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Mag 16, 2018

Domenica di Pentecoste - Anno B - 20 maggio 2018

La festa della Pentecoste rievoca la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e la loro investitura missionaria, avvenuta cinquanta giorni dopo la Pasqua di resurrezione.
Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, viene evidenziato come lo Spirito Santo scendendo sugli apostoli dà loro il potere di esprimersi in tutte le lingue. Da quel momento la Chiesa proclama un unico linguaggio, quello di Cristo e dell’amore. La diversità delle culture, delle razze e dei doni personali non è sorgente di incomprensione e di ostilità, ma diventa una “sinfonia” di voci che secondo i timbri e totalità differenti annunziano la stessa gioia e la stessa speranza.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, Paolo ci esorta a camminare secondo lo Spirito, lottando contro le tendenze negative della carne e ci fa comprendere che noi siamo già di Cristo, che la Sua forza (cioè il Suo Spirito) è in noi e che perciò possiamo dare i frutti che lo Spirito fa maturare in noi.
Nel Vangelo, Giovanni presenta Gesù che parla ai suoi discepoli di quando verrà il Consolatore, lo Spirito di verità, che gli renderà testimonianza, ricordando e rendendo più comprensivo tutto ciò che prima aveva loro insegnato e li guiderà alla verità tutta intera!
L’azione dello Spirito è rivolta sia al futuro (rivelazione), sia al passato (comprensione). Per il cristiano di ogni tempo e di ogni luogo si tratta di continuare a comprendere la rivelazione di Gesù nelle diverse e molteplici situazioni della propria vita.

Dagli Atti degli Apostoli
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
At 2,1-11

Luca inizia il suo racconto indicando il momento e il luogo in cui si è verificato l’evento: Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. In realtà stava per compiersi non tanto il giorno di Pentecoste, che era solo iniziato, ma il conto delle sette settimane, a partire dalla Pasqua, al termine delle quali ha luogo la Pentecoste.
Anche se non viene precisato chi fosse presente all’avvenimento, si può supporre che insieme ai discepoli fosse presente Maria insieme ad altre donne. Luca dicendo “si trovavano tutti insieme” vuole sottolineare non solo la presenza fisica nello stesso luogo ma anche l’unione che regnava tra coloro che costituivano il primo nucleo della Chiesa.
Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.
I termini che Luca usa si ricollegano alla terminologia usata per descrivere la teofania
(V. 1Re 19,11), e il termine “vento” allude già allo Spirito (pneuma), che ad esso viene spesso assimilato (Ez 37,9; Gv 3,8). Il fragore venuto dal cielo “riempie” tutta la casa, così come lo Spirito “riempirà” tutti i presenti.
Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Il fuoco, a cui le lingue assomigliavano, è anch’esso un’immagine ricavata dalla rappresentazione biblica della teofania (Es 19,18). È indicativo inoltre che, la parola di Dio ha preso la forma di una torcia di fuoco.
Il fatto che i presenti parlino “altre lingue” richiama la leggenda giudaica secondo la quale al Sinai la parola di Dio si divideva in 70 lingue. A prima vista sembra quindi che essi parlassero ognuno una lingua diversa dall’altra, ma dal seguito del racconto appare che si trattava piuttosto di un miracolo di audizione, simile a quello che, secondo le leggende giudaiche, si era verificato al Sinai: in realtà essi parlavano normalmente e i presenti li comprendevano nella propria lingua originaria.
Questo fenomeno non è conosciuto altrove nel NT perciò diversi studiosi pensano che originariamente si trattasse non di un ”parlare in altre lingue”, ma del “parlare in lingue”, cioè della “glossolalia”, un carisma che consiste nel lodare Dio in una lingua sconosciuta.
Il fragore della teofania viene udito anche all’esterno della casa in cui si trovavano gli apostoli, e subito si raduna una piccola folla di curiosi, pieni di stupore e di meraviglia, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua… delle grandi opere di Dio». La gente che si era radunata era composta di giudei della diaspora e di proseliti, cioè pagani convertiti in modo pieno al giudaismo, venuti a stabilirsi a Gerusalemme. I loro paesi di origine sono elencati in modo tale da dare l’impressione che si tratti di tutto il mondo allora conosciuto. Pur essendo giudei di nascita o di religione, i testimoni della Pentecoste cristiana sono presentati come i rappresentanti delle nazioni alle quali sarà rivolto l’annunzio evangelico.
Lo Spirito Santo con la Sua discesa sugli Apostoli e Maria ha completato l’opera dell’Incarnazione di Dio: al momento della Sua prima discesa, lo Spirito Santo aveva compiuto nella santa Vergine l’Incarnazione del Verbo, permettendo che il Verbo divenisse, nel suo corpo, il Dio-Uomo, per esserlo nell’eternità. Al momento della Sua seconda discesa, durante la Pentecoste, lo Spirito Santo discende per dimorare nel Suo corpo che è la Chiesa.
Maria è presente poiché è l’unica che possa confermare la presenza e l’azione dello Spirito, in quanto lei è la sola che ne ha già fatto esperienza, avendo, per opera dello Spirito Santo, generato al mondo il Verbo consustanziale al Padre.
Gli Apostoli sono rivestiti di Spirito Santo e annunciano al mondo quel Verbo eterno, crocifisso e risorto che Maria ha generato nella carne. Essi proclamano, lei conferma! Loro annunciano, a lei è stato annunciato! Essi diffondo la Parola di Vita, lei ha dato vita alla Parola!

Salmo 103 - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

Il salmista esordisce con un invito a se stesso a benedire il Signore. Di fronte alla grandezza, alla bellezza, alla potenza della creazione esprime il suo stupore e la sua lode a Dio: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio!”.Egli contempla Dio nella sua sovranità universale, tratteggiandolo “avvolto di luce come di un manto”. Una luce gloriosa, non terrena, non degli astri, ma divina, con la quale illumina gli spiriti angelici, nel cielo. …
Il salmo, segue l'ordine della prima narrazione della creazione (Gn 1,1s), continua presentando la primordiale situazione della terra, ora fermamente salda “sulle sue basi”, intendendo per basi niente di formalmente vincolante, ma solo un'immagine tratta dalle congetture dell'uomo.
L'onnipotenza divina viene presentata come dominatrice delle acque che coprivano la terra: “Al tuo rimprovero esse fuggirono, al fragore del tuo tuono rimasero atterrite”. Le acque si divisero in acque sotto il firmamento e in acque sopra il firmamento (le nubi, pensate ferme in alto per la presenza di una invisibile calotta detta firmamento), così cominciò il ciclo delle piogge e le acque “Salirono sui monti, discesero nelle valli, verso il luogo (mare) che avevi loro assegnato”. Dio provvede, nel tempo privo di piogge, al regime delle acque, e fa scaturire nelle alte valli montane acque sorgive che poi scendono lungo i canaloni tra i monti per dissetare gli animali. Gli uccelli trovano dimora nei luoghi alti e cantano tra le fronde degli alberi. Tutto è predisposto perché non manchi il cibo: “Con il frutto delle tue opere si sazia la terra. Tu fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva...”.
E anche gli alberi alti sono sazi per la pioggia “sono sazi gli alberi del Signore (cioè gli alberi altissimi: nell'ebraico il superlativo assoluto è reso con un riferimento a Dio), i cedri del Libano da lui piantati”. (I cedri del Libano raggiungono anche i 40 m. di altezza, con un diametro alla base di 2,5 m.)
Dio per segnare le stagioni ha fatto il sole e la luna. Ritirando a sera la luce stende “le tenebre e viene la notte”; e anche nella notte prosegue la vita: “si aggirano tutte le bestie della foresta; ruggiscono i giovani leoni in cerca di preda”. Con i loro ruggiti “chiedono a Dio il loro cibo”. Il salmo presenta che gli animali carnivori sono stati creati così da Dio. Il libro della Genesi (1,30) presenta un mondo animale che si cibava di erbe nella situazione Edenica; ma è un'immagine rivolta a presentare come all'inizio non ci fosse la ferocia tra gli animali, benché non mancassero animali carnivori, creati da Dio, come il nostro salmo presenta.
L'uomo comincia il suo lavoro col sorgere del sole: “Allora l'uomo esce per il suo lavoro, per la sua fatica fino a sera”.
Il salmista loda ancora il Signore per le sue opere. Passa quindi a considerare le creature del mare; in particolare il Leviatan, nome col quale l'autore designa la balena.
Il mondo animale è oggetto pure esso dell'assistenza divina: “Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere”. Se Dio ritrae la sua assistenza gli animali periscono, non hanno più l'alito delle narici “togli loro il respiro”.
Ma se manda il suo Spirito creatore sono creati. Lo Spirito di Dio è all'origine della creazione: (Gn 1,2).
Il salmista chiede che sulla terra ci sia la pace tra gli uomini, affinché “gioisca il Signore delle sue opere”. “Scompaiano i peccatori dalla terra e i malvagi non esistano più” dice, augurandosi un tempo dove gli uomini cessino di combattersi. Questo sarà nel tempo di pace che abbraccerà tutta la terra, quando la Chiesa porterà Cristo a tutte le genti; sarà la società della verità e dell'amore. Noi dobbiamo incessantemente impegnarci con la preghiera e la testimonianza per questo tempo che invochiamo nel Padre Nostro dicendo: “Venga il tuo regno”.
Commento di P. Paolo Berti
(Per avere un’idea più completa della bellezza di questo salmo è stato riportato il commento nella sua interezza e non solo per i versetti proposti dalla liturgia)

Dalla lettera di S.Paolo Apostolo ai Galati
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
Gal 5,16-25

Paolo, scrive la lettera ai Galati tra il 50 e il 57 durante il suo terzo viaggio, probabilmente da Efeso o da Macedonia, per controbattere ad una predicazione fatta da alcuni ebrei cristiani, dopo che l'apostolo aveva lasciato la comunità, i quali avevano convinto alcuni Galati che l'insegnamento di Paolo era incompleto e che la salvezza richiedeva il rispetto della Legge di Mosè, in particolare della circoncisione. Paolo condanna tale orientamento, proclamando la libertà dei credenti e la salvezza per mezzo della fede.
Dopo aver accennato nella parte precedente all’amore come pienezza della legge (v 5,14) Paolo in questo brano raccomanda: “camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne”. La libertà dalla legge sfocia nell’amore del prossimo solo nella misura in cui si lascia libero campo all’opera dello Spirito. Per evitare di cedere ai desideri della carne, il credente deve perciò camminare
secondo lo Spirito” . Egli poi prosegue: “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste”. Quindi non solo la carne, cioè l’uomo debole e peccatore, ma anche lo Spirito “ha desideri” e questo in senso metaforico lo si può intendere, nel senso cioè che persegue finalità sue proprie, che sono opposte a quelle della carne. Tutto questo porta l’uomo a fare ciò che non vorrebbe, in quanto lo spinge ad andare contro quelle che sono le norme fondamentali della sua coscienza (v. Rm 7,15-23); l’uomo però resta sempre responsabile delle sue azioni malvagie, in quanto Dio non priva mai nessuno della Sua grazia.
Paolo conclude questo passo affermando: “Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge”. Chi obbedisce cioè allo Spirito non ha più nulla a che fare con i desideri della carne, all’insorgere dei quali aveva cominciato a sentire la volontà di Dio come una legge imposta dall’esterno (v. Rm 7,7-12). La vittoria sul desiderio, e quindi la possibilità di amare i fratelli, dipende dunque essenzialmente dal dono dello Spirito.
Dalle affermazioni di principio Paolo passa subito a indicare quali siano rispettivamente i comportamenti ispirati dalla carne e dallo Spirito: a tale scopo egli elenca prima i vizi provocati dalla carne e poi le virtù che provengono dallo Spirito e introduce l’argomento dicendo. “Del resto sono ben note le opere della carne”. L’espressione “opere della carne” indica tutto ciò che rappresenta una trasgressione della volontà divina.
I vizi elencati da Paolo sono quattordici, e possono facilmente dividersi in due gruppi, di cinque e di nove.
Nel primo gruppo appaiono i seguenti vizi: fornicazione, (che è l’immoralità in campo sessuale ma spesso indica nell’AT l’idolatria), impurità, che designa, sempre nell’AT, l’insufficienza morale e cultuale dell’uomo di fronte al Dio santo (v. Is 6,5) dissolutezza, che è la sfrenatezza in tutti i campi, specialmente in quello sessuale, spesso connesso con i culti pagani; idolatria, il culto degli dèi pagani, mentre la “stregonerie” indica l’uso di arti magiche.
Tutti questi vizi, pur avendo una caratteristica sessuale, riguardano dunque direttamente o indirettamente la vita religiosa in quanto tale. Paolo mostra così di condividere la mentalità giudaica, in forza della quale esiste uno stretto rapporto, di carattere pratico e simbolico, tra deviazioni sessuali e infedeltà a Dio (v. Rm 1,24-25).
I vizi del secondo gruppo riguardano invece il campo sociale: “inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere.” sono infatti comportamenti che turbano profondamente i rapporti tra le persone, rendendo impossibile una vera vita comunitaria.
Per Paolo è dunque chiaro che il rifiuto di Dio, presente sia nell’esaltazione della legge propria dei giudaizzanti che nell’idolatria pagana (v., 4,8-11), si rivela inevitabilmente nella vita sociale (v. Rm 1,18-32).
Egli conclude perciò con una severa ammonizione: “chi le compie non erediterà il regno di Dio”, cioè non potrà aver parte alla fase finale della salvezza già inaugurata dalla morte di Cristo.
All’elenco dei vizi fa seguito la descrizione delle virtù operate dallo Spirito che a differenza dei vizi, le virtù sono presentate non come opere, ma come “il frutto dello Spirito” cioè come un comportamento che sgorga spontaneo dalla sua azione nei credenti.
In questo elenco troviamo: amore, che indica il corretto rapporto con Dio (Dt 6,5) e con il prossimo (Lv19,18); gioia, pace, che rappresentano le due caratteristiche più importanti dei tempi messianici (v. Is 9,1-6); magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, le quali sono costanti dell’agire divino, ma diventano, in forza dell’alleanza, comportamenti dell’uomo nei suoi rapporti con Dio e con gli altri membri del popolo; infine mitezza, che rappresenta l’assenza di violenza, e va di pari passo con il “dominio di sé”.
Mentre per coloro che praticano i vizi sopra elencati, è chiuso l’accesso al regno di Dio, per chi pratica le virtù ispirate dallo Spirito “contro queste cose non c’è Legge” che obbliga e condanna.
Nella breve conclusione Paolo sintetizza il suo pensiero circa il complesso rapporto tra fede e morale “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Colui che ormai “vive dello Spirito” deve come conseguenza anche “camminare secondo lo Spirito”!.
Ancora una volta il dono di Dio (la vita nello Spirito) viene presentato come la fonte da cui deve scaturire spontaneamente un comportamento conforme alla natura stessa di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Gv 15,26-27.16,12-15

Anche questo brano fa parte dei “discorsi di addio” che Giovanni pone nella cornice dell’ultima cena. Per comprendere meglio dobbiamo tenere presente che Gesù quando pronuncia queste parole sta per affrontare consapevolmente l’umiliazione della Sua passione e morte, ed i Suoi amici non hanno ancora compreso, o per lo meno, nella loro mentalità, non accettano ciò che appare ai loro occhi come un contrasto stridente: la dignità messianica di Gesù con la fine drammatica e cruenta della Sua vita terrena.
Gesù continua così il suo discorso: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.” Il Paraclito, lo Spirito della verità, che Gesù invierà, avrà la funzione di avvocato difensore. E’’ il secondo inviato ed ha lo scopo di rendere testimonianza a Gesù e di confermare la validità della Sua predicazione.
Lo Spirito, tuttavia, procede dal Padre, in quanto la Sua missione nel mondo in unione con quella del Cristo, ha la Sua origine nell’iniziativa salvifica del Padre.
e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio”. I discepoli testimonieranno in favore di Gesù tenendo vivo, mediante il rapporto vitale con Lui, il Suo messaggio e attuando il Suo progetto di salvezza. La loro testimonianza quindi non sarà costituita solo da parole, ma anche e soprattutto da opere, che rappresentano il “frutto” della loro unione con Lui. È attraverso i discepoli che lo Spirito testimonierà in favore di Gesù, dimostrando la verità della Sua parola!
Dopo aver parlato della persecuzione che attende i discepoli, non riportato nel brano liturgico, Gesù riprende a parlare dello Spirito che Egli invierà dopo essere ritornato al Padre.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”.
Questa ulteriore rivelazione però non sarà portata a termine da Gesù, perché “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Sarà quindi lo Spirito colui che porterà a termine la rivelazione di Gesù, diventando così il mediatore della rivelazione completa e definitiva. Lo Spirito però “non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.” L’insegnamento dello Spirito scaturirà dall’ascolto della rivelazione stessa di Gesù, Egli perciò “annuncerà le cose future” cioè farà comprendere nel loro vero significato gli eventi riguardanti la crocifissione e la glorificazione di Gesù alla destra del Padre, e farà comprendere ad ogni generazione futura il significato di ciò che Gesù ha detto e fatto.
Mentre Gesù aveva il compito di condurre gli uomini al Padre, lo Spirito li guiderà a Gesù rendendo attuale per tutti i tempi il Suo insegnamento.
Gesù conclude affermando che lo Spirito “mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.
Per la Sua intima unione con il Padre, Gesù è stato il principale rivelatore del Padre attuando il Suo progetto di salvezza; di riflesso lo Spirito santo “glorificherà” Gesù manifestando la Sua grandezza alla destra del Padre.

 

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Lo Spirito di Dio
Tu vieni a turbarci,
vento dello spirito.
Tu sei l'altro che è in noi.
Tu sei il soffio che anima
e sempre scompare.
Tu sei il fuoco
che brucia per illuminare.
Attraverso i secoli e le moltitudini
Tu corri come un sorriso
per far impallidire le pretese
degli uomini.
Poiché tu sei l'invisibile
testimone del domani,
di tutti i domani.
Tu sei povero come l'amore
per questo ami radunare
per creare.
Oh, ebbrezza e tempesta di Dio!
(David Maria Turoldo)

"La festa della Pentecoste ci fa rivivere gli inizi della Chiesa. Il libro degli Atti degli Apostoli narra che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella casa dove si trovavano i discepoli di Gesù, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso …e tutti furono colmati di Spirito Santo» Da questa effusione i discepoli vengono completamente trasformati: alla paura subentra il coraggio, la chiusura cede il posto all’annuncio e ogni dubbio viene scacciato dalla fede piena d’amore. E’ il “battesimo” della Chiesa, che iniziava così il suo cammino nella storia, guidata dalla forza dello Spirito Santo.
Quell’evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto, cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l’armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno. A nessuno la madre Chiesa chiude la porta in faccia, a nessuno! Neppure al più peccatore, a nessuno! E questo per la forza, per la grazia dello Spirito Santo. La madre Chiesa apre, spalanca le sue porte a tutti perché è madre.
Lo Spirito Santo effuso a Pentecoste nel cuore dei discepoli è l’inizio di una nuova stagione: la stagione della testimonianza e della fraternità. È una stagione che viene dall’alto, viene da Dio, come le fiamme di fuoco che si posarono sul capo di ogni discepolo. Era la fiamma dell’amore che brucia ogni asprezza; era la lingua del Vangelo che varca i confini posti dagli uomini e tocca i cuori della moltitudine, senza distinzione di lingua, razza o nazionalità. Come quel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo è effuso continuamente anche oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi perché usciamo dalle nostre mediocrità e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo intero l’amore misericordioso del Signore. Comunicare l’amore misericordioso del Signore: questa è la nostra missione! Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito Santo, perché mentre annunciamo Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, scaldiamo il nostro cuore e anche il cuore dei popoli avvicinandoli a Lui, via, verità e vita.
Ci affidiamo alla materna intercessione di Maria Santissima, che era presente come Madre in mezzo ai discepoli nel Cenacolo: è la madre della Chiesa, la madre di Gesù diventata madre della Chiesa. Ci affidiamo a Lei affinché lo Spirito Santo scenda in abbondanza sulla Chiesa del nostro tempo, riempia i cuori di tutti i fedeli e accenda in essi il fuoco del suo amore."
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 24 maggio 2015

 

1 L'origine della festa di Pentecoste è ebraica e si riferisce allo Shavuot, celebrata sette settimane dopo la Pasqua ebraica.
La festività era legata alle primizie del raccolto e alla rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove Dio ha donato al popolo ebraico la Torah

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(Papa Giovanni XXIII)

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