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Mag 24, 2018

Domenica dopo Pentecoste - Anno B - Santissima Trinità - 27 maggio 2018

Le letture liturgiche di questa domenica dopo Pentecoste, invitandoci a fissare lo sguardo sul mistero della SS Trinità, ci fanno intravedere il volto di Dio invisibile, misericordioso e pietoso, che si occupa di ognuno di noi, che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio, Mosè parla alla sua gente per spiegare loro che mai nessun popolo sulla terra ha avuto l’esperienza di Dio come Israele in Egitto: sentirsi scelti da Dio e soprattutto sul Sinai sentire la voce del proprio Dio e rimanere vivi.
Nella seconda lettura, Paolo nella sua lettera ai Romani, approfondisce il tema della figliolanza con Dio, facendo osservare ai destinatari della sua lettera che essi non hanno ricevuto uno spirito da schiavi, che li farebbe ricadere inevitabilmente nella paura, ma uno Spirito che rende figli adottivi. E aggiunge che proprio in forza di questo Spirito noi gridiamo:Abbà! Padre!.
Nel Vangelo, Matteo ci dice che tra i compiti affidati da Gesù ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo c’è quello di battezzare “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Nel Battesimo il credente è introdotto nella vita di Dio ed è immerso nel Suo amore trinitario, e come figlio può chiamare Dio “Padre”, perché partecipe dello stesso Spirito del Figlio Unigenito. La Trinità non è un mistero da contemplare o da sforzarsi di capire: è un abbraccio di amore in cui abbandonarsi.

Dal Libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?
O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?
Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».
Dt 4,32-34,39-40

Il Deuteronomio è il quinto e ultimo libro del Pentateuco e ha la funzione di concludere la storia delle origini di Israele, e di fornire una sintesi delle tradizioni di fede contenute nella Torah. È stato scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi condivisa da molti studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte
È’ composto da 34 capitoli descriventi la storia degli Ebrei durante il loro soggiorno nel deserto del Sinai (circa 1200 a.C.) e contiene varie leggi religiose e sociali (nella Torah, o “Legge mosaica”, sono enumerati anche un insieme di 613 mitzvòt, o precetti). Dopo la Prima Legge, data da Dio sul Sinai, il Deuteronomio (Deuteros nomos) si presenta come la "Seconda Legge", la nuova Legge che Mosè consegna al popolo poco prima di morire e invita a tradurre l'amore per Dio nella vita sociale e familiare, non limitandosi dunque solo allo stretto compimento della Legge.
E’ uno dei libri più intensi di tutto l’Antico Testamento, e presenta una lettura teologica della storia del popolo eletto: Mosè, prima di morire, ricorda a Israele gli avvenimenti passati, mostrando come essi facciano parte di una economia salvifica che ha come punti centrali la promessa ai Padri, l’elezione d’Israele fra tutti i popoli della terra e l’alleanza sinaitica. Questa consapevolezza di appartenere a Dio, privilegio unico ed esclusivo, fa nascere nel popolo l’esigenza di una risposta decisa e libera a favore di Dio e della Sua legge.
Questo brano, in cui Mosè continua a ricordare alla sua gente la grandezza di Dio e le grandi cose che Lui ha fatto per il Suo popolo, inizia con delle domande che non necessitano di risposta: vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?... Mai nessun popolo sulla terra ha avuto l’esperienza di Dio come Israele in Egitto… riuscire a capire che Dio è vicino al Suo popola per essere sorgente di vita!
Poi Mosè invita il popolo a meditare bene nel proprio cuore che: il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre”.
L'esperienza d'Israele è quella di “un Dio misericordioso; che non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri”. (Dt4,31).
Il senso della fede del popolo di Dio è tutta relazionale; la dimensione spirituale passa attraverso il rapporto amorevole o conflittuale con l'unico Dio che ha scelto per ragioni misteriose proprio quel popolo, lo ha reso Suo “partner” con un Patto che si è mantenuto saldo per Sua misericordiosa volontà.
Tutto quello che siamo anche noi oggi è legato al bene che Dio ci vuole; ogni giorno possiamo essere certi che Lui ci vuole bene perché il bene, che i nostri padri hanno ricevuto al loro tempo, in realtà è fatto anche a noi oggi. Quella che ora meditiamo è una grande dichiarazione d'amore che è scritta nel nostro DNA e che va oltre lo spazio e il tempo.
La felicità per noi oggi, e per i nostri figli domani, sta nella fede che ci fa sentire Dio vicino a noi, come nostro Padre, nella gioia originata dalla comunione col Signore Gesù che ci fa gustare il sapore della vera felicità nel rendere felici gli altri, perché testimoni della Misericordia che lo Spirito Santo continuamente ci annuncia.

Salmo 32 Beato il popolo scelto dal Signore.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore,
Signore, come da te noi speriamo.

Il salmo comincia con un’esortazione alla gioia. Infatti la tentazione della tristezza è sottile, porta l’anima a stancarsi nel perseverare nel bene e, alla fine, a rivolgersi al male come fonte sicura di consolazioni.
La tristezza non s’accompagna con la lode, ma con la lamentosità, e dunque bisogna mantenersi nella gioia per lodare il Signore, e del resto lodare il Signore mantiene nella gioia, quella vera, che non è euforia, ma realtà dell’amore.
Il salmista esorta ad allontanarsi dalla tristezza accompagnando la lode con la cetra, con l’arpa a dieci corde. La lode sia canto. Canto che nasce dall’amore, dal cuore, da un cuore puro. Non canto di bella voce, ma canto di bel cuore. “Cantate un canto nuovo”, esorta il salmista; il che vuol dire che il canto sia nuovo nell’amore. Si potranno usare le stesse parole, ma il canto sarà sempre nuovo se avrà la novità dell’amore. Non c’è atto d’amore che non possa dirsi nuovo se fatto con tutto il cuore.
Con arte”, bisogna suonare, nell’esultanza e non nell’esaltazione.
Il salmista dice il perché della lode a Dio; perché “retta è la parola del Signore”, cioè non mente, costruisce, guida, dà luce, dà pace e gioia. E ogni opera sua è segnata dalla fedeltà all’alleanza che egli ha stabilito col suo popolo.
Egli ama il diritto e la giustizia, cioè la pace tra gli uomini, la comunione della carità, il rispetto dei diritti dell’uomo.
Egli ha creato le cose come dono all’uomo, per cui ogni cosa ha una ragione d’amore: “dell'amore del Signore è piena la terra”.
La creazione procede dal suo volere, dalla sua Parola. Tutte le cose sono state create con un semplice palpito del suo volere.
Le stelle, che nella volta celeste si muovono (moto relativo al nostro punto di vista) come schiere. Le acque del mare sono ferme come dentro un otre: esse non possono dilagare sulla terra. Nelle cavità profonde della terra ha confinato parimenti le acque abissali, che sfociano in superficie nelle sorgenti. Esse sono chiuse (“chiude in riserve gli abissi”), e non diromperanno sulla terra unendosi a quelle dei mari e del cielo per sommergere la terra (Cf. Gn 1,6-10; 7,11).
Il salmista proclama il suo amore a Dio a tutta la terra, invitando tutti gli uomini a temere Dio, cioè a temere di offenderlo perché egli è infinitamente amabile. Gli abitanti del mondo tremino davanti a lui, perché misericordioso, ma è anche giusto giudice e non lascia impunito chi si ribella a lui. Egli è l’Onnipotente perché: “parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto”.
I popoli, le nazioni, che vogliono costruirsi senza di lui non avranno che sconfitta. I loro progetti sono vani, non avranno successo. Al contrario il disegno salvifico ed elevante del Signore rimane per sempre. Nessuno lo può arrestare. Esso procede dal suo cuore, cioè dal suo amore - “i progetti del suo cuore” - e rimane per sempre, per tutte le generazioni.
Il salmista poi celebra Israele; il nuovo Israele, quello che ha come capo Cristo, e del quale Israele un giorno farà parte (Rm 11,15).
Nessuno sfugge allo sguardo del Signore: “guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini”. E lui sa ben vedere il cuore dell’uomo poiché lui l’ha creato, e sa “comprendere tutte le sue opere”, perché sa vedere il merito o il demerito sulla base dell’adesione all’orientamento al bene del cuore, e alla grazia che egli dona.
La sua grazia è la forza dell’uomo nelle situazioni di difficoltà. L’uomo non deve credere di salvarsi dalle catastrofi sociali perché possiede cavalli, ma deve rivolgersi a Dio, che può “liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Il salmista, unito ai giusti, esprime una dolce professione di fede in Dio, una dolce speranza in lui: “L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo”; conclude poi con un’ardente invocazione: “Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Rm 8,14-17

San Paolo scrisse la lettera ai Romani da Corinto probabilmente tra gli anni 58-59. La comunità dei cristiani di Roma era già ben formata e coordinata, ma lui ancora non la conosceva. Forse il primo annuncio fu portato a Roma da quei “Giudei di Roma”, presenti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste e che accolsero il messaggio di Pietro e il Battesimo da lui amministrato, diventando cristiani. Nacque subito la necessità di avere a Roma dei presbiteri e questi non poterono che essere nominati a Gerusalemme.
La Lettera ai Romani, che è uno dei testi più alti e più impegnativi degli scritti di Paolo, ed è anche la più lunga e più importante come contenuto teologico, è composta da 16 capitoli: i primi 11 contengono insegnamenti sull'importanza della fede in Gesù per la salvezza, contrapposta alla vanità delle opere della Legge; il seguito è composto da esortazioni morali. Paolo, in particolare, fornisce indicazioni di comportamento per i cristiani all'interno e all'esterno della loro comunità
Paolo in questo brano approfondisce il tema della figliolanza con Dio, facendo osservare ai destinatari della sua lettera che essi non hanno ricevuto uno spirito da schiavi, che li farebbe ricadere inevitabilmente nella paura, ma uno Spirito che rende figli adottivi. E aggiunge che proprio in forza di questo Spirito noi gridiamo:Abbà! Padre!.
Lo Spirito non solo dà ai credenti la possibilità di chiamare Dio con l’appellativo di “Padre”, ma insieme al loro spirito attesta che sono veramente figli di Dio.
La figliolanza divina non è quindi una semplice dottrina, ma un’esperienza che ha luogo nell’ambito della preghiera. In quanto figli, i credenti sono diventati eredi di Dio, coeredi di Cristo, cioè hanno ricevuto con Lui l’attuazione delle promesse fatte da Dio ad Abramo, di conseguenza essi parteciperanno alla stessa gloria che fin d’ora è propria del Figlio.
Ciò si realizza però a patto che sappiano soffrire con Lui, accettando cioè di passare attraverso le stesse sofferenze che hanno caratterizzato la Sua vita terrena.
Pur essendo giustificati, i credenti non sono ancora arrivati alla meta finale, ma hanno davanti a sé un lungo cammino pieno di prove.
E’ in questo brano che Paolo cerca di collegare strettamente il “già” e il “non ancora” della salvezza. I credenti in Cristo hanno già ricevuto il Suo Spirito, sono liberati dalla carne e sono già partecipi della nuova vita che Cristo ha portato con la Sua morte. In forza della loro unione con Cristo, essi sono già diventati a tutti gli effetti figli di Dio. Per loro i tempi ultimi della salvezza sono già iniziati.

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Mt 28, 16-20

L’evangelista Matteo a capitolo 28 nel suo Vangelo racconta che l’angelo al sepolcro aveva detto alle donne di riferire ai discepoli che Gesù risorto li avrebbe preceduti in Galilea e là lo avrebbero visto. Ora egli precisa che effettivamente i discepoli si sono recati in Galilea e si sono radunati su un monte. Anche questo monte, come quello delle beatitudini, ha un significato teologico perché proprio nel luogo prescelto essi vedono Gesù e si prostrano davanti a Lui, ma Matteo però precisa che nello stesso tempo essi dubitano.
La loro reazione evidenzia una fede mescolata al dubbio, che nel cammino dei credenti rimane sempre presente, come un’ombra inseparabile. Matteo non descrive i dettagli di questa apparizione, ma riporta che è Gesù che prende l’iniziativa facendosi vedere; e avvicinandosi a loro dichiara: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.” In forza della Sua morte e risurrezione è stato conferito a Gesù il potere stesso di Dio, che consiste nella capacità di instaurare il Suo regno e di portare la salvezza a tutta l’umanità. La pienezza di questo potere è sottolineata dall’espressione “in cielo e sulla terra”, che indica i due estremi che racchiudono ogni realtà creata.
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”.
L’autorità del Risorto viene conferita ai discepoli, che in nome del Maestro dovranno andare in tutto il mondo per compiere diverse azioni: fare discepoli, battezzare, insegnare.
L’attività degli Undici consisterà dunque nel “fare discepoli tutti i popoli… il programma dunque è il discepolato, che ora, dopo la risurrezione di Gesù, deve essere esteso a tutti. Matteo non pensa a una cristianizzazione in massa dei pagani, ma alla formazioni di comunità in cui i pagani diventano, allo stesso modo dei giudei, discepoli di Gesù. Questi pagani, come conseguenza del fatto di essere diventati anche loro discepoli, dovranno essere battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: in questa formula si mostra come il battesimo, amministrato originariamente nel nome di Gesù (v. At 8,16; 10,48; 19,5), comporti non solo un coinvolgimento nella persona e nell’insegnamento del Figlio, ma anche un’immersione per mezzo Suo nel Padre e nello Spirito Santo.
Ciò che Gesù comanda ai suoi discepoli non è certo facile da eseguire, il suo sembrerebbe un comandamento arduo se Lui non avesse aggiunto: io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù assumendo la nostra natura umana, è divenuto veramente l'"Emmanuele", cioè il "Dio con noi". In un dialogo incessante d'amore Gesù risorto continua a ripetere ad ognuno di noi: “non temere Io sono con te!“.

**********

Stavo rimpiangendo il passato
e temendo il futuro.
Improvvisamente il Signore parlò:
Mi chiamo: Io sono.
Tacque
Attesi
Egli continuò:
Quando vivi nel passato,
coi suoi errori e i suoi rimpianti è duro:
io non ci sono.
Il mio nome non è: io ero.
Quando vivi nel futuro,
coi suoi problemi e le sue paure,
è duro. Io non ci sono.
Il mio nome non è: io sarò.
Quando vivi nel momento presente
non è difficile.
Io ci sono,
il mio nome è: IO SONO

“Oggi celebriamo la festa della Santissima Trinità, che ci ricorda il mistero dell’unico Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Trinità è comunione di Persone divine le quali sono una con l’altra, una per l’altra, una nell’altra: questa comunione è la vita di Dio, il mistero d’amore del Dio Vivente.
E Gesù ci ha rivelato questo mistero. Lui ci ha parlato di Dio come Padre; ci ha parlato dello Spirito; e ci ha parlato di Sé stesso come Figlio di Dio. E così ci ha rivelato questo mistero. E quando, risorto, ha inviato i discepoli ad evangelizzare le genti, disse loro di battezzarle «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Questo comando, Cristo lo affida in ogni tempo alla Chiesa, che ha ereditato dagli Apostoli il mandato missionario. Lo rivolge anche a ciascuno di noi che, in forza del Battesimo, facciamo parte della sua Comunità.
Dunque, la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri. Questo significa accogliere e testimoniare concordi la bellezza del Vangelo; vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere lo splendore della Trinità e di evangelizzare non solo con le parole, ma con la forza dell’amore di Dio che abita in noi.
La Trinità, come accennavo, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno.
Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente “trinitario”: lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e ci ricorda anche quello che Gesù ci ha insegnato; e Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui.
Tutto, nella vita cristiana, ruota attorno al mistero trinitario e viene compiuto in ordine a questo infinito mistero. Cerchiamo, pertanto, di tenere sempre alto il “tono” della nostra vita, ricordandoci per quale fine, per quale gloria noi esistiamo, lavoriamo, lottiamo, soffriamo; e a quale immenso premio siamo chiamati. Questo mistero abbraccia tutta la nostra vita e tutto il nostre essere cristiano. Ce lo ricordiamo, ad esempio, ogni volta che facciamo il segno della croce: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E adesso vi invito a fare tutti insieme, e con voce forte, questo segno della croce: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!””
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 31 maggio 2015

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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