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Gen 18, 2018

III Domenica - Anno B - "La chiamata dei primi discepoli" 21 gennaio 2018

Le letture della liturgia di questa domenica ci presenta ancora due racconti di vocazione come nella scorsa settimana
Nella prima lettura, incontriamo Giona, un profeta un po’ renitente alla chiamata, che solo in seconda istanza si rassegna ad annunziare la conversione e la salvezza a Ninive, la capitale assira, esempio di città pagana, nemica di Dio e del suo popolo. La parola profetica costringe Giona a combattere contro le sue stesse convinzioni politiche e religiose, ma al richiamo di Giona alla conversione, gli abitanti di Ninive si pentono, credono e si convertono, fanno tutti penitenza cambiando radicalmente il sistema di vivere, ed evitano così la distruzione.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai corinzi, l’apostolo Paolo ci ricorda che il tempo si è fatto breve, le cose di questo mondo sono passeggere e di fronte a tale realtà il cristiano deve riuscire a vivere in modo distaccato dagli interessi effimeri di questo mondo.
L’evangelista Marco, nel brano del suo Vangelo, riferisce che Gesù inizia la sua predicazione, e invitando alla conversione dice: ”il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. I primi discepoli hanno risposto senza esitazione lasciando tutti i loro averi ed anche gli affetti familiari per seguirlo: da quel momento prendeva vita la Chiesa. Ascoltando la voce di Gesù e degli apostoli, ognuno può scoprire in ogni tempo la sua chiamata alla gioia di quel Regno che è già stato inaugurato e che è “già in mezzo a noi”.

Dal libro del profeta Giona
Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore. Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
Gn 3,1-5.10

Giona è un profeta (vissuto forse nell’VIII secolo a.C.) ed è il protagonista dell’omonimo libro. Sebbene sia citato nel II libro dei Re ed anche nel Corano, non è certo che sia veramente vissuto. E’ incerto anche il periodo in cui il testo sia stato scritto (forse durante il regno di Geroboamo II nell’VIII secolo), ma l’idea più diffusa è quella che vede in Giona l'immagine negativa dell'ebraismo post-esilico: per cui è probabile che il libro sia stato composto durante l'epoca persiana o agli inizi di quella ellenistica (sec. IV).
Il racconto si divide in due parti principali, che iniziano entrambe con il conferimento al profeta dell'incarico, espresso quasi con gli stessi termini, di annunciare il giudizio di Dio sulla città di Ninive.
Nella prima parte (Gn 1-2) Giona reagisce fuggendo su una nave che incorre nel pericolo di naufragare, cosa che, alla fine, conduce i marinai a riconoscere il Signore come Dio (1,3-16). Nella seconda parte (Gn 3-4) Giona svolge il suo incarico e gli abitanti di Ninive fanno penitenza (3,3-10). Entrambe le parti principali del libro terminano con una preghiera di Giona: La prima (2,3-10) consiste in un “salmo”, mentre la seconda (4,2-3) è una preghiera che conduce ad una discussione, con la quale si conclude il libro, tra Giona e Dio, il quale spiegherà in modo esemplare il suo modo di agire: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”. (4,11)
Nel brano che abbiamo viene riportato l’inizio della seconda parte del libro. Giona riceve una seconda volta l’incarico di recarsi a Ninive. Questa volta egli obbedisce, va a Ninive e percorre in tre giorni la città annunziando che, se entro quaranta giorni non si fosse convertita, sarebbe stata distrutta. Gli abitanti della città credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Non solo, ma nei versetti non riportati dal brano si legge che ”Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. “Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: “Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?”.(6-9) Questo per capire fino a che punto gli abitanti di Ninive fecero penitenza.
“Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia”, e non dà seguito al castigo che aveva minacciato.
Il libro di Giona affronta in modo mirabile il tema dell’universalismo della salvezza, presentando un profeta giudaico di mentalità molto limitata, il quale si rifiuta di predicare a Ninive perché sa che Dio perdonerà la città peccatrice e sospenderà il castigo che Lui stesso aveva annunziato. Nel suo fervore religioso Giona avrebbe preferito che la città nemica fosse completamente distrutta, invece Dio vuole la salvezza di tutti e attesta la Sua misericordia risparmiando gli abitanti della città. Tutto il libro è dunque un’esaltazione della misericordia divina, che si estende a tutte le creature senza distinzione di credo o di cultura ed è una preziosa testimonianza in favore dell'universalismo della salvezza- Il racconto ha chiaramente l’intento di far sì che all’interno di Israele si sviluppi un concetto di Dio molto più aperto e sensibile ai bisogni di tutti gli esseri umani.

Salmo 24 - Fammi conoscere, Signore, le tue vie.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Il salmista è pieno d’umiltà al ricordo delle sue numerose colpe della sua giovinezza.
E’ sgomento alla vista che tanti suoi amici lo hanno tradito per un nulla. Uno screzio è bastato perché si mettessero contro di lui. Egli, piegato dal peso dei suoi peccati, domanda che Dio guardi a lui e non a quanto ha fatto non osservando “la sua alleanza e i suoi precetti”. Si trova in grande difficoltà di fronte ad avversari che lo odiano in modo violento e lui non ha via di salvezza che quella del Signore. Gli errori passati sono il frutto del suo abbandono della “via giusta”. Ora sa che “tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà”, cioè non portano a rovina, ma anzi danno prosperità, poiché la discendenza di chi teme il Signore “possederà la terra”. L’orante voleva affermarsi sugli altri agendo con spavalderia, con vie traverse, ed ecco che sconfessa tutto il suo passato, trattenendone però la lezione di umiltà, che gli ha dato. Egli sa che non andrà deluso perché ha deciso di essere protetto da "integrità e rettitudine”, cioè dall’osservanza dell’alleanza stabilita da Dio con Israele. L’orante non pensa solo a se stesso, si sente parte del popolo di Dio, e invoca la liberazione di Israele dalle angosce date dai nemici. La liberazione dell’Israele di Dio, la Chiesa, cioè l’Israele fondato sulla fede in Cristo, non escludendo nella sua carità quello etnico basato sulla carne e sul sangue, per il quale la pace passerà dall’accoglienza del Principe della pace.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi
Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!
1^Cor 7,29-31

I Corinzi avevano posto a Paolo alcuni quesiti, di cui il primo riguardava la vita sessuale nel matrimonio e nel celibato. L’apostolo comincia a rispondere, chiarendo dubbi e indicando loro nuove prospettive passando poi delineare il principio generale a cui si ispira, quello cioè secondo cui ciascuno deve restare nella condizione di vita in cui si trovava al momento della conversione (vv. 17-24). Infine ritorna ai casi specifici, soffermandosi sulla condizione dei celibi (vv. 25-35), dei fidanzati (vv. 36-38) e poi su quella delle vedove (vv. 39-40).
Il brano contiene un altro riferimento agli ultimi tempi e qui Paolo afferma infatti che il tempo “si è fatto breve”, Lunga o breve che sia, l’esistenza di questo mondo prosegue ormai sotto il segno della fine e proprio la prospettiva della fine esige un cambiamento di atteggiamento nei confronti di questo mondo.
Paolo indica in particolare cinque categorie di persone le quali devono rivedere il loro rapporto con le cose terrene. La prima categoria è quella degli sposati: “quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero”. Con questa direttiva egli non vuole certo sconsigliare ai coniugi i normali rapporti sessuali, ciò che egli esclude è l’egoismo di coppia, che spinge i due a cercare l’uno nell’altro unicamente il proprio piacere e la propria realizzazione personale.
Vengono poi citate due categorie contrapposte: “quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero”. Anche il piangere e il gioire non devono essere visti come assoluti, l’uno da evitare e l’altro da cercare a ogni costo, ma devono essere vissuti come realtà passeggere, quindi relative e superabili.
Infine Paolo considera altri due tipi di persone: quelli che comprano … quelli che usano i beni del mondo”. Ai primi dice di comportarsi come se non possedessero i beni acquistati, ai secondi come se non li usassero pienamente. In altre parole l’apostolo vuole dire che le cose di questo mondo, come anche i rapporti tra le persone e addirittura i propri stati d’animo, devono essere gestiti non per se stessi, ma in vista di un fine più grande, cioè come un mezzo per raggiungere la piena comunione con Dio e con i fratelli .
Paolo conclude questa prima parte del brano con l’espressione emblematica: “Passa infatti la figura di questo mondo”. Il distacco che Paolo consiglia implica non un impegnarsi di meno nelle cose del mondo, ma piuttosto il proporsi come fine un bene più grande, che riguarda tutta l’umanità. Ciò comporta una piena adesione, nei limiti del possibile, a ideali di giustizia e di solidarietà, e il rifiuto netto di ogni corruzione.
Chi si comporta in questo modo certo non si potrà arricchire materialmente, ma supererà gli alti e bassi della sua condizione umana e sarà arricchito di rapporti più fruttuosi, non solo con gli altri cristiani, ma anche con tutte le persone di buona volontà.

Dal vangelo secondo Marco
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Mc 1,14-20

Il prologo del vangelo di Marco termina con la tentazione di Gesù nel deserto. Dopo l’evangelista riporta il ministero pubblico di Gesù in Galilea e riassume la predicazione di Gesù tutta incentrata sulla venuta imminente del regno di Dio. L’evangelista vuole mettere in luce l’impatto che l’apparizione di Gesù ha avuto in Galilea e diversamente da Matteo, il quale riporta subito all’inizio del vangelo un discorso programmatico di Gesù (Discorso della montagna), Marco attesta la venuta del regno di Dio da lui annunziato mediante il racconto delle sue opere straordinarie.
Il brano liturgico introduce la predicazione di Gesù in Galilea: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».”
La notizia secondo cui Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico dopo l’arresto di Giovanni contrasta con il fatto che il quarto vangelo ricorda un’attività parallela dei due (Gv 3,22-24), e Marco stesso narrerà solo in seguito l’arresto e la morte di Giovanni (6,17-29). È probabile che egli voglia qui separare nettamente l’opera del Battista da quella di Gesù per motivi più teologici che storici. Invece di recarsi in Giudea, zona densamente abitata da giudei, dove avevano sede le principali istituzioni giudaiche, Gesù torna in Galilea, sua terra d’origine.
L’espressione “vangelo di Dio”, è tipica della prima comunità cristiana (V.Rm 1,1; 15,16) e indica non la buona novella che ha per oggetto Dio, ma quella che proviene da Dio stesso, in quanto autore della salvezza. Gesù si presenta dunque come colui che, in nome di Dio, annunzia che la salvezza è vicina.
Il lieto annunzio proclamato da Gesù è espresso con un linguaggio che si ispira all’apocalittica giudaica: ”l tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Il “tempo” (kairos), cioè il periodo dell’attesa, che separa il momento attuale da quello finale e conclusivo della storia, è arrivato al termine; di conseguenza il “regno di Dio è vicino»”, sta per realizzarsi in questa terra. In altre parole sta ora iniziando il periodo finale della storia, caratterizzato dal fatto che Dio stesso interviene per far riconoscere e accettare pienamente la Sua sovranità non solo su Israele, ma su tutta l’umanità.
Al tempo di Gesù la questione della regalità del Signore era molto sentita nel giudaismo perchè aveva le sue radici nell’esperienza primordiale di Israele, il quale attribuiva il titolo di re a Dio che lo aveva liberato dalla schiavitù d’Egitto. In questo contesto la regalità di Dio assumeva una dimensione di potenza, ma soprattutto di misericordia, e originava l’impegno per una liberazione interiore basata su norme di giustizia e di uguaglianza. Il periodo trascorso in esilio aveva conferito a questa esperienza un aspetto di universalismo e una forte dimensione escatologica: il Signore è re di tutta l’umanità, ma non ha ancora rivelato pienamente la Sua sovranità, cosa che farà quanto prima sconfiggendo in modo definitivo le potenze del male, identificate spesso con l’impero romano, oppressore dei giudei.
Gesù afferma dunque che questa attesa, in tutta la sua dimensione universalistica, sta per realizzarsi.
All’annunzio del lieto messaggio segue un invito: “convertitevi e credete nel Vangelo”. Come già aveva fatto Giovanni Battista, Gesù invita a “convertirsi”, e nel linguaggio ebraico si intende a “ritornare” a Dio cambiando mentalità e sottomettendosi definitivamente alla Sua sovranità;. Per fare ciò necessario però “credere nel vangelo”, cioè aprirsi al lieto annunzio ed impostare su questo tutta la propria vita.
Il primo gesto compiuto da Gesù dopo il suo ritorno in Galilea è stato, secondo Marco, la chiamata di alcuni discepoli, che ebbe luogo mentre Gesù stava “Passando lungo il mare di Galilea” (lago di Gennesaret o di Tiberiade) . Luca invece colloca la loro vocazione in un contesto di una pesca miracolosa (Lc 5,1-11).
I primi chiamati furono i fratelli, Simone e Andrea, i quali stavano svolgendo il loro lavoro di pescatori. Per la loro professione essi appartenevano a quello che i farisei chiamavano con disprezzo il “popolo della terra”. Ai due Gesù rivolge l’invito: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”.
E’ proprio Gesù dunque a prendere l’iniziativa, chiamandoli al suo seguito!
All’invito perentorio di Gesù i primi due chiamati “subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Ossia lo seguirono senza tergiversare, lasciando le loro reti, che rappresentano tutto il loro avere,
Il verbo “seguire” rievoca l’esperienza di Israele, che nell’esodo si è lasciato guidare dal Signore e ha preso l’impegno di “camminare nelle sue vie” (Dt 10,12). Essi risposero, come aveva fatto Abramo, abbandonando le proprie sicurezze e affrontando un cambiamento radicale di vita.
Lo stesso invito è rivolto anche a un’altra coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, ugualmente pescatori, i quali seguirono Gesù e lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzon .
Anche qui emerge la radicalità di un gesto che implica l’abbandono non solo di una persona cara, il padre, ma anche di una piccola impresa a gestione familiare, in cui la presenza di garzoni è segno chiaro di una certa prosperità.
Marco sottolinea in questo racconto come la chiamata dei discepoli sia dovuta esclusivamente a Gesù, il quale sceglie egli stesso uomini adulti e maturi, impegnati in una precisa attività professionale. Così facendo egli si distacca dai dottori della legge i quali non sceglievano, ma accoglievano giovani studenti che facevano richiesta di essere guidati nello studio della legge.
Gesù ha scelto persone semplici apparentemente non adatti a diventare “pescatori di uomini” … nessuna intelligenza umana avrebbe fatto quella scelta!

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“Il Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare «dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato» . Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, «il Vangelo di Dio». L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è Lui stesso il compimento delle promesse; è Lui stesso la "buona notizia" da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.
Gesù è il compimento delle promesse divine perché è Colui che dona all’uomo lo Spirito Santo, l’"acqua viva" che disseta il nostro cuore inquieto, assetato di vita, di amore, di libertà, di pace: assetato di Dio. Quante volte sentiamo, o abbiamo sentito il nostro cuore assetato! Lo ha rivelato Egli stesso alla donna samaritana, incontrata presso il pozzo di Giacobbe, alla quale disse: «Dammi da bere» (Gv 4,7). Proprio queste parole di Cristo, rivolte alla Samaritana, hanno costituito il tema dell’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che oggi si conclude. Questa sera, con i fedeli della diocesi di Roma e con i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, ci riuniremo nella Basilica di San Paolo fuori le mura per pregare intensamente il Signore, affinché rafforzi il nostro impegno per la piena unità di tutti i cristiani. E’ una cosa brutta che i cristiani siano divisi! Gesù ci vuole uniti: un solo corpo. I nostri peccati, la storia, ci hanno divisi e per questo dobbiamo pregare tanto perché sia lo stesso Spirito Santo ad unirci di nuovo.
Dio, facendosi uomo, ha fatto propria la nostra sete, non solo dell’acqua materiale, ma soprattutto la sete di una vita piena, di una vita libera dalla schiavitù del male e della morte. Nello stesso tempo, con la sua incarnazione Dio ha posto la sua sete – perché anche Dio ha sete - nel cuore di un uomo: Gesù di Nazareth. Dio ha sete di noi, dei nostri cuori, del nostro amore, e ha messo questa sete nel cuore di Gesù. Dunque, nel cuore di Cristo si incontrano la sete umana e la sete divina. E il desiderio dell’unità dei suoi discepoli appartiene a questa sete. Lo troviamo espresso nella preghiera elevata al Padre prima della Passione: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Quello che voleva Gesù: l’unità di tutti! Il diavolo - lo sappiamo - è il padre delle divisioni, è uno che sempre divide, che sempre fa guerre, fa tanto male.
Che questa sete di Gesù diventi sempre più anche la nostra sete! Continuiamo, pertanto, a pregare e ad impegnarci per la piena unità dei discepoli di Cristo, nella certezza che Egli stesso è al nostro fianco e ci sostiene con la forza del suo Spirito affinché tale meta si avvicini. E affidiamo questa nostra preghiera alla materna intercessione di Maria Vergine, Madre di Cristo, Madre della Chiesa, perché Lei ci unisca tutti come una buona madre.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 25 gennaio 2015

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