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Mag 18, 2016

1^Domenica dopo Pentecoste – Anno C – Santissima Trinità – 22 maggio 2016

Con le letture che la liturgia di questa 1^ domenica dopo Pentecoste ci presenta, noi cristiani contempliamo Dio nella Sua realtà più profonda e più intima: Dio è Padre creatore, Dio è Figlio redentore e Dio è Spirito Santo amore. Le tre Divine Persone ci permettono di vivere nella fede, nella speranza e nell’amore

Nella prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, possiamo renderci conto che già nell’Antico Testamento viene adombrato il mistero della Trinità santissima, dove la Sapienza di Dio è descritta accanto a Lui, come una persona, nel momento della creazione.

Nella seconda lettura, S.Paolo nella sua lettera ai Romani, ci ricorda che con il battesimo i cristiani fanno esperienza di essere figli adottivi di Dio. Possono conoscere così l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello Spirito Santo.

Nel Vangelo di Giovanni, troviamo ancora un’altra parte finale del lungo discorso di addio rivolto da Gesù ai Suoi discepoli durante l'ultima cena. Gesù in quella notte pronunzia per cinque volte una promessa dal contenuto costante: il dono dello Spirito Santo. Nella promessa che Gesù fa, emerge ancora una volta la relazione che intercorre tra lo Spirito Santo, il Padre e il Figlio.

La solennità della Santissima Trinità, celebrata già dal VI secolo e diffusasi all’inizio del secondo millennio, traduce in canti e preghiere il Simbolo della fede formulato nei concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). Essa proclama che il Dio che a noi si è rivelato è uno, ma non è solo. E’ comunità d’amore: Padre, principio di tutte le cose, Figlio, rivelatore del Padre e artefice della redenzione del mondo, Spirito Santo, perfezionatore della Sua opera e santificatore, uniti nello stesso amore e nello stesso progetto di salvezza. Di questo Dio in Tre persone l’uomo porta l’immagine, per questo realizza se stesso nella relazione di amore

Dal libro dei Proverbi
Così parla la Sapienza di Dio
22 «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, all'origine.
23 Dall'eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
25 prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata,
26 quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo.
27 Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull'abisso,
28 quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell'abisso,
29 quando stabiliva al mare i suoi limiti,
così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
30 io ero con lui come artefice
ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante,
31 giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo».
Pr 8,22.31

Il Libro dei Proverbi è un testo contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana. È stato scritto in ebraico, e secondo l'ipotesi condivisa da molti studiosi, la redazione definitiva del libro è avvenuta in Giudea nel V secolo a.C., raccogliendo testi composti da autori ignoti lungo i secoli precedenti fino al periodo monarchico (XI-X secolo a.C.). È composto da 31 capitoli contenenti vari proverbi e detti sapienziali. L'insegnamento contenuto, indica le regole da seguire per attuare un comportamento che non arreca problemi a chi le applica e a lungo andare lo rende felice nella vita.

Il brano fa parte della raccolta iniziale del libro e le massime sono poste sulla bocca del maestro, che si rivolge ai suoi alunni chiamandoli con l'appellativo di figli e dà loro le istruzioni per una vita saggia.
Il testo si divide in quattro parti. Nella prima (8,1-11) si introduce la sapienza, la quale scende in campo invitando tutti i “figli dell’uomo” ad ascoltarla per diventare assennati. Nella seconda (8,12-21) la sapienza pronunzia un ampio elogio delle proprie doti e capacità. Essa possiede prudenza, scienza e riflessione, detesta superbia, arroganza, cattiva condotta e bocca perversa; a lei appartiene il consiglio e il buon senso, l’intelligenza e potenza»

Nella terza parte, che ci propone la liturgia, la sapienza continua il suo discorso descrivendo la sua origine e i suoi rapporti con Dio. Questo brano è composto di quattro strofe di cui le prime due descrivono l’origine della sapienza, la terza mette in luce la sua partecipazione alla creazione e l’ultima indica i suoi rapporti con l’umanità.

Nella prima strofa (22-23) la Sapienza afferma: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, ed afferma di essere stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra
Nella seconda strofa la Sapienza riafferma la propria anteriorità rispetto alle opere create da Dio, ed elenca cinque realtà che ancora non esistevano quando ha avuto origine: le prime due sono introdotte dalla preposizione “quando non”, le altre due da “prima che” e l’ultima nuovamente da “quando non”. Si tratta degli abissi, delle sorgenti, dei monti, delle colline e infine della terra e dei campi
Nella terza strofa (8,27-30a) la sapienza descrive l’opera della creazione in sei interventi: Dio ha fissato i cieli e ha tracciato un cerchio sull’abisso, ha condensato le nubi in alto e ha fissato le sorgenti dell’abisso (Gen 1,6-8), ha stabilito al mare i suoi limiti perché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia e ha disposto le fondamenta della terra (Gen 1, 9-10). Mentre Dio portava a termine le sue opere la Sapienza “era là” (v. 27a), era con Lui come “artefice”

Sebbene il primo significato fa pensare al Libro della Sapienza (Sap 7,21), qui sembra invece che la Sapienza abbia partecipato alla creazione come un bambino che assiste al lavoro del padre: ciò che viene messo in risalto è dunque la presenza costante della sapienza accanto a Dio durante tutte le fasi della creazione. In questo ruolo la sapienza rappresenta per Dio una “delizia”.
Nella quarta strofa ( 30b-31) la sapienza delinea la sua opera nei confronti di Dio, della terra e dell’umanità. “Davanti a Dio” la Sapienza gioca, sembra svolgere come un servizio liturgico alla Sua presenza, ma al tempo stesso gioca sul globo terrestre e pone la sua delizia tra i figli dell’uomo, cioè trova gioia nello stare con l’umanità (V. Pr 10,23 dove si dice che l’uomo prudente si diverte con la sapienza): proprio perché è partecipe della vita di Dio, essa rappresenta l’armonia che regna fra tutti gli elementi che compongono la terra e l’umanità.

In questa lode della sapienza e della creazione, il cristiano intuisce come un presentimento ciò che diventerà certezza di fede per Giovanni (1,1-5) e Paolo (Col 1,15-17), cioè che in Dio esiste, indissolubilmente il Verbo eterno. .

Salmo 8/9 - O Signore nostro Dio, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?
Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.

L’orante esprime il suo stupore verso Dio. Ogni cosa sulla terra manifesta la sua potenza e grandezza - “il suo nome” -. Egli è tanto potente che può abbattere i suoi avversari anche solo con la bocca dei bimbi e dei lattanti, proclamanti la sua maestà, che gli empi vorrebbero oscurare.

Lo spettacolo della volta stellata fa sentire l’orante piccolo, poca cosa, e quindi realtà trascurabile da Dio, ma non è affatto così. L’uomo - afferma l’orante – è fatto poco meno degli angeli, capace di dominio sulle cose create da Dio. Gli angeli sono puri spiriti e come tali hanno una natura superiore a quella dell’uomo, che apprende le cose in concomitanza con i sensi, mentre l’angelo è semplice intellezione. Tuttavia gli angeli non procreano, collaboratori di Dio, una carne, che è animata da un’anima creata all’istante da Dio per la formazione di un nuovo uomo o di una nuova donna. Poi nessun angelo ha una carne contro la quale lottare, e con la quale giungere a testimoniare il suo amore a Dio fino a sacrificare la vita.
L’orante termina il salmo con le stesse parole di stupore con il quale l’aveva cominciato.
Commento tratto da “Cantico dei Cantici” di P.Paolo Berti

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Rm 5,1-5

Paolo ha esposto più volte, nella lettera ai Romani, la teoria della giustificazione, che per lui non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: “giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Nel linguaggio biblico il termine “pace” indica un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni:”Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.” La grazia a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo, a differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, che solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur) essi sono sempre al cospetto di Dio.

La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella “gloria di Dio”, ma dà la “speranza” di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono “vantarsi” perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti. Il “già” e il”non ancora” descrivono dunque l’esistenza terrena del credente.
Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di altre realtà che normalmente non sono collegate con essa:E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.

Paolo qui si riferisce alle “tribolazioni” della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la “pazienza”, cioè la capacità di resistere coraggiosamente alle prove dolorose della vita; questa pazienza si trasforma in una “virtù provata” e da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una “speranza” ancora più forte.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: “La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante la capacità di amare che lo Spirito santo «riversa» nei nostri cuori.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Gv16,12-15

Questo brano del Vangelo di Giovanni è ancora un’altra parte finale del lungo discorso di addio rivolto da Gesù ai Suoi discepoli durante l'ultima cena. In procinto di lasciare i Suoi amici, Gesù assicura loro il dono dello Spirito, che essendo uno Spirito di verità li condurrà al possesso totale della verità, facendo loro conoscere il mistero di Cristo, come Egli ha portato a compimento le scritture, il senso delle Sue parole, dei Suoi atti e dei Suoi segni.
Nella promessa che Gesù fa, emerge ancora una volta la relazione che intercorre tra lo Spirito Santo, il Padre e il Figlio. Il Padre ha comunicato al Figlio tutto quanto possiede, cioè tutta la Sua vita e la Sua verità.

Il Cristo comunica anche a noi oggi quella vita e quella verità, ma il mistero infinito di Dio esige per le nostre piccole menti una rivelazione che si dilati nel tempo e nello spazio.
Questa è la missione dello Spirito donato alla Chiesa dal Cristo risorto: “Egli ci guiderà alla verità tutta intera”, illuminando in pienezza la ricchezza divina che Gesù ci ha portato.
Il Vangelo quindi è trinitario nel suo stesso comunicarsi perchè ha la sua origine nel Padre, è proclamato dal Figlio ed è interpretato in pienezza dallo Spirito.

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
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