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Mag 4, 2016

VII domenica di Pasqua - Ascensione del Signore - Anno C – 8 maggio 2016

In questa domenica ricordiamo l’Ascensione del Signore che se anche è una festa di addio, paradossalmente non conosce lacrime e malinconia, perché Gesù lascia gli apostoli promettendo lo Spirito Santo che rende l’Ascensione, non una sparizione di Gesù in un mondo lontano, irraggiungibile, ma una vicinanza permanente nel cuore dei credenti.

Nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli Gesù salendo al Padre conclude la sua esistenza terrena. Con l’ascensione di Gesù, la Chiesa inizia la sua vicenda storica proprio con questa grande epifania del Cristo, il Signore e Salvatore risorto. Chi crede in Lui sa di vivere per mezzo di Lui nella Parola e nei sacramenti.

Nella seconda lettura, l’autore della Lettera agli Ebrei, commenta: Cristo… è entrato…nel cielo stesso… per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore… E’ apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso… apparirà una seconda volta a coloro che l’aspettano per la loro salvezza”.

Nel Vangelo di Luca sono riportati gli ultimi momenti della permanenza di Gesù con i suoi discepoli. . L’ultimo comando di Gesù ai Suoi discepoli, e da loro a noi oggi, è stato di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo a ogni creatura. La vera missione che oggi noi dobbiamo compiere, non è tanto di andare in tutto il mondo (non tutti hanno la capacità e le possibilità di farlo) ma è di annunciare il Vangelo al nostro piccolo mondo, a quello che ci circonda, quello che secondo le fasi della nostra vita, accostiamo. Forse sarà un mondo ancora più difficile di quello che si potrà trovare nella classica terra di missione, ma a quello siamo chiamati a dare la nostra testimonianza di credenti. Il Signore non ci chiede mai di scalare una montagna se prima non siamo in grado neanche di arrivare alla piccola altura del nostro cuore.

Dagli Atti degli Apostoli
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
At 1,1-11

Luca apre “gli Atti degli Apostoli” col racconto della presenza “vivente” di Gesù in mezzo ai discepoli, dopo la risurrezione. Ad essi Gesù chiede di attendere il dono dello Spirito Santo, sintesi di tutte le promesse di Dio e “inizio” del regno, un regno che si espanderà da Gerusalemme fino a tutti i confini della terra.
Con la Sua ascensione in cielo Gesù ha concluso la Sua esistenza terrena portando a compimento l’opera che il Padre gli aveva affidato. Ora passa le consegne ai Suoi apostoli e da loro a tutta la Sua Chiesa, il Suo corpo mistico, che dovrà essergli testimone. Luca annota che quando una nube sottrasse Gesù agli occhi dei suoi discepoli essi rimasero incantati a guardare in cielo, ma apparvero loro due uomini che li richiamarono alla realtà «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? …Gesù, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
E proprio nell’impegno che noi oggi, Sua Chiesa, abbiamo di testimoniarlo, si sperimenta la Sua presenza, si scopre che Gesù non solo è venuto e verrà, ma che viene, oggi, nell’oggi di ognuno di noi, e lo colma di sé, della Sua gioia. La nostra testimonianza diviene allora indicazione di una presenza sperimentata, amata, e perciò comunicata.

Salmo 46 - Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Il salmo è un inno festoso a Dio re dell’universo. Il salmo invita tutti i popoli ad applaudire il Signore. Dopo il momento terribile delle vittorie filistee e dei popoli della terra di Canaan, ecco la vittoria per Israele. La terra promessa sta per essere totalmente conquistata e Gerusalemme è stata sottratta ai Gebusei. Un corteo festante porta l’arca dentro la Città di Davide: “Ascende Dio tra le acclamazioni”.
La conquista della terra promessa, la presa di Gerusalemme sono solo una tappa di un disegno più ampio di Dio che riguarda tutti i popoli.
Israele ha visto come Dio ha posto ai suoi piedi le nazioni, e dunque nessuna nazione può resistergli.
Egli è “re di tutta la terra”. Il popolo di Abramo è come un germe chiamato ad attirare a sé i popoli. Il salmista vede profeticamente già attuato questo: “I capi dei popoli si sono raccolti come popolo del Dio di Abramo”. Questo avverrà per mezzo del futuro Messia, che produrrà la nuova ed eterna alleanza. Il segno della sua vittoria sarà la risurrezione, la sua salita al cielo - “ascende Dio tra le acclamazioni” -, il suo stare alla destra del Padre (Cf. Ps 110,1).
Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti
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La liturgia cattolica a causa del versetto “ascende Dio…” ha usato questo salmo per l’Ascensione del Cristo, mentre quella giudaica lo fa recitare sette volte prima che il corno dia il segnale inaugurale del nuovo anno. …
Al centro appare la figura monumentale del Signore re d’Israele, mentre tutt’attorno si odono suoni, voci, applausi: egli è: “altissimo, terribile, grande”. Si tratta di attributi che vogliono esaltare la trascendenza divina, il suo primato sull’essere, la sua onnipotenza.
Per un lettore cristiano il parallelo cristologico potrebbe essere la celebre pagina finale di Matteo in cui il Cristo risorto proclama:
“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra…” 28,28
Commento tratto da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi

Dalla lettera agli Ebrei
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
Eb 9,24-28; 10,19-23

L’autore della Lettera agli Ebrei è rimasto anonimo, anche se nei primi tempi si è pensato a Paolo di Tarzo, ma sia la critica antica che moderna, ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.
L’autore è certamente di origine giudaica, perchè conosce perfettamente la Bibbia, ha una fede integra e profonda, una grande cultura, ma tutte le congetture fatte sul suo nome rimangono congetture, si può solo dedurre che nel cristianesimo primitivo ci furono notevoli personalità oltre agli apostoli, anche se rimaste sconosciute. Quanto ai destinatari – ebrei – è certo che l’autore non si rivolge agli ebrei per invitarli a credere in Cristo, il suo scopo è invece quello di ravviare la fede e il coraggio ai convertiti di antica data, con tutta probabilità di origine giudaica. Infatti per discutere con essi, l’autore cita in continuazione la Scrittura e richiama incessantemente le idee e le realtà più importanti della religione giudaica .
Il testo che abbiamo in questa liturgia è composto da due piccoli brani: il primo (9,24-28) presenta l’ascensione di Gesù come un atto sacerdotale, e fa un confronto con il sommo sacerdote che entra una volta all’anno nel “santo dei santi” del tempio di Gerusalemme e Gesù che fa il suo ingresso nel cielo. Entrambi compiono un’azione sacerdotale, ma quella di Gesù è infinitamente superiore perchè Gesù penetrò nel cielo stesso e ciò in virtù del proprio sangue, il sacerdote invece soltanto nel santuario terreno e con il sangue altrui.
E’ diversa anche l’efficacia dei due sacrifici: quella del sacrificio di Cristo è assoluta, quella dei sacrifici fatti dagli uomini è inefficace. Solo Cristo ha tolto il peccato di molti.
Nel secondo brano (10,19-23) l’autore dopo aver ricordato la libertà che abbiamo di entrare nel santuario e avvicinarci a Dio realmente perchè Cristo ci ha aperto la via, ci esorta ad accostarci a questo mistero con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Lc 24: 46-53

Luca chiude il suo Vangelo narrando l’ascensione di Gesù e apre l’altra sua opera, gli Atti degli Apostoli, raccontando ancora per la seconda volta l’ascensione di Gesù. Luca sembra voler dire che l'Ascensione, se da una parte indica la chiusura della vita pubblica di Gesù, dall'altra vuol evidenziare una sua presenza più profonda nella vita dei discepoli tanto da essere l'inizio, quasi il fondamento, di tutta la storia seguente della Chiesa.

L'ascesa al cielo non vuol dire che Gesù si sia allontanato dai discepoli, ma piuttosto che egli ha raggiunto il Padre nella gloria. Ascendere perciò vuol dire entrare in un rapporto definitivo con Dio, e avere una presenza forte e diffusa: come il cielo che copre tutta la terra, così il Signore, ascendendo al cielo, comprende e avvolge tutti. Non è, quindi, un allontanarsi, ma un avvicinarsi più profondo e coinvolgente. Se così non fosse non si comprenderebbe la gioia dei discepoli. Infatti Luca annota: " poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.” Quel giorno i discepoli hanno sperimentato che il Signore era ormai definitivamente accanto a loro, con la sua Parola e il suo Spirito; una vicinanza certo più misteriosa ma ancora più reale di prima. Avranno compreso fino in fondo ciò che Gesù aveva detto “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Da quel momento in poi la presenza di Gesù sarebbe stata ancor più larga nello spazio e nel tempo; per sempre avrebbe accompagnato i discepoli, dovunque e comunque. Di qui il motivo della grande gioia. Nessuno al mondo avrebbe ormai potuto allontanare Gesù dalla loro vita.

La gioia dei discepoli, ora è anche nostra, perché possiamo vivere quel che loro sperimentarono. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! asserisce l’autore della Lettera agli Ebrei, e niente è più vero di questo! Gesù non tradisce mai, è sempre pronto a sorreggere chi lo invoca, anche l’ultimo degli uomini … non esiste un peccato così grave che la sua misericordia non possa perdonare.

1300

Pro Memoria

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