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Gen 12, 2018

II Domenica –Anno B – “Ecco l’agnello di Dio” 14 gennaio 2018

 

Le letture che la liturgia di questa domenica ci propone hanno come filo conduttore la chiamata, e questa iniziativa è sempre di Dio. Come nella precedente domenica del battesimo del Signore alle rive del Giordano, anche in questa domenica il protagonista è Giovanni il Battista, ma le sue parole profetiche puntano verso un’altra meta: Gesù Cristo, l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

Nella prima lettura, tratta dal libro di Samuele, viene raccontata la storia della chiamata di Samuele, quando era ancora un bambino. Samuele all’inizio confonde la voce di Dio con quella di Eli, che lo aiuta a discernere la parola di Dio e lo educa ad coltivare atteggiamenti consoni ad ascoltarla e obbedirle. L’esperienza di Dio è sempre personale, ma abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci accompagni e ci aiuti a comprenderla .

Nella seconda lettura, nella sua lettera ai corinzi, l’apostolo Paolo invita i cristiani di Corinto, città famosa per la corruzione, a riflettere sulla dignità del proprio corpo, destinato alla gloria della risurrezione.

L’evangelista Giovanni, nel brano del suo Vangelo ci parla della chiamata dei primi discepoli, che incontrano Gesù. Andrea e il “suo compagno” vivono un incontro personale con Gesù, espresso con l’immagine stupenda del dimorare con lui nella stessa casa. Anche Pietro vive l’esperienza personale dello sguardo di Gesù che posandosi su di lui lo trasforma fino a capovolgerne la vita. La vocazione divina è l’ora solenne e definitiva che tutto modifica e sconvolge, che tutto trasforma nell’esistenza del chiamato.

Dal primo libro di Samuèle
In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire.
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.
Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto.
Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».
Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
1Sam 3,3b-10.19

I due libri di Samuele sono due testi contenuti anche nella Bibbia ebraica dove sono contati come un testo unico e costituiscono, con i successivi due Libri dei Re, un'opera continua. Sono stati scritti in ebraico e secondo molti studiosi, la loro redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. Sia i libri di Samuele che quelli dei Re hanno come unico progetto, quello di tratteggiare la vicenda storica di Israele dalla fine dell'epoca dei Giudici fino alla fine della monarchia con l'invasione babilonese di Nabucodonosor: un arco di tempo che comprende ben sei secoli.

Il primo libro di Samuele, descrive l'abbandono dell'ordinamento giuridico dei Giudici, con cui spesso le tribù si governavano in modo indipendente l'una dall'altra, e la nascita dell'ordinamento monarchico. Esso abbraccia un periodo di tempo che va dal XII secolo fino al 1010 a.C. circa, anno presunto della morte di Saul.
Questo brano ci riporta la chiamata di Samuele quando era ancora un ragazzo. Egli era nato da Elkana e Anna, una donna che era sterile, ma che aveva ottenuto da Dio un figlio, dopo tante preghiere e suppliche. Anna, fedele alla promessa, aveva consacrato Samuele, il figlio tanto atteso, al Signore e Lui, il Signore, ne fece uno strumento di grande bene.
All’inizio del capitolo 3, da dove è tratto questo brano, viene narrato che il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida del sacerdote Eli, come aveva cominciato a fare fin dalla sua infanzia (V.2,21.26). Poi chi scrive fa notare che la “parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”. Questa annotazione sta a significare che l’assenza di voci profetiche è segno di sventura, in quanto significa che il popolo si è allontanato dal suo Dio. “In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere”.

Da questo momento inizia il brano liturgico:
Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. La situazione è quindi in apparenza critica: il sacerdote, a cui spetta la guida del popolo, è vecchio e cadente, Dio non fa sentire la sua voce, mentre l’arca dell’alleanza è affidata a un fanciullo. Unico segno di speranza sta nel fatto che la lampada di Dio continua a brillare.
In una situazione così disperata “il Signore chiamò: «Samuèle!»” Questo fatto avviene precisamente nel tempio, dove si trova l’arca dell’alleanza e la lampada continua a splendere ed ha come destinatario proprio quel giovinetto riposava nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca. Dio si rivolge a lui chiamandolo tre volte. Dopo la prima e la seconda volta Samuele, pensando che fosse Eli a chiamarlo, corre da lui e si mette volenterosamente a sua disposizione, ma Eli lo rimanda a riposare.

A questo punto il narratore spiega che “Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore” Questo non vuol dire che Samuele non conoscesse le tradizioni di Israele che parlavano delle azioni potenti compiute dal Signore in favore del suo popolo. Samuele sicuramente le conosceva, ma non aveva avuto un’esperienza personale di Dio. La sua situazione ricorda quella di Giobbe, uomo integro e retto, che temeva Dio (Gb 1,1), ma dopo l’apparizione del Signore riconosce che prima lo conosceva solo per sentito dire (Gb 42,5).

Quando Samuele si precipita per la terza volta da Eli chiedendogli se lo avesse chiamato, il sacerdote si rende conto che è il Signore lo sta chiamando, perciò gli dice di tornare a dormire e gli suggerisce, se dovesse sentire nuovamente la voce che lo chiama, di rispondere: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”».. Anche se con ritardo, Eli si rende conto che la voce sentita da Samuele è la voce di Dio. Forse Eli nella sua giovinezza, aveva fatto un’esperienza personale di Dio: la vecchiaia e l’infedeltà al suo ruolo di guida nei confronti dei figli e, di riflesso, anche nei confronti di tutto il popolo, non gli impediscono di riconoscere l’intervento divino. Il fatto che Dio si rivolga a Samuele e non a lui non gli suscita gelosia, si rende conto che è naturale ed anche giusto che Dio si rivolga non a lui, che porta su di sé il segno della disapprovazione divina, ma a uno che, proprio perché sta già servendo Dio, sarà capace di ascoltare la Sua voce. Nei versetti successivi, non riportati nel brano liturgico, si racconta che Samuele fa come gli aveva suggerito Eli, e il Signore gli affida un messaggio per lui e tutta la sua casa. Dio non gli spiega dettagliatamente che cosa capiterà, ma si limita a confermargli che tutto ciò che era stato preannunziato si compirà al più presto, perché Eli ha visto ciò che i suoi figli compivano e non li ha puniti (vv. 12-14) Il riferimento è senza dubbio al brano precedente (2,27-36), in cui vengono preannunziate le sventure che colpiranno la famiglia di Eli. Chi scrive ha preferito anticipare questo messaggio in modo da suggerire che Dio ha lasciato a Eli il tempo di cambiare comportamento e si è mosso solo quando è apparso chiaro che non c’era più nulla da fare. Da ciò si capisce come mai Dio affermi che “non sarà mai espiata l’iniquità della casa di Eli né con i sacrifici né con le offerte! (3,13)

Al mattino Samuele inizia il suo servizio quotidiano al tempio. Ma Eli gli chiede che cosa gli ha detto Dio nella notte, presagendo che si tratta di cose dolorose, Eli lo incoraggia e al tempo stesso lo minaccia: se non parla, potranno capitare a lui cose peggiori di quelle che, probabilmente, riguardano soltanto Eli e la sua casa. A malincuore Samuele gli dice tutto e Eli risponde:”Egli è il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene”. Questa risposta ricorda quella di Giobbe dopo essere stato colpito dalla prova: “Il Signore ha dato, il Signore a tolto, sia benedetto il nome del Signore”(Gb 1,21). Con questa frase egli rivela, questa volta senza ambiguità, di essere un vero uomo di Dio, anche se sconvolto dal peccato.
Il brano liturgico termina con questi versetti : "Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”.
Per la sua chiamata Samuele appare come il vero capo carismatico del popolo e saprà svolgere non solo il ruolo profetico, ma anche quello di sacerdote e di giudice perché il suo cuore e la sua volontà erano una cosa sola con il Signore a cui aveva consacrato tutto se stesso.

Il ruolo di guida di Samuele subirà un cambiamento con la richiesta da parte del popolo di un re. Questo evento implicherà la divisione dei compiti, che però non metterà in crisi il carattere teocratico del governo di Israele; anche il re infatti sarà un rappresentante di Dio e dovrà continuamente interagire con figure profetiche che gli indicheranno la strada da percorrere per essere fedele al Signore.

Salmo 40 (39) Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Il salmo inizia con una lode a Dio per la liberazione da grandi difficoltà. E’ una lode piena di giubilo, di forza, di annuncio della bontà del Signore. Il salmista è giunto ad una grande intimità con Dio, e Dio gli ha posto “sulla bocca un canto nuovo”. Egli con uno sguardo lieto verso il futuro afferma che “molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore”. Egli crede che tutta la terra conoscerà il tempo della pace.

Egli presenta la beatitudine dell’uomo che rimane col Signore e “e non si volge verso chi segue gli idoli”, di coloro che si credono autosufficienti e seguono così la menzogna. Il salmista nel suo giubilo ricorda le opere del Signore fatte a favore del suo popolo: “Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore”.
Egli afferma che il culto a Dio non è una semplice ritualità, ma deve scaturire dal cuore, da un vero amore a Dio, che si esprime nell’obbedienza alla sua parola. Egli ha capito - “gli orecchi mi hai aperto” - come il culto al tempio, senza l’obbedienza del cuore, disgusta Dio: “Sacrificio e offerta non gradisci”. “Gli orecchi mi hai aperto”, è traduzione che legge l’ebraico “karatta”, “forato”, come “aperto”. Questa lettura si collega a 1Samuele 9,15 e a Isaia 50,5 ed è stata promossa da autorevoli esegeti (Podechard e Dorme).
Ha capito perché ha ascoltato la Scrittura (Il rotolo del libro), e quindi ha obbedito alla Parola la quale lo ha illuminato sul vero culto da rendere a Dio. L’orecchio è organo dell’ascoltare, ma qui è pure simbolo dell’obbedire.

L’espressione “gli orecchi mi hai aperto”, si trova con versione diversa nella traduzione greca detta dei LXX : “un corpo invece mi hai preparato”. Questa versione è poi entrata nella lettera agli Ebrei (10,5), che dipende quanto a citazioni del Vecchio Testamento dalla traduzione dei LXX. La spiegazione di questa diversità va ricercata in una deficienza introdotta da un copista nel manoscritto, o più manoscritti di derivazione, a disposizione dei LXX, i quali dovettero superare l’incertezza letteraria con un pensiero teologico, affermando che nell’adorazione a Dio, nel vero culto a Dio, tutto l’uomo entra in gioco; il corpo deve essere sottomesso con decisa volontà ai comandamenti di Dio. I sacrifici, gli olocausti del tempio, sono un appello “al sacrificio, all’olocausto”, di dominio del proprio corpo. Sulla base di questo pensiero teologico i LXX fecero la loro traduzione; e questa è entrata nella lettera agli Ebrei riguardo l’Incarnazione.

Il salmista ha letto che nella Legge (Il rotolo del libro) è comandato di fare la volontà di Dio, che è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; dunque non un culto dove sia assente il cuore, dove il senso non sia dominato, dove non ci sia obbedienza alla Parola, e non amore verso i fratelli. Egli dice: “su di me è scritto”; poiché “Il rotolo del libro” non chiede solo l’adesione della collettività, ma innanzi tutto l’adesione personale.

Fare la volontà di Dio è il desiderio intimo del salmista.
Egli nel giubilo non si dimentica del dovere di annunciare agli altri quanto Dio ha fatto per lui: “Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea”.
E il suo giubilo scaturisce dall’umiltà; perciò non è euforia. Egli, umile, si dichiara colpevole davanti a Dio, e chiede a lui sostegno per sostenere e uscire dai mali che lo circondano: “La tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre, poiché mi circondano mali senza numero”.
Anche se “povero e bisognoso”, il salmista non dubita affatto che Dio ha cura di lui e perciò termina il salmo con un grande atto di fiducia: “Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare”
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?
Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!
1Cor 6,13b-15a, 17-20

Paolo scrisse la prima lettera ai Corinzi durante la sua permanenza ad Efeso negli anni 54-55. E’ una delle più lunghe scritte dall’apostolo, paragonabile a quella dei Romani, ambedue infatti sono suddivise in 16 capitoli. Paolo si era deciso a scriverla dopo aver ricevuto notizie sulla comunità da parte di conoscenti della famiglia di Cloe e dopo che gli era anche pervenuta una lettera dagli stessi Corinzi. Corinto era un’importante grande città, (famosa per il suo porto), centro di cultura greca, dove si affrontavano correnti di pensiero e di religione molto differenti tra loro. Il contatto della fede cristiana con questa capitale del paganesimo, anche celebre per il rilassamento dei costumi, poneva nei neofiti numerosi e delicati problemi. Pur essendo passati solo pochi anni dalla sua fondazione, la comunità di Corinto si era dimostrata molto vivace e nello stesso tempo anche molto problematica.
Nella lettera, dopo la lunga analisi al problema dei partiti a Corinto (1,10–4,21) Paolo affronta nei cc. 5-6 tre abusi che si erano verificati nella comunità: un caso di incesto (c. 5); l’appello ai tribunali civili (6,1-11); la fornicazione (6,12-20) il cui testo viene ripreso quasi integralmente dal brano liturgico.

Dopo una breve introduzione, non riportata dalla liturgia, Paolo pone le premesse della sua argomentazione che inizia riprendendo e confutando alcune affermazioni, che certamente circolavano a Corinto e venivano utilizzate da alcuni per giustificare il loro permissivismo sessuale. La prima era che :”Tutto mi è lecito”. che forse poteva essere ricavata dalla tesi paolina secondo cui il cristiano è liberato dalla legge (Gal 5,1; Rm 8,2-4), ma in realtà ha le sue radici nella mentalità e nella cultura greca in cui sussisteva l’idea che al saggio è permesso fare tutto ciò che vuole, perché lui solo sa che cosa è giusto, buono e vantaggioso (Dione Crisostomo, Orazioni 64,13-17). Che questo fosse il modo di pensare dei corinzi è confermato dal fatto che lo stesso slogan era utilizzato anche per giustificare la libertà di mangiare carni sacrificate agli idoli (v 10,23). Paolo lo cita qui due volte senza negarne la validità, ma ponendo delle forti riserve.

La prima volta egli osserva che “Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova. “Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerò dominare da nulla. “(6,12) Di questo concetto, Paolo si serve anche altrove per sottolineare che non tutto ciò che in teoria è lecito fare, è utile per il bene della persona e per l’edificazione della comunità (v 7,35; 10,33; 12,7) perchè la libertà non significa rendersi schiavo nei confronti di qualsiasi realtà terrena. In queste brevi risposte c’è in embrione tutta la morale cristiana, la quale da una parte esclude il legalismo e dall’altra si oppone nettamente a ogni forma di libertinismo.

Un altro motto che presenta è: “I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!” (v. 13a). Anche questo motto può essere stato una male interpretazione di ciò che sosteneva Paolo quando diceva che ogni cibo è puro (v. 1Cor 8,8; Rm 14,14). I corinzi invece lo avevano interpretato nel senso che i bisogni naturali del corpo, e tra questi anche quello sessuale, devono essere soddisfatti senza problemi; la sessualità era così ridotta ad una naturale funzione fisiologica, di conseguenza non era considerato biasimevole aver rapporti con qualsiasi persona.

Inizia qui il brano liturgico. Anzitutto l’Apostolo osserva : “il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo” ossia il corpo è stato creato da Dio non per “l’impurità” cioè in funzione di un piacere egoistico, ma “per il Signore”. Il corpo non è uno strumento da usare a proprio piacimento, ma è parte integrante della persona stessa, che le permette di entrare in rapporto con gli altri, e prima di tutto con “il Signore”, poi aggiunge: Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza”.Tutto l’essere umano, e non solo la sua anima, come forse i corinzi erano portati a pensare (v 1Cor 15), parteciperà alla risurrezione di Cristo, ed è in questa prospettiva che la dimensione fisica dell’essere umano viene totalmente valorizzata.

La profonda solidarietà che lega il credente a Cristo l’Apostolo la presentata in questi termini: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?” L’idea che i corpi dei credenti, cioè tutta la loro personalità da cui non è separabile l’aspetto fisico, siano membra di Cristo è ispirata a Paolo sia dall’esperienza battesimale (v. 12,12-13.27), sia da quella eucaristica (v. 10,17).

Paolo fa poi questa affermazione: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito”.Con queste parole conclude l’argomento e prosegue poi con l’esortazione: “State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo”.
Questa affermazione si basa sul fatto che, mentre negli altri peccati il corpo è usato solo come strumento di azioni illecite, nella fornicazione è il corpo stesso, in quanto simboleggia tutta la persona, che viene direttamente coinvolto in un rapporto immorale.

Due ulteriori domande servono ad approfondire questo argomento: Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Il termine “tempio” indica la parte interna del santuario, dove era localizzata la presenza di Dio. La comunità era già stata presentata come tempio di Dio e dello Spirito santo; in modo analogo anche il singolo cristiano, proprio in forza del suo rapporto con Cristo e con la Chiesa, rappresenta il luogo in cui Dio abita. Lo Spirito è il dono di Dio e in forza dello Spirito che opera in loro, i credenti appartengono a Lui, e non più a se stessi.

L’accenno allo Spirito suscita un’ultima considerazione: siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo! Paolo usa qui il verbo “comprare” sicuramente come sinonimo di un altro verbo, che indica il riscatto (redenzione) e siccome il riscatto avviene mediante la morte di Cristo, si può dire che a Lui la salvezza dell’umanità è costata un “caro prezzo” il prezzo del suo sangue. I credenti di conseguenza devono glorificare Dio ”nei loro corpi”, vivendo cioè in un profondo rapporto con Dio che coinvolge tutta intera la loro persona.

Per concludere si può dire che la risposta di Paolo alle tendenze lassiste dei corinzi mette in luce una concezione della persona umana in forza della quale la dimensione spirituale e quella fisica formano un’unità inseparabile. Per Paolo il corpo del credente non è una realtà separata dal resto della persona perchè anche il corpo un giorno entrerà nel regno di Dio, ma già fin d’ora esso è unito, mediante l’eucaristia, al corpo di Cristo, e quindi porta con sé il germe della risurrezione. Il sesso fa parte delle attività profonde della persona, e deve essere subordinato al rapporto che, mediante il battesimo, si è instaurato con Cristo.

In questo campo Paolo dimostra di essere un uomo del suo tempo, legato a una certa cultura e a una particolare visione dell’uomo e del mondo. Ma al di là di questo bisogna però riconoscere che ha ragione quando indica nella sessualità uno dei campi più importanti in cui si vive la fedeltà al vangelo.

Dal vangelo secondo Giovanni :
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
Gv 1,35-42

Il Vangelo di Giovanni, ossia il quarto Vangelo, fu scritto in greco, ed è alquanto differente dai tre Vangeli sinottici che riportano racconti, miracoli, parole di Gesù fino a darcene un aspetto familiare che tutti conosciamo. Si presenta come il frutto della testimonianza del "discepolo che Gesù amava”, ma oggi molti studiosi fanno spesso riferimento ad una scuola giovannea nella quale sarebbe maturata la redazione del vangelo tra il 60 ed il 100 e delle lettere attribuite all'apostolo. E’ composto da 21 capitoli e come gli altri vangeli narra il ministero di Gesù. Anche se è notevolmente diverso dagli altri tre vangeli sinottici, sembra presupporre la conoscenza almeno del Vangelo di Marco, di cui riproduce talvolta espressioni particolari. Mentre i Vangeli sinottici sono più orientati sulla predicazione del Regno di Dio da parte di Gesù, il quarto vangelo approfondisce la questione dell'identità del Cristo, inserendo ampie parentesi teologiche.

Sin dal prologo l’Evangelista accenna alla testimonianza di Giovanni il Battista e all’esperienza fatta dai discepoli a contatto con Gesù. Descrive poi la testimonianza di Giovanni nel brano che segue immediatamente il prologo e subito dopo racconta l’esperienza dei primi tre discepoli che hanno incontrato Gesù.
All’inizio di questo brano l’evangelista riporta una nuova testimonianza di Giovanni in favore di Gesù. Questa seconda testimonianza, che ha luogo il giorno dopo, nello stesso posto, si distingue dalla precedente per alcuni dettagli. Mentre si suppone che la prima volta Giovanni parlasse alla folla di coloro che andavano a farsi battezzare, adesso Giovanni è solo con due discepoli. Gesù non va direttamente verso di lui, come era accaduto la volta precedente ma si trova, quasi casualmente, a passare di lì.

Giovanni lo “fissa intensamente” ! Questo sguardo fa pensare ad un sentimento particolarmente intenso nei confronti di Gesù e al tempo steso è un segnale rivolto ai discepoli.
Il brano inizia riferendo che Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio”. La testimonianza di Giovanni è veramente di poche parole: “Ecco l’agnello di Dio!”. Questa volta non si tratta più di spiegare chi è Gesù, ma di suggerire ai discepoli le conseguenze che devono trarre dalle indicazioni del maestro. In questa breve introduzione si vuole far comprendere che Giovanni non solo ha indicato Gesù alle folle, ma gli ha messo a disposizione i suoi discepoli.
I due discepoli di Giovanni, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Il verbo “seguire” è quello normalmente usato per indicare l’atteggiamento dei discepoli nei confronti del maestro. Il verbo all’aoristo indica una decisione definitiva, che i due non metteranno più in discussione. A prima vista sono loro che, indirizzati da Giovanni, prendono la decisione di mettersi al seguito di Gesù. Invece non è così: è Gesù che, quando si accorge che essi lo seguono, si rivolge a loro chiedendo: “Che cosa cercate?”. Essi sebbene lo seguano , danno l’impressione di essere ancora in cerca di qualcosa che non possiedono. È Gesù per primo che stabilisce con loro un rapporto personale. Alla domanda di Gesù rispondono con un’altra domanda: : “Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?”.

Essi dimostrano così di sapere che Gesù è il vero Maestro (e l’evangelista lo sottolinea dando il termine in ebraico e traducendolo poi in greco) e sanno che quanto cercano può essere dato solo da lui.
La risposta di Gesù è molto significativa: “Venite e vedrete”. E’ Gesù che li invita ad andare da lui affinché possano “vedere”. In queste due parole è contenuto il senso profondo della loro vocazione. L’evangelista conclude bruscamente il dialogo dicendo che i due “Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio”.

È strano che l’evangelista, che sembra conoscere i particolari che possono venire solo da un testimone oculare, non riporti quello che Gesù ha detto a quelli che saranno i suoi primi discepoli. Ciò non deve stupire: quella conversazione conteneva in germe tutto quello che egli riferirà nel seguito del suo vangelo. Ora però l’evangelista non sembra tanto interessato a quello che Gesù ha detto, ma al fatto che i due hanno fatto una profonda esperienza personale di Lui. La sequela sta precisamente nel rapporto che si instaura tra maestro e discepolo, in forza del quale il secondo si unisce al primo e fa proprie la sua mentalità e le sue scelte, fino a formare una cosa sola con lui.
Solo a questo punto l’evangelista rivela l’identità dei primi due discepoli che lo avevano seguito: Andrea, fratello di Simon Pietro. Del suo compagno non si dice il nome, ma è corretto pensare che fosse il discepolo a cui è attribuito il quarto vangelo: di lui infatti non si dice mai il nome, ma si sottolinea il rapporto privilegiato che aveva con Gesù (“Il discepolo che Gesù amava”) che la tradizione lo identificherà con l’apostolo Giovanni.

Andrea incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù.
La definizione di Gesù come “Messia” contiene già un’esplicita professione di fede. È strano che in così poco tempo il discepolo abbia scoperto l’identità profonda di Gesù. Secondo il vangelo di Marco (il più antico) la dignità messianica di Gesù è stata nascosta durante la Sua vita pubblica ed è stata rivelata solo nel processo davanti al sommo sacerdote (v. Mc 14,61).

Secondo il quarto vangelo invece Gesù la manifesta subito all’inizio e i suoi la riconoscono senza difficoltà.
Andrea conduce poi Simone da Gesù, che “ Fissando lo sguardo su di lui, …disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro”. Sia lo sguardo che il cambiamento di nome indicano dunque la vocazione di Pietro e sottolineano il fatto che, tra i discepoli, egli sarà un punto di riferimento a quella roccia che è Dio, rappresentato ora da Gesù, la sua Parola fatta carne.

E’ interessante notare che il gioco degli occhi, particolarmente importante nel Vangelo di Giovanni, percorre tutto il racconto ed è pieno di allusioni interiori e di rimandi spirituali. Il Battista “fissa lo sguardo su Gesù”, “Gesù si volta ed osserva”, i due che lo seguono “sono invitati a venire e vedere” ed essi “videro dove egli dimorava” e da ultimo Gesù “fissa lo sguardo su Pietro”, cambiandogli completamente l’esistenza. Non si tratta quindi di un semplice intrecciarsi di sguardi, è un dialogo profondo che porta alla pienezza dell’incontro e della vocazione. L’incontro con Dio sconvolge sempre i piani modesti che l’uomo ha progettato, travolge le resistenze e coinvolge la vita in un impegno gioioso e totale.

 

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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