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Feb 6, 2021

V Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - "Malattia e guarigione" - 7 febbraio 2021

Le letture, che la liturgia di questa domenica ci presenta, hanno come filo conduttore la sofferenza, la malattia e la guarigione
Nella prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, vediamo il protagonista, Giobbe, un fedele di Dio, prima ricco e felice, e poi improvvisamente colpito dalla sventura, perde i figli, i beni, la salute. Egli vorrebbe che Dio intervenisse in suo favore, non tanto perché ciò metterebbe fine alle sue sofferenze, ma perché così egli saprebbe che gli è vicino e lo ama. La sua tentazione è quella di imporre a Dio un comportamento conforme alle sue aspettative, giudicando il suo silenzio come un’ingiustizia insopportabile.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Corinzi, l’apostolo nel suo desiderio di portare a tutti la salvezza egli afferma che non ha avuto paura di rinunziare a qualsiasi privilegio personale. In altre parole egli ritiene di poter acquistare per se stesso la salvezza contenuta nel vangelo, non semplicemente perché lo annunzia agli altri, ma perché adotta nei loro confronti quegli atteggiamenti di amore e di dedizione che il vangelo gli ispira.
L’evangelista Marco, nel brano del suo Vangelo, ci racconta una giornata tipica di Gesù: guarisce i malati che incontra, annuncia nelle sinagoghe della Galilea la venuta del Regno, ma sa anche riservare un tempo per la preghiera dove incontra il Padre. Questo deve insegnare anche a noi che l'unica vera ricarica, dopo un'intensa giornata di lavoro, è proprio la preghiera che ci aiuta a prendere contatto con il Padre, tutto il resto anche le cose più importanti non ci ricaricano, non ci danno la forza necessaria per proseguire giorno per giorno il nostro cammino.

Dal libro di Giobbe
Giobbe parlò e disse:
«L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli
d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
I miei giorni scorrono più veloci d’una spola,
svaniscono senza un filo di speranza.
Ricordati che un soffio è la mia vita:i
il mio occhio non rivedrà più il bene».
Gb 7,1-4, 6-7

Il Libro di Giobbe, composto da 42 capitoli, è stato scritto in ebraico e secondo l'ipotesi di molti studiosi, la prima redazione risale all'XI-X secolo a.C., mentre la redazione definitiva, con le aggiunte in prosa, è stata composta in Giudea verso il 575 a.C.. La storia di Giobbe nasce dagli infiniti interrogativi che il problema del male porta all'umanità. Ci troviamo di fronte ad una ricerca drammatica sul senso dell'esistenza, sull'amore di Dio, e sulla fedeltà verso di Lui.
Ambientata in un paese favoloso, anche per quel tempo, dell'Antico Medio Oriente, il protagonista, Giobbe, un fedele di Dio, prima ricco e felice, e poi improvvisamente colpito dalla sventura, perde i figli, i beni, la salute. Sarà poi afflitto da una piaga maligna, sarà cacciato anche di casa dalla moglie che stanca di quest'uomo per la sua fedeltà incrollabile, urlerà, alla fine: Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!”. Ma egli le rispose: “Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”.“Gb 2,9-10
Non sono pochi coloro che hanno commentato che per rendere peggiore la situazione di Giobbe, Dio gli ha lasciato quel tipo di moglie.
Il brano che la liturgia ci propone fa parte del ciclo dei dibattiti di Giobbe con i suoi amici e più specificamente dalla risposta che Giobbe dà all’intervento di Elifaz, che in base alla teoria della retribuzione, che riteneva che le sofferenze che colpiscono l’uomo non possono che essere la conseguenza dei suoi peccati, aveva sottolineato che nessun mortale può essere giusto davanti a Dio e di conseguenza aveva invitato Giobbe, torturato dalla sofferenza, a pentirsi dei suoi peccati.
Giobbe risponde riaffermando la sua innocenza e descrive la sua situazione come parte del destino che colpisce tutta l’umanità: non solo la sua sofferenza, ma anche quella dei suoi simili, rappresenta una sfida alla giustizia di Dio.
Giobbe si lamenta degli amici e di Dio, ma soprattutto di sé, e descrive la sofferenza dell’uomo sulla terra con tre immagini, quella del militare, del mercenario e dello schiavo.
Nell’antichità il servizio militare era paragonabile al lavoro forzato a causa delle dure punizioni a cui il soldato veniva facilmente sottoposto e dello spietato dispotismo dei comandanti. Il mercenario era l’operaio pagato a giornata, che faticava tutto il giorno per una misera paga, che gli serviva unicamente per sopravvivere, e non diversa, se non peggiore, era la situazione dello schiavo, che non aveva diritto ad alcun compenso per il suo lavoro. La condizione del soldato, del mercenario e dello schiavo erano evidentemente le situazioni più basse della scala sociale. Ma se ognuno di loro aspettava con impazienza la sera, quando la fatica quotidiana terminava e durante il giorno era una consolazione pensare a questa sosta alla loro sofferenza, anche se breve, Giobbe invece non ha neppure questa soddisfazione: gli sono toccati mesi di illusione e notti di dolore. Come chi soffre d’insonnia e si rigira nel letto, aspettando l’alba che non sembra arrivare mai, così anche lui passa il suo tempo nell’attesa di qualcosa di impossibile.
Poiché il dolore, pur non essendo produttivo, lo affatica più del lavoro, egli passa anche le sue notti nell’angoscia. La sua è una sofferenza senza senso, che gli è ormai diventata insopportabile e i suoi “giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza”.
E Giobbe conclude con una preghiera, che sembra un lungo lamento:
“Ricordati che un soffio è la mia vita:il mio occhio non rivedrà più il bene”.
La sensazione della brevità della vita colpisce tutti gli esseri umani, ma diventa più forte per coloro che non trovano in essa un senso, che non sperano di poter vedere a un certo punto un bene veramente sicuro e duraturo.
La sofferenza di Giobbe però è causata non tanto dal dolore fisico e dall’incomprensione dei suoi cari e amici, ma piuttosto dalla sensazione di essere abbandonato da Dio, nonostante che egli gli sia sempre stato fedele. In questa prospettiva egli vede l’esistenza umana come un seguito di avvenimenti senza senso, che gli procurano angoscia, mentre il tempo passa troppo in fretta o troppo lentamente secondo le situazioni. Egli vorrebbe che Dio intervenisse in suo favore, non tanto perché ciò metterebbe fine alle sue sofferenze, ma perché così egli saprebbe che Dio gli è vicino e lo ama ancora. La sua tentazione è quella di imporre a Dio un comportamento conforme alle sue aspettative, giudicando il suo silenzio come un’ingiustizia sempre più insopportabile.
Alla fine Dio si manifesterà a Giobbe, non per giustificare la propria condotta o per rivelargli qualche verità nascosta, ma semplicemente per renderlo consapevole del mistero che lo circonda, davanti al quale Giobbe non può far altro che abbassare la testa e credere che Dio è buono, anche se le Sue scelte restano misteriose. Nel capitolo prima dell’epilogo Giobbe dice: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere.” Gb 42,5-6 Per giungere a questa consapevolezza Giobbe deve abbandonare tante false sicurezze, prima di tutte quella di un Dio che interviene a sistemare le cose secondo un’idea di giustizia retributiva simile a quella su cui si basano i rapporti umani.
La storia di Giobbe comunque ha un lieto fine che l’epilogo del libro riporta:
“Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto…. Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni.. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.”

Salmo 146-147 Risanaci, Signore, Dio della vita.
È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.

Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.

Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.

Il salmo è stato composto nel postesilio durante la ricostruzione morale ed economica di Gerusalemme, che era di invito ad altri esuli di intraprendere il viaggio di rientro in patria.
Il salmista invita alla lode dicendo che “È bello cantare inni al nostro Dio, è dolce innalzare la lode". A lui conviene la lode, e una lode adeguata, cioè che sgorga da un cuore aperto a lui, senza donazioni parziali di sé. Lodare è celebrare la bontà del Signore manifestata nelle sue opere. Lodare è rivolgersi a lui pieni di fede, compresi della sua misericordia, della sua giustizia, della sua provvidenza, della sua volontà di comunione con l'uomo; anzi è riconoscere che lui è la misericordia, la giustizia, la comunione, la bontà, la bellezza, il perdono, la vita (Vedi le lodi a Dio di san Francesco). Lodare è amare; è il ritorno a lui - mai sufficiente e perciò sempre da far crescere - dell'amore che ci dona incessantemente nel dono dello Spirito Santo (Rm 5,5). Lodare è aver sperimentato la potenza della sua Parola, accolta nella fede e nell'obbedienza. Lodare è desiderare lui; è volere lui, perciò non è sospensione del domandare a lui di crescere nell'amore verso lui. Lodare è aver sperimentato la gioia di amare i fratelli, è pregare per loro. Lodare non è sospensione del ringraziar, poiché il lodare Dio porta con sé il ringraziare di poterlo lodare, perché “è dolce innalzare la lode”. Lodare Dio è umiltà, è riconoscere che si è sue creature, bisognose di salvezza, di aiuto, e che salvezza e aiuto si riversano su ciascuno di noi inesauste e sovrabbondanti (Rm 5,20; 1Tm 1,14).
“Il Signore ricostruisce Gerusalemme”; ciò non riguarda la ricostruzione delle mura, ma l'organizzazione interna della città, la sua solidità economica, la sua capacità difensiva.
“Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”; con l'avvento di una normalità di vita i cuori ritornano a guardare con serenità al futuro.
Il pietoso Dio che fascia le ferite dei cuori affranti è anche colui che è sovrano dell'universo, poiché “Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome”. Egli conosce il numero sterminato degli astri (in Terra Santa le condizioni atmosferiche permettono di vedere un cielo denso di stelle) e ogni stella è conosciuta da lui nella sua realtà: “chiama ciascuna per nome”.
Dallo sguardo all'immensità del numero delle stelle, il salmista sale a considerare la grandezza, l'onnipotenza e la sapienza di Dio: “Grande è il Signore nostro, grande nella sua potenza; la sua sapienza non si può calcolare”.
Il salmista prosegue considerando come Dio sostiene gli umili, e abbatte gli empi. Perché l'umiltà è il porsi giusto davanti al Creatore, che è pure salvatore; è il vincere il voler essere come Dio; è gioia e gratitudine di essere amati e perdonati. L'umile sa amare, sa lodare, sa riconoscere i benefici ricevuti; così il salmista invita a cantare un “canto di grazie” a Dio perché regola le stagioni a favore dell'uomo: “Egli copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l'erba sui monti”. Il bestiame tenuto al pascolo ha così cibo, ma anche gli uccelli di cui nessuno se ne cura hanno cibo dalla provvidenza di Dio.
Inutile pensare che Dio deleghi la sua assistenza contro i nemici del suo popolo alla forza dei cavalli e all'agilità dei guerrieri, quasi che non potesse agire in altro modo che per mezzo di un esercito. Questo Dio l'aveva dimostrato molte volte, e di recente sventando la coalizione armata contro Gerusalemme mentre stava ricostruendo le sue mura (Ne 4,9). Dio non si compiace dell'autosufficienza di chi crede di salvarsi per la forza dei cavalli o l'abilità dei guerrieri, ma si compiace di “chi lo teme, chi spera nel suo amore”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!
Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
1Cor 9,16-19.22-23

Paola continuando la sua prima lettera ai Corinzi , nei capitoli 8-10 affronta un altro problema, su cui i corinzi avevano chiesto il suo parere, riguardo i rapporti tra i cristiani e la società esterna, permeata com’era di riti religiosi nei quali direttamente o indirettamente era facile venire coinvolti.
Nel brano liturgico che abbiamo riguardo alla sua scelta di non farsi finanziare dalla comunità, Paolo afferma che il semplice fatto di annunziare il vangelo, non è per lui motivo di vanto, ma un obbligo che gli è stato imposto in forza della vocazione ricevuta, per questo dichiara: “guai a me se non annuncio il Vangelo!” e poi afferma: “Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato”, vale a dire se Paolo si fosse messo a servizio del vangelo di sua iniziativa, avrebbe diritto come ogni lavoratore a ricevere una ricompensa da parte di Dio; ma trattandosi di un incarico che gli è stato affidato, egli si sente come lo schiavo che non può pretendere una remunerazione per il lavoro che fa.
Quindi se vuole avere una ricompensa deve fare qualcosa di più, che egli identifica precisamente nel predicare il vangelo gratuitamente, senza usare il “diritto conferitogli dal vangelo”, quello cioè di farsi finanziare dalle comunità. Solo facendo qualcosa in più di quanto gli è richiesto, può meritarsi un premio da parte del suo Signore.
A questo punto Paolo osserva che :“pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero”. Paolo perciò se ha rinunciato a questa sua libertà, lo ha fatto per uno scopo ben preciso: “guadagnare” al vangelo il maggior numero di persone. Gli interessi del vangelo sono dunque al di sopra dei suoi interessi personali.
Infine, Paolo menziona il suo atteggiamento nei confronti dei “deboli” per cui afferma: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli” Anche con costoro egli ha rinunciato al diritto di comportarsi secondo ciò che gli suggeriva la conoscenza e, per guadagnarli a Cristo, ha rinunziato a esercitare quelli che considerava suoi sacrosanti diritti.
Paolo conclude questi esempi esprimendo un principio generale: “mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.”
Nel suo desiderio di portare a tutti la salvezza, Paolo non ha avuto paura di rinunziare a qualsiasi privilegio personale. in altre parole egli ritiene di poter acquistare per se stesso la salvezza contenuta nel vangelo, non semplicemente perché lo annunzia agli altri, ma perché adotta nei loro confronti quegli atteggiamenti di amore e di dedizione che il vangelo gli ispira

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Mc 1,29-39

Il brano che la liturgia ci propone, come quello della domenica scorsa, fa parte di una serie di racconti di una giornata tipo di Gesù e viene subito dopo l’episodio della liberazione dell’indemoniato.
Marco ci riferisce che :“Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei”.
Qui assistiamo ad un altro tipo di potere che Gesù ha, quello sulla malattia: ““Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.”
Dopo il tramonto del sole, cioè al termine della giornata di sabato,”gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.”
Marco qui ambienta, anche se in un episodio quotidiano e ordinario, il mistero sempre straordinario della sofferenza umana. La prima protagonista vediamo è la suocera di Pietro, inchiodata a letto dalla febbre che i rabbini al tempo di Gesù definivano “il fuoco che beve l’energia delle persone”. Gesù le si avvicina, si china su quel letto, la prende per mano, non pronunzia una sola parola, non dice neppure una preghiera, e la guarisce solo con la Sua azione diretta, con la Sua natura divina non ancora svelata agli occhi dei presenti.
Sull’onda di questa guarigione a sera si presentano una gran fila di malati che sperano in ciò che Lui solo può fare. Nella penombra di quel tramonto sembra quasi che sia stato convocato davanti a Gesù la raffigurazione di tutto il dolore del mondo!
L’evangelista sottolinea anche che Gesù impediva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Si può dedurre che i demòni conoscessero la realtà della sua natura, e loro malgrado, siano persino suoi testimoni. Si può inoltre notare che Gesù impone il silenzio , non solo ai demoni , ma anche ai miracolati e perfino agli apostoli, sulla sua identità messianica che sarà tolta solo dopo la Sua morte. Questo perché il popolo si faceva una idea nazionalista e combattente del Messia, molto diversa da quella che Gesù voleva incarnare, bisognava perciò a Gesù usare molta prudenza, almeno per il popolo d’Israele per evitare equivoci sulla Sua missione.
Il “segreto messianico” non è una tesi inventata più tardi da Marco come molti pensano, risponde invece a un atteggiamento storico di Gesù, benché Marco ne abbia fatto un tema su cui ama insistere.
Poi l’evangelista evidenzia che Gesù “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”.
Simone e gli altri discepoli “si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!»”. Questo verbo “cercare” di solito in Marco è sempre negativo e qui Gesù risponde: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.
Gesù comincia dunque a predicare, non più a insegnare! Ha insegnato nella sinagoga dove insegnare significa annunciare qualcosa basandosi sui testi della scrittura, quindi l’Antico Testamento. Ma Gesù, dopo la delusione provata nella sinagoga, non insegna, bensì predica! Predicare significa annunziare la novità del regno di Dio senza poggiarsi sulla tradizione del passato.
Il brano conclude con l’annotazione: “E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni”. L’evangelista sembra alludere al fatto che il luogo dove i demòni sono annidati sono proprio le sinagoghe, i luoghi di culto.
Meditando sulla giornata tipica di Gesù che con tutti i suoi impegni la conclude con la preghiera, deve insegnare anche a noi che l'unica vera ricarica, dopo un'intensa giornata di lavoro, è proprio la preghiera che ci aiuta a prendere contatto con il Padre, tutto il resto anche le cose più importanti non ci ricaricano, non ci danno la forza necessaria per proseguire giorno per giorno il nostro cammino.

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“Il Vangelo di questa domenica prosegue la descrizione di una giornata di Gesù a Cafarnao, un sabato, festa settimanale per gli ebrei . Questa volta l’evangelista Marco mette in risalto il rapporto tra l’attività taumaturgica di Gesù e il risveglio della fede nelle persone che incontra. Infatti, con i segni di guarigione che compie per i malati di ogni tipo, il Signore vuole suscitare come risposta la fede.
La giornata di Gesù a Cafarnao incomincia con la guarigione della suocera di Pietro e termina con la scena della gente di tutta la cittadina che si accalca davanti alla casa dove Lui alloggiava, per portargli tutti i malati. La folla, segnata da sofferenze fisiche e da miserie spirituali, costituisce, per così dire, “l’ambiente vitale” in cui si attua la missione di Gesù, fatta di parole e di gesti che risanano e consolano.
Gesù non è venuto a portare la salvezza in un laboratorio; non fa la predica da laboratorio, staccato dalla gente: è in mezzo alla folla! In mezzo al popolo! Pensate che la maggior parte della vita pubblica di Gesù è passata sulla strada, fra la gente, per predicare il Vangelo, per guarire le ferite fisiche e spirituali.
E’ una umanità solcata da sofferenze, questa folla, di cui il Vangelo parla molte volte. È un’umanità solcata da sofferenze, fatiche e problemi: a tale povera umanità è diretta l’azione potente, liberatrice e rinnovatrice di Gesù. Così, in mezzo alla folla fino a tarda sera, si conclude quel sabato. E che cosa fa dopo, Gesù?
Prima dell’alba del giorno seguente, Egli esce non visto dalla porta della città e si ritira in un luogo appartato a pregare. Gesù prega. In questo modo sottrae anche la sua persona e la sua missione ad una visione trionfalistica, che fraintende il senso dei miracoli e del suo potere carismatico. I miracoli infatti sono “segni”, che invitano alla risposta della fede; segni che sempre sono accompagnati dalle parole, che li illuminano; e insieme, segni e parole, provocano la fede e la conversione per la forza divina della grazia di Cristo.
La conclusione del brano odierno indica che l’annuncio del Regno di Dio da parte di Gesù ritrova il suo luogo più proprio nella strada. Ai discepoli che lo cercano per riportarlo in città – i discepoli sono andati a trovarlo dove Lui pregava e volevano riportarlo in città -, che cosa risponde Gesù? «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là». Questo è stato il cammino del Figlio di Dio e questo sarà il cammino dei suoi discepoli. E dovrà essere il cammino di ogni cristiano. La strada, come luogo del lieto annuncio del Vangelo, pone la missione della Chiesa sotto il segno dell’“andare”, del cammino, sotto il segno del “movimento” e mai della staticità.
La Vergine Maria ci aiuti ad essere aperti alla voce dello Spirito Santo, che spinge la Chiesa a porre sempre più la propria tenda in mezzo alla gente per recare a tutti la parola risanatrice di Gesù, medico delle anime e dei corpi.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 4 febbraio 2018

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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Piazza Madonna de La Salette 1 - 00152 ROMA
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Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
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