenza di un dovere che, se non si trasforma in un impegno coerente di vita, ci rende automaticamente colpevoli.
Il comandamento più importante, quello che riassume tutti gli altri, è l’amore, e amare vuol dire donarsi, cercare il bene degli altri, fino a sacrificare il proprio tempo, i propri interessi, i propri gusti, la vita stessa, come Gesù che è morto per la salvezza di tutti. “Chi dice di dimorare in Cristo”, deve comportarsi veramente come Gesù si è comportato.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
Lc 24, 35-48

L’evangelista Luca presenta la resurrezione del Signore con il racconto del ritrovamento del sepolcro vuoto in linea con Marco e Matteo, poi prosegue riportando l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, infine come Matteo, riporta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici e poi la Sua ascensione. (24,50-53)..
L’apparizione ai discepoli fa seguito all’episodio dei discepoli di Emmaus, che appena ritornati a Gerusalemme, vengono a sapere non solo che Gesù è veramente risorto, ma anche che è apparso a Simone (24,33-34). Solo dopo essi possono raccontare la loro esperienza, sottolineando che anche loro lo hanno incontrato e lo hanno riconosciuto allo spezzare del pane
Il brano inizia riportando che:“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»”.
E’ una caratteristica di tutti i Vangeli, quando Gesù risuscitato appare, si mette sempre in mezzo e tutto il gruppo è attorno a Lui. Gesù è la fonte dell’amore di Dio che si irradia per tutte le persone che gli sono attorno.
L’espressione “Pace a voi!” tipica del mondo ebraico (šalôm) ha qui un significato teologico in quanto indica il bene escatologico conquistato da Gesù con la Sua morte e resurrezione.
I discepoli sono “sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma”. Gesù non è uno spirito, Gesù è in “carne e ossa”, una persona che ha la condizione divina non annulla la fisicità, ma la dilata e la trasfigura.
Ma Gesù li rimprovera per la loro incredulità e, per dissipare i loro dubbi dice loro “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”.
Essi però restano increduli, perché da una parte si sentono il cuore pieno di una grande gioia, mentre dall’altra sono pieni di stupore, a loro sembrava troppo bello per essere vero!
Ma Gesù vedendo che la meraviglia di questi pescatori di Galilea era talmente grande, alla fine chiede loro: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Dopo che gli viene offerta una porzione di pesce arrostito, Gesù “lo prese e lo mangiò davanti a loro”. La Sua è una duplice dimostrazione: che è vivo, che è vero e presente in carne ed ossa, non solo ma che può fare tutto: mangiare e non mangiare ed essere presente ovunque contemporaneamente.
Poi, in sintonia con quanto detto sulla strada per Emmaus, Gesù continua: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Poi apre loro la mente all'intelligenza delle Scritture e dice: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”.
Questa è l’ultima scena raccontata da Luca prima dell’ascensione di Gesù in cielo. Questa testimonianza dei primi discepoli è passata agli altri ed ora anche a noi oggi. Siamo tutti chiamati ad essere testimoni dell'avvenimento più importante, più sublime, più straordinario della storia umana: la Storia di un Dio che si fa uomo per morire con noi, come noi e peggio di noi, per risorgere prima di noi e precederci in una vita nuova, in un Regno che non avrà mai fine.

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“Il centro di questa terza domenica di Pasqua c’è l’esperienza del Risorto fatta dai suoi discepoli, tutti insieme. Ciò è evidenziato specialmente dal Vangelo che ci introduce ancora una volta nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli Apostoli, rivolgendo loro questo saluto: «Pace a voi!» . E’ il saluto del Cristo Risorto, che ci dà la pace: «Pace a voi!» Si tratta sia della pace interiore, sia della pace che si stabilisce nei rapporti tra le persone. L’episodio raccontato dall’evangelista Luca insiste molto sul realismo della Risurrezione. Gesù non è un fantasma. Infatti, non si tratta di un’apparizione dell’anima di Gesù, ma della sua reale presenza con il corpo risorto.
Gesù si accorge che gli Apostoli sono turbati nel vederlo, che sono sconcertati perché la realtà della Risurrezione è per loro inconcepibile. Credono di vedere un fantasma; ma Gesù risorto non è un fantasma, è un uomo con corpo e anima. Per questo, per convincerli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi – fa vedere loro le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» . E poiché questo non sembra bastare a vincere l’incredulità dei discepoli. Il Vangelo dice anche una cosa interessante: era tanta la gioia che avevano dentro che questa gioia non potevano crederla: “No, non può essere! Non può essere così! Tanta gioia non è possibile!”. E Gesù, per convincerli, disse loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?» . Essi gli offrono del pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro, per convincerli.
L’insistenza di Gesù sulla realtà della sua Risurrezione illumina la prospettiva cristiana sul corpo: il corpo non è un ostacolo o una prigione dell’anima. Il corpo è creato da Dio e l’uomo non è completo se non è unione di corpo e anima. Gesù, che ha vinto la morte ed è risorto in corpo e anima, ci fa capire che dobbiamo avere un’idea positiva del nostro corpo. Esso può diventare occasione o strumento di peccato, ma il peccato non è provocato dal corpo, bensì dalla nostra debolezza morale. Il corpo è un dono stupendo di Dio, destinato, in unione con l’anima, ad esprimere in pienezza l’immagine e la somiglianza di Lui. Pertanto, siamo chiamati ad avere grande rispetto e cura del nostro corpo e di quello degli altri.
Ogni offesa o ferita o violenza al corpo del nostro prossimo, è un oltraggio a Dio creatore! Il mio pensiero va, in particolare, ai bambini, alle donne, agli anziani maltrattati nel corpo. Nella carne di queste persone noi troviamo il corpo di Cristo. Cristo ferito, deriso, calunniato, umiliato, flagellato, crocifisso… Gesù ci ha insegnato l’amore. Un amore che, nella sua Risurrezione, si è dimostrato più potente del peccato e della morte, e vuole riscattare tutti coloro che sperimentano nel proprio corpo le schiavitù dei nostri tempi.
In un mondo dove troppe volte prevalgono la prepotenza contro i più deboli e il materialismo che soffoca lo spirito, il Vangelo di oggi ci chiama ad essere persone capaci di guardare in profondità, piene di stupore e di gioia grande per avere incontrato il Signore risorto. Ci chiama ad essere persone che sanno raccogliere e valorizzare la novità di vita che Egli semina nella storia, per orientarla verso i cieli nuovi e la terra nuova. Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, alla cui materna intercessione ci affidiamo con fiducia.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 15 aprile 2018

Pubblicato in Liturgia
Domenica, 11 Aprile 2021 14:17

II Domenica di Pasqua - Anno B - 11 aprile 2021

La prima domenica dopo Pasqua, prima di chiamarsi della Divina Misericordia, era chiamata "domenica in albis". Questo nome era dovuto perchè ai primi tempi della Chiesa il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, ed i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò "domenica in cui si depongono le vesti bianche" ("in albis depositis"). Questa domenica dal 2000 è stata proclamata Festa della Divina Misericordia per volontà del Papa Giovanni Paolo II, come testimonia la sua seconda Enciclica “Dives in Misericordia”, scritta nel 1980.
Le letture liturgiche però non hanno subito variazioni.
Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, Luca sottolinea la crescita della prima comunità cristiana con una espressione che ci può dare un quadro di come era: “un cuor solo e un’anima sola!” la comunità dei credenti uniti nell’amore che si esprime nella generosità di mettere i propri beni a disposizione degli altri.
Nella seconda lettura, l’apostolo Giovanni nella sua lettera, afferma come Cristo continua a realizzare il mistero pasquale attraverso i sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristie e a offrirci il dono dello Spirito
Il Vangelo di Giovanni riporta l’incontro di Gesù risorto con gli apostoli e il suo saluto: “Pace a Voi !” L’episodio di Tommaso, con i suoi umanissimi dubbi, è particolarmente utile per tutti coloro che procedono a tentoni in una valle oscura alla ricerca di Dio. Tommaso alla fine è stato in grado di proclamare la sua fede con una purezza straordinaria, forse la più alta del quarto Vangelo, esclamando : “Mio Signore e mio Dio!”

Dagli Atti degli Apostoli
La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.
Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.
At 4,32-35

L’evangelista Luca, negli Atti degli Apostoli dà una panoramica di come viveva la prima comunità cristiana descrivendo alcuni modelli di vita. Mentre nel capitolo 2 descrive la comunità nei suoi vari aspetti, mettendo in risalto la pietà che avevano, nel brano attuale evidenzia il tema della comunione dei beni, e descrive la sintonia profonda che univa “coloro che erano diventati credenti”, facendo così comprendere che chi ispirava il loro comportamento era la fede che li univa alla persona di Gesù.
Luca descrive il loro tipo di vita con tre espressioni: “un cuore solo e un’anima sola” e “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva”, e infine “fra loro tutto era comune”.
La condivisione dunque non riguardava solo i beni materiali, ma si estendeva a tutto ciò che uno possedeva, come i talenti, la cultura, le amicizie, le esperienze umane e religiose.
Luca indica anche quale era la fonte da cui derivava la comunione tra i membri della comunità, sottolineando che “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.” Gli apostoli dunque davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù!. Era proprio la fede nel Crocifisso, glorificato da Dio con la risurrezione, tema centrale della predicazione apostolica, che permetteva ai membri della comunità di abbandonare ogni interesse personale, per assumere quello stesso atteggiamento di amore e di condivisione con gli ultimi, che Gesù aveva insegnato, fino all’atto estremo della Sua vita.
Nell’ultima parte del brano Luca riprende la prima affermazione sottolineando l’agire forse più appariscente, in cui i primi credenti esercitavano il loro rapporto di comunione. Anzitutto egli mette in luce il risultato di questo comportamento: “Nessuno tra loro era bisognoso”. Questa espressione ha un riferimento al Dt 15,4, dove si afferma che nel popolo eletto non ci sarà nessun bisognoso, perché Dio lo favorirà di larghe benedizioni se sarà fedele alla Sua voce e obbedirà ai Suoi comandamenti. In forza della sua fedeltà a Cristo si è dunque attuata nella comunità cristiana la promessa fatta a Israele nel contesto dell’alleanza!.
A questo risultato i discepoli sono giunti perché hanno istituito una cassa comune a cui attingevano le risorse necessarie per venire incontro ai bisogni dei più poveri. Questa cassa, la cui responsabilità era affidata agli apostoli, in quanto erano considerati come i membri più autorevoli della comunità, veniva alimentata dal ricavato della vendita di case e terreni da parte dei membri più facoltosi della comunità (v.2,45). Si può dedurre, anche se non è specificato, che le vendite riguardassero i beni non direttamente utilizzati dai proprietari, e non ciò che serviva loro per la propria sussistenza. In altre parole non si tratta di una vera e propria “comunione dei beni”, ma della rinunzia ad una parte dei propri beni da parte di coloro che avevano più del necessario in favore dei più bisognosi.
A Luca sembra comunque interessare la comunione che sta alla base di questa ridistribuzione di beni materiali, per cui il rapporto di solidarietà e di comunione tra i membri della comunità va ben al di là dei beni materiali. Essa riguarda la totalità della vita e di ciò che uno possiede, perché alla base di tutto ciò si mette in comune il cuore, cioè la persona stessa nella sua espressione più profonda.

Salmo 117 Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è alzata,
La destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!

Il salmo è stato composto per essere recitato con cori alterni e da un solista. Esso celebra una vittoria contro nemici numerosi.
Probabilmente è stato scritto al tempo di Giuda Maccabeo dopo la vittoria su Nicanore e la purificazione del tempio di Gerusalemme (1Mac7,33; 2Mac 10,1s) (165 a.C). Si è condotti a questa collocazione storica, a preferenza di quella del tempo della ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia (445 a.C), dal fatto che si parla di “grida di giubilo e di vittoria”, che sono proprie di una vittoria militare. Inoltre le “tende dei giusti” non possono essere né le case, né le capanne di frasche per la festa delle Capanne, ma le tende di un accampamento militare.
Il salmo inizia con l'invito a celebrare l'eterna misericordia di Dio. A questo viene invitato tutto il popolo: “Dica Israele il suo amore è per sempre"; i leviti e i sacerdoti: “Dica la casa di Aronne”; i “timorati di Dio”: “Dicano quelli che temono il Signore” (Cf. Ps 113 B).
Il solista - storicamente Giuda Maccabeo – presenta come Dio lo ha aiutato dandogli la forza, nella confidenza in lui, di sfidare i suoi nemici.
Egli non ha confidato, né intende confidare, in alleanze con potenti della terra, che lo avrebbero trascinato agli idoli, ma ha confidato nel Signore. Era circondato dal fronte compatto delle genti vicine asservite al dominio dei Seleucidi, ma “Nel nome del Signore le ho distrutte". L'urto contro di lui era stato forte, ma aveva vinto nel nome del Signore: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”. “Cadere” significa cedere all'idolatria.
Egli sa che deve continuare la lotta, ma è fiducioso nel Signore: “Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. “Le opere del Signore” sono la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai e la conquista della Terra Promessa.
Il solista, che è alla testa di un corteo chiede che gli vengano aperte le porte del tempio purificato dopo le profanazioni di Nicanore per “ringraziare il Signore”: “Apritemi le porte della giustizia...”.
“La pietra scartata dai costruttori”, è Giuda Maccabeo e i suoi, scartati da tanti di Israele che si erano fatti conquistare dai costumi ellenistici (1Mac 1,11s). Tale pietra per la forza di Dio era diventata “pietra d'angolo”, per Israele.
“Questo è il giorno che fatto il Signore”; il giorno della vittoria, del ripristino del culto nel tempio, è dovuto al Signore. Per noi cristiani quel giorno è il giorno della risurrezione; della vittoria di Cristo contro il male.
Il corteo viene invitato a disporsi con ordine fino all'altare: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare”.
Il salmo si conclude ripetendo l'invito a celebrare la misericordia del Signore.
Il salmo è messianico nel senso che esso profeticamente riguarda il Cristo: (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Rm 9,23; 1Pt 2,7).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Giovanni Apostolo
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.
E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
1 Gv 5,1-6

La Prima lettera di Giovanni è considerata la quarta delle cosiddette “lettere cattoliche”. Il contenuto, la terminologia e lo stile della lettera presentano delle evidenti affinità con il Vangelo secondo Giovanni, per cui alcuni studiosi moderni ritengono che l'autore della Prima lettera e del "quarto vangelo“, siano la stessa persona.
La lettera nella sua stesura finale potrebbe essere stata scritta verso la fine del 1^secolo probabilmente ad Efeso. I destinatari della lettera sono i pagani delle comunità dell'Asia Minore che si sono convertiti al Cristianesimo.
Nella lettera l'autore si sofferma molto sul modo in cui si manifesta la comunione con Dio e come sia possibile rimanervi per sempre.
Questo brano è tratto dalla parte finale della lettera e come tutti i finali è un po’ riassuntivo e sottolinea le caratteristiche di colui che ama Dio ed è in comunione con Lui..
“Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio;e chi ama colui che ha generato,ama anche chi da lui è stato generato”.
Chiunque crede in Gesù figlio di Dio, diviene a sua volta figlio di Dio. In forza di questa adozione diviene anche un fratello nei confronti di tutti coloro che amano Dio, perché non si può pretendere di amare Dio senza amare coloro di cui Egli è Padre.
“In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti.”
Possiamo dire perciò di amare veramente i fratelli se amiamo Dio e osserviamo i comandamenti. C’è uno stretto legame tra la dimensione orizzontale (verso i fratelli) e quella verticale (verso Dio) dell'amore.
“In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti;e i suoi comandamenti non sono gravosi”.
Nell’osservare i comandamenti di Dio si distingue ogni vero credente. I fedeli di Giovanni devono crescere in questa osservanza, in questa fede operativa. Egli li rassicura ricordando loro che i comandamenti di Dio non sono troppo pesanti da osservare.
“Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo;e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”
Per “mondo” qui si intendono i falsi profeti che avevano diffuso dottrine erronee facendo deviare alcuni cristiani della comunità a cui è rivolta questa lettera. In virtù della loro fede essi hanno potuto vincere i falsi profeti e le loro false dottrine.
“E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”
Questa vittoria è assicurata a quanti credono che Gesù è Figlio di Dio, quindi capace di donare la salvezza.
“Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue”. L'acqua ricorda il battesimo di Gesù e il sangue la Sua morte sulla croce, ma rammenta anche l'acqua e il sangue sgorgati dal costato di Gesù a seguito del colpo di lancia del soldato (Gv 19,34). Essi sono anche segno dei sacramenti della Chiesa.
“Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità”.
Riguardo alla testimonianza interiore dello Spirito, essa consiste nel manifestare al credente il suo potere salvifico, la verità dei fatti qui ricordati, e condurlo alla conoscenza di Gesù Cristo.
Lo Spirito è la verità perché noi sappiamo che proprio dallo Spirito è resa presente e attiva nella Chiesa la verità portata da Gesù.
La nostra fede ha delle basi incrollabili. Non solo si fonda sulla testimonianza di coloro che ci hanno trasmesso la fede e l'hanno vissuta fino in fondo, ma si basa su una testimonianza di Dio, che è di gran lunga più importante, e Dio Padre ha reso testimonianza al Figlio facendolo risorgere.
Ci sono anche vari esempi all'interno del Vangelo, in cui Dio Padre dichiara Gesù il Suo figlio amato.

Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Gv 20, 19-31

L’evangelista Giovanni, dopo la visita dei due discepoli al sepolcro e la manifestazione del Risorto a Maria Maddalena, narra la duplice apparizione di Gesù agli Undici, a cui fa seguito immediatamente la prima conclusione del vangelo.
Il racconto di Giovanni si avvicina a quello dei sinottici in particolare a Luca, con il quale ha in comune alcuni particolari come l’aspetto corporeo di Gesù, la gioia, la missione, la remissione dei peccati, il dono dello Spirito.
L’evento ha luogo nello stesso giorno della risurrezione cioè “il primo dopo il sabato”. Si tratta dunque del primo giorno della settimana, che, come l’inizio della creazione, segna la nascita di un mondo nuovo. Sebbene le porte del luogo in cui si trovano i discepoli siano chiuse per timore dei giudei, Gesù non ha difficoltà a entrare. L’evangelista non dice che Gesù ha attraversato le porte chiuse, ma intende dire che Egli è capace di rendersi presente ai suoi discepoli in ogni circostanza., non è più legato ai limiti propri dell’esistenza fisica, tipica di questo mondo.
“Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” Questo saluto è tipico del costume ebraico; ma si può dopo comprendere che con esso Gesù intende esprimere qualcosa di più di un semplice saluto.
“Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco”. Con questo gesto Gesù intende non soltanto dimostrare la realtà della Sua presenza, ma anche ricordare come sia proprio in forza della Sua morte in croce che Egli si presenta a loro nella Sua nuova realtà. In questo momento, in cui Gesù sta per donare lo Spirito ai Suoi discepoli, l’evangelista non può non ricordare che dal fianco squarciato del crocifisso erano usciti sangue ed acqua, simbolo dello Spirito .
” E i discepoli gioirono al vedere il Signore” Non si tratta semplicemente della soddisfazione di rivedere in vita una persona cara, ma piuttosto della gioia escatologica, strettamente collegata con la pace, che la presenza di Gesù porta con sé. Questo ”vedere ” realizza la promessa di Gesù: “il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. (Gv 14,19) La gioia nasce da questo vedere il Signore, che costituisce anche un riconoscimento e causa il ricordo delle parole di Gesù, secondo il pensiero di Giovanni.
Poi Gesù ripete il saluto: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Il dono della pace non riguarda solo i discepoli, ma deve essere esteso a tutta l’umanità, non riguarda perciò i semplici Apostoli, ma tutti i discepoli, quelli presenti alla Sua apparizione, ma anche quelli futuri di tutti i tempi e di tutte i luoghi.
“Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»”. Gesù poi, alitando sui discepoli, conferisce loro lo Spirito, che era stato promesso durante l’ultima cena. Il gesto di alitare ricorda il racconto della creazione del primo uomo, che è diventato un essere vivente solo in forza del soffio divino (v.Gen 2,7), rammentando così nuovamente che la venuta dello Spirito rappresenta una nuova creazione.
Lo Spirito viene direttamente da Gesù, rappresenta quindi la potenza di Dio che promana dalla Sua persona, dalla Sua opera e dalla Sua morte in croce, dove Egli “ha dato lo Spirito”. Come effetto di questo dono Egli dà ai discepoli il potere di rimettere i peccati, e i discepoli, guidati e animati dallo Spirito, dovranno rendere presente la salvezza operata da Cristo, che comporta l’eliminazione del peccato e la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro
Il racconto dell’apparizione di Gesù ai discepoli ha dunque lo scopo di mostrare come Egli abbia ormai realizzato il compito ricevuto dal Padre e affida alla Chiesa, guidata dallo Spirito, la missione di rendere presenti i frutti della salvezza, portando avanti nel mondo e nella storia l’esperienza di una vita riconciliata.
L’evangelista Giovanni precisa nel suo racconta che al momento di questa venuta di Gesù era assente uno dei Dodici, Tommaso detto Didimo (Gemello). Egli apparteneva al gruppo dei Dodici, anche se in questo momento essi sono rimasti solo in undici.
Sentendo che gli altri “avevano visto il Signore”, Tommaso, invece di unirsi a loro nella fede, afferma: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” Per Tommaso il desiderio di fare un’esperienza personale e diretta del Risorto, come l’avevano fatta gli altri discepoli, è legittimo, in quanto anche lui, insieme con loro, dovrà testimoniare quello che ha visto. E' interessante che nella sua richiesta Tommaso faccia di nuovo riferimento ai segni della morte in croce di Gesù (piaghe alle mani e al costato).
Esattamente otto giorni dopo la Pasqua, quindi nuovamente nel giorno di domenica, Gesù, come la prima volta, riappare ai discepoli e li saluta nello stesso modo: “Pace a voi” . Questa volta è presente tra loro anche Tommaso. È a lui che Gesù si rivolge direttamente con queste parole: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Con queste parole Gesù dimostra di conoscere, come aveva fatto con Natanaele che cosa il discepolo desiderava fare. Egli non critica Tommaso per la sua richiesta, anzi si dichiara disponibile a soddisfarla. Per l’evangelista il fatto che Tommaso, incredulo com’era, abbia potuto vedere e toccare il corpo di Gesù risorto è chiaramente una conferma della sua realtà.
Alle parole di Gesù Tommaso risponde: “Mio Signore e mio Dio!”. Quando Gesù gli appare, egli non sente più il bisogno di toccare le Sue ferite, ma subito, come gli altri, passa dall’incredulità alla fede più piena e compie qui una confessione di fede assoluta dicendo: “Mio Signore e mio Dio!”. Con questa dichiarazione afferma che Gesù è Kyrios (Signore) ossia il Messia inviato da Dio e poi Theos (ossia Dio stesso).
Gesù allora conclude: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Tommaso è dunque entrato nel gruppo di coloro che, avendo visto, hanno creduto. Le parole di Gesù non sono certo una critica nei confronti di coloro che appartengono a questa categoria, ma piuttosto esprimono un grande apprezzamento per tutti quelli che, pur non avendo avuto un’esperienza diretta di Gesù, hanno creduto sulla parola dei testimoni oculari .
Papa Benedetto XVI su questo punto aveva commentato: Noi tutti siamo Tommaso, l'incredulo; ma noi tutti possiamo, come lui, toccare il Cuore scoperto di Gesù; quindi toccare, guardare il Logos stesso, e così, con la mano e gli occhi rivolti a questo cuore, giungere alla confessione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”
“Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Questi versetti sono la prima conclusione del vangelo di Giovanni in cui la vita di Gesù viene qui sintetizzata attraverso il termine di ”segni.” L'evangelista dice di non averli riportati tutti, non tanto per riconoscere la sua limitatezza, ma anche per affermare che ha ritenuto giusto riportarne solo alcuni.
La frase con cui conclude “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.” rappresenta una chiave di interpretazione del suo vangelo che corrisponde al fine di Dio stesso: donare la vita eterna ad ogni credente (cf. Gv 3,15).

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“Nel Vangelo odierno ritorna più volte il verbo vedere: «I discepoli gioirono al vedere il Signore» ; poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore». Ma il Vangelo non descrive come lo videro, non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: «Mostrò loro le mani e il fianco». Sembra volerci dire che i discepoli hanno riconosciuto Gesù così: attraverso le sue piaghe. La stessa cosa è accaduta a Tommaso: anch’egli voleva vedere «nelle sue mani il segno dei chiodi» e dopo aver veduto credette.
Nonostante la sua incredulità, dobbiamo ringraziare Tommaso, perché non si è accontentato di sentir dire dagli altri che Gesù era vivo, e nemmeno di vederlo in carne e ossa, ma ha voluto vedere dentro, toccare con mano le sue piaghe, i segni del suo amore. Il Vangelo chiama Tommaso «Didimo», cioè gemello, e in questo è veramente nostro fratello gemello. Perché anche a noi non basta sapere che Dio c’è: non ci riempie la vita un Dio risorto ma lontano; non ci attrae un Dio distante, per quanto giusto e santo. No: abbiamo anche noi bisogno di “vedere Dio”, di toccare con mano che è risorto, e risorto per noi.
Come possiamo vederlo? Come i discepoli: attraverso le sue piaghe. Guardando lì, essi hanno compreso che non li amava per scherzo e che li perdonava, nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato e chi l’aveva abbandonato. Entrare nelle sue piaghe è contemplare l’amore smisurato che sgorga dal suo cuore. Questa è la strada. È capire che il suo cuore batte per me, per te, per ciascuno di noi.
Cari fratelli e sorelle, possiamo ritenerci e dirci cristiani, e parlare di tanti bei valori della fede, ma, come i discepoli, abbiamo bisogno di vedere Gesù toccando il suo amore. Solo così andiamo al cuore della fede e, come i discepoli, troviamo una pace e una gioia (cfr vv. 19-20) più forti di ogni dubbio.
Tommaso, dopo aver visto le piaghe del Signore, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!» . Vorrei attirare l’attenzione su quell’aggettivo che Tommaso ripete: mio. È un aggettivo possessivo e, se ci riflettiamo, potrebbe sembrare fuori luogo riferirlo a Dio: come può Dio essere mio? Come posso fare mio l’Onnipotente? In realtà, dicendo mio non profaniamo Dio, ma onoriamo la sua misericordia, perché è Lui che ha voluto “farsi nostro”. E come in una storia di amore, gli diciamo: “Ti sei fatto uomo per me, sei morto e risorto per me e allora non sei solo Dio; sei il mio Dio, sei la mia vita. In te ho trovato l’amore che cercavo e molto di più, come non avrei mai immaginato”.
Dio non si offende a essere “nostro”, perché l’amore chiede confidenza, la misericordia domanda fiducia. Già al principio dei dieci comandamenti Dio diceva: «Io sono il Signore, tuo Dio» (Es 20,2) e ribadiva: «Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso» (v. 5). Ecco la proposta di Dio, amante geloso che si presenta come tuo Dio. E dal cuore commosso di Tommaso sgorga la risposta: «Mio Signore e mio Dio!». Entrando oggi, attraverso le piaghe, nel mistero di Dio, capiamo che la misericordia non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito del suo stesso cuore. E allora, come Tommaso, non viviamo più da discepoli incerti, devoti ma titubanti; diventiamo anche noi veri innamorati del Signore! Non dobbiamo avere paura di questa parola: innamorati del Signore.
Come assaporare questo amore, come toccare oggi con mano la misericordia di Gesù? Ce lo suggerisce ancora il Vangelo, quando sottolinea che la sera stessa di Pasqua, cioè appena risorto, Gesù, per prima cosa, dona lo Spirito per perdonare i peccati. Per sperimentare l’amore bisogna passare da lì: lasciarsi perdonare. Lasciarsi perdonare. Domando a me e a ognuno di voi: io mi lascio perdonare? Per sperimentare quell’amore, bisogna passare da lì. Io mi lascio perdonare? “Ma, Padre, andare a confessarsi sembra difficile…”. Di fronte a Dio, siamo tentati di fare come i discepoli nel Vangelo: barricarci a porte chiuse.
Essi lo facevano per timore e noi pure abbiamo timore, vergogna di aprirci e dire i peccati. Che il Signore ci dia la grazia di comprendere la vergogna, di vederla non come una porta chiusa, ma come il primo passo dell’incontro. Quando proviamo vergogna, dobbiamo essere grati: vuol dire che non accettiamo il male, e questo è buono. La vergogna è un invito segreto dell’anima che ha bisogno del Signore per vincere il male. Il dramma è quando non ci si vergogna più di niente. Non abbiamo paura di provare vergogna! E passiamo dalla vergogna al perdono! Non abbiate paura di vergognarvi! Non abbiate paura.
C’è invece una porta chiusa davanti al perdono del Signore, quella della rassegnazione. La rassegnazione sempre è una porta chiusa. L’hanno sperimentata i discepoli, che a Pasqua constatavano amaramente come tutto fosse tornato come prima: erano ancora lì, a Gerusalemme, sfiduciati; il “capitolo Gesù” sembrava finito e dopo tanto tempo con Lui nulla era cambiato, rassegniamoci.
Anche noi possiamo pensare: “Sono cristiano da tanto, eppure in me non cambia niente, faccio sempre i soliti peccati”. Allora, sfiduciati, rinunciamo alla misericordia. Ma il Signore ci interpella: “Non credi che la mia misericordia è più grande della tua miseria? Sei recidivo nel peccare? Sii recidivo nel chiedere misericordia, e vedremo chi avrà la meglio!”. E poi – chi conosce il Sacramento del perdono lo sa – non è vero che tutto rimane come prima. Ad ogni perdono siamo rinfrancati, incoraggiati, perché ci sentiamo ogni volta più amati, più abbracciati dal Padre. E quando, da amati, ricadiamo, proviamo più dolore rispetto a prima. È un dolore benefico, che lentamente ci distacca dal peccato. Scopriamo allora che la forza della vita è ricevere il perdono di Dio, e andare avanti, di perdono in perdono. Così va la vita: di vergogna in vergogna, di perdono in perdono. Questa è la vita cristiana.
Dopo la vergogna e la rassegnazione, c’è un’altra porta chiusa, a volte blindata: il nostro peccato, lo stesso peccato.
Quando commetto un peccato grande, se io, in tutta onestà, non voglio perdonarmi, perché dovrà farlo Dio? Questa porta, però, è serrata solo da una parte, la nostra; per Dio non è mai invalicabile. Egli, come insegna il Vangelo, ama entrare proprio “a porte chiuse” – l’abbiamo sentito –, quando ogni varco sembra sbarrato. Lì Dio opera meraviglie. Egli non decide mai di separarsi da noi, siamo noi che lo lasciamo fuori. Ma quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui. Lì il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose. C’è una trasformazione: la mia misera piaga assomiglia alle sue piaghe gloriose. Perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie.
Come Tommaso, chiediamo oggi la grazia di riconoscere il nostro Dio: di trovare nel suo perdono la nostra gioia, di trovare nella sua misericordia la nostra speranza.”

Papa Francesco Parte dell’Omelia dell’ 8 aprile 2018

Pubblicato in Liturgia

La liturgia della Parola nel giorno di Pasqua, che è la massima celebrazione cristiana, offre un’ampia possibilità di scelta perché le varie celebrazioni, che hanno inizio nella notte di Pasqua, definita “la veglia madre di tutte le veglie” ripropongono la profondità del mistero, di un evento straordinario che riguarda la risurrezione di un uomo, quella stessa risurrezione che, quando San Paolo ne parlò agli ateniesi, fu deriso.
Nella celebrazione della Messa di Pasqua del giorno, abbiamo nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro, in casa del centurione Cornelio, annuncia che Dio ha risuscitato Gesù dai morti e loro, i discepoli, ne sono i testimoni.
Nella seconda lettura, Paolo scrivendo ai Colossesi, afferma che il cristiano è già risorto con Cristo quando è uscito dalle acque purificatrici del Battesimo. Questo vuol dire che uniti a Cristo nel sacramento già partecipiamo alla Sua vita.
Nel Vangelo di Giovanni, il primo annuncio della resurrezione ci viene dalle donne, in particolare da Maria Maddalena, poi più concretamente da Pietro e dal “discepolo che Gesù amava” che corrono al sepolcro. Ma per primo è proprio questo discepolo che vide e credette, alla luce delle Scritture, che avevano preannunciato la risurrezione di Gesù Cristo. Questo discepolo, raffigura il volto del discepolo di Cristo di tutti i tempi. Egli riceve da Dio la certezza anche della propria risurrezione, che ha sua radice visibile in Gesù morto, sepolto e libero per sempre dalla tomba, ma il cui trionfo pieno è nel grande evento della Pasqua in cui sono coinvolti tutti gli uomini, fratelli di Cristo nella carne.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
At 10,34a.37-43

Il libro degli Atti degli Apostoli, la cui redazione definitiva risale probabilmente attorno al 70-80, è attribuita all’evangelista Luca, che è anche autore del Vangelo che porta il suo nome. Il libro è composto da 28 capitoli e narra la storia della comunità cristiana dall'ascensione di Gesù fino all'arrivo di Paolo a Roma e copre un periodo che spazia approssimativamente dal 30 al 63 d.C.. Oltre che su Paolo, l'opera si sofferma diffusamente anche sull'operato dell'apostolo Pietro e descrive il rapido sviluppo, l'espansione e l'organizzazione della testimonianza cristiana prima ai giudei e poi agli uomini di ogni nazione.
Nella seconda parte dell’opera viene delineata l’espandersi dell’annunzio evangelico al di fuori di Gerusalemme. A tal fine Luca presenta l’opera di Filippo in Samaria, la conversione dell’eunuco della regina d’Etiopia, e la straordinaria conversione del persecutore Saulo sulla via di Damasco. Infine egli racconta un viaggio apostolico di Pietro nella zona costiera della Palestina, a conclusione del quale mette la conversione del centurione Cornelio, con tutti i suoi famigliari, facendo di loro i primi pagani che aderiscono al cristianesimo senza passare attraverso la circoncisione. Per Luca è importante sottolineare come questo evento, che apre la porta della Chiesa ai pagani, sia accaduto per opera dello stesso Pietro.
Questo brano ci riporta parte del discorso che Pietro tenne nella casa del centurione Cornelio, noto come uomo pio, alla ricerca di Dio, che viveva con tutta la sua famiglia nella città sede del governatore, Cesarea. Cornelio aveva accettato le credenze e i principi morali del giudaismo, senza però arrivare alla circoncisione con tutti gli obblighi morali che essa comportava. Luca riporta nei versetti precedenti che Cornelio a seguito di una visione di un angelo, che lo aveva chiamato per nome, invitò Pietro nella sua casa, per appagare questa sua sete di verità. In questo discorso che Pietro fa, sono chiaramente delineati i tratti fondamentali della vita di Gesù, dal battesimo, fino alla Sua morte e resurrezione. Pietro e gli altri discepoli sono dei testimoni e possono perciò affermare la storicità di Gesù che annunzia la buona novella nella Galilea e nella Giudea negli anni 30-36 non solo, ma possono anche affermarne la Sua divinità.
Per testimoniare la Sua morte e resurrezione Pietro a nome degli altri discepoli afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.”
Pietro continua dicendo che Gesù è giudice dei vivi e dei morti, e questa espressione indica la totalità del potere acquisito da Cristo nella Sua opera di salvezza. “A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”.
Oltre agli apostoli, anche le Scritture profetiche sono testimoni della risurrezione di Cristo. Nel suo stile Luca presenta la salvezza come "perdono dei peccati“ e la novità sta nell'estendere la salvezza cristiana a "chiunque crede in lui“.

Salmo 117 Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

La destra del Signore si è innalzata,la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

Il salmo è stato composto per essere recitato con cori alterni e da un solista. Esso celebra una vittoria contro nemici numerosi.
Probabilmente è stato scritto al tempo di Giuda Maccabeo dopo la vittoria su Nicanore e la purificazione del tempio di Gerusalemme (1Mac7,33; 2Mac 10,1s) (165 a.C). Si è condotti a questa collocazione storica, a preferenza di quella del tempo della ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia (445 a.C), dal fatto che si parla di “grida di giubilo e di vittoria”, che sono proprie di una vittoria militare. Inoltre le “tende dei giusti” non possono essere né le case, né le capanne di frasche per la festa delle Capanne, ma le tende di un accampamento militare.
Il salmo inizia con l'invito a celebrare l'eterna misericordia di Dio. A questo viene invitato tutto il popolo: “Dica Israele il suo amore è per sempre"; i leviti e i sacerdoti: “Dica la casa di Aronne”; i “timorati di Dio”: “Dicano quelli che temono il Signore” (Cf. Ps 113 B).
Il solista - storicamente Giuda Maccabeo – presenta come Dio lo ha aiutato dandogli la forza, nella confidenza in lui, di sfidare i suoi nemici.
Egli non ha confidato, né intende confidare, in alleanze con potenti della terra, che lo avrebbero trascinato agli idoli, ma ha confidato nel Signore. Era circondato dal fronte compatto delle genti vicine asservite al dominio dei Seleucidi, ma “Nel nome del Signore le ho distrutte". L'urto contro di lui era stato forte, ma aveva vinto nel nome del Signore: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”. “Cadere” significa cedere all'idolatria.
Egli sa che deve continuare la lotta, ma è fiducioso nel Signore: “Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. “Le opere del Signore” sono la liberazione dall'Egitto, l'alleanza del Sinai e la conquista della Terra Promessa.
Il solista, che è alla testa di un corteo chiede che gli vengano aperte le porte del tempio purificato dopo le profanazioni di Nicanore per “ringraziare il Signore”: “Apritemi le porte della giustizia...”.
“La pietra scartata dai costruttori”, è Giuda Maccabeo e i suoi, scartati da tanti di Israele che si erano fatti conquistare dai costumi ellenistici (1Mac 1,11s). Tale pietra per la forza di Dio era diventata “pietra d'angolo”, per Israele.
“Questo è il giorno che fatto il Signore”; il giorno della vittoria, del ripristino del culto nel tempio, è dovuto al Signore. Per noi cristiani quel giorno è il giorno della risurrezione; della vittoria di Cristo contro il male.
Il corteo viene invitato a disporsi con ordine fino all'altare: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell'altare”.
Il salmo si conclude ripetendo l'invito a celebrare la misericordia del Signore.
Il salmo è messianico nel senso che esso profeticamente riguarda il Cristo: (Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Rm 9,23; 1Pt 2,7).
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Col 3,1-4

La Lettera ai Colossesi (come la lettera agli Efesini ) secondo la tradizione cristiana fu scritta con tutta probabilità da Paolo a Roma durante la sua prima prigionia, probabilmente nel 62-63. Colosse era allora una piccola città dell’entroterra dell’Asia minore, meno importante delle vicine Laodicea e Ierapoli. In tutti e tre questi centri si erano costituite delle chiese cristiane (v.4:13). Paolo aveva attraversato la regione già due volte, nel secondo e nel terzo viaggio missionario (Att. 16:6, 18:23). Con molta probabilità, la chiesa fu il risultato dell’opera di Paolo a Efeso, distante circa 160 chilometri da Colosse. L’effetto della predicazione di Paolo a Efeso fu di notevole e vasta portata, possiamo dunque immaginare che qualche cittadino di Colosse, avendo udito il Vangelo a Efeso e accettato la fede in Cristo, avesse in seguito fondato una chiesa nella sua città di origine.
Il primo capitolo della lettera contiene i saluti di Paolo (Col 1,1-23) e termina con una esposizione dei temi che si vogliono trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto. L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24-2,5). Successivamente Paolo affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo a vantaggio dei credenti (3,1-4,1).
Il brano liturgico riprende la prima parte del terzo capitolo in cui presenta l’opera di Cristo. Nella parte precedente Paolo aveva esposto una critica sulle teorie che mettono a rischio la fedeltà al vangelo, con l’esortazione ad abbandonare le false dottrine che venivano proposte. Queste inculcavamo la sottomissione agli elementi di questo mondo, verso i quali i colossesi dovevano ritenersi ormai “morti.” Questa morte però prelude a una vita nuova, che essi hanno già ottenuta.
Da qui ha inizio il brano liturgico:
“se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”.
La risurrezione dai morti non è più vista da Paolo come un evento escatologico, collegato con il ritorno di Gesù, ma come una realtà già realizzata. Con Cristo, anche i credenti in Lui sono già risorti, e godono la stessa vita nuova di cui Egli è entrato in possesso mediante la Sua risurrezione e ascensione al cielo.
È questa una convinzione tipica della seconda generazione cristiana, per la quale la parusia è vista ormai come un evento che si perde nella notte dei tempi, ma che ha già avuto una realizzazione anticipata mediante l’associazione del credente a Cristo Proprio per questo motivo i credenti devono considerarsi come già risorti con Cristo e sono invitati a cercare anche loro “le cose di lassù”, cioè quelle che stanno a cuore a Cristo nella Sua nuova situazione di Messia che siede alla destra del Padre. Sulle cose di lassù, dunque essi devono concentrare il loro pensiero, non più sulle cose della terra ma alle “cose di lassù”.
La situazione di morte e di vita tipica dei credenti in Cristo viene poi ulteriormente specificata con queste parole: Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!
Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.
Paolo ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta. Tuttavia qui egli sottolinea che solo quando Cristo verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anche loro parteciperanno alla Sua gloria. non è più necessario quindi aspettare con impazienza la realizzazione degli eventi escatologici. Infatti la risurrezione, che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno di Gesù, si è già attuata per coloro che, mediante la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, sono diventati un’unica cosa con Lui.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Gv 20,1-9

Questo brano tratto dal Vangelo di Giovanni inizia riportando che “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”.
Si può facilmente immaginare lo stato d’animo di Maria di Màgdala mentre si reca al sepolcro: Il suo cuore è triste, prigioniero della disperazione e dimentico della fede, forse non le viene neppure in mente l’idea della resurrezione di cui sicuramente Gesù le aveva parlato, non riesce a staccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato, sa solo che ora è morto, ma vuole almeno un luogo per piangerlo. Ma, arrivata là, vede la pietra ribaltata! Non ha bisogno neppure di entrare, percepisce già che il corpo non c’è più. Ha visto semplicemente una tomba aperta, ma la sua immaginazione corre più avanti:
“Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava,
In questo versetto, come altrove nel Vangelo, volutamente l’evangelista lascia anonimo il nome del discepolo per invitare ognuno di noi ad essere il discepolo che Gesù ama.
“e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Si percepisce molto movimento, ed agitazione in questo racconto
“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”.
Iniziano a correre insieme per arrivare al sepolcro, ma il discepolo amato corre più veloce di Pietro e giunge per primo alla tomba.
“Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”. Pietro è più lento, ma il discepolo lo aspetta. C’è in questa attesa una particolare delicatezza del discepolo amato. Egli vede le bende a terra, ma questi oggetti, visti dal di fuori, non gli dicono nulla. Attende l’arrivo di Pietro!
“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Pietro arriva, entra, osserva i teli e il sudario ma non capisce: quei segni non hanno significato per lui. “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.. Il suo sguardo non si sofferma su un oggetto, o sul luogo, è un vedere che coglie l’insieme, è un vedere la luce, vale a dire è lo sguardo della fede, ecco perché: vide e credette.
Vede qualcosa che va al di là, vede l’invisibile. Prima, sulla soglia il suo sguardo si era soffermato su degli oggetti, ma senza comprendere, ora, entrato nel sepolcro, cioè nella realtà della morte, ricordando le parole di Gesù, comprende le Scritture, quelle Scritture che Gesù tante volte aveva spiegato. “che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Maria è mossa dall’amore, arriva fino al sepolcro, ma non ha il coraggio di entrare. Occorre entrare nella morte, nel dolore, nei segni di morte che ci sbarrano la via.
Pietro ha un rapporto con Gesù più razionale, più materiale; ha il coraggio di entrare nel sepolcro, nella morte, ma questo non basta.
Il discepolo che Gesù amava, sa amare con lo stile di Gesù, entra, vede con gli occhi della fede e del cuore!
La fede dunque è sì fede nella vita, nella potenza della resurrezione, nell’amore fino all’estremo, ma soprattutto è fede nella Scrittura, in quella Parola del Signore che ci permette di vedere e interpretare la vita dentro i segni di morte, che troviamo sul nostro cammino.

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa ultima domenica di quaresima, conosciuta anche come domenica delle Palme e della Passione del Signore, ci introducono alla Settimana Santa, e ci rendono quanto mai partecipi delle sofferenze di Cristo che affronta la Sua dolorosa passione per la nostra salvezza.
Nella prima lettura, il Profeta Isaia attraverso il canto del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo la vita e la passione di Gesù. Il suo atteggiamento di fiducia in Dio e di amore per i fratelli lo lascia in una suprema libertà di fronte ad ogni prova. Egli ha la certezza che la sua missione non è vana.
Nella seconda lettura tratta dalla lettera ai Filippesi, S.Paolo, con l’Inno Cristologico, rivela il mistero dell’abbassamento di Cristo e l’intervento di Dio in Suo favore: il Padre lo esalta, ponendolo al di sopra di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi.
Il racconto della passione, tratta dal Vangelo di Marco, va meditata lentamente e in silenzio. Si può percepire così il crescendo di solitudine di Gesù a partire dall’ultima cena: solo nell’orto degli ulivi, solo davanti al Sinedrio, solo di fronte a Pilato, solo sul Golgota. Gesù in croce raccoglie in sé tutto il dolore che, da quando il peccato è entrato nel mondo, ha tormentato l'umanità. Sulla croce c'è il Dolore: ecco perché ogni uomo che soffre richiama quasi naturalmente il Crocifisso. Per Marco qui c'è il culmine del cammino di fede: riconoscere nel fallito, che pende dalla croce, la realtà di Dio che si manifesta come Amore.


Dal Vangelo secondo Marco
Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:
«Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!».
Mc 11, 1-10

L’evangelista Marco non è certo se conobbe direttamente Gesù, ma se abitava a quel tempo a Gerusalemme deve aver perlomeno sentito parlare di Lui. Di sicuro è noto che, pochi anni dopo la morte del Maestro, gli apostoli e i discepoli si riunivano a casa di sua madre. Il fatto che sia l'unico evangelista a menzionare la fuga di un giovinetto che seguiva da lontano gli avvenimenti della cattura di Cristo nell'orto degli ulivi: (14,51-52) fa supporre che sia egli stesso questo giovinetto.
Marco nel racconto della Passione nel suo stile asciutto ed essenziale ci presenta una sequenza narrativa coinvolgente:
- Dalla congiura degli avversari di Gesù a due giorni dalla Pasqua, si passa all’unzione , che simbolicamente anticipa la sepoltura di Gesù, a Betania nella casa di Simone il lebbroso;
- Giuda offre ai sommi sacerdoti Gesù in cambio di denaro;
- “Il primo giorno degli Azzimi “ Gesù dà ordine per i preparativi della cena pasquale;
- A sera, a mensa, la crisi si impadronisce dei discepoli dopo che Gesù annuncia il tradimento di uno di loro;
- Gesù celebra la cena pasquale, ed eucaristica, inaugurazione della nuova alleanza con Dio nel suo sangue; nelle sue parole però si profila la dispersione e il tradimento dei discepoli e il loro ritorno;
-Al Getsemani, a notte fonda, Gesù prega con l’”anima triste fino alla morte” e i discepoli iniziano il tradimento con il loro sonno indifferente.
- In quella notte Giuda entra in scena con una piccola folla consegnando Gesù ai sommi sacerdoti.
- Il Sinedrio in una sessione straordinaria e un po’ tormentata condanna a morte Gesù per bestemmia.
- In attesa dell’esito del processo Pietro rinnega Gesù davanti ad una serva del sommo sacerdote e ad altri presenti.
- Gesù viene trasferito da Pilato per la convalida della sentenza capitale da parte delle autorità romane: dopo il vano tentativo di sostituzione di Gesù con Barabba, accusato di omicidio, Gesù è condannato alla crocifissione.
- Prima dell’esecuzione Gesù è flagellato e schernito dalla soldataglia romana e coronato di spine
- Passando attraverso la città, Gesù è condotto al Calvario fuori le mura di Gerusalemme: là viene crocifisso e sbeffeggiato , là avviene la sua morte dopo “un forte grido”.
- Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, ottiene da Pilato il permesso di prendere il corpo di Gesù, che avvolge con il lenzuolo e lo mette in un sepolcro scavato nella roccia.
- Poco dopo si compirà ciò che Gesù aveva preannunciato a Betania: alcune donne vorranno ungere il corpo del Signore con olio aromatico, ma il loro non sarà l’incontro con un morto, bensì con una manifestazione gloriosa di Dio.
Davanti a tutte queste sequenze di eventi possiamo lasciarci andare ad ogni possibile e libera considerazione. La più forte e dolorosa per Gesù è stata sicuramente l’abbandono: da Giuda il traditore a Pietro il discepolo definito da lui stesso roccia, fino a tutti gli altri discepoli. Ma il culmine è in quel misterioso silenzio del Padre, sperimentato da tutti i sofferenti della terra, ma unico e sconvolgente in Gesù, il Figlio. L’odio degli uomini si scatena, la paura degli amici prevale, il silenzio di Dio sconcerta. In Gesù si ritrova, quindi, tutta la vicenda del dolore umano.

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.
Is 50,4-7

In questo carme del Servo sofferente, il profeta (Deuteroisaia) descrive la persecuzione di cui il Servo di JHWH è oggetto; poi passa a descrivere la sua reazione personale:
…Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
Nella difficile situazione in cui si trova, il Servo non si difende con la forza, e neppure fa ricorso, come aveva fatto Geremia, alla violenza verbale contro i suoi avversari; al contrario, fortificato dalla sua fiducia in Dio, resta fermo come una roccia senza venir meno alla sua missione. La sua forza d’animo gli deriva dalla certezza che Dio porterà a termine il Suo progetto nonostante tutte le contestazioni. Egli dimostra così di non cercare il proprio successo personale, ma la realizzazione di quanto va annunziando, anche se ciò dovesse costargli la vita.
Fa impressione vedere come la profezia del Servo sofferente, sembra descrivere in anticipo di 550 anni, la vita e la passione di Gesù.

Salmo 21 Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno forato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe.

Il salmo presenta un giusto sofferente e perseguitato, pieno di speranza in Dio.
L’autore del salmo guarda alla sua esperienza di dolore, ma anche intende proporre un modello di sofferente che sostenga i fedeli nel momento della prova più terribile, cioè quando sono rifiutati, colpiti, dalla loro stessa gente. Il risultato presenta una tale aderenza nella descrizione di molte delle sofferenze di Cristo da dire che l’ispirazione ha modellato il giusto del salmo sul Cristo crocifisso.
Le prime parole del salmo sono un’invocazione sgomenta dinanzi a Dio; sgomenta, ma senza alcun rimprovero E’ un gemito rivelatore del suo grande tormento interiore: essere di fronte all’abbandono di Dio, al silenzio di Dio, che sembra assente, mentre egli è il Dio presente come attesta il tempio.
Il punto che lo sconvolge, è che il suo popolo, quello che vive all’ombra del tempio e che dovrebbe essere laudante attorno al trono di Dio “Tu siedi in trono fra le lodi di Israele” rifiuta la giustizia, e così anche la propria storia di popolo chiamato a proclamare i benefici di Dio. “In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li hai liberasti” dice, alludendo alla liberazione dall’Egitto.
Ma, ecco, egli è diventato “rifiuto degli uomini”, schiacciato a terra come un verme, privato della dignità di uomo. Di fronte a sé ha solo schernitori che si sfoggiano un sentirsi a posto con Dio, visto che Dio è dalla loro parte poiché non porta aiuto a colui che ora è nelle loro mani e che si diceva suo amico: “Si rivolga al Signore, lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!”.
Ma il giusto perseguitato e colpito continua a confidare in Dio; non raccoglie la velenosa provocazione che lo vorrebbe rendere dubbioso davanti a Dio. Dio lo ha tratto dal grembo di sua madre; cioè il Padre ha dato al Figlio una natura umana, e, una sola persona (Figlio) in due nature, lo ha tratto dal grembo di una donna, e al suo nascere lo ha preso subito sulle sue ginocchia (Cf. Gn 50,23; Is 46,3) in riconoscimento della sua paternità.
L’aggressione che egli subisce è violenta, implacabile: “Mi circondano tori numerosi, mi assediano grossi tori di Basan…" (Basan è una regione ricca di pascoli a sud di Damasco). “Io sono come acqua versata”, buttato via, gettato via, come acqua. Colpito, strattonato, è pieno di dolore: “sono slogate tutte le mie ossa”. Il suo cuore cede per il dolore e lo sforzo d’amare; ed egli avverte che viene meno come colpito da infarto: “Il mio cure è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere”.
E’ disidratato e la sete lo attanaglia; la sua gola è riarsa e non può muovere che a stento la lingua: “La mia lingua si è incollata alla gola”. Egli si trova “su polvere di morte” senza scampo.
Gli avversari si sono ancora di più incattiviti vedendo la sua perseveranza, sono diventati un “branco di cani” che addentano. Premuto, assediato da ogni parte, gli vengono trafitti i piedi e le mani così da impedire che si muovesse o si difendesse dai colpi: l’autore del salmo non pensava alla crocifissione, pena di morte introdotta più tardi dai romani. “Posso contare tutte le mie ossa”, l’espressione rende l’idea complessiva del dolore che gli viene da ogni parte del corpo, ma la traduzione della Volgata di san Gerolamo - “hanno contato tutte le mie ossa” - è sicuramente proveniente da un manoscritto migliore in questo punto perché fa vedere anche la crudeltà degli aggressori, che hanno badato a che nessuna parte del corpo del giusto giustiziato fosse senza ferita e dolore.
Gli aggressori si compiacciono ferocemente dei dolori del giusto giustiziato : “essi stanno a guardare e mi osservano”. E sono tanto noncuranti di lui che giocano a dadi le sue vesti, secondo il diritto che si aveva sui condannati: “sulla mia tunica gettano la sorte”.
Di fronte a questo stato di strazio il giusto giustiziato non cessa di pregare e domanda aiuto a Dio per sfuggire non già alla morte, ma alla morte cui segue la consunzione della tomba, e questo mediante la risurrezione.
“Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea”, dice. Risorto darà luce ai suoi fratelli, loderà il Padre nell’assemblea dei credenti (Cf. 1Cor 15,6).
Egli dirà: “Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza di Israele…”. E nella Chiesa, nella grande assemblea, loderà il Padre. Nella Grande Assemblea dove egli sarà presente con la sua Parola, con la sua reale presenza Eucaristica e col dono dello Spirito Santo.
Nel banchetto della carità “i poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano”.
La visione diventa universale, perché la salvezza del Cristo è universale: “Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli”. I popoli all’annunzio del Vangelo ricorderanno ciò che avevano dimenticato, che l’uomo è capace di Dio, che Dio è uno solo e che è bontà. Che il regno del mondo (Ap 11,15) è di Dio, e sue sono tutte le nazioni. E non solo ricorderanno e torneranno, che equivale a convertirsi, ma insieme a ciò crederanno alla lieta notizia evangelica, quella del regno dei cieli presente nella Chiesa per lievitare tutta la terra conquistata dal Cristo.
A Dio solo, liberi in eterno da ogni influsso di idolatria, si prostreranno, nel giorno della risurrezione, quanti ora dormono sotto terra.
Il grande Giusto giustiziato esprime la sua certezza che egli vivrà, risorgerà da morte e celebrerà in eterno il Padre: “Ma io vivrò per lui”.
E la sua discendenza, la Chiesa, servirà in lui, nel dono dello Spirito Santo, il Padre, portando la salvezza da lui ottenuta per tutte le genti. “Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia”, e la sua giustizia del Padre è Cristo, che ha espiato le colpe degli uomini. “Ecco l’opera del Signore”, diranno alle generazioni che si susseguono. E “l’opera del Signore” è Cristo, Cristo vivente nella Chiesa.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S Paolo apostolo ai Filippesi
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
Fil 2,6-11

Questo brano tratto dalla lettera ai Filippesi è il famoso inno Cristologico. Il testo, preesistente e appartenente ai testi utilizzati dai primi cristiani nella liturgia, è stato inserito dall'apostolo Paolo in un brano esortativo, ma di alto valore teologico.
Dai primi versetti ci presenta Gesù partecipe della natura divina, essendo Egli immagine di Dio, che non si è avvalso di questa condizione, ma ha scelto di condividere con la condizione umana l’esistenza di tutti gli uomini. L'abbassamento di Gesù giunge sino alla morte che l'umanità subisce a causa del peccato. E' la sua obbedienza che lo spinge ad assumere la condizione mortale che invece gli altri uomini subiscono per la loro disobbedienza.
“Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.” In questo versetto, gli esperti dicono, che sembra certa l'aggiunta di Paolo: fino alla morte e a una morte di croce, che presenta la sua “theologia crucis “e rafforza l'idea dell'umiliazione di Gesù che giunge sino all'esperienza infamante del condannato alla morte di croce.
Nella seconda parte dell'inno ci viene presentata la conseguenza del gesto di Gesù, e l'azione passa di mano ed è Dio che agisce e innalza Gesù. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!».
L'inno dunque ci presenta Gesù come l'uomo che non ha tradito il progetto originario di Dio e con la sua obbedienza si è fatto solidale con tutta l'umanità.
Paolo ricorda così ai cristiani di Filippi che essi sono inseriti vitalmente nella vicenda di Gesù e dunque nella logica del progetto del Padre, che diventa così anche indicazione per il loro agire concreto nella storia



PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO SECONDO MARCO

1Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura
3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

Promisero a Giuda Iscariota di dargli danaro
10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero:
«Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro:
«Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà
17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18 Ora, mentre erano a tavola e mangiavano,
Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?».
20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza
22 E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai
26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.28Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
29Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».
31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri

Cominciò a sentire paura ed angoscia
32Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35 Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36 E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».
37Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino»

Arrestatelo e conducetolo via sotto buona scorta
43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani.
44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta»…45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49 Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!».
50Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. 51 Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Sei tu il Cristo, il Figlio del Bendetto?
53Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54 Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.
55I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56 Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58«Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». 59Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60 Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61 Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?».
62 Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
63Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.
65Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli:«Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

Non conosco quest’uomo di cui palate
66Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69 E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70 Ma egli di nuovo negava.
Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71 Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate».
72E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto:
«Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».
E scoppiò in pianto.

Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?
1E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato.
2 Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».
3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».
5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
6A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia.
11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12 Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».
13Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14 Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?».
Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!».
15 Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso

Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo
16 Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa.
17 Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo.
18 Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19 E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui.20 Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Condussero Gesù al luogo del Golgota
21 Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22 Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

Con lui crocifissero anche due ladroni
24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.
25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
29 Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo:
«Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!».
31 Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!».
E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Gesù, dando un forte grido, spirò
33 Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere».
37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39 Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41 le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
42Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato,
43Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù.
44Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46 Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.
47Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto
Mc 14,1-15,47

La narrazione della Passione di Gesù dell’evangelista Marco è quella che porta più testimoni oculari (14,33; 15,21.40,43-44) ed è forse per questo la più vicina ai fatti. Solo Marco presenta la croce come vero scandalo per i discepoli e, parlando della loro totale incomprensione di fronte al destino del Maestro, vuole far rivivere ad ogni cristiano la stessa loro sofferenza.
Gesù in croce raccoglie in sé tutto il dolore che, da quando il peccato è entrato nel mondo, ha tormentato l'umanità. Sulla croce c'è il Dolore: ecco perché ogni uomo che soffre richiama quasi naturalmente il Crocifisso.
Il Padre risponderà al grido del Figlio «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» con la risurrezione, ma l'evangelista però ne scorge già la luce come anticipata in due segni, che sembrano poca cosa, ma hanno un significato profondo: "Il velo del tempio si squarciò in due".
Il vecchio tempio di Gerusalemme cederà il posto a un tempio nuovo, al Gesù risorto, aperto anche ai pagani, la cui fede è anticipata dalla confessione del centurione romano: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”, P.Cantalamessa nella sua omelia del venerdì Santo del 2015 sottolineò che il centurione romano affermando che Gesù era veramente, il Figlio di Dio lo fece perchè riconobbe nel ”forte grido” che Gesù emise morendo, un grido di vittoria, Lui era esperto di combattenti e di combattimenti, e quel grido lo conosceva. Inoltre prima di quel grido vide Gesù soffrire con tale amore, da indurlo a comprendere che soltanto il Figlio di Dio può soffrire in questo modo, soltanto Dio è capace di un amore così incredibile.
Per Marco qui c'è il culmine del cammino di fede: riconoscere nel fallito, che pende dalla croce, la realtà di Dio che si manifesta come Amore.

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““Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte.
Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso.
Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza“.”
Papa Francesco

Pubblicato in Liturgia

Le letture liturgiche di questa V domenica di Quaresima ci invitano a meditare per arrivare a conoscere sempre di più il Signore, il mistero della Sua passione e morte per arrivare a contemplarlo nella Sua gloriosa resurrezione.
Nella prima lettura il profeta Geremia annuncia l’alleanza nuova, che Dio vuole fare con il suo popolo imprimendo la Sua legge nel cuore degli uomini e perdonando i loro peccati. L’osservanza di questa nuova alleanza dipenderà dalla qualità del rapporto di amore che ci sarà tra Dio ed ogni singola persona. Si tratterà quindi di una relazione di amore personale, che implica la fedeltà ed il desiderio profondo e sincero di piacere a Dio e di cercare sempre la Sua volontà.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei, il suo straordinario autore afferma che Gesù non offrì a Dio doni e sacrifici per i peccati, ma offrì se stesso in un contesto di preghiera. Egli ha attraversato la sofferenza della morte con fedeltà filiale, perciò Dio lo ha reso perfetto, consacrato sacerdote, fonte di salvezza per tutti i credenti.
Nel Vangelo di Giovanni, viene descritta una scena posteriore all’ingresso di Gesù a Gerusalemme e appartiene a quel clima di segni e di presagi che attraversano le ore dell’avvicinamento di Gesù alla Sua morte. Raramente è dato percepire il divino e l’umano di Gesù in simbiosi così stretta, e il Suo mistero salvifico unito alla Sua sofferenza.

Dal libro del profeta Geremia
Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore.
Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore– porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.
Ger 31,31-34

Nel libro del profeta Geremia troviamo raccontata in modo autobiografico la sua vita. Sappiamo così che la sua chiamata avvenne intorno al 626 a.C. quando ancora era un ragazzo e desiderava sposarsi con la sua Giuditta, ma Dio stesso glielo proibisce, ed è per questo che è stato l’unico profeta celibe dell’A.T. a differenza di tutti gli altri. Aveva un carattere mite e, all'inizio della sua missione, in cui era giovane inesperto, dovette affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.). Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C). Incompreso, perseguitato, spesso minacciato di morte, Geremia, timido ma amico di Dio, non cessa di lanciare angosciati appelli alla conversione, non esita a mostrare a dito i responsabili che hanno deviato il popolo. Egli se la prende con la falsa coscienza dei benpensanti che si credono nel giusto, solo perchè osservano le pratiche religiose, senza viverle nell’animo. Geremia, profeta del dolore e della misericordia, che preannuncia più di ogni altro la figura di Gesù, rimane per il suo popolo, e per tutti i cristiani, un testimone della speranza. Egli fu anche l’esempio di una incorruttibile fedeltà alla propria vocazione, qualunque siano le difficoltà. La sua intimità con Dio e la religione del cuore, che egli ha vissuto e predicato, fanno di lui il profeta-maestro della vita interiore dell’uomo di ogni tempo.
Questo brano è tratto dal cosiddetto “Libro della consolazione” ed è considerato uno dei vertici spirituali dell’A.T . C’era già una alleanza, quella che sul Sinai Dio consegnò a Mosè e questa alleanza esigeva l’adesione esclusiva al Signore, che si realizzava nel compimento della legge e dei precetti. Per questo la legge era formulata con chiarezza e stilata da una duplice serie di benedizioni e maledizioni, ma l’uomo, nella storia non fu capace di essere fedele a questa legge. Ora Dio ne dona una nuova con particolari caratteristiche: Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore.
io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato
È un‘alleanza definitiva, promessa di misericordia e perdono. Geremia preannuncia una conoscenza di Dio non più attraverso la mediazione della Legge, ma attraverso l’esperienza interiore per cui la conoscenza di Dio entra nel cuore dell’uomo.
Tutto ciò anche se non esclude l’importanza di seguire le indicazioni di una dottrina, ci ricorda che prima di tutto c’è il nostro rapporto personale con Dio. Questa è la grande alleanza di Dio: entrare nel cuore dell’uomo, nell’interno della sua vita, di tutto il suo essere, affinché l’uomo non possa più rifiutarlo, respingerlo, abbandonarlo, allontanarlo! Gesù stesso rievocherà la promessa di Geremia nella sera dell’ultima cena, quando definirà la coppa pasquale del vino “il calice della nuova alleanza”.
Noi come cristiani possiamo rileggere la promessa di Geremia alla luce della croce di Cristo, di quell’istante fondamentale in cui egli “elevato da terra ha attirato tutti a sé" (Gv12,32)

Salmo 51 (50) Crea in me, o Dio, un cuore puro.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno.

Questo salmo la tradizione lo dice scritto da Davide dopo il suo peccato, e mi pare di dovere aggiungere durante la congiura del figlio Assalonne, dove Davide vide avverarsi la sventura sulla sua casa annunciatagli dal profeta Natan (2Sam 12,10).
Fa un po’ di difficoltà all’attribuzione a Davide del salmo l’ultimo versetto dove l’orante invoca che siano rialzate le mura di Gerusalemme, poiché questo porterebbe al tempo del ritorno dall’esilio. E’ comune, tuttavia, risolvere il caso dicendo che è un’aggiunta messa durante l’esilio per un adattamento del salmo alla situazione di distruzione di Gerusalemme.
Ma considerando che il salmo non poteva essere adatto in tutto alla situazione dell’esilio, poiché sacrifici ed olocausti (“non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, non li accetti”) in terra straniera non potevano essere fatti, bisogna pensare che le mura abbattute sono un’immagine drammatica della presa di possesso di Gerusalemme da parte di Assalonne; Gerusalemme era conquistata e come “Città di Davide” veniva a finire.
L’orante si apre a Dio in un invocazione di misericordia. Domanda pietà.
Si sente imbrattato interiormente. Il rimorso lo attanaglia, si sente nella sventura. Non ricorre alla presentazioni di circostanze, di spinte al peccato, lui coscientemente l’ha fatto: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Tuttavia presenta a Dio la sua debolezza di creatura ferita dall’antica colpa che destò al senso la carne: “Ecco, nella colpa sono io stato nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Con ciò non intende scusarsi poiché aggiunge che Dio vuole la sincerità nell'intimo, cioè nel cuore, e che anche illumina intimamente il cuore dell’uomo affinché non ceda alle lusinghe del peccato: “Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza”.
Ancora l’orante innalza a Dio un grido per essere purificato, per essere liberato dalle sventure che lo colpiscono.
Egli prosegue la sua supplica chiedendo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il peccato lo ha indebolito, gli sta sempre dinanzi e vorrebbe non averlo commesso.
E’ umile, pienamente umile, e domanda a Dio di non essere respinto dalla sua presenza e privato del dono del suo “santo spirito”; quel “santo spirito” che aveva ricevuto al momento della sua consacrazione a re. Quel “santo spirito” che gli dava forza e sapienza nel governare e nel guidare i sudditi al bene, all’osservanza della legge.
Consapevole della sua debolezza ora domanda umilmente di essere aiutato: “sostieni con me un spirito generoso”.
Ha creato del male ad Israele col suo peccato, ma rimedierà, con l’aiuto di Dio: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
Ma il peccato veramente gli “sta sempre dinanzi”. Egli non solo è stato adultero, ma anche omicida: “Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza”. Salvato dal peccato che l’opprime, egli esalterà la giustizia di Dio, che si attua nella misericordia. Salvato, dal peso del peccato e dalla rottura con Dio egli potrà di nuovo lodare Dio: “La mia bocca proclami la tua lode”.
Ha provato a presentare a Dio sacrifici e olocausti, ma è stato rifiutato. Così ha percependo il rifiuto di Dio è arrivato al massimo del dolore, e questo dolore di contrito lo presenta a Dio: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio”. Egli sa che Dio non disprezza “un cuore contrito e affranto”.
Davide presenta infine Sion, Gerusalemme, che è stata occupata e con ciò è stata messa in difficoltà l’unità di Israele che con tanta fatica aveva saputo costruire.
Riedificate le mura di Gerusalemme, nel senso di ricomposta la forza di Gerusalemme, sede dell’arca e del trono, e attuato un risveglio religioso in Israele, allora i sacrifici e gli olocausti torneranno ad essere graditi a Dio perché fatti nell’osservanza alla legge, nella corrispondenza al dono dell’alleanza.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera agli Ebrei
Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Eb 5,7-9

L’ autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Sacra Scrittura, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se sono rimaste sconosciute.
Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica.
In questo breve brano, l’autore, dopo aver proclamato nei versetti precedenti Gesù Cristo “figlio di Dio e sacerdote in eterno” fa questa riflessione: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” L’obbedienza che Cristo imparò dalla Sua sofferenza consiste nell’adesione radicale al progetto di Dio, che lo ha guidato nelle scelte decisive della Sua vita. La sottomissione alla volontà del Padre viene presentata spesso nel N.T. come un aspetto specifico del comportamento di Gesù (V. Mc 14,36; Gv 4,34; 10,18) e Paolo in modo speciale sottolinea come l’obbedienza di Cristo si sia manifestata nella sofferenza della morte (V. Fil 2,8; Rm 5,19). Ma ciò che la lettera agli Ebrei evidenzia, in piena sintonia con il racconto evangelico della passione, è il fatto che questa obbedienza ha richiesto una fatica notevole per superare la naturale paura della sofferenza e della morte.
L’aspetto più specifico del sacerdozio di Cristo sta quindi nell’accettazione libera, anche se sofferta, della morte, che certo non è stata voluta dal Padre, ma imposta dalle circostanze concrete della storia. L’obbedienza di Cristo ha anche come risultato la salvezza eterna di tutti coloro che “gli obbediscono”. Obbedire significa qui accettare la totalità del messaggio di Cristo, ma soprattutto seguire l’esempio che Egli ha offerto a tutti nel Suo affidarsi all’amore del Padre, anche quando poteva sembrare che il Padre l’avesse abbandonato (V.Mt 27,46).
Per questa ragione, soltanto Gesù è causa di salvezza eterna, vera e definitiva per coloro che credono in Lui. Il mistero di Cristo non lo si può certo avvicinare con pigrizia, torpore e tantomeno indifferenza!

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Gv 12,20-33

La scena descritta in questo brano del Vangelo di Giovanni viene dopo l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme e appartiene a quel clima di segni e di presagi che attraversano le ore precedenti la Sua passione.
L’evangelista nei versetti precedenti questo brano, aveva annotato un amaro commento dei farisei: “Ecco che il mondo gli è andato dietro!” E a conferma di questo egli ci riporta che in quella occasione alcuni greci avevano espresso il desiderio di vedere Gesù. Non ci dice chi erano: potevano essere anche giudei della diaspora, che parlavano la lingua greca, ma anche dei pagani che avevano aderito alla religione giudaica, senza però arrivare alla circoncisione e tutto ciò che essa comportava.
Essi si rivolsero, forse per il suo nome greco, a Filippo, il quale con Andrea, il cui nome è anch’esso greco, fece presente a Gesù la loro richiesta. Gesù rispose: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. … poi continuò portando l’esempio del chicco di grano, che se“caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, e proseguì poi affermando che “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. Infine a tutti coloro che volevano servirlo, rivolse l’invito a seguirlo, perché siano con lui e vengano onorati dal Padre. Il concetto fondamentale espresso in tutti questi detti è quello di una morte che rivela al mondo la gloria di Dio in quanto coinvolge tutti gli uomini in una vita di comunione piena con Lui.
Anche se la risposta di Gesù non sembra in sintonia con la richiesta dei greci, con essa però l’evangelista vuole affermare che anche i non giudei potranno vedere Gesù, accettando la nuova vita da Lui annunziata, ma solo dopo che Egli, con la Sua glorificazione, avrà portato a termine l’opera che il Padre gli ha affidato.
Infine l’evangelista inserisce un brano in cui viene anticipata la preghiera di Gesù nel Getsemani con la quale Gesù svela il suo turbamento: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”.
A questo punto venne una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.
La voce venne udita dai presenti, alcuni dei quali dissero “che era stato un tuono” mentre “Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato», ma Gesù disse: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. E l’evangelista commenta: Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Le parole con cui Gesù annunzia il suo prossimo innalzamento, provocarono un’ultima obiezione da parte della folla, che nei versetti non riportati nel brano, osservò: “Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?”.
Gesù replicò “Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce”. Detto ciò si allontanò rendendosi irreperibile.
Gesù non nega dunque l’eternità del Cristo, ma afferma che la sua permanenza in questo mondo è limitata nel tempo e ha come unico scopo quello di illuminare gli uomini portandoli alla fede.
Possiamo rilevare che Gesù nel suo discorso sembra che voglia sciogliere uno dei contrasti più tragici dell’esistenza, quello tra morte e vita. Il seme sprofonda nell’oscurità della terra, nel terreno sembra che l’energia del seme sia votata a spegnersi, infatti il seme marcisce e muore … eppure quando in estate biondeggiano le messi, è svelato il segreto fecondo di quella morte.
Si percepisce come Gesù vede incombere su di sé la morte, tuttavia non la presenta come un qualcosa di irreparabile. Anche se essa è tenebra, dolore, lacerazione, e distacco, per Gesù ha la forza segreta di un parto, racchiude in sé un mistero di fecondità e di risurrezione. E’ in questa luce che Gesù formula, allora, la grande legge della croce:
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Gesù sente che deve passare attraverso la via oscura della morte di croce per portare l’umanità sulla via luminosa della vita eterna, che è sinonimo di piena e perfetta comunione con Dio.

 

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" Il Vangelo di oggi racconta un episodio avvenuto negli ultimi giorni della vita di Gesù. La scena si svolge a Gerusalemme, dove Egli si trova per la festa della Pasqua ebraica. Per questa celebrazione rituale sono arrivati anche alcuni greci; si tratta di uomini animati da sentimenti religiosi, attirati dalla fede del popolo ebraico e che, avendo sentito parlare di questo grande profeta, si avvicinano a Filippo, uno dei dodici apostoli, e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù». Giovanni pone in risalto questa frase, centrata sul verbo vedere, che nel vocabolario dell’evangelista significa andare oltre le apparenze per cogliere il mistero di una persona. Il verbo che utilizza Giovanni, “vedere”, è arrivare fino al cuore, arrivare con la vista, con la comprensione fino all’intimo della persona, dentro la persona.
La reazione di Gesù è sorprendente. Egli non risponde con un “sì” o con un “no”, ma dice: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato». Queste parole, che sembrano a prima vista ignorare la domanda di quei greci, in realtà danno la vera risposta, perché chi vuole conoscere Gesù deve guardare dentro alla croce, dove si rivela la sua gloria. Guardare dentro alla croce. Il Vangelo di oggi ci invita a volgere il nostro sguardo al crocifisso, che non è un oggetto ornamentale o un accessorio di abbigliamento – a volte abusato! – ma è un segno religioso da contemplare e comprendere. Nell’immagine di Gesù crocifisso si svela il mistero della morte del Figlio come supremo atto di amore, fonte di vita e di salvezza per l’umanità di tutti i tempi. Nelle sue piaghe siamo stati guariti.
Posso pensare: “Come guardo io il crocifisso? Come un’opera d’arte, per vedere se è bello o non bello? O guardo dentro, entro nelle piaghe di Gesù fino al suo cuore? Guardo il mistero del Dio annientato fino alla morte, come uno schiavo, come un criminale?”. Non dimenticatevi di questo: guardare il crocifisso, ma guardarlo dentro. C’è questa bella devozione di pregare un Padre Nostro per ognuna delle cinque piaghe: quando preghiamo quel Padre Nostro, cerchiamo di entrare attraverso le piaghe di Gesù dentro, dentro, proprio al suo cuore. E lì impareremo la grande saggezza del mistero di Cristo, la grande saggezza della croce.
E per spiegare il significato della sua morte e risurrezione, Gesù si serve di un’immagine e dice: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Vuole far capire che la sua vicenda estrema – cioè la croce, morte e risurrezione – è un atto di fecondità – le sue piaghe ci hanno guariti – una fecondità che darà frutto per molti. Così paragona sé stesso al chicco di grano che marcendo nella terra genera nuova vita. Con l’Incarnazione Gesù è venuto sulla terra; ma questo non basta: Egli deve anche morire, per riscattare gli uomini dalla schiavitù del peccato e donare loro una nuova vita riconciliata nell’amore. Ho detto “per riscattare gli uomini”: ma, per riscattare me, te, tutti noi, ognuno di noi, Lui ha pagato quel prezzo. Questo è il mistero di Cristo. Va’ verso le sue piaghe, entra, contempla; vedi Gesù, ma da dentro.
E questo dinamismo del chicco di grano, compiutosi in Gesù, deve realizzarsi anche in noi suoi discepoli: siamo chiamati a fare nostra questa legge pasquale del perdere la vita per riceverla nuova ed eterna. E che cosa significa perdere la vita? Cioè, che cosa significa essere il chicco di grano? Significa pensare di meno a sé stessi, agli interessi personali, e saper “vedere” e andare incontro ai bisogni del nostro prossimo, specialmente degli ultimi. Compiere con gioia opere di carità verso quanti soffrono nel corpo e nello spirito è il modo più autentico di vivere il Vangelo, è il fondamento necessario perché le nostre comunità crescano nella fraternità e nell’accoglienza reciproca. Voglio vedere Gesù, ma vederlo da dentro. Entra nelle sue piaghe e contempla quell’amore del suo cuore per te, per te, per te, per me, per tutti.
La Vergine Maria, che ha tenuto sempre lo sguardo del cuore fisso al suo Figlio, dalla mangiatoia di Betlemme fino alla croce sul Calvario, ci aiuti a incontrarlo e conoscerlo così come Lui vuole, perché possiamo vivere illuminati da Lui, e portare nel mondo frutti di giustizia e di pace.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 18 marzo

Pubblicato in Liturgia

Nelle letture che la Liturgia di questa IV domenica di Quaresima ci propone, possiamo scorgere numerosi motivi di gioia.
Nella prima lettura nel brano tratto dal secondo libro delle Cronache, leggiamo che Dio, dopo aver punito Israele con l’esilio per le sue numerose infedeltà, dopo 70 anni vuole recuperare il suo popolo e attraverso un re straniero, Ciro re di Persia, farà ritornare i deportati in patria.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo, pone in risalto l’immenso amore di Dio che si è manifestato in Cristo, e la nostra partecipazione alla sua vita mediante la fede e il Battesimo.
Nel Vangelo di Giovanni meditiamo sull’incontro di Gesù con Nicodemo, un importante membro del Sinedrio, dottore della Legge, che attratto dalla figura di Gesù, ma per timore dei giudei, si reca da Lui di notte per interrogarlo. Emerge dalla risposta che Gesù gli dà, la frase più importante e consolante di tutta la Bibbia: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna.

Dal secondo libro delle Cronache
In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme.
Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.
Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.
Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni».
Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».
2Cr 36,14-16.19-23

I due Libri delle Cronache, (testi anche contenuti nella Bibbia ebraica) la cui redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata attorno al 330-250 a.C. in Giudea, ripropongono molte delle vicende già narrate nei due Libri di Samuele e nei due Libri dei Re. Non si tratta però di una pura e semplice riedizione, come potrebbe apparire a prima vista. Questi libri appartengono infatti alla tradizione deuteronomistica, mentre l'autore di questi due libri, definito il Cronista, appartiene alla cosiddetta Tradizione Sacerdotale, la stessa del primo capitolo della Genesi;il Cronista non si limita ad esporre i fatti, ma seleziona e rielabora i dati allo scopo di esaltare principalmente il Tempio ed il Culto in Gerusalemme, intesa come il cuore stesso della fede e dell'identità di Israele come popolo.
In questo brano, (parallelo a 2Re 25,27-30), ci viene raccontato che tutto il popolo di Israele si era dato ad ogni infedeltà e abominio, tanto che il Signore, nella Sua immensa bontà, mandò i profeti, come Geremia e Baruc, “ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo”, ma “essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine”. I profeti hanno sempre avuto vita difficile per il loro compito scomodo, quello cioè di portare alla luce del sole le cose malvagie, e chi fa il male ama più le tenebre che la luce!
Arrivarono, come predissero i profeti, i nemici “incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.” La rovina fu grande, e gli abitanti che non furono uccisi, furono deportati in Babilonia. Si attuava “così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni»”. Vi rimasero schiavi infatti per 70 anni e solo quando, ispirato dallo Spirito del Signore, venne Ciro re di Persia, poterono essere liberi e tornare alla propria terra.
La situazione descritta è quella della infedeltà del popolo e dei sacerdoti del tempio, e come potremmo dire noi oggi - un dilagare sempre più esteso della secolarizzazione con l'abbandono della pratica religiosa. Il tempio era ormai diventato un container vuoto, con riti sempre più formali e abitudinari. La relazione con Dio era sterile, la Legge, ogni riferimento alla Parola di Dio, ormai dimenticata! La Scrittura, come noi la conosciamo, ancora non c'era ed era affidata alla "tradizione orale" della Parola e la sua memoria si era ormai affievolita. E’ facile fare confronti con i nostri giorni, perchè la storia si ripete e noi dovremmo essere in grado di capire, fare un'analisi del presente per riuscire a comprendere che l'intento di Dio non è mai stato il castigo, ma la conversione e la vita e il bene del suo popolo

Salmo 136 - Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.
Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo
e piangevamo ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
«Cantateci canti di Sion!».

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

Questo salmo presenta un Giudeo, che, subito dopo il ritorno dall'esilio di Babilonia, ricorda le sofferenze subite in schiavitù, e si vincola ad una fermissima speranza nella ricostruzione di Gerusalemme, pur in mezzo alle ostilità dei popoli vicini, tra i quali gli Edomiti: (L'elenco dei popoli forniti dal libro di Esdra (9,1) non è quello preciso del tempo, ma è un'inserzione postuma che si rifà a Dt 7,1).
L'orante presenta il pianto degli esiliati, le umiliazioni, la determinazione con la quale appesero le cetre ai salici, vincolandosi di non cantare mai davanti agli oppressori i Canti di Sion. Lo scherno, l'insulto, l'attentato alla fede, sono espressi in maniera estremamente efficace: “Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato...”.
Poi, di fronte alla tentazione di tanti di imparentarsi con popoli stranieri per via di matrimoni (Esd 9,1.12; Nm 9,2), l'orante afferma che, dopo aver provato tanto dolore in terra straniera, non potrebbe pensare di cantare i Canti di Sion fuori della Palestina, e dimenticando Gerusalemme: “Mi si attacchi la lingua al palato (...) se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”.
L'orante ricorda quanto con vile crudeltà fece Edom, già conquistato da Nabucodonosor, nel pieno della distruzione di Gerusalemme:”<spogliatela, spogliatela="" fino="" alle="" sue="" fondamenta="">”, e invoca su di lui la giustizia divina. La “Figlia di Babilonia” è Bozra, la città principale di Edom (Cf. Is 34,6; 63,1; Ger 48,24; 49,13s; Am 1,12). Su questa città il salmista invoca una distruzione vendicativa: “Beato chi ti renderà quanto ci hai fatto...”.
Commento di P.Paolo Berti
Questo salmo ha ispirato il coro del Nabucco ed è stato anche ripreso dal poeta Salvatore Quasimodo nell’opera poetica “Giorno dopo giorno”.

Dalla lettera di S.Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.
Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. Ef 2,4-10

La Lettera agli Efesini, come le lettere ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone, formano il gruppo delle “Lettere della prigionia” poiché Paolo, a cui viene attribuita, afferma d’essere appunto “prigioniero”. L’Apostolo fu una prima volta ad Efeso (Atti degli Apostoli 18, 19-22) e vi soggiornò (At 18,23-20) ancora durante il suo secondo viaggio missionario, allargando in questo modo il suo raggio d’azione pastorale.
Questa lettera che Paolo avrebbe scritto durante la sua prigionia a Roma intorno all'anno 62, è centrata sull'ecclesiologia e sul rapporto di riconciliazione in Cristo tra Giudei e pagani.
Nel primo capitolo nell'inno Cristologico, l’Apostolo ha ricordato la chiamata di tutti gli uomini alla salvezza e alla ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Ora nel capitolo secondo egli scende nei particolari e ricorda la miserevole situazione di quanti erano schiavi del peccato e della morte.
In questo brano l’Apostolo inizia affermando:”Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati”. Dio è ricco di misericordia.! Questo concetto si trova spesso nell'Antico Testamento (Es 34,6). E’ Dio il primo protagonista della nostra rinascita e Cristo è il secondo. Con Lui siamo stati riportati in vita, dopo che il peccato ci aveva portato alla morte. Il movente è sempre la grazia di Dio, il Suo amore gratuito. I terzi protagonisti siamo noi, morti e riportati in vita.
“Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù “
L'accento è posto sulla solidarietà salvifica che ha due aspetti: uno con Cristo, fonte e ragione del nuovo stato di salvati, l'altro con i cristiani provenienti dai gruppi distinti: ebrei e pagani. Cristo dunque non solo ci ha salvato dalla morte e dal peccato, ma ci ha reso partecipi della Sua gloria.
“per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù”. Questa straordinaria verità rifulge per tutti i secoli ed è frutto della bontà di Dio che si è riversata su tutti noi.
“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio”;
Paolo ribadisce che la vera fonte di tutta questa bellezza è la bontà gratuita di Dio, alla quale possiamo accedere grazie alla fede. Non è un'opera umana, è solo un dono di Dio.
“né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene”. Qui si può osservare un certo tono polemico indirizzato ad alcune teorie filosofiche che gli Efesini ben conoscevano, le quali sostenevano che esercitando delle virtù si poteva arrivare alla pienezza di vita. I cristiani non possono vantarsi delle buone opere che riescono a compiere, perchè non è per merito loro se le possono realizzare. Nell'economia della salvezza del Vangelo non sono le opere buone che portano alla salvezza, ma l'amore gratuito di Dio.
“Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Gv 3,14-21

In questo brano del suo Vangelo, Giovanni ci racconta che Gesù dopo essere tornato a Gerusalemme, in occasione della Pasqua, dopo l’episodio della purificazione del tempio, trovandosi ancora a Gerusalemme, riceve la visita notturna di Nicodemo, un fariseo, capo dei giudei e dottore della legge.
Nicodemo è un profondo conoscitore della Sacra Scrittura e della Legge, ha quindi una vasta cultura, ma gli manca qualcosa, per questo sente il bisogno assoluto di andare da Gesù, sente che in quel giovane Rabbi di Nazareth c’è qualcosa di misterioso, percepisce dal profondo del cuore che c’è in Lui qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre.
Nei versetti non riportati dal brano liturgico leggiamo che Nicodemo non pone a Gesù una domanda precisa, ma si limita a riconoscere che Egli è un maestro venuto da Dio, in quanto “nessuno può fare i segni che lui fa, se Dio non è con lui” (v. 2,23): indirettamente però egli chiede quale sia la via giusta per arrivare a Dio.
Gesù non risponde alla domanda di Nicodemo, ma imposta lui stesso il discorso e gli dice qualcosa che lui, Nicodemo, non avrebbe mai potuto immaginare: “se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Siccome Nicodemo rimane alquanto perplesso, Gesù gli spiega che questa rinascita avviene mediante l’acqua e lo Spirito (v. 4-5) e soggiunge: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”. (v. 6-8). Ad una nuova richiesta di spiegazione da parte di Nicodemo, Gesù risponde osservando che: “noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo”.
Questa ultima affermazione ammette l’incapacità da parte dell’uomo di cogliere nella sua interezza il mistero di Dio, perché egli non ha la possibilità di salire al cielo (v Pr 30,4), ma ciò è possibile solo al “Figlio dell’uomo”. Identificandosi con questo personaggio misterioso Gesù mette in luce il Suo rapporto specialissimo con Dio.
Nel brano liturgico, Gesù approfondisce poi il tema della manifestazione di Dio con queste parole: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”
Nel giudaismo il serpente di bronzo (V. Nm 21,4-9), era considerato come simbolo di quel Dio che aveva già dato nella legge un pegno di salvezza. Per Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce fa di lui, ad analogia del serpente di bronzo, un segno di salvezza, e al tempo stesso manifesta il suo successo come Servo di JHWH e come Figlio dell’uomo. Su questo sfondo la morte di Gesù in croce viene vista come la Sua massima esaltazione, perché nel momento in cui si attua il Suo ritorno al Padre, al tempo stesso si realizza la vittoria sul peccato e la riconciliazione dell’umanità con Dio.
Nel versetto successivo questo concetto viene ripreso con questa espressione: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. All’innalzamento del Figlio dell’uomo, corrisponde l’amore di Dio che offre il Suo Figlio Unigenito. Con la parola “mondo” si vuole indicare l’umanità intera, non in senso negativo, ma in quanto bisognosa di salvezza. Anche qui, come nel versetto precedente, lo scopo è il conferimento della vita eterna.
In questo versetto il titolo “Figlio dell’uomo” viene sostituito con quello più considerevole di “Figlio unigenito”, per mettere in luce il rapporto specialissimo che unisce Gesù a Dio.
Nella parte successiva del discorso, Gesù affronta il tema del giudizio. Egli afferma che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.
Il giudizio, inteso come condanna, dunque non rientra nei compiti del Figlio il quale è venuto solo per procurare la salvezza di tutti.
Al termine del brano l’evangelista Giovanni, ripete il concetto contenuto nel Prologo: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.” Giovanni nell’antitesi simbolica luce-tenebre riassume tutto il segreto della storia umana: Cristo, luce del mondo, entra nel mondo, ma le tenebre tentano di soffocarlo, di cancellarlo dall’orizzonte. La luce, infatti, svela la vera natura delle cose e delle persone, impedisce che si celino le miserie e le vergogne. E’ l’eterna lotta tra il bene e il male e in questa lotta a noi oggi non viene richiesta un'auto-liberazione dal male, ma di alzare lo sguardo da noi stessi e di guardare un po' più in alto, di non restare nel buio dell'egocentrismo e accogliere quella luce che Dio ha inviato nel mondo, di non bloccarsi nell'amore per sé stessi e accorgersi di quell‘Amore che dall'alto è sceso sulla terra.

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“In questa quarta domenica di Quaresima, chiamata domenica “laetare”, cioè “rallegrati”, perché così è l’antifona d’ingresso della liturgia eucaristica che ci invita alla gioia: «Rallegrati, Gerusalemme […]. - così, è una chiamata alla gioia - Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza». Così incomincia la Messa. Quale è il motivo di questa gioia? Il motivo è il grande amore di Dio verso l’umanità, come ci indica il Vangelo di oggi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Queste parole, pronunciate da Gesù durante il colloquio con Nicodemo, sintetizzano un tema che sta al centro dell’annuncio cristiano: anche quando la situazione sembra disperata, Dio interviene, offrendo all’uomo la salvezza e la gioia. Dio, infatti, non se ne sta in disparte, ma entra nella storia dell’umanità, si “immischia” nella nostra vita, entra, per animarla con la sua grazia e salvarla.
Siamo chiamati a prestare ascolto a questo annuncio, respingendo la tentazione di considerarci sicuri di noi stessi, di voler fare a meno di Dio, rivendicando un’assoluta libertà da Lui e dalla sua Parola. Quando ritroviamo il coraggio di riconoscerci per quello che siamo - ci vuole coraggio per questo! -, ci accorgiamo di essere persone chiamate a fare i conti con la nostra fragilità e i nostri limiti. Allora può capitare di essere presi dall’angoscia, dall’inquietudine per il domani, dalla paura della malattia e della morte. Questo spiega perché tante persone, cercando una via d’uscita, imboccano a volte pericolose scorciatoie come ad esempio il tunnel della droga o quello delle superstizioni o di rovinosi rituali di magia. E’ bene conoscere i propri limiti, le proprie fragilità, dobbiamo conoscerle, ma non per disperarci, ma per offrirle al Signore; e Lui ci aiuta nella via della guarigione, ci prende per mano, e mai ci lascia da soli, mai! Dio è con noi e per questo mi “rallegro”, ci “rallegriamo” oggi: “Rallegrati, Gerusalemme”, dice, perché Dio è con noi.
E noi abbiamo la vera e grande speranza in Dio Padre ricco di misericordia, che ci ha donato il suo Figlio per salvarci, e questa è la nostra gioia. Abbiamo anche tante tristezze, ma, quando siamo veri cristiani, c’è quella speranza che è una piccola gioia che cresce e ti dà sicurezza. Noi non dobbiamo scoraggiarci quando vediamo i nostri limiti, i nostri peccati, le nostre debolezze: Dio è lì vicino, Gesù è in croce per guarirci. Questo è l’amore di Dio. Guardare il Crocifisso e dirci dentro: “Dio mi ama”.
E’ vero, ci sono questi limiti, queste debolezze, questi peccati, ma Lui è più grande dei limiti e delle debolezze e dei peccati. Non dimenticatevi di questo: Dio è più grande delle nostre debolezze, delle nostre infedeltà, dei nostri peccati. E prendiamo il Signore per mano, guardiamo il Crocifisso e andiamo avanti.
Maria, Madre di misericordia, ci metta nel cuore la certezza che siamo amati da Dio. Ci stia vicino nei momenti in cui ci sentiamo soli, quando siamo tentati di arrenderci alle difficoltà della vita. Ci comunichi i sentimenti del suo Figlio Gesù, perché il nostro cammino quaresimale diventi esperienza di perdono, di accoglienza e di carità.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 11 marzo 2018

Pubblicato in Liturgia

Le letture di questa terza domenica di quaresima ci invitano a fare un vero e profondo esame di coscienza per capire fino a che punto siamo veri credenti.
Nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, siamo di fronte al Decalogo, le dieci parole, il cuore della legge mosaica e il suggello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Tre comandamenti garantiscono la fedeltà all’alleanza con Dio e sette regolano la corretta relazione con gli altri.
Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, a quanti non comprendono il valore della croce l’apostolo Paolo predica Gesù crocifisso, segno rigettato dalla sapienza greca e dalla religione giudaica, ma portatore di salvezza per l’umanità peccatrice.
Nel brano del suo Vangelo, Giovanni ci presenta Gesù in una vesta insolita: una sua reazione violenta, di sdegno, di fronte al degrado in cui gli uomini avevano ridotto il Tempio che, da luogo di preghiera, era divenuto un luogo di mercato. Le parole e i gesti di Gesù sembrano dire che il rapporto con Dio non si mercanteggia e neppure lo si vive mediante il semplice e formale ingresso nel tempio materiale, ma consiste essenzialmente, come ci dice Giovanni in un altro passo del vangelo, nell’adorare Dio “in spirito e verità”.

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo». Es 20,1-17

Il Libro dell'Esodo è il secondo libro del Pentateuco (Torah ebraica), è stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli e nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il libro si apre con la descrizione dello stato di schiavitù del popolo ebreo in Egitto e giunge con il suo racconto sino al patto di Dio con il popolo e alla promulgazione della legge divina, e si conclude con lunghe sezioni legali. Gli studiosi collocano questi avvenimenti tra il 15^ e il 13^ secolo a.C.
Nella parte precedente questo brano c’è una parte introduttiva nella quale Dio appare a Mosè e per mezzo suo manifesta agli israeliti la decisione di stringere un’alleanza con loro. A questo punto c’è il racconto della manifestazione di Dio e la proclamazione dei comandamenti (il decalogo) che la liturgia oggi ci presenta
Il decalogo si apre con una frase in cui Dio presenta se stesso e al tempo stesso fa un riassunto degli eventi passati:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile…”
Egli si presenta non con titoli di potenza ma semplicemente come il Dio di Israele, attribuendosi questo titolo perché ha liberato il popolo dalla schiavitù a cui era stato sottoposto in Egitto. In questa frase sono espressi la motivazione e il significato di tutti i precetti che saranno successivamente elencati: se Dio ordina qualcosa agli israeliti, lo fa solo perché Lui stesso per primo ha dato loro gratuitamente ciò che vi è di più essenziale nella vita; la libertà.
Dopo la frase introduttiva sono elencati i singoli precetti;
Il primo comandamento, che fa seguito immediatamente al prologo, contiene la clausola fondamentale dell’alleanza, che è così espressa: “Non avrai altri dèi di fronte a me.”
Questo precetto non ha lo scopo di inculcare il monoteismo, infatti qui non è negata l’esistenza di altre divinità, ma ne viene vietato il culto e di conseguenza poteri divini. Questo primo comandamento non richiede particolari atti di culto, ma solo una fedeltà totale ed esclusiva nei confronti di Dio.
Il primo comandamento è seguito da un secondo: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo…”. Nell’antico Oriente l’immagine era considerata come oggetto in cui la divinità poteva essere presente e manifestarsi; attraverso di essa si pensava quindi di poter catturare la potenza divina, utilizzandola a proprio uso e consumo. Per l’ebraismo è da tener presente che l’unica immagine di Dio è l’uomo vivente (Gen 1,26-27; Sir 17,3; Sap 2,23). A questo comandamento c’è poi un’altra aggiunta : “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai”
Al primo e secondo comandamento viene dato una motivazione: “Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”.
DIO è un Dio “geloso” in quanto si comporta con Israele come un marito che ama sua moglie e difende il proprio diritto esclusivo nei suoi confronti (V. Os 3,1). La Sua gelosia ha come effetto la punizione del Suo popolo quando questi si allontana da Lui. La pena colpisce quattro generazioni, cioè tutti coloro che convivono nella famiglia patriarcale (padri, figli, nipoti e pronipoti). La “bontà” divina raggiunge invece migliaia di generazioni. In altre parole, il castigo è nulla in confronto alla fedeltà che rappresenta l’agire costante di DIO nel mondo. Inoltre sia la punizione che la fedeltà riguardano non tutti indiscriminatamente, ma solo rispettivamente coloro che lo “odiano” e coloro che lo “amano”. Appare qui per la prima volta il concetto di “amore”, che non è puro sentimento, ma si manifesta nell’osservanza dei comandamenti.
Il Libro dell'Esodo è il secondo libro del Pentateuco (Torah ebraica), è stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli e nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Il libro si apre con la descrizione dello stato di schiavitù del popolo ebreo in Egitto e giunge con il suo racconto sino al patto di Dio con il popolo e alla promulgazione della legge divina, e si conclude con lunghe sezioni legali. Gli studiosi collocano questi avvenimenti tra il 15^ e il 13^ secolo a.C.
Nella parte precedente questo brano c’è una parte introduttiva nella quale Dio appare a Mosè e per mezzo suo manifesta agli israeliti la decisione di stringere un’alleanza con loro. A questo punto c’è il racconto della manifestazione di Dio e la proclamazione dei comandamenti (il decalogo) che la liturgia oggi ci presenta
Il decalogo si apre con una frase in cui Dio presenta se stesso e al tempo stesso fa un riassunto degli eventi passati:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile…”
Egli si presenta non con titoli di potenza ma semplicemente come il Dio di Israele, attribuendosi questo titolo perché ha liberato il popolo dalla schiavitù a cui era stato sottoposto in Egitto. In questa frase sono espressi la motivazione e il significato di tutti i precetti che saranno successivamente elencati: se Dio ordina qualcosa agli israeliti, lo fa solo perché Lui stesso per primo ha dato loro gratuitamente ciò che vi è di più essenziale nella vita; la libertà.
Dopo la frase introduttiva sono elencati i singoli precetti;
Il primo comandamento, che fa seguito immediatamente al prologo, contiene la clausola fondamentale dell’alleanza, che è così espressa: “Non avrai altri dèi di fronte a me.”
Questo precetto non ha lo scopo di inculcare il monoteismo, infatti qui non è negata l’esistenza di altre divinità, ma ne viene vietato il culto e di conseguenza poteri divini. Questo primo comandamento non richiede particolari atti di culto, ma solo una fedeltà totale ed esclusiva nei confronti di Dio.
Il primo comandamento è seguito da un secondo: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo…”. Nell’antico Oriente l’immagine era considerata come oggetto in cui la divinità poteva essere presente e manifestarsi; attraverso di essa si pensava quindi di poter catturare la potenza divina, utilizzandola a proprio uso e consumo. Per l’ebraismo è da tener presente che l’unica immagine di Dio è l’uomo vivente (Gen 1,26-27; Sir 17,3; Sap 2,23). A questo comandamento c’è poi un’altra aggiunta : “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai”
Al primo e secondo comandamento viene dato una motivazione: “Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”.
DIO è un Dio “geloso” in quanto si comporta con Israele come un marito che ama sua moglie e difende il proprio diritto esclusivo nei suoi confronti (V. Os 3,1). La Sua gelosia ha come effetto la punizione del Suo popolo quando questi si allontana da Lui. La pena colpisce quattro generazioni, cioè tutti coloro che convivono nella famiglia patriarcale (padri, figli, nipoti e pronipoti). La “bontà” divina raggiunge invece migliaia di generazioni. In altre parole, il castigo è nulla in confronto alla fedeltà che rappresenta l’agire costante di DIO nel mondo. Inoltre sia la punizione che la fedeltà riguardano non tutti indiscriminatamente, ma solo rispettivamente coloro che lo “odiano” e coloro che lo “amano”. Appare qui per la prima volta il concetto di “amore”, che non è puro sentimento, ma si manifesta nell’osservanza dei comandamenti.
Nono comandamento Non desidererai la casa del tuo prossimo. Originariamente qui veniva considerato il furto vero e proprio. Si è accertato infatti che in ebraico il verbo “desiderare” indica non solo l’atto per se stesso, ma tutto lo svolgimento che va dalla decisione fino all’appropriazione indebita.
Decimo comandamento Non desidererai la moglie del tuo prossimo,… In un primo momento questo precetto era tutt’uno con il precedente, in quanto la casa del prossimo, di cui si proibisce il desiderio, abbracciava tutti i beni in essa contenuti, compresa la moglie, gli schiavi e gli animali. In seguito, quando la proibizione di farsi immagini di DIO è stata inclusa nel primo comandamento e il settimo è passato a significare il furto in generale, il decimo comandamento è stato separato dal nono per indicare non più tutto il processo di appropriazione, ma il semplice atto vero e proprio, che porta di conseguenza all’azione.
Per concludere possiamo dire che questi comandamenti in sintesi richiedono un impegno verticale: amore per Dio, e orizzontale: amore per il prossimo. E’ per questo che il condensato di tutto il Decalogo è nel primo comandamento, nel quale tutti gli altri confluiscono. Non dovremmo mai dimenticare come rispose Gesù quando gli chiesero quale fosse il più grande comandamento della legge : “ Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.”
Basterà osservare bene questi due comandamenti e senza bisogno di pensarci si adempiranno interamente anche gli altri. Possiamo subito renderci conto da noi stessi che non può essere diversamente. Ad esempio: “Non avrai altri dèi di fronte a me”. Se un uomo ama Dio non occorre dirgli una cosa del genere.
“Non pronuncerai invano il nome del Signore”. Chi, amando Dio, sognerebbe di nominarlo invano, mancandogli di rispetto? “Ricordati del giorno di festa per santificarlo”. Non sarebbe egli ben felice di avere un giorno su sette da dedicare più esclusivamente a Chi ama?
Allo stesso modo a chi ama il suo prossimo è superfluo dire di onorare suo padre e sua madre. non potrebbe farne a meno. Sarebbe assurdo anche dirgli di non uccidere e un insulto suggerirgli di non rubare. Come si può derubare colui che si ama?
Superfluo anche pregarlo di non dir falsa testimonianza contro il vicino. Se lo ama è l'ultima cosa che farebbe, come anche di desiderare i suoi beni e il suo coniuge.

Salmo 18 - Signore, tu hai parole di vita eterna.

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.

Il salmista si esprime considerando, in stato di riflessione laudante, la grandezza, la potenza, la bellezza dei cieli, della volta stellata. I cieli “narrano la gloria di Dio” in un’incessante continuità: “Il giorno al giorno ne affida il racconto…”. L’uomo percepisce questo racconto - “senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce” - dei cieli, che glorificano il Creatore, e conduce l’uomo a considerare la potenza, la maestà, la sapienza di Dio e a adorarlo.
La potenza del sole, sfera di fuoco radiante ovunque luce e calore, dà all’orante misura della potenza di Dio. Egli si affida alle immagini della poesia per descriverlo, con un risultato altissimo. Il sole esce radioso, vivo, carico d’amore da donare, come uno sposo che esce dalla stanza nuziale ricco delle effusioni della sposa. Il suo sovrano percorrere il cielo viene paragonato all’incedere glorioso di un prode in mezzo alla strada: nessuno può resistergli.
Il Creatore dell’universo ha stretto alleanza con il suo popolo dando una legge che è perfetta, perché non può ricevere appunti, e che rinfranca il cuore liberandolo dalle tenebre dell’ingiustizia. Questa legge d’amore è portata al suo vertice dal Cristo che la stampa nel cuore dei suoi dando loro lo Spirito Santo.
La legge, portata a compimento da Cristo, è la testimonianza dell’amore di Dio per gli uomini. Tale testimonianza, che è stata sigillata dal sangue di Cristo, non delude. Essa è verace, luminosa, e rende saggio colui che non si presenta a Dio col vizio di pensieri oscuri.
Il salmista ha sperimentato nella sua vita quanto sia giusta la legge del Signore, tanto che fa gioire il cuore.
La legge, i suoi comandi, sono limpidi, perché non oscurano gli occhi portandoli a veder in modo malvagio le cose, ma li liberano dalle oscurità per dare loro la capacità di un luminoso vedere la bellezza delle cose,che inneggiano al Creatore e servono l’uomo.
“Il timore del Signore è puro”, perché non è come quello di chi teme la punizione perché colpevole, ma è il timore puro di chi teme di giungere a rattristare Dio con la disobbedienza alla legge d’amore verso lui e verso gli altri.
Il salmista comincia a focalizzarsi sull’effetto della legge su di lui; di lui che è piccolo, ma che è istruito dai giudizi di Dio, che sono contenuti nella legge, poiché Dio giudica gli uomini con quella legge.
Il salmista è consapevole di avere tante mancanze di cui non si rende pienamente conto: le “inavvertenze”. Di queste chiede a Dio perdono. Egli, infatti, anche se osserva la legge non reputa per niente di osservarla perfettamente e sa che sta nell’orgoglio la ragione di una scarsa osservanza. Orgoglio che se non dominato conduce l’uomo al grande peccato, cioè al peccato di una grande e palese disobbedienza alla legge.
Per ultimo, il salmista, chiede a Dio che ascolti, nella sua bontà misericordiosa, la sua preghiera che sgorga da un cuore retto e non doppio, consapevole di non poter nascondere nulla a Dio: “Davanti a te i pensieri del mio cuore”.
Infine, il salmista, sigilla la sua preghiera dicendo: “Signore, mia roccia e mio redentore”. “Mia rupe”, perché è la sua difesa dai suoi nemici (I nemici sono innanzi tutto i demoni Cf. Ef 6,12); ed è “mio redentore”, perché con la sua legge e la sua grazia lo ha strappato dal buio dell’ignoranza e del peccato.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera dei S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.
Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
1Cor 1,22-25

Nel 52-54 San Paolo pose le fondamenta a Corinto di una comunità viva, composta soprattutto di pagani di modesta condizione. Due anni dopo, mentre si trovava ad Efeso, l’Apostolo ha sentore delle divisioni che agitano questa giovane comunità, ed alcuni corinzi lo raggiungono per sottoporgli le loro difficoltà. L’apostolo scrive attorno al 55-56 questa lettera, che noi chiamiamo prima, anche se si suppone che ce ne sia stata un’altra che però è andata perduta.
Questa prima lettera è considerata una delle più importanti dal punto di vista dottrinale. Vi si trovano infatti informazioni e decisioni su numerosi problemi cruciali del Cristianesimo primitivo, sia per la sua "vita interna“, purezza dei costumi, matrimonio e verginità, svolgimento delle assemblee religiose e celebrazione dell’eucaristia, uso dei carismi; sia per i rapporti con il mondo pagano.
Nella prima sezione della lettera, da dove è stato tratto questo brano, Paolo affronta il tema della divisione della comunità in partiti, dopo che i corinzi avevano cercato una sapienza umana, quella rappresentata dagli insegnamenti dei singoli predicatori, che li ha portati alla divisione.
Paolo, nonostante la sua istruzione, non si era fatto notare a Corinto per la sua sapienza, la sua cultura o la sua eloquenza. Avrebbe contraddetto il suo insegnamento, poiché la croce di Cristo, che egli annunciava, significa proprio la fine di tutto ciò di cui l’uomo s’inorgoglisce.
Il brano inizia con parole di sfida: mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani;
In modi diversi sia gli uni che gli altri vogliono acquistare potere e dominio sulla realtà: ma così si precludono la possibilità di scoprire la vera sapienza di Dio.
In contrasto con queste aspettative umane Paolo annuncia Cristo crocifisso, proprio perchè il Crocifisso rappresenta per i giudei, con la sua debolezza, un motivo di “scandalo”, per i greci invece egli è ”stoltezza”, ossia la negazione della sapienza che essi cercano.
Ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. ossia per i “chiamati” che lo hanno accettato con fede, il Cristo annunziato da Paolo è “potenza e sapienza di Dio”.
Dio si è servito di Suo figlio, uomo crocifisso, come strumento per portare a termine la Sua creazione e per chiamare a sé tutta l’umanità.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
Gv 2, 13-25

Il Vangelo di Giovanni inizia dopo il Prologo riportando la testimonianza di Giovanni Battista (1,19-34), poi la chiamata dei primi discepoli (1,35-51) e infine il primo segno compiuto da Gesù a Cana di Galilea, il cambiamento dell’acqua in vino. (2,1-12). Subito dopo viene presentato l’episodio, che troviamo in questo brano liturgico, conosciuto come la “Cacciata dei mercanti dal tempio”,
Mentre per i sinottici questo episodio dà inizio alla settimana conclusiva della vita di Gesù, Giovanni lo pone all’inizio del Suo ministero.
Il brano si apre riportandoci che:” Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”. Gesù sale a Gerusalemme in quanto si adegua alle feste liturgiche di Israele, ma per dare loro anche un significato nuovo. L’evangelista non precisa in quale momento delle celebrazioni pasquali l’episodio è avvenuto, mentre per i sinottici si tratta del lunedì santo.
Gesù entrato nel tempio: “Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete”. Il termine “tempio” qui non indica il luogo santo, considerato come la dimora di Dio, ma i cortili esterni, accessibili anche ai non giudei, chiamati anche “cortile dei gentili”. Gli animali venivano venduti perché i pellegrini, specialmente quelli venuti da lontano, potessero disporre di vittime per i sacrifici; i cambiavalute invece trasformavano il denaro profano nell’unica moneta ammessa nel tempio. Si trattava quindi di un’attività non solo lecita, ma anche indispensabile per il funzionamento del tempio.
Posto di fronte a questa realtà Gesù reagisce in modo molto duro: fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
Secondo Giovanni, Gesù rimprovera i giudei non perché, pur offrendo sacrifici a Dio, rifiutano il suo inviato, ma perché servendosene per usi commerciali, profanano il tempio, rendendolo inadatto al culto sacrificale. Giovanni aggiunge che i discepoli si ricordarono una frase della Scrittura che dice: Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. La frase è del salmo 69, in cui il salmista si lamenta con Dio per la persecuzione che subisce da parte dei suoi avversari, e nel v. 10 egli sottolinea come sia pieno di un amore senza confini per il tempio di Dio, cioè per Dio stesso, e lascia intendere che proprio per questo è stato perseguitato.
In Giovanni invece il verbo “divorare” è al futuro, e sicuramente perchè vuole alludere alla morte a cui Gesù va incontro proprio in forza del rapporto speciale che lo unisce a Dio: è proprio l’amore per la casa di Dio che lo porterà sulla croce.
Finora i giudei sono rimasti in silenzio di fronte a quanto Gesù aveva fatto. Ora essi intervengono chiedendo a Gesù: Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.
Questa volta il termine “tempio” indica il luogo santo in cui era localizzata la presenza di Dio. La frase pronunziata da Gesù richiama quella che i falsi testimoni gli attribuiranno nel corso del processo davanti al sommo sacerdote.
I giudei ribattono: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Essi si riferiscono ai lavori fatti da Erode per la restaurazione del tempio, per cui si può dedurre che questi sarebbero stati iniziati verso il 20 a.C.
L’evangelista non riporta alcuna risposta di Gesù, limitandosi a dire che egli parlava del tempio del Suo corpo. Non si tratta quindi del tempio materiale, ma della persona di Gesù, intesa come il luogo in cui Dio abita. L’evangelista fa questa riflessione “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. “
È chiaro quindi che secondo Giovanni, Gesù parlava della Sua risurrezione, lasciando così intendere che in forza di essa il Suo corpo sarebbe diventato il vero tempio in cui Dio abita in mezzo al Suo popolo.
Ma tutto questo neppure i discepoli l’hanno capito durante la Sua vita terrena. È lo Spirito infatti che, dopo la Pasqua, farà comprendere pienamente ai discepoli le parole e i gesti di Gesù, illuminando in profondità il loro significato e permettendo di attualizzarli nel presente.
Al termine del racconto l’evangelista osserva: Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
Gesù ha compiuto numerosi miracoli nel corso della Sua vita e Giovanni definendoli come “segni”, conferisce loro il compito di suscitare la fede in Gesù. A Gerusalemme i segni da Lui operati suscitano l’entusiasmo, ma Gesù conosce l'intimo dell'uomo, le sue fragilità e non si lascia ingannare dall'entusiasmo superficiale che segue i Suoi segni. Il rapporto con Dio non si mercanteggia, sembrano dire le parole e i gesti di Gesù. E neppure lo si vive mediante il semplice e formale ingresso nel tempio materiale. Esso consiste essenzialmente nell’adorare Dio “in spirito e verità” , secondo quanto Gesù ci dice in un altro passo del Vangelo di Giovanni.

***********************

“Il Vangelo di oggi ci presenta l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, Gesù «fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi» , il denaro, tutto. Tale gesto suscitò forte impressione, nella gente e nei discepoli. Chiaramente apparve come un gesto profetico, tanto che alcuni dei presenti domandarono a Gesù: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», chi sei tu per fare queste cose? Mostraci un segno che tu hai autorità per farle.
Cercavano un segno divino, prodigioso che accreditasse Gesù come inviato da Dio. Ed Egli rispose: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli replicarono: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Non avevano compreso che il Signore si riferiva al tempio vivo del suo corpo, che sarebbe stato distrutto nella morte in croce, ma sarebbe risorto il terzo giorno. Per questo “in tre giorni”. «Quando poi fu risuscitato dai morti – annota l’Evangelista – i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù».
In effetti, questo gesto di Gesù e il suo messaggio profetico si capiscono pienamente alla luce della sua Pasqua. Abbiamo qui, secondo l’evangelista Giovanni, il primo annuncio della morte e risurrezione di Cristo: il suo corpo, distrutto sulla croce dalla violenza del peccato, diventerà nella Risurrezione il luogo dell’appuntamento universale tra Dio e gli uomini. E Cristo Risorto è proprio il luogo dell’appuntamento universale - di tutti! - fra Dio e gli uomini. Per questo la sua umanità è il vero tempio, dove Dio si rivela, parla, si fa incontrare; e i veri adoratori, i veri adoratori di Dio non sono i custodi del tempio materiale, i detentori del potere o del sapere religioso, sono coloro che adorano Dio «in spirito e verità» (Gv 4,23).
In questo tempo di Quaresima ci stiamo preparando alla celebrazione della Pasqua, quando rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo. Camminiamo nel mondo come Gesù e facciamo di tutta la nostra esistenza un segno del suo amore per i nostri fratelli, specialmente i più deboli e i più poveri, noi costruiamo a Dio un tempio nella nostra vita. E così lo rendiamo “incontrabile” per tante persone che troviamo sul nostro cammino. Se noi siamo testimoni di questo Cristo vivo, tante gente incontrerà Gesù in noi, nella nostra testimonianza. Ma - ci domandiamo, e ognuno di noi si può domandare –: il Signore si sente veramente a casa nella mia vita? Gli permettiamo di fare “pulizia” nel nostro cuore e di scacciare gli idoli, cioè quegli atteggiamenti di cupidigia, gelosia, mondanità, invidia, odio, quell’abitudine di chiacchierare e “spellare” gli altri? Gli permetto di fare pulizia di tutti i comportamenti contro Dio, contro il prossimo e contro noi stessi, come oggi abbiamo sentito nella prima Lettura? Ognuno può rispondere a sé stesso, in silenzio, nel suo cuore. “Io permetto che Gesù faccia un po’ di pulizia nel mio cuore?”. “Oh, padre, io ho paura che mi bastoni!”. Ma Gesù non bastona mai. Gesù farà pulizia con tenerezza, con misericordia, con amore. La misericordia è il suo modo di fare pulizia. Lasciamo - ognuno di noi - lasciamo che il Signore entri con la sua misericordia - non con la frusta, no, con la sua misericordia - a fare pulizia nei nostri cuori. La frusta di Gesù con noi è la sua misericordia. Apriamogli la porta perché faccia un po’ di pulizia.
Ogni Eucaristia che celebriamo con fede ci fa crescere come tempio vivo del Signore, grazie alla comunione con il suo Corpo crocifisso e risorto. Gesù conosce quello che c’è in ognuno di noi, e conosce pure il nostro più ardente desiderio: quello di essere abitati da Lui, solo da Lui. Lasciamolo entrare nella nostra vita, nella nostra famiglia, nei nostri cuori. Maria Santissima, dimora privilegiata del Figlio di Dio, ci accompagni e ci sostenga nell’itinerario quaresimale, affinché possiamo riscoprire la bellezza dell’incontro con Cristo, che ci libera e ci salva.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus dell’8 marzo 2018

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(Papa Giovanni XXIII)

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