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KRZYZ

Giu 1, 2016

X Domenica – Anno C – 5 giugno 2016

 

Con questa domenica siamo tornati al tempo ordinario e i testi, che la Liturgia ci presenta, ci parlano di resurrezione, ma per la vita terrena e non per la vita eterna.

Nella prima lettura, tratta dal libro dei Re, il profeta Elia ha compassione di una vedova, a cui le è morto il figlio, e ottiene da Dio la risurrezione del bambino. Questo miracolo fa dire ad Elia dalla madre, una donna pagana: Ora so veramente che tu sei uomo di Dio, e che la parola del Signore nella tua bocca è verità”.

Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo, fa memoria di quando il Signore lo scelse e lo chiamò sulla via di Damasco, dove era diretto per perseguitare la Chiesa, poi annuncia che il Vangelo è per tutti gli uomini e non solo per gli appartenenti del popolo eletto. La misericordia di Dio è rivolta a tutti, senza distinzioni.

Nel Vangelo, San Luca ci riporta il racconto della risurrezione operata da Gesù a Nain, un villaggio della Galilea per il figlio di una povera vedova. Gesù fu preso da grande commozione di fronte al dolore di quella madre e dopo averle detto “Non piangere” le restituisce il figlio.
Il miracolo che Gesù compie, anche se rivela il dominio sulla morte, è però solo un segno, in quanto la rianimazione di una cadavere è solo una vittoria momentanea, non definitiva. La liberazione totale dalla morte e da ogni male viene solo con la “risurrezione di Gesù”.

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».

Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».
Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità». 1 Re 17, 17-24
Il primo libro dei re, come il secondo, è un testo contenuto sia nella Bibbia ebraica (Tanakh, dove sono contati come un testo unico) che in quella cristiana. Sono stati scritti entrambi in ebraico e secondo molti esperti, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte, in particolare della cosiddetta fonte deuteronomista del VII secolo a.C., integrata da tradizioni successive.
Il primo libro è composto da 22 capitoli descriventi la morte di Davide, Salomone, la scissione del Regno di Israele dal Regno di Giuda, il ministero del Profeta Elia (nel nord) e i vari re di Israele e Giuda, eventi datati attorno al 970-850 a.C..

In questo brano, il profeta Elia, che per mettersi al sicuro dalle ire della regina Gezabele, moglie del re ACAB (874-853 a.C.) re di Israele, era fuggito e si era rifugiato, in un primo tempo presso il torrente Cherit, ma quando anche questo si secca, riceve da Dio l'ordine di andare fuori da Israele, in Fenicia. Per il suo sostentamento Dio gli mette sul suo cammino a Sarèpta una vedova, che a malapena riesce a provvedere a sé e al figlio. Mosso dalla sua fede incrollabile, Elia non teme di chiedere alla vedova ciò che le rimane per il suo sostentamento e, questa donna straniera, a differenza del popolo di Dio che si era affidato a déi stranieri, si fida del Signore e rischia tutto sulla parola del profeta. Durante questa ospitalità il figlio della vedova, si ammala gravemente e muore. La donna, sapendo di aver ospitato un uomo di Dio, pensa che Dio sia entrato nella sua casa e per castigarla per i suoi peccati, le aveva fatto morire il figlio. Non sa che Dio non è un dio di morte, ma un dio di vita. La resurrezione del figlio avviene per opera di Elia che però si presenta come chi invoca Colui che dona la vita. E la donna comprende ciò Dio aveva operato tramite Elia, e dice: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Salmo 29/30 Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

L’autore del salmo riconosce di essere stato nel passato ampiamente beneficato da Dio, ma aveva peccato di presunzione dicendo tra sé: “Mai potrò vacillare!”.
Per questo Dio l’aveva abbandonato e gli aveva nascosto per “un istante” il suo volto. Per “un istante” l’aveva esposto ai suoi nemici, i quali giunsero ad un sol passo dal prevalere su di lui, ma Dio gli diede “vita” e così poté sfuggire alla morte. Per questo egli è diventato un testimone della bontà del Signore: “Cantate inni al Signore, o suoi fedeli”.
Permane però nelle insidie ed egli si rivolge a Dio chiedendo di conservarlo in vita, perché non ne trarrebbe nessun vantaggio dalla sua morte: “Quale guadagno dalla mia morte, dalla mia discesa nella fossa? Potrà ringraziarti la polvere e proclamare la tua fedeltà?”. La sua missione, il suo proclamare la fedeltà di Dio, sarebbe interrotta anzitempo. Umile, invoca misericordia, e lascia il lamento sperimentando ancora una volta la fedeltà del Signore. Conclude confermandosi nell’amore per il Signore: “Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre”.

Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Galati
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.
Gal 1,11-19

Paolo, scrive la lettera ai Galati tra il 50 e il 57 durante il suo terzo viaggio, probabilmente da Efeso o da Macedonia, per controbattere ad una predicazione fatta da alcuni ebrei cristiani, dopo che l'apostolo aveva lasciato la comunità, i quali avevano convinto alcuni Galati che l'insegnamento di Paolo era incompleto e che la salvezza richiedeva il rispetto della Legge di Mosè, in particolare della circoncisione. Paolo condanna tale orientamento, proclamando la libertà dei credenti e la salvezza per mezzo della fede. La lettera è importante anche perchè si trovano delle informazioni storiche sulla vita di Paolo prima della conversione, sulla sua conversione, sugli anni successivi, i suoi rapporti con Pietro, con Gerusalemme, con Barnaba.
In questo brano l’apostolo dichiara che non può esserci un altro vangelo perchè il Vangelo che lui annuncia esclude ogni origine umana. In particolare nel suo caso si può dire che il suo vangelo è di origine divina. Nessuno più di Paolo infatti può affermare che nella sua conversione al Vangelo, non è stato influenzato da nessun fattore umano; infatti riassumendo il suo modo di operare di allora, dichiara: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Poi ricorda come è stata la sua conversione: Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre (qui c’è la citazione di Geremia, si parla non solo di conversione ma anche di vocazione) e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, e ciò che fece dopo la chiamata, cioè fece passare del tempo, (andando cioè prima in Arabia, e poi a Damasco) prima di confrontarsi con coloro che erano apostoli prima di lui. Poi Paolo ci tiene a dire In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.
Nei versetti seguenti, non riportati nel brano, Paolo afferma che andò nelle regioni della Siria e della Cilicia, dove era sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea, di lui soltanto avevano sentito dire Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere”. Così Paolo allora può affermare, con più credito, che Dio è intervenuto in lui, lo ha trasformato, plasmandolo da persecutore in apostolo per rivelare Gesù Cristo ai pagani.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Lc 7,11-17

Questo fatto, raccontato solo da Luca, richiama l’episodio di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (prima lettura) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37). Questo racconto, che viene subito dopo l’episodio della guarigione del servo del centurione, mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia.
Gesù è in cammino, apparentemente senza meta, ma in realtà arriva dove c'è bisogno di Lui. Alla porta della città di Nain si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo della morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non toglierle il dolore, Gesù, invece, sente una compassione profonda, unica, diversa. Per comprendere meglio cosa avveniva in Gesù si può risalire al termine usato per compassione: in greco è “splanchna” ossia le viscere, in ebraico il termine è più marcato ed è “rahamim”, “rechem”, che è il grembo materno. La commozione di Gesù quindi è radicata fin nel profondo della sua vita, del suo essere, come una madre è commossa nel suo grembo per il suo bambino, e solo Dio che è Padre, ma anche Madre, può provare questo. Solo due parole Gesù dice alla madre:”Non piangere!” poi agisce: Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

Il racconto riferisce che “tutti” glorificavano Dio esclamando “Dio ha visitato il suo popolo " e in questa espressione riecheggia il Benedictus (Lc 1,68.78) che fa riferimento all’intervento potente di Dio. Tra l’altro in entrambi i casi citati del Vangelo di Luca si fa riferimento al dono di un figlio (qui resuscitato, mentre lì ad Elisabetta e Zaccaria, una coppia anziana e sterile, miracolosamente donato) come a ribadire che nulla è impossibile a Dio e che Dio è attento alle sofferenze dei bisognosi. Inoltre tale frase sottolinea che è finito il tempo dell’assenza di un profeta, che Egli porta una speranza inattesa e impossibile, che Dio viene in mezzo agli uomini, alla nostra storia, rivelando in particolare il Suo amore misericordioso che diviene visibile nella compassione di Gesù e poi anche in coloro che seguono le sue orme….
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Papa Francesco ci dice:
…la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Ce lo dice anche il Vangelo di oggi, nell’episodio della vedova di Nain Gesù, con i suoi discepoli, sta arrivando appunto a Nain, un villaggio della Galilea, proprio nel momento in cui si svolge un funerale: si porta alla sepoltura un ragazzo, figlio unico di una donna vedova. Lo sguardo di Gesù si fissa subito sulla madre in pianto. Dice l’evangelista Luca: «Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei» . Questa «compassione» è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico «compassione» richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura.
E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? E’ la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: «Non piangere!», e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno (cfr vv. 13-15). Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all’uomo, lo risuscita dalla morte. Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. E’ pura misericordia! Andiamo da Gesù!
Angelus del 9 giugno 2013

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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