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Feb 13, 2021

VI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - "La compassione per gli emarginati" - 14 febbraio 2021

Le letture che la liturgia di questa domenica ci presenta, hanno ancora come filo conduttore la sofferenza, la malattia, l’emarginazione e la guarigione
Nella prima lettura, tratta dal libro del Levitico, troviamo elencate alcune prescrizioni della legislazione mosaica riguardanti i colpiti di lebbra. Questa malattia non era solo sofferenza di tipo fisico, ma aveva una forte ripercussione morale, perchè il malato andava incontro all’emarginazione più assoluta. Certi tipi di malattia a volte contagiose, venivano considerate conseguenza di gravi peccati e, quindi, la persona che ne era affetta, doveva essere esclusa da qualsiasi tipo di relazione umana.
Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Corinzi, l’apostolo ci offre un’esemplare stile di vita cristiana invitandoci a fare tutto per la gloria di Dio, divenendo suoi imitatori, come lui lo è di Cristo.
L’evangelista Marco, nel brano del suo Vangelo, ci racconta di come Gesù nei confronti di un lebbroso non si limita alla sola guarigione, ma lo tocca, pur sapendo di andare contro le severe leggi del suo ambiente. È significativo che la guarigione avvenga proprio in forza di questa trasgressione. Gesù porta la purezza proprio là dove le leggi umane, in nome di Dio, proclamavano l’impurità e imponevano una separazione che nulla aveva a che vedere con la dignità della persona umana creata da Dio.

Dal Libro del Levitico
Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.
Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».
Lv 13,1-2, 45-46

Il libro del Levitico è stato scritto in Giudea da autori ignoti intorno al VI-V secolo a.C. È composto da 27 capitoli e si presenta come la continuazione dell’Esodo, in quanto riporta una grande quantità di materiale legislativo che Dio avrebbe rivelato a Mosè mentre si trovava sul Sinai. Si tratta in sostanza di norme e prescrizioni che riguardano il servizio del tempio, il sacerdozio e la tutela della purezza rituale nei settori più disparati della vita individuale e sociale. I riti e le osservanze prescritte sono spiegati con cura, ma si dice ben poco riguardo al loro significato.
Il libro presenta due grandi sezioni contenenti molte delle formule tipiche delle “mitzvot” ebraiche che sono 613 precetti, che l'ebreo ortodosso deve seguire per adempiere al suo ruolo sacerdotale nel mondo. Nella prima sezione (cc. 1-16) si regolano ambiti cultuali, gestiti direttamente dai sacerdoti: sacrifici, il ruolo sacerdotale e la purezza; nella seconda invece (cc. 17-26) vengono trattate questioni legali riguardanti il comportamento della comunità e dei singoli sia in pubblico sia nella vita privata. Il libro termina con un’appendice relativa ai voti (c. 27).
Nella prima parte del libro uno spazio notevole è assegnato alla lebbra (cc. 13-14), che viene esaminata non dal punto di vista sanitario, ma da quello dell’impurità che essa provoca. Perciò vengono elencati i diversi tipi di lebbra, sia degli uomini, dei vestiti e delle case, le loro manifestazioni, nonché le procedure richieste per la purificazione da parte dei sacerdoti.
Il questo brano, che riprende i versetti iniziali del c. 13 (vv. 1-2), sono elencate le prescrizioni relative a coloro che erano malati di lebbra, e la diagnosi dei casi di lebbra viene assegnata da DIO a Mosè e ad Aronne e quindi ai loro successori, i sacerdoti.
“Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.”
Ai sacerdoti non si richiedono particolari competenze mediche, perché qui il problema non è di carattere sanitario, ma rituale. Le forme di lebbra, cioè di malattie della pelle che possono andare sotto questo nome, non sono tutte uguali e non tutte hanno le stesse conseguenze perché alcune sono anche guaribili. I sacerdoti devono limitarsi a scoprire, in base a criteri tradizionali accuratamente catalogati, quali malattie della pelle siano veramente lebbra, e quindi portatrici di impurità.
Il brano prosegue riportando come deve comportarsi il lebbroso:
“Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”.
L’impurità qui descritta non ha nulla a che vedere con la sporcizia fisica o con il peccato: si tratta semplicemente di un modo di essere che non si addice al rapporto con la divinità e neppure con gli altri membri del popolo eletto. Nelle varie forme di impurità e nei riti di purificazione, la religione israelitica si può dire che abbia conservato costumi sorpassati, che a volte sembra rasentino la superstizione.
La troppa meticolosità data per la distinzione tra puro e impuro, ha avuto l’effetto di far dimenticare, almeno nella vita pratica della gente, l’importanza dell’amore, che è la massima espressione della legge conferita da Dio al Suo popolo. La necessità di stabilire confini netti tra puro e impuro ha portato a emarginare dalla vita religiosa intere categorie di persone, creando diffidenza e disprezzo nei loro riguardi. Di riflesso le leggi di purità hanno dato origine a gruppi di persone che facevano della loro osservanza lo scopo principale della loro vita, facendoli sentire come i veri e unici rappresentanti del popolo di Dio. Le norme sulla “Purità e Impurità” sono state per questo difficilmente comprese nel mondo greco-romano, e ciò ha fatto sì che i giudei della diaspora le interpretassero in modo allegorico.
Dobbiamo ricordare che Gesù le ha dichiarate decadute e questo lo troviamo nel Vangelo di Marco quando dice: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”…. (Mc 7,15). Gesù ha fatto persino gesti che, come quello di toccare un lebbroso, rappresentavano delle vere e proprie provocazioni.
Il credente che avrà la costanza di leggere questo libro, (alcune pagine sono ripetitive ed anche noiose, ma fanno anche comprendere ed arrivare fino al cuore della coscienza religiosa di Israele) avrà alla fine il vantaggio di capire meglio il valore del sacrificio mediante il quale Gesù ha salvato l’umanità con il dono della Sua vita.

Salmo 31 - Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!

L’autore del salmo ha fatto la gioiosa esperienza del perdono di Dio: "Beato l'uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato". L'umiltà di ammettere il proprio peccato e chiederne perdono a Dio ottiene che la colpa venga tolta, ma anche "coperta", poiché l'umile con l'aiuto di Dio fa dimenticare agli uomini il proprio passato di peccato mediante la carità. Perciò è beato chi si è riconciliato con Dio e "nel cui spirito non c'è inganno". La conseguenza è che Dio nel giudizio “non (gli) imputa il delitto”. L’autore presenta poi la sua situazione di dolore, di agitazione, quando era nel peccato e Dio lo colpiva col suo salutare castigo: “Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come nell'arsura estiva si inaridiva il mio vigore”; ma poi, umile, ha manifestato a Dio il proprio peccato. L’ha manifestato, confessato, ammesso. Prima non lo voleva ammettere e si poneva davanti a Dio giustificando il suo errore, ma Dio glielo imputava incessantemente gravando su di lui la mano.
A motivo della misericordia di Dio, dice il salmista, “ti prega ogni fedele nel tempo dell’angoscia”, sicuro di avere aiuto. Il “tempo dell’angoscia” è qui distinto dal tempo del castigo: è il tempo delle sventure del giusto. Ma il giusto sa che Dio è bontà infinita, proprio perché è sempre pronto al perdono. Quando si scateneranno le catastrofi sociali, “quando irromperanno grandi acque”, il giusto non sarà inghiottito dall’odio, perché Dio è il suo rifugio.
Il salmista poi fa parlare Dio. Dio promette, con promessa immutabile, che chi rimarrà con lui diventerà saggio, conoscerà la via da seguire in mezzo ai percorsi di labirinto degli uomini. Dio dice che volendo accanto a sé l’uomo è pronto ad usare le maniere forti: “il morso e le briglie”. L’autore ha sperimentato “il morso e le briglie”, cioè tutti gli impedimenti che Dio nel suo amore gli ha messo dinanzi, perché non andasse lontano da lui. L’empio, invece, che rompe “il morso e le briglie”, corre verso la rovina e i dolori. Al contrario il giusto è circondato dalle premure del Signore.
L’autore ispirato termina il salmo con un invito a prendere coscienza del grande dono dell’unione con Dio: “Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!”.
Commento di P.Paolo Berti

Dalla prima lettera di S.Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
1Cor 10,31-11,1

Paolo continuando la sua prima lettera ai Corinzi, dopo aver posto all’inizio l’accento sul rispetto della coscienza altrui, aver portato il suo esempio di disponibilità verso tutti, e sottolineato il rischio dell’idolatria, nel capitolo 10, da dove è tratto questo brano, chiude la lunga sezione dedicata alle carni sacrificate agli idoli con un’esortazione in cui propone un orientamento generale valido in tutti i campi in cui il credente si trova ad operare ed afferma:
“sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”. Ciascuno deve porsi come meta non l’affermazione delle proprie idee e l’azione che ne deriva, ma la gloria di Dio, cioè l’attuazione della Sua volontà che consiste nella ricerca del bene comune.
Ciò deve avvenire anche nel campo alimentare (mangiare e bere) che nella cultura dell’epoca condizionava in modo determinante i rapporti tra le persone. Ma in realtà questo principio si applica in tutti i settori in cui le persone interagiscono.
L’ambito in cui i corinzi devono cercare la gloria di Dio non è dunque principalmente quello della preghiera, ma quello ben più impegnativo dei rapporti con la comunità.
Poi l’Apostolo continua con la sua esortazione: “Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”
Il credente deve evitare di dare scandalo, cioè non deve adottare un comportamento contrario alla fede che pratica, per non dare occasione agli altri di criticare e di essere anche ostacolo nel loro cammino verso Dio.
È importante che ciò deve avvenire non solo nei confronti della comunità che già appartiene a Dio, ma anche con i giudei e con i greci..
Questa regola viene da Paolo spiegata sulla propria disponibilità verso tutti, da lui espressa precedentemente (9,19-23): egli per primo si sforza di piacere “a tutti in tutto, senza cercare il proprio interesse” ma quello di “molti”, cioè di un numero sempre maggiore di persone, “perché giungano alla salvezza”.
Su questo sfondo di impegno per gli altri Paolo conclude con l’invito: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”. Attraverso il suo comportamento i corinzi devono dunque imparare a cogliere nelle loro situazioni di vita tutte le conseguenze della predicazione e dell’esempio di Cristo. Solo così anche loro possono diventare suoi discepoli.
È importante il fatto che Paolo esorti i corinzi a non provocare il biasimo non solo della Chiesa di Dio, cioè dei loro fratelli nella fede, ma anche dei giudei e dei greci. In questa frase emerge la convinzione secondo cui anche i non cristiani sono in grado di dare corretti giudizi morali, e quindi di valutare la coerenza dei cristiani con il credo che professano. Il cristiano deve dunque comportarsi in modo tale da indicare a tutti strade e percorsi per giungere a un corretto rapporto con Dio. Paolo lo sottolinea in particolare rifacendosi al proprio atteggiamento di condivisione con tutti, finalizzato esclusivamente alla loro salvezza.. Egli invita dunque tutti i credenti ad essere missionari come lui, intendendo per missione la lotta quotidiana per un mondo migliore.

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Mc 1,40-45

L’evangelista Marco, dopo aver narrato la chiamata dei primi quattro discepoli e una “giornata-tipo”, svoltasi a Cafarnao, racconta la guarigione da parte di Gesù di un lebbroso.
Il malato si accosta a Gesù e lo supplica in ginocchio, dicendo:”Se vuoi, puoi purificarmi”. Al tempo di Gesù la lebbra comprendeva diverse malattie della pelle, di cui alcune erano guaribili. L’atteggiamento umile del malato dipende dal fatto che, secondo la legge mosaica, il lebbroso era considerato impuro e non poteva avere contatti con il resto della popolazione; sullo sfondo vi è dunque il tema della “impurità”, che separa gli esseri umani tra loro e da Dio come viene precisato nel libro del Levitico (13,45-46)., Il lebbroso in questo racconto dimostra una grande fede nei poteri straordinari di Gesù, sa cosa vuole e intuisce la possibilità nuova che Gesù può operare e la chiede. Quello che ancora non sa è se Gesù vuole guarirlo.
Marco osserva che, di fronte alla richiesta del malato, Gesù “ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!»”. Nel linguaggio biblico la compassione di Gesù, espressa con un verbo (splanchnizô), che richiama il movimento delle viscere, non è tanto un sentimento umanitario, quanto piuttosto una manifestazione di quella misericordia che spinge DIO a radunare il suo popolo e unirlo a sé (Es 34,6): si tratta dello stesso impulso che Gesù sentirà di fronte a una folla disorientata e divisa come pecore senza pastore (Mc 6,34).
Il gesto poi di toccare il lebbroso è un segno di solidarietà con l’umanità sofferente, ma al tempo stesso rappresenta una dura contestazione delle leggi di “purità e impurità”, che impedivano a chiunque di venire a contatto con questi malati. L’evangelista qui presenta il lebbroso mondato il passaggio dall’uomo vecchio a quello nuovo, reso possibile dalla compassione di Dio verso di noi, cioè dal Suo amore materno che non si dimentica del frutto delle sue viscere.
Subito dopo averlo guarito, Gesù ammonisce severamente il miracolato dicendogli “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Solo il riconoscimento da parte dei sacerdoti poteva infatti eliminare l’emarginazione sociale e religiosa provocata dalla lebbra (Lv 14,1-32).
Ma il lebbroso sanato, pur credendo e amando Gesù, non ascolta la Sua richiesta di silenzio, e pensando persino di fare del bene, vinto anche dal bisogno di parlare, lui che era stato condannato a rimanere isolato e non parlare con nessuno, diviene ora annunciatore, araldo, mettendosi a proclamare e a divulgare il fatto: la buona notizia lui la portava nella carne, era luce, sale e lievito perché recava in sé l'opera di Dio compiuta in lui.
Con la guarigione del lebbroso Gesù manifesta il Suo rifiuto nei confronti di una norma che, interpretata rigidamente, separa l’uomo dal suo prossimo e da Dio. È significativo che la guarigione avvenga proprio in forza di questa trasgressione! Gesù porta la purezza proprio là dove le leggi umane, in nome di Dio, proclamavano l’impurità e imponevano una separazione che nulla aveva a che vedere con la dignità della persona umana creata da Dio.
In questo episodio si comprende ancora di più il valore altissimo del “com-patire” dolce e forte di Gesù nei confronti del mondo degli ultimi. Oggi forse la nuova lebbra può prendere nomi diversi e può assumere i mille volti dell’emarginazione. Il vero cristiano deve allora continuare a camminare come il Signore Gesù sulle strade dei “lebbrosi” provando “compassione” vera, stendendo le sue mani, toccando le loro piaghe esterne e interne (come ha detto più volte papa Francesco) invocando l’aiuto dall’Unico che può guarire e salvare da ogni male.,

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“L’odierna pagina evangelica ci presenta la guarigione di un uomo malato di lebbra, una patologia che nell’Antico Testamento veniva considerata una grave impurità e comportava la separazione del lebbroso dalla comunità: vivevano da soli. La sua condizione era veramente penosa, perché la mentalità del tempo lo faceva sentire impuro anche davanti a Dio non solo davanti agli uomini. Anche davanti a Dio. Perciò il lebbroso del Vangelo supplica Gesù con queste parole: «Se vuoi, puoi purificarmi!».
All’udire ciò, Gesù sente compassione. È molto importante fissare l’attenzione su questa risonanza interiore di Gesù, come abbiamo fatto a lungo durante il Giubileo della Misericordia. Non si capisce l’opera di Cristo, non si capisce Cristo stesso, se non si entra nel suo cuore pieno di compassione e di misericordia. E’ questa che lo spinge a stendere la mano verso quell’uomo malato di lebbra, a toccarlo e a dirgli: «Lo voglio, sii purificato!». Il fatto più sconvolgente è che Gesù tocca il lebbroso, perché ciò era assolutamente vietato dalla legge mosaica. Toccare un lebbroso significava essere contagiati anche dentro, nello spirito, cioè diventare impuri. Ma in questo caso l’influsso non va dal lebbroso a Gesù per trasmettere il contagio, bensì da Gesù al lebbroso per donargli la purificazione. In questa guarigione noi ammiriamo, oltre alla compassione, la misericordia, anche l’audacia di Gesù, che non si preoccupa né del contagio né delle prescrizioni, ma è mosso solo dalla volontà di liberare quell’uomo dalla maledizione che lo opprime.
Fratelli e sorelle, nessuna malattia è causa di impurità: la malattia certamente coinvolge tutta la persona, ma in nessun modo intacca o impedisce il suo rapporto con Dio. Anzi, una persona malata può essere ancora più unita a Dio. Invece il peccato, quello sì che ci rende impuri! L’egoismo, la superbia, l’entrare nel mondo della corruzione, queste sono malattie del cuore da cui c’è bisogno di essere purificati, rivolgendosi a Gesù come il lebbroso: «Se vuoi, puoi purificarmi!».
E adesso, facciamo un attimo di silenzio, e ognuno di noi – tutti voi, io, tutti – può pensare al suo cuore, guardare dentro di sé, e vedere le proprie impurità, i propri peccati. E ognuno di noi, in silenzio, ma con la voce del cuore dire a Gesù: “Se vuoi, puoi purificarmi”. Lo facciamo tutti in silenzio.
“Se vuoi, puoi purificarmi”.
“Se vuoi, puoi purificarmi”.
E ogni volta che ci accostiamo al sacramento della Riconciliazione con cuore pentito, il Signore ripete anche a noi: «Lo voglio, sii purificato!». Quanta gioia c’è in questo! Così la lebbra del peccato scompare, ritorniamo a vivere con gioia la nostra relazione filiale con Dio e siamo riammessi pienamente nella comunità.
Per intercessione della Vergine Maria, nostra Madre Immacolata, chiediamo al Signore, che ha portato agli ammalati la salute, di sanare anche le nostre ferite interiori con la sua infinita misericordia, per ridonarci così la speranza e la pace del cuore.”
Papa Francesco Parte dell’Angelus del 11 febbraio 2018

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Pro Memoria

L'umanità è una grande e  immensa famiglia ... Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.
(Papa Giovanni XXIII)

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Titolo presbiterale: Card. Polycarp PENGO
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