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Lug 20, 2020

XVI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - "La parabola del regno dei cieli" - 19 luglio 2020

Le letture che la liturgia di questa domenica ci propone, ci aiutano a capire come Dio sia paziente e giusto e che il regno dei cieli instaurato da Gesù non s’impone con la forza, ma con un’attenzione attiva ai segni dei tempi che puntualmente faranno la loro comparsa.
Nella prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, Dio viene presentato come il grande paziente, che ha nelle mani la forza e il potere, ma attende che i peccatori si pentano perchè vuole salvarli.
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, San Paolo afferma che alla nostra preghiera, talvolta vuota, viene in aiuto lo Spirito, Egli è realmente in noi: prega dentro di noi e ci suggerisce le parole da rivolgere al Padre.
Nel Vangelo di Matteo troviamo una infinità di parabole: chicchi di senape e di frumento, erbe buone e maligne, terra scavata per nascondere tesori, falò dove si brucia la zizzania, e i relativi personaggi umani: il seminatore e il contadino suo nemico, i servi e il padrone della fattoria. Gesù, servendosi di questi paragoni ci fa crescere nella fede per farci comprendere che Dio non interviene subito, in modo clamoroso, nella storia dell’uomo. Egli è paziente e sa aspettare. Il Regno cresce a poco a poco in silenzio e con efficacia.

Dal libro della Sapienza
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose,
perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto.
La tua forza infatti è il principio della giustizia,
e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti.
Mostri la tua forza
quando non si crede nella pienezza del tuo potere,
e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono.
Padrone della forza, tu giudichi con mitezza
e ci governi con molta indulgenza,
perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.
Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.
Sap 12,13,16-19

Il Libro della Sapienza è stato utilizzato dai Padri fin dal II secolo d.C. e, nonostante esitazioni e alcune opposizioni, è stato riconosciuto come ispirato allo stesso titolo dei libri del canone ebraico.
È stato composto ad Alessandria d’Egitto tra il 20 a.C. e il 38 d.C. da Filone o da un suo discepolo, e si presenta come opera di Salomone (in greco infatti il testo si intitola “Sapienza di Salomone”) .
L'autore si esprime come un re e si rivolge ai re come suoi pari. Si tratta però di un espediente letterario, per mettere questo scritto, come del resto il Qoelet o il Cantico dei Cantici, sotto il nome di Salomone il più grande saggio d’Israele. Il libro è stato scritto tutto in greco, anche la prima parte (1-5) , per la quale alcuni hanno ipotizzato, a torto, un originale ebraico. L'unità della composizione è confermata dall'unità della lingua, che risulta flessibile e ricca, scorrevole e senza forzature nelle diverse forme della retorica.
Il brano che la Liturgia ci propone, indirizzato in particolare ai Giudei della diaspora, che si chiedevano perché Dio non intervenisse a distruggere gli idolatri, l’autore, dopo essersi domandato perché il Signore è stato tanto misericordioso con l'Egitto e Canaan nell'Esodo, giunge a concludere: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto”
Questa affermazione che ribadisce che: “Non c’è Dio fuori di te…” che abbia cura di tutte le cose, ci fa comprendere che Dio non lo si può definire, è al di sopra della nostra comprensione umana, e ci impedisce di chiuderlo in uno schema.
Noi possiamo solo cercare di fare nostro l'atteggiamento di Dio che con la Sua indulgenza e la Sua misericordia ci insegna ad amare il prossimo, e restare aperti al perdono, alla fiducia e all'indulgenza.
In quest’opera, la dottrina biblica sulla sapienza raggiunge gli ultimi sviluppi ed è come il sintomo dell’insegnamento del Nuovo Testamento sulla grazia; a sua volta il Nuovo Testamento aiuta a capire la dottrina dell’antico sulla sapienza.
La speranza beata nell’aldilà è espressa con rara chiarezza, illuminando il problema dell’umano destino. E’ l’ultimo passo verso la rivelazione cristiana: Cristo, sapienza di Dio incarnata tra gli uomini, è la fonte della vita e della felicità eterna.
Questo spiega l’influsso che il libro ha esercitato nella cristologia di Giovanni e di Paolo…

Salmo 85: Tu sei buono, Signore, e perdoni.

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.

Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà.

Al centro Il salmo è stato scritto da un pio Giudeo che resiste intrepido di fronte alla pressione di nemici arroganti e violenti che si gloriano dei loro dei. L'epoca della composizione del salmo è probabilmente quella che precedette la grande reazione dei Maccabei contro la pressione ellenistica.
Il salmista si presenta “povero e misero”, alla ricerca di una via per organizzarsi, per difendersi, e camminare così nella verità in quella situazione nella quale si sente messo al bando. Questa via la chiede a Dio, che già la conosce: “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini”.
Di fronte agli dei pagani il salmista dichiara che nessuno di loro regge al confronto con Jahvéh: “Fra gli dei nessuno è come te, Signore, e non c'è nulla come le tue opere”; ma non solo afferma la supremazia di Dio, afferma anche l'unicità di Dio: “Tu solo sei Dio”. Gli dei pagani sono inesistenti, sono il prodotto dei vaneggiamenti umani e, pur senza dichiararlo esplicitamente, il salmista fa intendere come all'ombra delle concezioni pagane del divino strisci il serpente ingannatore, autore di prodigi, che però non reggono di fronte allo splendore di quelli di Dio: “Non c'è nulla come le tue opere”. I prodigi dei maghi d'Egitto furono un nulla rispetto al dispiegarsi della potenza di Dio (Cf. Es 15,11).
Il salmista afferma che il tempo in cui tutti i popoli della terra riconosceranno Dio verrà: “Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te Signore, per dare gloria al tuo nome”.
Nel pericolo il salmista chiede a Dio di non cadere in dissipazioni: “tieni unito il mio cuore, perché tema il tuo nome”, con ciò avrà una lode autentica, espressa “con tutto il cuore”. Egli si presenta a Dio ringraziandolo per la misericordia che gli ha accordato quando era ormai senza speranza di vita: “dal profondo degli inferi”.
L'assalto degli arroganti è incessante, ma il salmista si rifugia in Dio, che è “Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà”. Egli ha trovato pace e forza nella fiducia in Dio, propria di un cuore semplice che teme Dio.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla lettera di S.Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
Rm 8,26-27

L’Apostolo Paolo, continuando la sua lettera ai Romani, dopo aver mostrato nella parte precedente come la giustificazione mediante la fede, abbia aperto la strada a una vita nuova, ora sviluppa alcune intuizioni, che aveva già anticipato precedentemente. Nel capitolo 8 l’apostolo mostra anzitutto come sia ormai lo Spirito a guidare l’uomo giustificato (vv. 1-13) e prosegue mettendo in luce come lo Spirito stesso trasformi intimamente non solo il credente ma anche tutto l’universo.
Nel versetto precedente del brano liturgico Paolo aveva parlato della speranza come attesa perseverante delle cose promesse, che ancora non sono oggetto di esperienza. Proprio in questo campo si rivela però tutta la debolezza dei credenti, Paolo infatti in questo brano dopo aver affermato che: lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, continua spiegando il perché,”non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente”. Chi prega, per essere esaudito, deve presentare a Dio richieste che siano conformi alla Sua volontà, ma se non si sa che cosa chiedere la preghiera viene privata di efficacia perché rischia di imporre a Dio qualcosa che Egli non è disposto a concedere. Per pregare efficacemente è quindi necessario sapere prima che cosa Dio è disposto a dare, ma proprio questo non rientra nella facoltà dell’uomo.
Quello che i credenti da soli non possono raggiungere, viene loro conferito da Dio mediante lo Spirito, “che intercede con gemiti inesprimibili”. Lo Spirito non può non conoscere ciò che Dio vuole, perché forma con Lui un’unica cosa. perciò viene incontro ai credenti in quanto, non solo suggerisce loro ciò che devono chiedere a Dio, ma Lui stesso, presente nei loro cuori, prega per loro e in loro usando un linguaggio che è sconosciuto agli esseri umani. La presenza dello Spirito è percepibile ai credenti in quanto si identifica con lo Spirito di Gesù, cioè la forza e il fascino che promanano dalla Sua predicazione e da tutta la Sua vita.
La preghiera ispirata e guidata dallo Spirito perciò ha tutte le garanzie di essere esaudita perché “Egli che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.”
Dio non si ferma alle apparenze: Egli è l’unico in grado di scrutare i cuori (Sal 139,1; Ger 12,3; 1Cr 29,17), cioè di vedere quali sono veramente i pensieri e le scelte profonde dell’uomo. Guardando l’intimo dei cuori, Dio vede se in essi vi siano veramente i desideri, cioè il modo di pensare e di agire suggerito dallo Spirito. In questo caso è lo Spirito stesso che intercede per i credenti “secondo i disegni di Dio”, cioè in sintonia con i Suoi disegni e la Sua volontà.
In altre parole una preghiera autentica non può scaturire se non da un cuore immerso in Dio e nel Suo piano di salvezza che riguarda tutta l’umanità. Ciò avviene nella misura in cui il credente fa proprio lo Spirito di Gesù, la Sua mentalità, il Suo modo di pensare. In lui è lo Spirito di Gesù che rivolge al Padre una preghiera che non può non essere esaudita.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Mt 13, 24-43

L’Evangelista Matteo ci presenta la stessa ambientazione di domenica scorsa: Gesù è salito su di una barca e parla alla folla in parabole. Dopo aver riportato la parabola del seminatore e la relativa spiegazione, ora Gesù espone la parabola della zizzania, del granello di senape, e del lievito. Ed inizia così: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo… Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, ..
Nella prima parabola si possono distinguere tre momenti: un proprietario terriero fa seminare del buon grano nel suo campo ma successivamente un suo avversario semina nel campo della zizzania; i servi, che si sono accorti di quanto è accaduto, chiedono al padrone di poter eliminare subito la zizzania; il padrone invece dice di aspettare e di lasciar crescere insieme il buon grano e la zizzania per evitare che, togliendo questa, si danneggi anche quello; la separazione è rimandata al momento della mietitura
Anche in questa parabola si tratta della sorte del seme. Mentre in quella del seminatore la buona riuscita del raccolto viene messa a rischio dai terreni non adatti, ora l’ostacolo è la zizzania che un nemico semina in tutto il campo, proprio in mezzo al buon grano. La zizzania è in effetti un’erbaccia le cui radici, nella crescita, si intrecciano con quelle del frumento e quindi non può essere estirpata senza danneggiarlo; per questo il padrone decide di attendere la mietitura per procedere alla separazione. Il punto centrale della parabola consiste dunque nel fatto che il buon grano, pur dovendo coesistere con la zizzania, non ne viene condizionato e al momento della mietitura può essere raccolto e depositato nel granaio.
L’applicazione al regno di Dio è chiara. Gesù rivolgeva la Sua parola a tutti, compresi i peccatori, e attraverso la Sua azione, era Dio stesso che spargeva il buon seme nel cuore degli uomini. Ma non tutti accoglievano il Suo messaggio: una parte degli ascoltatori si rifiutava di convertirsi. Per i buoni c’era dunque la tentazione di separarsi e di formare un gruppo chiuso, una comunità di puri, come facevano per esempio i farisei e gli esseni di Qumran.
Gesù invece esige che i Suoi discepoli vivano insieme ai malvagi, condividendo i momenti ordinari della vita. La parabola poteva anche significare che anche all’interno del gruppo di Gesù erano presenti persone buone e altre incerte, legate a interessi diversi da quelli del regno: la presenza tra queste di Giuda ne sarà il segno più evidente.
Anche le altre parabole che Gesù propone iniziano con questa espressione: Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. …...«Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Il punto centrale di entrambe è dato dal contrasto tra un inizio modesto e un finale straordinario e grandioso. Tra esse la diversità più significativa consiste nel fatto che la prima si riferisce al lavoro dell’uomo, la seconda a quello della donna.
Nella parabola del granello di senape si sottolinea il contrasto tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza della pianta che ne deriva. Il seme si riferisce alla predicazione e all’attività pubblica di Gesù, che sembravano infruttuose. Egli invita chi lo ascolta ad aver fiducia nella Sua opera, nonostante il suo apparente insuccesso, perché in essa è già presente e operante il regno dei cieli. Il dettaglio degli uccelli del cielo che vengono a fare il nido tra i rami del grande albero stanno a significare la totalità dei popoli che un giorno entrerà a far parte del regno di Dio (Ez 17,23; 31,6; Dn 4,9.18). Si allude così al pellegrinaggio delle genti verso la Città Santa, predetto dai profeti (V. Mt 8,11-12).
L’entusiastica adesione al vangelo di numerosi pagani costituiva certamente già per i primi cristiani un segno della potenza spirituale del vangelo e una manifestazione della regalità di Dio nel mondo, annunciata da Gesù. Lo scopo della parabola è anche quello di infondere fiducia in coloro che soffrivano per gli scandali che si presentavano e per la lentezza con cui il regno di Dio si stava manifestando.
Anche nella parabola del lievito il punto di maggior rilievo consiste nel contrasto tra la situazione iniziale della farina, nella quale una donna nasconde la sera un po’ di lievito, e l’enorme quantità di pasta lievitata che si ritrova il mattino seguente.
Il detto citato fa pensare alle usanze domestiche del tempo di Gesù in cui le donne preparavano il pane in casa. Uno staio di farina corrispondeva a circa 10 kg, la donna della parabola quindi ne ha impastata una quantità enorme, sufficiente per una cinquantina di pezzi di pane.
Nella Bibbia il lievito di solito simboleggia qualcosa di negativo, (V.Mt 16,6.12; 1 Cor 5,6.8), qui invece Gesù se ne serve per esprimere la forza trasformatrice del vangelo. Il paragone serve ad illustrare la sproporzione tra la fase iniziale piuttosto impercettibile del regno, che corrisponde al periodo della predicazione di Gesù, e quella finale nel suo compimento escatologico. Gesù rassicura così i discepoli scoraggiati, mostrando loro che Dio è sempre all’opera nella Sua missione
Il brano termina quando Gesù congedata la folla entrò in casa e i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo” Dietro richiesta dei discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania.:Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo rappresenta il mondo, il buon seme sono i figli del regno, cioè tutti coloro che hanno corrisposto alla chiamata divina. La zizzania simboleggia i figli del malvagio, cioè tutti gli operatori d’iniquità; il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura si riferisce al giorno del giudizio, i mietitori sono gli angeli. i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Dalla parabola della zizzania emerge una lezione essenziale: bisogna nutrire la massima fiducia nell’efficacia dell’annuncio della parola di Dio, nonostante la persistenza del male nel mondo. Rientra nel piano di Dio lasciare che il bene e il male esistano l’uno accanto all’altro per un periodo indefinito, ma la separazione avrà certamente luogo alla fine.
Sforziamoci però di arrivare all’ottica di Dio, perché le Sue vie non sono le nostre vie, i Suoi giudizi non sono i nostri giudizi: Gesù, infatti, si fa amico dei pubblicani e dei peccatori, dialoga e pranza con loro così come dialoga e pranza con le persone giuste e pie. Egli spera sino all’ultimo di essere più il “medico” che il giudice. Egli sa che il dominio universale della storia rende il Signore “indulgente con tutti.,,,Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza;ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi…. perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi” (Sap 12,16.18-19) .

*****

“L’odierna pagina evangelica propone tre parabole con le quali Gesù parla alle folle del Regno di Dio. Mi soffermo sulla prima: quella del grano buono e della zizzania, che illustra il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio. Quanta pazienza ha Dio! Anche ognuno di noi può dire questo: “Quanta pazienza ha Dio con me!”. Il racconto si svolge in un campo con due opposti protagonisti. Da una parte il padrone del campo che rappresenta Dio e sparge il buon seme; dall’altra il nemico che rappresenta Satana e sparge l’erba cattiva.
Col passare del tempo, in mezzo al grano cresce anche la zizzania, e di fronte a questo fatto il padrone e i suoi servi hanno atteggiamenti diversi. I servi vorrebbero intervenire strappando la zizzania; ma il padrone, che è preoccupato soprattutto della salvezza del grano, si oppone dicendo: «Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale. Con le sue ambiguità e il suo carattere composito, la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male.
E in questo campo si tratta dunque di congiungere, con grande fiducia in Dio e nella sua provvidenza, due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza. La decisione è quella di voler essere buon grano - tutti lo vogliamo -, con tutte le proprie forze, e quindi prendere le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni. La pazienza significa preferire una Chiesa che è lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli, piuttosto che una Chiesa di “puri”, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no.
Il Signore, che è la Sapienza incarnata, oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: “Questi sono i buoni, questi sono i cattivi”. Egli ci dice che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè: Siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: “Chi non è peccatore alzi la mano”. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori. Gesù Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati. Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi, significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi.
E poi Gesù ci insegna un modo diverso di guardare il campo del mondo, di osservare la realtà. Siamo chiamati a imparare i tempi di Dio - che non sono i nostri tempi - e anche lo “sguardo” di Dio: grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono. E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!
Ci aiuti la Vergine Maria a cogliere nella realtà che ci circonda non soltanto la sporcizia e il male, ma anche il bene e il bello; a smascherare l’opera di Satana, ma soprattutto a confidare nell’azione di Dio che feconda la storia.”

Papa Francesco Parte dell’Angelus del 23 luglio 2017

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
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