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Nov 19, 2021

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - "Gesù Cristo re dell'universo" - 21 novembre 2021

In ogni ultima domenica dell’Anno liturgico, la Chiesa celebra Cristo Re dell'Universo.
La storia di questa festa parte dal 1899 con papa Leone XIII, ma fu PIO XI che la confermò come festa con l'enciclica “Quas Primas” dell'11 dicembre 1925.
Gesù Cristo è re, perché è l'unico mediatore della salvezza di tutta la creazione, a Lui appartengono la gloria e il potere. Solo in Lui, tutte le cose trovano il loro compimento, la loro vera consistenza secondo il disegno creatore di Dio.
Nella prima lettura, il profeta Daniele in una visione prefetica contempla il Figlio dell’uomo, cioè il Messia, che viene sulle nubi del cielo per instaurare nel mondo un regno universale ed eterno.
Nella seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, l’apostolo Giovanni, per incoraggiare le comunità cristiane perseguitate, annuncia la venuta gloriosa del Cristo giudice per compiere il giudizio sul mondo. La Sua gloria regale è passata attragerso l’immolazione e l’ignominia della croce.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù, dinanzi a Pilato, afferma con decisione la Sua regalità. Un regno, però, il Suo, che non è di questo mondo: solo la fede può intenderne la portata, testimoniare la verità e attuarne nella vita le sue esigenze di giustizia, di amore e di pace.
Il Cristo che oggi adoriamo non è un Cristo lontano dalle tempeste della vita umana; anzi è colui che spinge in avanti l’umanità senza armate o potenze politiche ed econom,iche, eppure riesce a seminare paura in mezzo alle file del male. Guardando alle vicende drammatiche di questi anni, il vero credente deve stringersi ancora di più a Cristo, roccia viva. Certo la storia sembra un groviglio di contraddizioni e un gioco scandaloso di potenze e corse sfrenate al potere, eppure è dotata segretamente di una logica misteriosa, quella del regno di Dio.
I primi cristiani si definivano come stranieri-residenti, impegnati in fondo in questo mondo, ma consapevoli della loro appartenenza al cielo. Solo i nostri fratelli perseguitati, e chiunque cerca di vivere la fede e la verità nella vita quotidiana, sono testimoni credibili della regalità di Cristo.

Dal libro del profeta Daniele
Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.
Dn 7,13-14

Nel Libro del profeta Daniele si cerca di intravedere il senso della storia come si presenta ai credenti nel Dio d'Israele, nel II secolo a.C.. Il capitolo 7, da dove è tratto il brano liturgico, inizia con la visione apocalittica di quattro bestie che sorgono dall'oceano, il luogo del caos e del male. Le bestie rappresentano il dominio e il potere di quattro regni che si sono succeduti nel Medio Oriente e di cui è stato testimone il popolo d'Israele nel suo cammino faticoso: il leone che rappresenta Babilonia, l'orso che rappresenta il popolo della Media, il leopardo con quattro teste che è simbolo dei Persiani che scrutano in ogni direzione in cerca della preda, la quarta bestia, un mostro terribile, che richiama il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori. Israele sta vivendo un tempo angoscioso in cui si ribella e tenta di conquistarsi una libertà, combattendo l'oppressione culturale e religiosa di Antioco IV Epifane (175-164 a.C.).
Nella visione, Daniele intravede il giudizio finale come un grande processo da parte di Dio, un vegliardo, che pronuncia la sentenza contro le bestie che opprimono il mondo con la violenza e continua:
“Guardando ancora nelle visioni notturne,ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.
All'orizzonte, appare “uno simile a figlio d'uomo" che scende dalle nubi, ossia dal cielo, ed è portatore di speranza e di accoglienza, e che prenderà il posto rimasto vacante dalla caduta degli imperi. Porterà finalmente la pace ed il benessere. Egli, che ha ricevuto i poteri da Dio, sottometterà tutti i popoli. e regnerà indisturbato e giusto poiché il Signore gli avrà riconosciuto potenza e forza su tutti i regni della terra. Sull’interpretazione di questa visione ebbe inizio la guerra partigiana dei Maccabei e si sviluppò con vicende sempre più incoraggianti, fino a far pensare che si potesse arrivare, non solo alla indipendenza ma anche al dominio del mondo come, d'altronde lo fu per altre nazioni.
Purtroppo la storia ci ha riportato che anche i vincitori ebrei non seppero mantenere ferma l'alleanza con Dio ed anche loro mantennero il potere con violenza, oppressione, intrighi e crudeltà.
In alcune correnti del giudaismo “uno simile a un figlio d’uomo” è identificato con il Messia davidico, e numerosi studiosi vedono in questo “figlio dell'uomo” un essere celeste o angelico, con sfumature diverse, che potrebbe essere identificato con Michele, il leader dell'esercito celeste, oppure con Gabriele.
Il Nuovo Testamento riconosce la sua piena realizzazione in Gesù Cristo, che come “Figlio dell’uomo”, dopo essere passato attraverso la passione, si presenterà sulle nubi del cielo e sarà investito di ogni potere.
L’evangelista Matteo infatti interpreta questo passo facendo dire a Gesù davanti al Sinedrio “…io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo ”Mt 26,64 e prima di salire in cielo . “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra… Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.Mt28,18


Salmo 92 - Il Signore regna, si riveste di splendore.

Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza.

È stabile il mondo, non potrà vacillare.
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei

Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore.

Questo salmo celebra la sovranità di Dio su tutto il mondo. Nulla sfugge a Dio; il suo disegno salvifico nel mondo è saldo e per esso tiene saldo il mondo. Il Signore di fronte all'agitarsi degli uomini afferma la sua sovranità. Egli nell'agitarsi degli imperi contro Israele interviene con la sua potenza; l'immagine che il salmo presenta è quella di un re guerriero che si riveste di armature lucenti: “Si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza".
Nessuno mai ha potuto annullare la sovranità di Dio, e nessuno lo potrà: “Stabile è il tuo trono da sempre, dall'eternità tu sei”.
Le acque dei fiumi e dei mari non possono più sommergere la terra, perché l'ordine cosmico fissato da Dio non è alterabile (Gn 1,9; 9,11), così pure i popoli non possono annullare il disegno salvifico di Dio nella storia.
I fiumi a cui il salmo fa riferimento sono il Nilo e l'Eufrate, entrambi producevano grandi alluvioni. Essi sono presi a simboli dell'Egitto e dell'Assiria che dilagavano con i loro eserciti nella Palestina. “I fiumi” alzano la loro voce, il loro fragore, ma nulla possono contro Dio. Gli Assiri si sono impadroniti di Tiro, grande potenza del mare, e così da Tiro, tradizionalmente vicino a Gerusalemme, parte la minaccia “dei flutti del mare”. Gli Egiziani, poi, si sono alleati con gli Assiri (2Re 23,29). Queste “acque impetuose” vogliono sommergere, travolgere il disegno di Dio, che ha come punto stabile Israele ricco degli insegnamenti di Dio e religiosamente organizzato attorno al tempio, vincolo di santità.
Il salmo è stato probabilmente composto dopo le grandi incursioni Egiziane e Assire nella Palestina, prima dell'affermarsi dell'impero Babilonese nel 612 con la distruzione di Ninive capitale dell'Assiria.
Il disegno salvifico di Dio, che è Cristo e la sua Chiesa non potrà mai essere abbattuto dalle “acque impetuose” dei popoli in agitazione (Cf. Ap 17,15).
Commento tratto da Perfetta Letizia

Dal libro dell’Apocalisse di S.Giovanni Apostolo
Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen!
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Ap 1,5-8

L‘Apocalisse di Giovanni, è l’ultimo libro del Nuovo Testamento, si compone di 22 capitoli, ed è uno dei testi più controversi e difficili da interpretare. Appartiene al gruppo di scritti neotestamentari noto come “letteratura giovannea“, in quanto redatta, intorno all’anno 95, verso la fine dell'impero di Domiziano, dai discepoli dell’apostolo che si sono ispirati al suo insegnamento.
I libri che hanno di più influenzato l'Apocalisse sono i libri dei Profeti, principalmente Daniele, Ezechiele, Isaia, Zaccaria e poi anche il Libro dei Salmi.
L'autore presenta sé stesso come Giovanni, esiliato a Patmos, isola dell‘Egeo, a circa 70 km da Efeso, a causa della Parola di Dio. Secondo alcuni studiosi, la stesura definitiva del libro, anche se iniziata durante l'esilio dell’autore, sarebbe avvenuta ad Efeso.
Questo brano è il prologo dell’Apocalisse che si apre come una specie di lettera inviata dall'apostolo Giovanni alle sette chiese che sono nell'Asia (cioè nell'attuale Turchia), e questi versetti presentano i motivi per cui Gesù deve essere considerato il sovrano dei re della terra.
Giovanni fa la presentazione in una sfolgorante liturgia celeste dicendo: “Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”.
In poche parole sono ricordati i motivi della sua grandezza e della nostra fede in Lui. Gesù è il testimone fedele della promessa fatta un tempo a Davide (2Sam 7,1) e realizzata in Lui. E' primogenito dei morti, poiché è il primo ad essere risorto. E dopo la distruzione dei suoi nemici diventerà sovrano dei re della terra, un titolo con cui si fregiava ufficialmente l'imperatore romano.
“A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.”
Gesù ha fatto tutto questo per amore e grazie alla Sua morte in croce ci ha liberati dai nostri peccati. Questa liberazione ha un altro effetto: ci ha resi un regno, un popolo di sacerdoti che rendono culto a Dio. La professione di fede sfocia nell'adorazione, a Gesù Cristo si tributa gloria e potenza nei secoli. L'amen pone il sigillo a questa professione di fede. (Gli amen sono molto diffusi nell'Apocalisse, sono ripetizioni di inni liturgici che sono stati inseriti nel testo.)
“Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! “
In questo versetto si ritrovano le profezie riguardanti il Messia. Il Cristo doveva ritornare nella gloria sulle nubi, come il figlio dell'uomo di Dn 7,13. Davanti a lui si batteranno il petto (Zc 12,10.14), tutti quelli che lo trafissero.
“Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! “
L'alfa è la prima lettera del’alfabeto greco e Omega è l’ultima lettera. Allora, questa dichiarazione vuol dire che Gesù è attribuisce a sé una qualità di Dio, l'essere principio e fine di ogni cosa.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gv 18, 33b-37

Per la solennità di Cristo re, è dal Vangelo di Giovanni che viene preso questo racconto della passione. Mentre per i vangeli sinottici il tema del regno è centrale nella parole di Gesù, per Giovanni acquista più rilievo alla fine dell’esistenza terrena di Gesù, ove la regalità di Cristo appare molte volte. Giovanni, dopo il racconto dell’arresto nell’orto degli Ulivi, riporta che Gesù viene condotto prima da Anna, che era stato precedentemente sommo sacerdote e aveva conservato un grande potere, il quale lo interroga, ma senza ottenere da lui una risposta; e poi che viene inviato da Caifa, che era invece il sommo sacerdote in carica, il quale, senza darsi cura neppure di interrogarlo, lo fa condurre nel pretorio, dove risiedeva il procuratore romano, Pilato. Ha qui inizio la seconda parte del processo tutto incentrato sul colloquio tra il rappresentante dell’impero romano e Gesù.
Il brano liturgico inizia con le domande di Pilato che rientrato nel pretorio, dopo aver conosciuto le accuse dei giudei contro Gesù, si rivolge a lui con questa domanda: “Sei tu il re dei Giudei?”.
Gesù allora gli chiede se dice ciò di sua iniziativa oppure perché altri gliel’hanno detto sul suo conto, al che Pilato risponde: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”
Gesù era stato consegnato a Pilato con l’accusa di essere un malfattore, ma il procuratore aveva capito subito che si trattava di un’accusa di tipo religioso, e di conseguenza li aveva invitati a giudicarlo secondo la loro legge. Ma i giudei avevano rifiutato con la scusa di non poter mettere a morte nessuno: essi dunque avevano già deciso che Gesù doveva essere condannato a morte, ma questa pena poteva essere decretata solo dall’autorità romana, perciò non era in loro potere emettere sentenze.
Sulla base di questo dialogo tra i giudei e Pilato, appare chiaro che, secondo Giovanni, il crimine di cui Gesù era accusato consisteva nella pretesa di essere re. Ma siccome si era rifiutato di giudicarlo come un ribelle, è chiaro che Pilato parla di regalità non sul piano politico, ma su quello religioso, in cui si riteneva incompetente. Pilato sottolinea che a consegnare a lui Gesù non sono stati solo i sommi sacerdoti, ma tutta la nazione giudaica.
Una volta chiarito che l’iniziativa processuale è partita non da Pilato ma dai giudei, l’interrogatorio si trasforma in un dialogo intorno al significato che Gesù dà alla regalità che, secondo i suoi accusatori, egli si sarebbe attribuita.
Alla domanda di Pilato “che cosa hai fatto?” Gesù risponde: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.
Con queste parole Gesù riconosce implicitamente la propria regalità, ma sottolinea che essa si differenzia totalmente dalla regalità di questo mondo. Il Suo regno anche se si realizza in questo mondo, non appartiene a questo mondo, in quanto non ne segue la logica. Siccome la regalità di quaggiù viene ottenuta e si mantiene con l’uso della forza, di conseguenza il regno di Gesù deve essere totalmente privo di ogni violenza.
Alla domanda ironica e provocatoria di Pilano, “Dunque tu sei re?”, Gesù, riconosce questa volta apertamente: “Tu lo dici: io sono re”. Solo l’evangelista Giovanni riporta non solo la risposta ma un dialogo e una definizione precisa del regno di Cristo: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. E’ a questo punto che appare la dimensione della regalità di Cristo che si fonda sulla testimonianza resa alla verità. E “verità “, nel linguaggio biblico, è un termine dalle molteplici risonanze, evoca infatti la rivelazione della bontà del Padre, è espressione della fedeltà di Dio alle sue promesse di salvezza, è l’annunzio del regno divino, è il Vangelo, è Cristo stesso!
Il confronto tra Cristo e Pilato è, quindi, la definizione di due regni contrastanti. Da un lato c’è quello imperiale che continua a incombere in forme diverse nelle varie fasi della storia umana, ed è un regno che, per dominare, non si fa scrupolo di usare i mezzi più brutali fino ad arrivare a spargimenti di sangue. Dall’altra parte c’è il “regno della verità”, che ha la sua radice nella solidarietà tra Dio e l’uomo, che ha bisogno di essere amato e compreso, e trova la sua attuazione, non nel sangue degli altri, ma nel sangue versato dal Suo re e Signore.
Il Cristo re dell’universo, che oggi adoriamo, non è un re assente dalla tempeste della vita umana, anzi è Colui che spinge in avanti l’umanità senza armate, o potenze politiche ed economiche. Guida la storia del mondo, come un nocchiero una nave in tempesta. Gesù Cristo è Colui che agisce pazientemente, ma con mano ferma, e il cristiano vero deve avere fiducia in Lui, “stella radiosa del mattino”, e seguirlo proprio nei momenti più tenebrosi e dolorosi.

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“La solennità di Gesù Cristo Re dell’universo, che celebriamo oggi, è posta al termine dell’anno liturgico e ricorda che la vita del creato non avanza a caso, ma procede verso una meta finale: la manifestazione definitiva di Cristo, Signore della storia e di tutto il creato. La conclusione della storia sarà il suo regno eterno.
L’odierno brano evangelico ci parla di questo regno, il regno di Cristo, il regno di Gesù, raccontando la situazione umiliante in cui si è trovato Gesù dopo essere stato arrestato nel Getsemani: legato, insultato, accusato e condotto dinanzi alle autorità di Gerusalemme. E poi, viene presentato al procuratore romano, come uno che attenta al potere politico, a diventare il re dei giudei. Pilato allora fa la sua inchiesta e in un interrogatorio drammatico gli chiede per ben due volte se Egli sia un re.
E Gesù dapprima risponde che il suo regno «non è di questo mondo». Poi afferma: «Tu lo dici: io sono re».
È evidente da tutta la sua vita che Gesù non ha ambizioni politiche. Ricordiamo che dopo la moltiplicazione dei pani, la gente, entusiasta del miracolo, avrebbe voluto proclamarlo re, per rovesciare il potere romano e ristabilire il regno d’Israele. Ma per Gesù il regno è un’altra cosa, e non si realizza certo con la rivolta, la violenza e la forza delle armi. Perciò si era ritirato da solo sul monte a pregare. Adesso, rispondendo a Pilato, gli fa notare che i suoi discepoli non hanno combattuto per difenderlo. Dice: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei».
Gesù vuole far capire che al di sopra del potere politico ce n’è un altro molto più grande, che non si consegue con mezzi umani. Lui è venuto sulla terra per esercitare questo potere, che è l’amore, rendendo testimonianza alla verità. Si tratta della verità divina che in definitiva è il messaggio essenziale del Vangelo: «Dio è amore» (1Gv 4,8) e vuole stabilire nel mondo il suo regno di amore, di giustizia e di pace. E questo è il regno di cui Gesù è il re, e che si estende fino alla fine dei tempi. La storia ci insegna che i regni fondati sul potere delle armi e sulla prevaricazione sono fragili e prima o poi crollano. Ma il regno di Dio è fondato sul suo amore e si radica nei cuori – il regno di Dio si radica nei cuori –, conferendo a chi lo accoglie pace, libertà e pienezza di vita. Tutti noi vogliamo pace, tutti noi vogliamo libertà e vogliamo pienezza. E come si fa? Lascia che l’amore di Dio, il regno di Dio, l’amore di Gesù si radichi nel tuo cuore e avrai pace, avrai libertà e avrai pienezza.
Gesù oggi ci chiede di lasciare che Lui diventi il nostro re. Un re che con la sua parola, il suo esempio e la sua vita immolata sulla croce ci ha salvato dalla morte, e indica – questo re – la strada all’uomo smarrito, dà luce nuova alla nostra esistenza segnata dal dubbio, dalla paura e dalle prove di ogni giorno. Ma non dobbiamo dimenticare che il regno di Gesù non è di questo mondo. Egli potrà dare un senso nuovo alla nostra vita, a volte messa a dura prova anche dai nostri sbagli e dai nostri peccati, soltanto a condizione che noi non seguiamo le logiche del mondo e dei suoi “re”.
La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere Gesù come re della nostra vita e a diffondere il suo regno, dando testimonianza alla verità che è l’amore.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 25 novembre 2018

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
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