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Set 7, 2016

XXIV Domenica – Anno C – “L’ultima parola di Dio è quella del perdono” 11 settembre 2016

Le letture liturgiche di questa domenica hanno come tema la misericordia di Dio, che abbraccia ogni uomo di ogni tempo e di ogni luogo e in quest’anno della misericordia dovremmo meditarlo ancora di più,

Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, leggiamo che Dio, per intercessione di Mosè, perdonò gli ebrei che, dimentichi di ogni bene da Lui ricevuto, si erano messi ad adorare il vitello d’oro.

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo scrivendo a Timoteo, presenta la sua vocazione come la “conversione” di un bestemmiatore, persecutore e violento e commenta ricordando il suo passato “mi è stata usata misericordia”. Si propone poi come l’esempio dei peccatori convertiti dalla misericordia di Dio.

Nel Vangelo di Luca, troviamo le tre parabole della misericordia: la pecorella smarrita, la dracma perduta, e il figliol prodigo. Gesù dice: vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Non è che con questo siamo autorizzati a peccare spensieratamente sicuri della misericordia di Dio, perchè Dio legge nei cuori e vede se il cuore di chi si ravvede e si converte è sincero.

Dal libro dell’Esodo
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: “Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”.
Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”.
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente?
Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Es 32,7-11. 13-14

L'Esodo è il secondo libro della Bibbia Cristiana e della Torah ebraica. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi di molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. È composto da 40 capitoli, nei primi 14 descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai.
Il periodo descritto si colloca intorno al 1300-1200 a.C.
Il libro dell'Esodo è suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione:
La prima, (capitoli 11,1-15,21), comprende il racconto dell'oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga di Mosè a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l'uscita dal paese.

La seconda sezione (15,22-18,27) narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai.
La terza (19,1-40,38) riguarda l'incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo e del codice dell'alleanza, seguito dall'episodio del vitello d'oro e dalla costruzione del Tabernacolo

Il brano che abbiamo, tratto dalla terza sezione, ha luogo mentre Mosè si trova sulla montagna dove ha ricevuto da Dio le tavole dell’alleanza ed inizia riportando ciò che il Signore dice: “il Signore disse a Mosè: “Va', scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”. Dio si stupisce che così in fretta gli israeliti l’hanno abbandonato. La gravità di questo peccato, nella cultura antica, derivava dal fatto che l’immagine era vista come uno strumento particolarmente efficace per catturare la potenza di Dio e servirsene a proprio uso e consumo. Dio commenta poi il peccato degli israeliti dicendo di essersi reso conto che si tratta di un “popolo dalla dura cervice”, cioè di un popolo refrattario, quasi per natura, alla docilità e all’obbedienza. Infine Dio confida a Mosè il suo progetto di sterminare tutto il popolo, con l’intento di fare di lui il capostipite di una grande nazione. Sembra che Dio voglia attendere il consenso di Mosè per attuare il suo proposito.

Mosè si mette subito dalla parte degli israeliti e intercede per loro e presenta tre motivi per quali Dio è tenuto a desistere dal suo proposito: anzitutto egli dice: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto con grande forza e con mano potente? Questa “domanda a mo’ di difesa”, formulata secondo i canoni orientali del rispetto dovuto a un superiore, vuole dire che è stato DIO, non Mosè, a fare uscire il popolo dall’Egitto: perciò non ha senso voler distruggere quella che è una Sua creatura. Mosè poi soggiunge nel versetto successivo (omesso dalla liturgia): “Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?” Lo sterminio degli israeliti nel deserto metterebbe in dubbio la sincerità di DIO il quale, invece di liberarli dalla schiavitù, si sarebbe comportato con loro in un modo ancora più crudele di quello del faraone.

Il terzo motivo portato da Mosè è la promessa che Dio ha fatto ai patriarchi: Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti, e la possederanno per sempre”.
Con i patriarchi Dio ha preso un impegno incondizionato, in quanto ha giurato su se stesso di dare loro una progenie numerosa alla quale sarebbe appartenuta la terra nella quale essi abitavano come forestieri. In sintesi Mosè si rifà alla storia della salvezza e afferma che DIO non può più tirarsi indietro perché l’impegno preso con gli israeliti è definitivo.

La preghiera di difesa di Mosè è efficace, perché ha fatto leva non su motivazioni contingenti, ma sul progetto stesso di DIO che aveva liberamente deciso di liberare Israele e di fare di esso il suo popolo.
L’intercessione di Mosè, per noi cristiani, prefigura quella di Cristo, che resosi solidale con l’uomo, intercede per noi presso il Padre.

Salmo 50 - Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore contrito e affranto, tu, o Dio,
non disprezzi.

Questo salmo è la supplica penitenziale, più amata, più studiata. E’ stata l’ossatura ideale delle “Confessioni” di Agostino, è stato commentato da Lutero in pagine altissime, era il canto di Giovanna d’Arco, è stato meditato da moltissimi Padri della Chiesa, musicato da Bach, Lulli, Donizetti, e altri ancora,…
Costruito su una trama molto accurata, il “Miserere” traccia innanzitutto la frontiera della regione oscura del peccato. Se l’uomo confessa il suo peccato, la giustizia salvifica di Dio riesce a purificare anche una creatura così radicalmente peccatrice com’è l’uomo.
Commento tratto dal “i Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera di S.Paolo apostolo a Timoteo
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
1Tm 1,12-17

La Prima lettera a Timoteo è una delle tre epistole conosciute come lettere pastorali perché indirizzate a "pastori" di comunità cristiane quali erano Timoteo capo della comunità di Efeso e Tito della comunità di Creta. Paolo scrive la lettera al suo giovane discepolo Timoteo, secondo alcuni studiosi, intorno agli anni 63-66 mentre era in Macedonia .
La lettera, suddivisa in 6 capitoli, contiene un insieme di norme organizzative sulla chiesa nascente e di consigli affinché Timoteo sorvegli e alzi la guardia su falsi insegnamenti che si stavano infiltrando nella comunità di Efeso, prodotti da quella che l'apostolo definiva falsa conoscenza
Paolo, in questo brano, ricorda la sua conversione che Gesù ha compiuto: “perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”.
Paolo dice che la verità di Gesù, venuto nel mondo a salvare, è stata da lui stesso verificata. Sa così di essere diventato un esempio, un testimone ed ha raggiunto, senza merito, un tale ruolo da diventare maestro delle genti nella fede e nella verità.

La riflessione, che Paolo fa sulla sua esperienza, lo porta alla meraviglia ed allo stupore per la misericordia che riscontra su di sé e quindi sull’umanità che Gesù ha accolto e salvato.
La conclusione del testo è una "glorificazione“ di Dio Padre, segno di adorazione e di ringraziamento, in contrapposizioni alle tante divinità e divinizzazioni terrene sempre passeggere.
Paolo ci invita a scoprire il senso della nostra fede che apre significati e consapevolezze, rapporti nuovi e profondi, rivelazioni e garanzie che vengono dal cielo e restano, in ciascuno, di noi, come doni che nessuno ci può strappare.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola:
“Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.
Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.
Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta.” Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrùbe di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sè e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione e gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare.

Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disubbidito ad un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Lc 15 , 1-32

Luca riporta, dopo una breve introduzione, le tre parabole che parlano di misericordia: la pecora perduta, la dramma smarrita e il figliol prodigo. La parabola della pecora smarrita si ispira all’ immagine biblica di Dio come buon pastore che si prende cura del suo popolo. Gesù la introduce con una domanda che interpella direttamente gli ascoltatori, chiedendo loro che cosa farebbero se si trovassero nella situazione di un uomo che ha cento pecore e ne perde una. Luca mette in risalto l’amore per la pecora smarrita aggiungendo, in rapporto allo stesso racconto di Matteo, il dettaglio del metterla sulle spalle e poi invitare gli amici a rallegrarsi con lui. E conclude: Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione .

Anche nella parabola della dramma perduta, Gesù introduce il racconto ponendo la domanda: se una donna ha dieci dramme e ne perde una, che cosa è più naturale per lei che mettersi a cercarla finché non l’ha trovata? Un punto fondamentale della parabola lo troviamo anche nella sproporzione tra il poco valore della moneta, che corrisponde a un denaro d’argento, (la paga giornaliera di un operaio) e l’esultanza indicibile per il suo ritrovamento. L’esagerazione del racconto serve a dare maggior rilievo al motivo della gioia messianica per la conversione del peccatore.

La terza parabola è la storia celeberrima delle vicende del Figliol prodigo che completa la serie delle “parabole della misericordia” che hanno la stessa conclusione: l’invito a far festa per il peccatore che torna al bene. Il racconto inizia descrivendo la partenza del figlio minore dalla casa paterna, che senza alcun motivo apparente, chiede prima di partire di dividere l'eredità prima della morte del padre. Poi vediamo come questo figlio usa male la sua libertà e il suo benessere sperperando tutti i suoi beni. Al suo disastro personale si aggiunse anche la catastrofe naturale, per cui in poco tempo questo ragazzo è ormai ridotto all'indigenza per cui deve dipendere dagli altri. Tocca il fondo quando per vivere deve fare uno dei mestieri più disprezzati in Israele: il guardiano di porci; e questa è la nota più appropriata per descrivere il decadimento religioso del ragazzo.

Il senso della parabola è chiaro: la partenza del figlio rappresenta la lontananza da Dio, il contatto con i porci è simbolo della morte dovuta al peccato. E’ significativo un proverbio rabbinico che dice: “Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.

Arrivato al fondo dell'indigenza il “prodigo” rientra in sé, e per lui inizia la conversione quando decide di tornare a casa del padre, pur sapendo di aver perso ogni diritto nei suoi confronti. Si augura solo una cosa: essere trattato come un suo salariato . Il racconto ora si sposta sulla figura del padre che ha sempre sperato nel ritorno del figlio. E' uno dei versetti più commoventi della Bibbia. Il padre vede il figlio da lontano ed è sconvolto fino alle viscere, (viene usato lo stesso verbo che esprime il sentimento di Dio verso i poveri e di Gesù nei confronti dei bisognosi).

Il padre si getta al collo del figlio, impedendogli di umiliarsi, lo bacia in segno di perdono, senza tener conto dello stato di impurità del figlio (certo doveva sapere che egli veniva da un paese di pagani). E' il comportamento sorprendente di questo padre la cui autorità è indiscussa e il cui amore, gratuito e generoso, va al di là di ogni regola.
Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma il comportamento del padre rende ormai superflua la sua richiesta di diventare un salariato. Poi ci sono gli ordini che il padre impartisce ai servi che indicano la completa reintegrazione del figlio:

- il dono del vestito più bello; l'anello al dito, (probabilmente l'anello con sigillo e quindi l'autorità di compiere atti legali); i sandali: segno dell'uomo libero (lo schiavo camminava a piedi nudi). Poi ordina anche di preparare un gran banchetto per fare festa per questo figlio che era perduto ed è stato trovato!“.

Entra a questo punto in scena il figlio maggiore, che al ritorno dal lavoro trova la festa in atto, e dopo essere stato informato dal servo, si adira e non vuole entrare in casa. Suo padre, uscito, lo supplica di entrare per unirsi alla festa, ma lui è troppo gonfio d’ira per capire e in tono di rimprovero e senza rispetto, elenca i suoi meriti: la fedeltà (non ha mai trasgredito un comando), il servizio costante (che dà l’impressione di aver lavorato non come figlio ma come servo). Come contrasto al tono rabbioso del figlio si nota il tono del padre estremamente affettuoso. Il padre capisce la reazione negativa del figlio maggiore e non lo rimprovera per la sua scortesia, ma gli ricorda che a livello giuridico egli è l'erede legittimo, ha già in mano la proprietà, ma vi sono anche altri valori importanti come l'unità familiare. All'aggressivo "questo tuo figlio", pronunciato dal primogenito, il padre risponde "questo tuo fratello", ed è un invito a riconoscere realmente come fratello questo disgraziato tornato a casa.
La parabola si conclude con : Ma bisognava fare festa e gioire, poiché questo tuo fratello era morto, ed è rivissuto, era perduto ed è stato trovato, come appello rivolto al figlio maggiore a condividere la sua gioia ad entrare in essa.

Se il figlio maggiore vuole rimanere in comunione con il padre, deve accogliere il fratello come il padre stesso lo ha accolto. Se egli farà festa al fratello tornato, se entrerà nella logica dell'amore di suo padre, allora egli stesso potrà sperimentare di nuovo cosa significa essere figlio ed essere fratello.
Con queste tre parabole l’evangelista vuole presentare un’immagine inusuale di Dio, che manifesta la sua potenza non condannando ma perdonando.
È importante che in nessuna delle tre parabole si parli di un perdono di Dio per il peccatore pentito, ma solo della gioia che provoca il suo ritorno nella comunità dei giusti.

Nella Liturgia di oggi si legge il capitolo 15 del Vangelo di Luca, che contiene le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta, e poi la più lunga di tutte le parabole, tipica di san Luca, quella del padre e dei due figli, il figlio “prodigo” e il figlio, che si crede “giusto”, che si crede santo. Tutte e tre queste parabole parlano della gioia di Dio. Dio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!
Gesù è tutto misericordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono.
Papa Francesco
parte dell’Angelus del 15 settembre 2013

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(Papa Giovanni XXIII)

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